Karl R. Popper
Congetture e confutazioni
Lo sviluppo della conoscenza scientifica
(dal punto di vista dell’empirismo critico)
Bologna, Soc. ed. il Mulino, 1972 (orig. London, 1969)
Prefazione all’edizione italiana
Parte VII di 9
Verità, razionalità e accrescersi della conoscenza scientifica
Un particolare aspetto della scienza (è) il suo bisogno di accrescersi. Ciò che la rende razionale ed empirica, infatti, è il modo in cui si accresce; la maniera, cioè, in cui gli scienziati distinguono fra le teorie disponibili e scelgono la migliore o (in assenza di una teoria soddisfacente) motivano il rifiuto di tutte le teorie disponibili suggerendo con ciò alcune delle condizioni cui una teoria soddisfacente dovrebbe conformarsi.
Quando Popper parla dell’accrescersi della conoscenza scientifica non si riferisce all’accumularsi delle osservazioni, bensì al ripetuto rovesciamento delle teorie scientifiche e alla loro sostituzione con altre migliori. L’esame critico delle teorie ci conduce infatti a compiere dei tentativi per controllarle o rovesciarle.
Fra i pericoli reali per il progresso della scienza non va considerata la possibilità che essa giunga a esaurimento. Si deve invece tener conto di altri fattori, quali la mancanza d’immaginazione o una malriposta fiducia nella formalizzazione e nella precisione oppure l’autoritarismo. Possiamo dire che, nella scienza, spesso impariamo dagli errori e possiamo quindi, in questo ambito, parlare chiaramente e razionalmente di progresso.
Popper precisa: “Secondo questa mia prima tesi, dunque, ancor prima che una certa teoria sia stata controllata siamo in grado di sapere che, se essa supera determinati controlli, sarà migliore di una certa altra teoria.
Questa prima tesi implica che siamo in possesso di un criterio del ‘potenziale’ carattere progressivo. Questo criterio stabilisce che è preferibile la teoria che asserisce di più, cioè che contiene la maggior quantità di informazione o ‘contenuto’ empirico, un maggior grado di ‘contenuto’ empirico, o di ‘controllabilità’.
Se l’accrescersi della conoscenza significa che operiamo con teorie di contenuto crescente ciò deve anche significare che operiamo con teorie di decrescente probabilità. Se dunque il nostro scopo è l’avanzamento, o l’accrescersi, della scienza, un’alta probabilità non può essere parimenti il nostro proposito: questi due propositi sono incompatibili.
La probabilità assoluta di un asserto è semplicemente il grado della sua debolezza logica, o mancanza di contenuto informativo.
Se dunque nella scienza miriamo a un elevato contenuto informativo, dobbiamo riconoscere che miriamo anche a una bassa probabilità, nel senso del calcolo delle probabilità.
E dato che una probabilità bassa comporta un’alta probabilità di falsificazione ne segue che uno degli scopi della scienza è un alto grado di falsificabilità, confutabilità o controllabilità, il che coincide precisamente con il proposito di un alto contenuto informativo.
Il criterio per valutare il potenziale carattere soddisfacente di una teoria è dunque la controllabilità, o improbabilità: soltanto una teoria altamente controllabile, o improbabile, merita di essere sottoposta a controlli.
Le teorie di Keplero e di Galileo furono unificate e sostituite dalla teoria di Newton. Le teorie di Newton e Maxwell, a loro volta, furono unificate e sostituite da quella di Einstein. In ognuno di questi casi il progresso era nella direzione di una teoria maggiormente informativa e perciò logicamente meno probabile.
Una teoria di fatto non confutata dai severi controlli operati sulle previsioni nuove, audaci e improbabili, cui ha dato origine, può dirsi da questi corroborata (la scoperta di Nettuno da parte di Galle, la scoperta delle onde elettromagnetiche di Hertz).
Tutte queste scoperte costituiscono delle corroborazioni mediante severi controlli – mediante previsioni altamente improbabili alla luce delle nostre precedenti conoscenze.
Siamo tenuti a sviluppare le nostre teorie nella forma di sistemi deduttivi. Dobbiamo esigere dalle nostre teorie forza logica e grande contenuto informativo perché siano sempre meglio controllaboli. La ricchezza delle conseguenze che esse comportano deve essere rilevata deduttivamente.
La razionalità della scienza risiede nella scelta razionale della nuova teoria piuttosto che nello sviluppo deduttivo della stessa.
