Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica – Parte 8 di 9

Karl  R.  Popper

Congetture e confutazioni
Lo sviluppo della conoscenza scientifica

(dal punto di vista dell’empirismo critico)

Bologna, Soc. ed. il Mulino, 1972 (orig. London, 1969)

Prefazione all’edizione italiana

Parte VIII di 9


Confutazioni

Su tale questione a me pare, o Socrate, come forse anche a te, che avere in questa nostra vita un’idea sicura sia impossibile o molto difficile; ma d’altra parte non tentare ogni modo per mettere alla prova quello che se ne dice e cessare di insistervi prima di aver esaurito ogni indagine da ogni punto di vista, questo, o Socrate, non mi pare degno di uno spirito saldo e sano. Perché insomma, trattandosi di tali argomenti, non c’è che una cosa sola da fare di queste tre: o apprendere da altri dove sia la soluzione; o trovarla da sé; oppure, se questo non è possibile, accogliere quello dei ragionamenti umani che sia se non altro il migliore e il meno confutabile e, lasciandosi trarre su codesto come sopra una zattera, attraversare così, a proprio rischio, il mare della vita: salvo che uno non sia in grado di fare il tragitto più sicuramente e meno pericolosamente su più solida barca.

PLATONE


La demarcazione fra scienza e metafisica

Io proposi che si assumesse come criterio di demarcazione la confutabilità, o falsificabilità, di un sistema teorico. Un sistema deve essere considerato scientifico soltanto se fa asserzioni che possono risultare in conflitto con le osservazioni; ed è, di fatto, controllato da tentativi miranti a produrre tali conflitti, vale a dire da tentativi condotti per confutarlo. La controllabilità è dunque lo stesso della confutabilità e quindi, al pari di questa, può essere assunta come criterio di demarcazione.

È questa una concezione della scienza che scorge nel suo ‘atteggiamento critico’ la caratteristi-ca più importante. Uno scienziato dovrebbe dunque valutare una teoria considerando se può essere discussa criticamente: se si espone a critiche di ogni specie e, in questo caso, se è in grado di resistervi. La teoria di Newton, per esempio, prevedeva delle deviazioni dalle leggi di Keplero (dovute all’interazione fra i pianeti), in quel tempo non ancora osservate. Essa, dunque, si espose a tentativi di confutazione empirica il cui fallimento comportò il successo della teoria. Tutti i veri controlli sono tentativi di confutazione. Soltanto se una teoria resiste alla pressione di questi ultimi possiamo asserire che è confermata, o corroborata, dall’esperienza. 

Una teoria più precisa, e più facilmente confutabile di un’altra, sarà anche più interessante. Poiché è la più ardita, sarà la ‘meno probabile’. E tuttavia risulterà meglio controllabile, giacché possiamo rendere i nostri controlli più precisi e più severi. E se supera controlli severi sarà da questi meglio confermata, o attestata. Dunque la confermabilità (attestabilità o corroborabilità) deve aumentare con la controllabilità. 

Ciò mostra che il criterio di demarcazione non può essere assolutamente netto. Ma avrà esso stesso dei gradi. Vi saranno teorie ben controllabili e altre non controllabili affatto. Quelle non controllabili non rivestono alcun interesse per gli scienziati empirici. Possono essere ritenute metafisiche.

Per la teoria naturalistica della mancanza di significato intendo la dottrina secondo cui ogni espressione linguistica che pretenda di essere una asserzione è dotata o meno di significato, non già per convenzione, ma come concreto dato di fatto, ovvero per sua natura.

La mia critica del criterio di verificabilità è sempre stata questa: contro le intenzioni dei suoi fautori, esso non esclude gli asserti metafisici ovvii; ed esclude invece i più importanti e interessanti asserti scientifici, vale a dire le teorie scientifiche, le leggi universali della natura. 

La conferma, nel modo in cui la intende Carnap, non può essere identificata con la probabilità logica. Un’alta probabilità non può essere uno degli obiettivi della scienza. Lo scienziato, infatti, non si interessa di banalità altamente probabili, ma di ipotesi audaci e severamente controllabili.

È compito degli scienziati “fare avanzare” la scienza, cioè ‘incrementare’ il suo contenuto. E ciò significa abbassarne la probabilità. Se si tiene conto dell’elevato contenuto di leggi universali, non è sorprendente riscontrare che la loro probabilità è zero (contenuto contrario a probabilità).

Poiché nella scienza aspiriamo a un elevato contenuto, non possiamo aspirare nello stesso tempo a un’elevata probabilità.

