Corrado Augias – Vito Mancuso, Disputa su Dio e dintorni

Analisi e studio su

Corrado Augias – Vito Mancuso, Disputa su Dio e dintorni

Mondadori, Milano 2009

Augias: 

“Anche il grande Spinoza scriveva nell’introduzione all’Etica che “la Bibbia è letteratura, non dogma”. “Da quanto tempo la Chiesa afferma che la possibilità di altri mondi e di altri esseri pensanti su altri pianeti non contrasta con l’idea di redenzione. Lo sostiene il gesuita argentino José Gabriel Funes (nel 2008), capo della Specola vaticana. Salvo che il povero Giordano Bruno, per aver detto più o meno le stesse cose, finì bruciato vivo in Campo dei Fiori. “Bellarmino fu lui a mandare al rogo Giordano Bruno. È stato Pio XI a far proclamare Bellarmino prima santo, poi dottore della Chiesa universale, da venerarsi come patrono dei catechisti. Recita il suo epitaffio: La mia spada sottomise gli spiriti superbi”. “La Chiesa è un organismo politico, cioè un organismo di potere”.

Altro esempio: l’astinenza prematrimoniale dai rapporti sessuali. Il giorno dopo i raduni dei papa-boys si rastrellavano sul campo notevoli quantità di preservativi”. 

“Non è un caso che nel cristianesimo di tipo mediterraneo, che chiamiamo cattolicesimo, abbia prevalso l’osservanza dei riti, una religiosità spesso tutta esteriore e fiacca, secondo alcuni paganeggiante, comunque guidata dai preti; il che scarica il singolo fedele di buona parte della sua individuale responsabilità e dà alla casta sacerdotale un buon controllo sulle coscienze”.

“Perché la Chiesa ha contrastato e continua a contrastare questo movimento liberale e libertario, questo nuovo umanesimo che ha relegato fra i rottami del passato secoli di miserie, di schiavitù, di ignoranza, di diritti negati, di ferocia senza freni, di nozioni senza sapere?

Secondo Augias la Chiesa tenta d’imporre in Italia (altrove non le è consentito) una religione civile simile a quella delle teocrazie islamiche. La Chiesa gerarchica è diventata un vero e potente partito politico, avido come tutti i partiti, soprattutto di denaro.

Ed ecco il momento di farei punto sulla infallibilità papale, dogma imposto da Pio IX nel 1870. Molti padri conciliari, soprattutto tedeschi e francesi, alla vigilia delle votazioni abbandonarono il Concilio (Vaticano I), ragione per cui il testo venne approvato da una ristretta maggioranza, suscitando fra l’altro un piccolo scisma. Dov’era andata a finire l’assistenza dello Spirito Santo al momento della decisione? Si era deciso quel dogma, fortemente voluto dai gesuiti, solo perché in quel momento cruciale il sommo pontefice stava per perdere il potere temporale dopo quindici scoli di regno e dunque bisognava rafforzarne la posizione in altro modo.

“Dio, ammesso che ci sia, non si cura degli uomini, e allora siamo tutti più liberi, e si capisce tanta sofferenza, oppure Dio, molto più verosimilmente, non c’è. Se Dio esiste, sarà bene che si trovi un buon alibi. Se un giorno ci fosse anche per Lui un giudizio universale, potrebbe essere accusato di crimini contro l’umanità per essere stato connivente o non aver impedito una sterminata quantità di ingiustizie e di sofferenze, e per aver addirittura fomentato numerose e spietate guerre combattute in suo nome. Verdetto molto severo quello di Augias!

“Quando Benedetto XVI, avendo in mente quel Dio, dice ad Auschwitz “il Dio nel quale noi crediamo è un Dio della ragione”, davvero ci si chiede come un uomo di dottrina possa finire per allontanarsi tanto dalla realtà.

Riferisce ancora Augias che, alla fine del XVIII secolo, Samuel Reimarus, professore di lingue orientali, per la prima volta afferma una tesi inaudita: i discepoli di quel profeta, scossi dal fallimento storico del loro leader, afflitti dalla sua fine atroce, ne inventarono la resurrezione. Reimarus: “Esiste un insanabile contrasto fra la religione naturale, che poggia sulla ragione, e la religione rivelata, che invece si basa su una Rivelazione he non ha nulla a che vedere con la ragione”.

“Non a caso – dice Augias – ritengo, il dogma dell’assunzione in cielo di Maria è stato proclamato nel 1950, poco dopo la fine di una guerra che aveva visto milioni di giovani vite stroncate. Quel grembo avrebbe benedetto tutte le donne, alle quali si chiedeva di procreare per riempire il terribile vuoto di una generazione perduta”.

“Madre di Gesù, madre di Cristo, così proponeva il povero patriarca Nestorio nel Concilio di Efeso del 431, prima di essere condannato come eretico per motivi non di dottrina, ma di intrighi interni alle gerarchie”.