Quest’immagine della scienza dovrebbe intendersi come un progredire da problemi ad altri problemi di profondità sempre crescente.
La scienza prende avvio soltanto dai problemi. Questi si presentano soprattutto quando restiamo delusi nelle nostre aspettative o quando le teorie ci coinvolgono in difficoltà e in contraddizioni. Inoltre è soltanto in presenza di un problema che acquistiamo la consapevolezza di essere in possesso di una teoria. È il problema che ci stimola ad apprendere, a portare avanti la nostra conoscenza, a sperimentare e a osservare.
La scienza, dunque, prende avvio dai problemi, non dalle osservazioni; queste, tuttavia, possono dare origine a un problema, soprattutto se sono ‘inattese’, vale a dire se si trovano in contrasto con le nostre aspettative o teorie. Il compito che consapevolmente si pone allo scienziato è sempre la soluzione di un problema mediante la costruzione di una teoria che lo risolva. Ogni nuova teoria appropriata dà origine a nuovi problemi, ed è soprattutto dai nuovi problemi cui dà luogo che si può giudicare la fertilità della teoria.
Se partiamo dall’esperienza soggettiva del credere e consideriamo la conoscenza come un tipo speciale di credenza, possiamo davvero trovarci costretti a considerare la verità, cioè la conoscenza vera, come un genere ancora più speciale di credenza: una credenza ben fondata o giustificata. Tutte le teorie soggettive della verità cercano di definire la verità ricorrendo alle fonti, o all’origine, delle nostre credenze. Tutte affermano, più o meno, che verità è ciò che abbiamo ragione di credere o accettare, conformemente a determinate regole, o criteri, che si basano sulle origini o fonti della conoscenza, sull’attendibilità, la solidità, l’efficacia, la forza di convinzione, o l’incapacità di pensare altrimenti.
La teoria della verità oggettiva determina un atteggiamento assai diverso. Questo può rilevarsi dal fatto che essa ci consente di fare asserzioni del seguente tipo: una teoria può essere vera anche se nessuno vi crede ed anche se non abbiamo ragioni di pensare che sia vera; e un’altra teoria può essere falsa anche se abbiamo ragioni comparativamente valide per accettarla.
Anche se per caso troviamo una teoria vera, di regola potremo soltanto supporlo, e può restare per noi impossibile stabilire che è tale.
Un’affermazione del genere fu fatta per la prima volta, a quanto pare, da Senofane, che visse 2500 anni fa; essa mostra che la teoria della verità oggettiva è davvero molto antica, e anteriore ad Aristotele, che pure la sostenne.
Dunque, un grande vantaggio della teoria della verità oggettiva, o assoluta, è che ci consente di dire – come già Senofane – che cerchiamo la verità, ma non possiamo sapere quando l’abbiamo trovata (giungere o no alla cima di un monte, nella nebbia); che non abbiamo un criterio di verità e siamo tuttavia guidati dalla sua idea come ‘principio regolativo’ (come avrebbero detto Kant o Peirce); e che, sebbene non vi siano regole generali per riconoscerla – se non fosse nel caso della tautologia – esistono tuttavia dei criteri per progredire verso di essa. Vi sono dei casi in cui siamo del tutto certi di non aver raggiunto la verità. Così, mentre la coerenza non è di per sé un criterio di verità, l’incoerenza sancisce la falsità.
Il soggettivismo è tuttora predominante nella filosofia della scienza, soprattutto nel campo della teoria della probabilità.
Un inconveniente comune a tutte queste teorie soggettivistiche è che sono inconfutabili (nel senso che possono eludere troppo facilmente qualsiasi critica). (es: le opinioni dei ‘politici’).
Definisco filosofi della conoscenza (o della credenza) i verificazionisti o giustificazionisti; e filosofi della conoscenza (o delle congetture) i falsificazionisti, fallibilisti o anche critici. (Questi ultimi) sostengono, approssimativamente, che ciò che (al momento) non può essere confutato, in linea di principio, dalla critica non è (al momento) degno di essere preso in seria considerazione; mentre ciò che può per principio venire in tal modo rovesciato, e tuttavia resiste a tutti i nostri sforzi critici, può anche essere falso, ma non è in ogni caso indegno di essere considerato seriamente e forse anche di essere creduto – sia pure a titolo di prova.
I falsificazionisti ritengono che non possiamo mai fornire delle ragioni positive che giustifichino la credenza nella verità di una teoria.