Quanto più un asserto può essere controllato, tanto meglio può venire confermato, cioè attestato dai suoi controlli. Osserviamo dunque che le possibilità di conferma di un asserto e, di conseguenza, il grado della sua confermabilità, corroborabilità o attestabilità aumentano con la controllabilità e il contenuto. Poiché vogliamo un alto grado di conferma (o corroborazione) abbiamo bisogno di un elevato contenuto (e quindi di una bassa probabilità assoluta). Un’ipotesi altamente probabile è anche quella che si adatta ai fatti noti, procedendo oltre essi il meno possibile. 

Le ipotesi ‘ad hoc’ costituiscono, al più, dei rimedi provvisori, non degli scopi effettivi. 

Il perseguimento di un’elevata probabilità comporta l’adozione di una norma favorevole alle ipotesi ad hoc, che è contraria all’intuizione. 

Una logica induttiva è impossibile. Una logica induttiva comporta necessariamente:

  1. un regresso all’infinito (scoperto da Hume) oppure
  2. l’accettazione (che troviamo in Kant) di qualche principio sintetico come valido ‘a priori’.

Sospetto fortemente che alla teoria dell’induzione di Carnap possano addebitarsi sia a) che b). (492) …

Che cos’è la dialettica?

Il metodo per prova ed errore. Di fronte a un determinato problema lo scienziato propone, a titolo di prova, un qualche tipo di soluzione – una teoria. La teoria è sottoposta a critica da molteplici, differenti punti di vista al fine di porne in evidenza i tratti vulnerabili. Il controllo della teoria procede sottoponendo all’indagine più severa possibile questi punti vulnerabili. Se il risultato di un controllo mostra che la teoria è erronea, essa viene eliminata; il metodo per prova ed errore è essenzialmente un metodo di eliminazione. Il suo buon esito dipende principalmente da tre condizioni, vale a dire: che vengano proposte teorie in numero elevato (e che siano ingegnose), che risultino abbastanza varie e che se ne eseguano controlli sufficientemente severi. In tal modo, se abbiamo fortuna, possiamo assicurare la sopravvivenza della teoria più adatta con l’eliminazione di quelle meno adatte. Lo sviluppo del pensiero procede secondo linee “dialettiche”.

La dialettica è una teoria che afferma che qualcosa – più in particolare il pensiero umano – si sviluppa secondo un procedimento caratterizzato dalla cosiddetta triade dialettica: tesi, antitesi, sintesi. 

La soluzione, in un certo senso, va al di là sia della tesi sia dell’antitesi, riconoscendo il peculiare valore di entrambe e cercando di conservarne i vantaggi, pur evitandone i limiti. Questa soluzione è detta ‘sintesi’. Una volta raggiunta essa può diventare a sua volta il primo passo di una nuova triade dialettica. 

Le contraddizioni sono della massima importanza nella storia del pensiero – sono importanti, precisamente, quanto la critica. Senza le contraddizioni, senza la critica non vi sarebbe dunque alcun progresso intellettuale. 

I dialettici affermarono che le contraddizioni sono proficue, fertili, portatrici di progresso. Ma ciò è vero solo nella misura in cui siamo decisi a non rassegnarci di fronte alle contraddizioni e a cambiare qualsiasi teoria ne comporti.

La sola ‘forza’ che spinge innanzi lo sviluppo dialettico è dunque la nostra determinazione di non accettare e non rassegnarci alla contraddizione fra la tesi e l’antitesi; è unicamente la nostra risoluta decisione di non ammettere le contraddizioni a indurci a ricercare attentamente un nuovo punto di vista che ci consenta di evitarle. 

Una teoria che comporta una contraddizione è pertanto completamente inutile in quanto teoria. 

L’imprecisione dell’affermazione del dialettico secondo cui le contraddizioni sono inevitabili, e non è neppure desiderabile evitarle in ragione della loro notevole fertilità, è pericolosamente fuorviante. Ciò perché quella che si può ritenere la fertilità delle contraddizioni è semplicemente il risultato della nostra decisione di non rassegnarci a esse. Ed è pericolosa perché affermare che non bisogna evitare le contraddizioni, o magari che esse non possono essere evitate, porta necessariamente al fallimento della scienza e della critica, cioè della razionalità. Chiunque voglia promuovere la verità e l’arricchimento della conoscenza ha di apprendere l’arte di esprimersi chiaramente e senza ambiguità.