Mancuso: 

“La parte di noi che è polvere tornerà, come è giusto, alla polvere; la parte di noi che ha saputo diventare spirito se ne andrà, com’è altrettanto giusto, nella dimensione peculiare dello spirito”. Mancuso si sofferma sulla violenza. Il paradosso, vero e proprio sacrilegio, è che il ricorso alla violenza era fatto nel nome di Gesù. È qualcosa di terribile, una specie di dramma storico-metafisico.

Mancusi crede che dobbiamo pensare al mondo come a un processo in perpetua costruzione e alle sofferenze che in esso avvengono come a un prezzo necessario per tale sua costruzione. L’evoluzione del mondo è possibile solo a prezzo della sofferenza, così come il lavoro è possibile solo a prezzo della fatica. In questo senso la sofferenza avrebbe un valore spirituale immenso, potrebbe essere fonte di purificazione per la propria anima e di immissione di energia psichica pulita nel sistema mondo. 

L’azione della Chiesa non sarebbe più lecita, né laicamente né teologicamente, quando la sua elaborazione culturale si trasforma in pressione sui politici, come fu il caso di De Gasperi che disse di no a Pio XII allorché questi, nel 1952, gli voleva imporre un’alleanza elettorale con il Msi per il Comune di Roma, in funzione anticomunista.

Mancuso è convinto che la condizione per la sopravvivenza del cristianesimo sia che il principio di autorità venga sostituito dal principio di verità, perché è solo la verità che conduce a Dio.

Ma cm asseriva Giovanni Paolo II, nulla c’è che discenda direttamente dall’alto, perché tutto sale dal basso. 

Johann Wolfgang Goethe ha qualificato il diavolo come una parte di quella forza che vuole sempre il male e opera sempre il bene. Papa Benedetto XVI, allora cardinale, scrive: “Il male non è affatto – come reputava Hegel e Goethe vuole mostrarci in Faust – una parte del tutto di cui abbiamo bisogno, bensì la distruzione dell’Essere. Non lo si può rappresentare, come fa il Mefistofele del Faust. Abbiamo due modalità opposte di pensare il ruolo del male all’interno dell’essere, due filosofie opposte in ordine al rapporto fra Dio e il mondo. Giovanni Paolo II sostiene che il male rientra nel progetto divino sul mondo, è voluto come parte di tale progetto. Benedetto XVI, contrastando Goethe, dice che il male non rientra nel progetto divino del mondo, non è voluto come parte di tal progetto.

Gli articoli 57 e 58 del Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica – afferma Mancuso, sono quindi in contraddizione l’uno con l’altro. Senza considerare, inoltre, che l’articolo 58, affermando che “Dio permette che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande”, gli attribuisce la logica, eticamente riprovevole, del fine che giustifica i mezzi. 

“Il mondo non è né in balia del caso e dell’assurdo né è totalmente governato dall’alto dal Dio personale quale reggitore spremo. Il mondo è governato da un principio ordinatore impersonale. Proprio perché il fine del mondo è la generazione dello spirito, il mondo deve essere libero, ma non c’è modo di garantire la libertà se non mediante ciò che io chiamo principio ordinatore impersonale, il quale nella Bibbia è noto come “Sapienza”. Per generare lo spirito, il mondo deve essere libero, e proprio questa sua libertà è all’origine del disordine che chiamiamo “male”.

Abbiamo che, per un ebreo come Vermes (Geza Vermes, Università di Oxford, ebraista) Gesù era un buon ebreo, mentre per un ebreo come Neusner (Jacob Neusner, rabbino e studioso) non lo era affatto. E abbiamo che, per un cristiano come Martini, Gesù volle rimanere nella tradizione dei suoi padri mentre per un cristiano come Ratzinger ne volle uscire.

Maria fu proclamata senza peccato originale da Pio IX nel 1854 con il dogma dell’Immacolata Concezione. Nel dogma dell’assunzione, Pio XII afferma in modo infallibile che è stata assunta in cielo anima e corpo, quanto stabilito dal Concilio di Trento nel Decreto sul peccato originale del 17 giugno 1546. 

“Oggi, Gesù Cristo è sentito sempre meno come Cristo e sempre più come Gesù, sempre meno come colui che è disceso dal cielo e sempre più come colui che è vissuto sulla terra”. 

Il cattolico Pierre Teilhard de Chardin («Credo che l’Universo sia un’Evoluzione. Credo che l’Evoluzione vada verso lo Spirito. Credo che lo Spirito si compia in qualcosa di Personale. Credo che il Personale supremo sia il Cristo-Universale». Pierre Teilhard de Chardin è stato un gesuita, filosofo e paleontologo francese. Il suo pensiero viene inquadrato all’interno della teologia del processo di Whitehead e di Charles Hartshorne), morì a New York il 10 aprile 1955, dopo una vita trascorsa in esilio, martire di quello che ancora rimaneva de totalitarismo dell’Inquisizione cattolica.