Per noi, dunque, la scienza non ha niente a che fare con la ricerca della certezza, della probabilità o dell’attendibilità. Non siamo interessati allo stabilimento di teorie scientifiche in quanto sicure, certe o probabili. Consapevoli della nostra fallibilità, siamo soltanto interessati a criticarle e a controllarle con la speranza di scoprire dove sbagliamo, di apprendere dagli errori e, se abbiamo fortuna, di pervenire a teorie migliori.
In realtà anche noi consideriamo la scienza come ricerca della verità. In effetti è soltanto in rapporto a tale scopo, la scoperta della verità, che possiamo affermare come, pur essendo fallibili, speriamo di imparare dai nostri errori. È soltanto l’idea della verità che ci consente di parlare sensatamente di errori e di critica razionale e rende possibile la discussione razionale, cioè la discussione critica nella ricerca degli errori con la seria intenzione di eliminarne quanti più possiamo al fine di avvicinarci alla verità. (sfrondamento degli errori).
Tuttavia sottolineiamo anche che la verità non è il solo scopo della scienza. Vogliamo più della semplice verità: quel che cerchiamo è una verità interessante, una verità difficile da conseguire.
Non vogliamo semplicemente la verità, ma più verità, e una verità nuova. La semplice verità non basta; quel che cerchiamo sono delle risposte ai nostri problemi.
Soltanto se si tratta di una risposta a un problema difficile, fecondo e di una certa profondità la verità, o una congettura intorno a essa, diventa rilevante per la scienza.
I falsificazionisti come me preferiscono di molto un tentativo volto a risolvere un problema interessante con un’audace congettura anche (e soprattutto) se presto risulta falsa, a qualsiasi esibizione di una sequenza di truismi irrilevanti. Lo preferiamo perché crediamo che questo sia il modo in cui possiamo imparare dai nostri errori; e perché, riscontrando la falsità della nostra congettura, avremo appreso molto intorno alla verità e ci saremo avvicinati a essa.
Anche se non sappiamo quanto siamo vicini o lontani alla verità, possiamo accostarci sempre di più a essa.
Il progresso della scienza è un processo verso teorie più interessanti, meno banali e dunque meno ‘probabili’ e ciò significa, di regola, progresso verso teorie meno familiari e meno comode o plausibili. Ma l’idea di una maggiore verosimiglianza, di una maggiore approssimazione della verità, è normalmente confusa, sul piano intuitivo, con l’idea del tutto differente di probabilità.
Propongo che, con Senofane, si torni a distinguere fra verosimiglianza e probabilità (usando quest’ultimo termine nel senso indicato dal calcolo delle probabilità).
La probabilità logica rappresenta il concetto di un avvicinamento alla certezza logica o alla verità tautologica attraverso una graduale diminuzione del contenuto informativo. La verosimiglianza, d’altro canto, rappresenta l’idea di un accostamento a una verità ampiamente comprensiva. Essa, pertanto, riunisce verità e contenuto, mentre la probabilità riconduce la verità alla mancanza di contenuto.
Mentre discutiamo un problema accettiamo sempre (anche se solo provvisoriamente) elementi di ogni genere in maniera non-problematica: essi costituiscono, provvisoriamente, e relativamente alla discussione di questo particolare problema, quella che chiamo conoscenza di sfondo.
Il falsificazionista o fallibilista … non ‘accetta’ questa conoscenza di sfondo, né in quanto stabilita né perché abbastanza certa e neppure perché probabile.
Un tratto caratteristico della situazione in cui si trova lo scienziato è che la conoscenza di sfondo aumenta costantemente. Se ne eliminiamo alcune parti, altre, a queste strettamente legate, resteranno.
Un serio controllo empirico è sempre un tentativo di trovare una confutazione, un esempio contrario. Nella ricerca di questo dobbiamo servirci della conoscenza di sfondo; cerchiamo sempre, infatti, di confutare per prime le previsioni ‘più arrischiate’, le “conseguenze più improbabili” (come già vide Peirce).
Possiamo comprendere che la teoria non è altro che un insieme di definizioni implicite o convenzioni – sussistenti fino a che di nuovo compiamo qualche progresso e, confutandola, ristabiliamo incidentalmente il contenuto empirico che aveva perduto.
Tre requisiti principali:
- La nuova teoria dovrebbe discendere da qualche idea unificante, semplice, nuova ed efficace, concernente qualche connessione o relazione (come l’attrazione gravitazionale) fra oggetti (come i pianeti e le mele) oppure fatti (come la massa inerziale e gravitazionale) o nuove “entità teoriche” (come il campo e le particelle) fino ad allora slegati.