Frequentemente i dialettici considerano la dialettica una parte – la parte migliore – della logica. La nostra analisi porta alla conclusione che la dialettica non ha una qualsiasi somiglianza con la logica. Questa, infatti, può essere definita come una teoria della deduzione. Non abbiamo alcun motivo di ritenere che la dialettica abbia qualcosa a che fare con la deduzione.

La teoria della triade dialettica è una teoria descrittiva empirica. La vaghezza è un altro dei pericoli della dialettica. Essa rende davvero troppo facile introdurre forzatamente un’interpretazione dialettica in ogni specie di sviluppo e anche in oggetti del tutto eterogenei. Troviamo, per esempio, un’interpretazione dialettica che individua una tesi in un seme di grano, un’antitesi nella pianta che da esso si sviluppa e, in tutti i semi che da questa derivano, la sintesi. È ovvio che una tale applicazione dilata il significato, già troppo vago, della triade dialettica in modo da aumentarne pericolosamente l’imprecisione. Interpretare questo sviluppo affermando che la germinazione della pianta è la negazione del seme in quanto il seme cessa di esistere quando la pianta comincia a crescere è ovviamente un puro gioco di parole. 

Possiamo dire che la dialettica non è una teoria fondamentale, bensì soltanto descrittiva. 

È stata avanzata una teoria della dialettica, per esempio a opera di Hegel e della sua scuola, che ne esagera la portata e che risulta pericolosamente fuorviante. 

Una delle questioni fondamentali della storia della filosofia moderna è il contrasto fra il razionalismo cartesiano e l’empirismo.

L’opinione di Descartes è che possiamo costruire le teorie esplicative della scienza senza fare alcun riferimento all’esperienza, ma valendoci soltanto della ragione. È questa, schematicamente, la dottrina che la storia della filosofia ha chiamato ‘razionalismo’ (‘intellettualismo’).

Contrariamente a questa teoria l’empirismo sostiene che soltanto l’esperienza ci mette in grado di decidere della verità o falsità di una teoria scientifica. Il puro ragionamento da solo, secondo l’empirismo, non può mai stabilire la verità di fatto; dobbiamo quindi servirci dell’osservazione e dell’esperimento. 

Nella sua Kritik der reinen Vernunft, Kant sostenne che il dominio della nostra conoscenza è limitato al campo dell’esperienza possibile e che il ragionamento speculativo esteso oltre questo campo – il tentativo della ragion pura di costruire un sistema metafisico – non trova alcuna giustificazione. Ma i filosofi tedeschi, lungi dal restare convinti del rifiuto della metafisica da parte di Kant, si affrettarono a costruire nuovi sistemi metafisici basati sulla “intuizione intellettuale”. La scuola che così si sviluppò, detta normalmente degli idealisti tedeschi, ebbe il suo culmine in Hegel.

Kant si proponeva di rispondere alla domanda: “Come può il nostro intelletto comprendere il mondo?” (problema epistemologico). 

L’intelletto può comprendere il mondo perché questo non è totalmente diverso dall’intelletto, bensì ad esso conforme. Ciò che chiamiamo “natura” è un mondo già assimilato, modellato dal nostro intelletto.

La soluzione: “L’intelletto può comprendere il mondo perché questo, quale a noi appare, è conforme ad esso” è un argomento idealistico.

Anche Hegel si interessò del problema della conoscenza: “Come può il nostro intelletto comprendere il mondo?”. Con gli altri idealisti egli rispose: “Perché il mondo è conforme all’intelletto”. Ma la sua teoria era più radicale di quella di Kant. Egli non disse, come questi, “Perché l’intelletto assimila e dà forma al mondo”. Disse invece: “Perché l’intelletto è il mondo”; o, con altra espressione, “Perché il razionale è reale; perché realtà e ragione sono la stessa cosa”. (filosofia dell’identità). Un tramite è la soluzione di Fichte: “Perché l’intelletto crea il mondo”.

Hegel fu costretto a cercare di confutare gli argomenti addotti da Kant contro la metafisica. E lo fece con l’aiuto della dialettica.

In una parte della sua Kritik der reinen Vernunft, che intitolò Dialettica trascendentale, Kant dimostrò che, se cerchiamo di costruire un sistema teorico a partire dalla pura ragione, troveremo sempre che valendoci degli stessi argomenti possiamo dimostrare altrettanto bene la tesi opposta. Così, disse Kant, la ragione è costretta ad argomentare contro se stessa e a contraddirsi.

Come poté Hegel superare la confutazione kantiana del razionalismo? Molto semplicemente, sostenendo che le contraddizioni non contano.

Nella dialettica di Hegel riscontriamo dunque questi tre elementi:

  1. Un tentativo di eludere la confutazione kantiana di quello che Kant definiva il ‘dogmatismo’ della metafisica. Il metodo adottato da Hegel per superare Kant pone il suo sistema al riparo da qualsiasi critica o attacco ed è dunque dogmatico in senso affatto peculiare.
  2. Un altro elemento della filosofia di Hegel, la descrizione dello sviluppo della ragione in termini dialettici, aveva una notevole plausibilità. Hegel, quando parla dello sviluppo della ragione, pensa soprattutto allo sviluppo del pensiero filosofico. 
  3. Un terzo elemento costitutivo della dialettica hegeliana è la filosofia dell’identità. Se ragione e realtà sono la stessa cosa e la ragione si sviluppa dialetticamente, come è ben evidente nello sviluppo del pensiero filosofico, allora anche la realtà deve svilupparsi dialetticamente. Il mondo deve essere regolato dalle leggi della logica dialettica. Dobbiamo quindi riscontrare nel mondo le medesime contraddizioni consentite dalla logica dialettica. Il principio di contraddizione deve dunque essere abbandonato. 

I tre punti di rilievo sono dunque: a) l’opposizione dialettica all’antirazionalismo di Kant e, di conseguenza, il ristabilimento del razionalismo sostenuto da un consolidato dogmatismo; b) l’inserimento della dialettica nella logica in forza dell’ambiguità di espressioni come “ragione”, “leggi del pensiero” e così via; c) l’applicazione della dialettica al “mondo come un tutto”, basata sul panlogismo di Hegel e sulla sua filosofia dell’identità. 

La filosofia hegeliana dell’identità di ragione e realtà è talora definita idealismo (assoluto) poiché asserisce che la realtà è conforme all’intelletto, ovvero condivide i caratteri della ragione. Chiaramente, tuttavia, questa filosofia dialettica dell’identità può essere capovolta sì da trasformarla in una forma di materialismo.

Questo materialismo può essere considerato una rinascita di certi aspetti del cartesianesimo modificato dai rapporti con la dialettica. Ma con l’eliminazione della sua originaria base idealistica la dialettica perde tutto ciò che la rendeva plausibile e comprensibile. Siamo di fronte all’affermazione recisa che la realtà fisica si sviluppa dialetticamente: un’affermazione estremamente dogmatica e dotata di una così scarsa corroborazione scientifica.

Marx ed Engels sottolinearono l’aspetto materiale della natura umana. Due punti mi sembrano importanti. Il primo è il rilievo attribuito da Marx al metodo storico in sociologia (“storicismo”). Il secondo è l’impostazione antidogmatica della dialettica marxiana.

La sociologia di Marx traeva da Hegel non solo l’idea che il metodo sociologico deve essere storico, ma anche la convinzione che questo sviluppo deve essere spiegato in termini dialettici. Per Hegel la storia era storia delle idee. Marx lasciò cadere l’idealismo, ma conservò la dottrina hegeliana secondo cui le forze dinamiche dello sviluppo storico sono le ‘contraddizioni’, le ‘negazioni’ e le ‘negazioni delle negazioni’, proprie della dialettica.

Secondo Marx compito principale della scienza sociologica è quello di mostrare il modo in cui queste forze dialettiche agiscono nella storia e di predire così il corso della storia, svelare la legge economica del movimento della società moderna. 

Marx ed Engels insistettero vigorosamente sul fatto che la scienza non deve essere interpretata come un corpo di conoscenze definitive e ben stabilite, o di “verità eterne”, ma piuttosto come qualcosa di progressivo che si sviluppa. Scienziato non è chi sa tante cose, ma chi è deciso a non abbandonare la ricerca della verità. I sistemi scientifici si sviluppano: e, secondo Marx, si sviluppano dialetticamente. 

Grazie alla dialettica l’atteggiamento antidogmatico è scomparso e il marxismo si è consolidato come un dogmatismo che, valendosi del metodo dialettico, è sufficientemente elastico per sfuggire a qualsiasi nuovo attacco. È così diventato quello che ho definito un dogmatismo consolidato.

E non può esservi ostacolo peggiore, per l’accrescersi della scienza, di un siffatto dogmatismo.

La filosofia dialettica di Hegel divenne la base teorica del cosiddetto “marxismo scientifico”. E servì a trasformare il marxismo in un sistema dogmatico impedendogli gli sviluppi scientifici di cui poteva essere capace. 

Immagine di Copertina tratta da The New World.

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