- In secondo luogo esigiamo che la nuova teoria sia controllabile indipendentemente. Essa deve avere conseguenze nuove e controllabili, deve condurre, cioè, alla previsione di fenomeni prima non osservati. La nuova teoria, in qualche misura, sarà proficua come strumento di esplorazione. Vale a dire, ci suggerirà nuovi esperimenti. La nostra conoscenza fattuale sarà incrementata dai loro inaspettati risultati. Essi, inoltre, ci porranno di fronte nuovi problemi da risolvere con nuove teorie capaci di spiegazione.
- Richiediamo che la teoria superi alcuni controlli nuovi e severi.
Le confutazioni sono state spesso considerate come sanzioni dell’insuccesso di uno scienziato o, almeno, della sua teoria. Si deve osservare che questo è un pregiudizio induttivistico. Ogni confutazione dovrebbe essere considerata un grande successo.
Il terzo requisito non è indispensabile: anche una teoria che non riesce ad adempierlo può dare un importante contributo alla scienza. In un altro senso, tuttavia, esso è indispensabile.
Sostengo, in primo luogo, che se non cercassimo abbastanza spesso di adempiere il terzo requisito diverrebbe impossibile un qualsiasi progresso nella scienza. Se dunque questo deve essere continuo e se la sua razionalità non deve venir meno, non occorrono soltanto confutazioni vittoriose, ma anche successi positivi. Dobbiamo, cioè, cercare di produrre abbastanza spesso teorie che comportano nuove previsioni, soprattutto intorno a nuovi effetti e a nuove conseguenze controllabili, suggerite dalla nuova teoria e mai prima pensate.
La scienza stagnerebbe e perderebbe il proprio carattere empirico se dovessimo fallire nell’ottenere verifiche delle nuove previsioni; se, cioè, riuscissimo soltanto a produrre teorie che soddisfano i primi due requisiti e non il terzo. Il terzo requisito, dunque, è necessario per eliminare le teorie banali e quelle ‘ad hoc’.
Non dovremmo dunque mirare a teorie che siano semplici strumenti per l’esplorazione dei fatti, bensì cercare di trovare genuine teorie capaci di spiegazione e cercare di elaborare soddisfacenti tentativi congetturali circa la struttura del mondo. In breve, non dovremmo accontentarci dei primi due requisiti.
Credo, tuttavia, che dovremmo renderci conto che sono essenziali entrambi i tipi di successo: il buon esito della confutazione delle teorie e il successo di alcune di queste nel resistere almeno ad alcuni dei più risoluti tentativi di confutarle.
Si può obiettare che una teoria del metodo scientifico degna di questo nome dovrebbe essere in grado di fornire argomenti logici e metodologici a sostegno del terzo requisito.
Non abbiamo alcun motivo per ritenere la nuova teoria migliore dell’antica, fino a che non abbiamo derivato dalla nuova teoria ‘nuove previsioni’ che non potevano ottenersi dalla vecchia (le fasi di Venere, le perturbazioni, l’equazione massa-energia) e fino a che non abbiamo riscontrato che queste nuove previsioni sono valide.
Nel terzo requisito possiamo distinguere due parti: da una buona teoria esigiamo, in primo luogo, che abbia successo in alcune delle sue nuove previsioni; in secondo luogo esigiamo che non sia confutata troppo presto; prima, cioè, che abbia ottenuto un pieno successo.
Le nuove, fortunate previsioni che esigiamo siano prodotte dalla nuova teoria sono precisamente quei controlli cruciali che essa deve superare per diventare abbastanza interessante da essere accolta come un progresso rispetto a quella che la precede e da essere considerata degna di una ulteriore indagine sperimentale, la quale può, alla fine, condurre alla sua confutazione.
Non esigiamo che una teoria sia altamente probabile. Identificando la razionalità con l’atteggiamento critico cerchiamo delle teorie le quali, anche se fallibili, procedano oltre quelle che le hanno precedute; il che significa che possono essere controllate più severamente e superare alcuni nuovi controlli.
Siamo convinti che la razionalità di una teoria risiede nel fatto che la scegliamo in quanto è migliore di quella che l’ha preceduta; perché può essere sottoposta a controlli più severi e, se abbiamo fortuna, può anche superarli e dunque si accosta forse maggiormente alla verità.
Immagine di Copertina tratta da State Of Mind.