“La storia ci mostra che anche per coloro per i quali Dio c’è, tutto è possibile, compreso bruciare vive le persone che la pensano diversamente, oppure negare l’esistenza delle camere a gas e i milioni di morti della Shoah, come ha fatto il vescovo lefebvriano Monsignor Richard (e non so che cosa sia peggio, perché negare che un crimine sia avvenuto significa commetterlo di nuovo)”.

“Abbracciare l’ateismo significa negare che vi sia un fondamento razionale ed eterno dell’essere e della nostra vita in esso, qualunque nome poi gli si dia. Dove si trova la sede visibile di tale fondamento nell’essere, nella sua profondità. La sede visibile del divino è dentro ogni cosa, dentro ogni ente naturale, dentro ogni fenomeno ordinato”.

“Ma la cosa decisiva è la fiducia verso la vita, alla quale, ammettendo Dio, si riconosce un fondamento razionale ed eterno. Non c’è nulla, per me, che viene infuso dall’alto; tutto, invece, sale dal basso, secondo la logica dell’emergentismo. E l’anima non è una sostanza misteriosa, ma una disposizione particolare dell’unica sola sostanza che è l’energia. Io ritengo che la fede nel Dio personale consista nel credere che la morte non sia la beffarda smentita di tale processo relazionale di progressiva organizzazione che ci ha portato alla vita, ma il passaggio necessariamente discontinuo per accedere a una forma più alta di essere: l’essere come pura energia, senza traduzione nella massa materiale, la dimensione ontologica propria di Dio, di cui la luce è, per noi, la più prossima manifestazione”.

Nel mio modo di vedere. 

Alcuni punti di quanto sopra esposto hanno captato senz’altro la mia attenzione, per via dell’interesse che mi ha accompagnato, in alcuni miei lavori, nel senso proprio che si possa attribuire all’attività della Chiesa cattolica. 

La Chiesa, dunque, dovrebbe essere la continuazione e la divulgazione della parola di Gesù, quale ci viene proposta dalle Scritture evangeliche: l’insegnamento della vera Via per raggiungere la verità e la vita eterna, la salvezza, in una parola. 

La Storia evolutiva del Cattolicesimo, peraltro, dà modo di comprendere che l’obiettivo fissato da Gesù non è stato considerato nella sua essenzialità, anzi è stato disinvoltamente dimenticato, relegato in parte e addirittura sostituito. Mi riferisco in particolare all’alto clero, quello per il quale, in genere, nessuna importanza può avere se io mi salverò l’anima o se verrò dannato, magari per l’eternità. 

La Chiesa cattolica, nei momenti più propizi, ricorre al proprio potere magico-trascendentale per sbrogliarsi di affari complessi nelle situazioni critiche del suo divenire. Buona politica, nulla da eccepire, per uno Stato riconosciuto, come è quello della Santa Sede. Così sarei propenso ad affiancarmi alle dichiarazioni di Augias, là dove si dice che il dogma dell’infallibilità del papa sarebbe giunto nel momento giusto, per sanare una transizione nel corso della quale si temeva che il papa fosse in procinto di essere privato del potere temporale acquisito dai tradizionali quindici secoli trascorsi. 

Fa molto pensare questa attenzione particolare che il Vaticano avrebbe riposto sul potere temporale, in aperto contrasto con le parole del Messia: “Il mio regno non è di questo mondo” e con la sua superlativa esortazione ad abbandonare tutto ciò che si ha per poterlo seguire e mettere in pratica in suoi insegnamenti. È veramente, il potere temporale, di molto superiore alla fede e al compito di salvare le anime dei fedeli. Sarebbe tuttavia da chiarire in che cosa consista effettivamente il motivo che starebbe alla base della perdita di potere paventata, cosa di cui Augias non va a fondo, lasciando al lettore l’onere di leggere fra le righe o di documentarsi più ampiamente.

Così, quando si richiama al dogma dell’assunzione di Maria in Cielo, anima e corpo, Augias pone l’accento su un evento storico cruciale, quello della carneficina causata dal Secondo Conflitto mondiale. Maria che sale in Cielo rappresenterebbe la forza e la speranza con le quali aspergere le donne, nella loro interezza, perché possano tornare a procreare e quindi a colmare il vuoto lasciato dallo sfacelo della guerra. 

Questo punto di vista mi giunge piuttosto ostico, alquanto artificioso e giustificazionista, là dove la naturale propensione delle donne a mettere al mondo bambini non aveva necessità di essere incoraggiata né stimolata.

Piuttosto interessante è il richiamo al quinto secolo dopo Cristo, allorquando Nestorio, arcivescovo e teologo siro e arcivescovo di Costantinopoli, corrente il Concilio di Efeso, poneva la maternità di Maria nella versione che sosteneva avesse la Vergine dato al mondo un uomo e, pertanto, non anche partorito un Dio. Un’affermazione così pesante si poneva come una seria minaccia all’integrità della Chiesa cattolica e del suo Credo, tanto che a Nestorio pervenne repentina la scomunica; ma questo provvedimento, secondo la versione di Augias, non era stato assunto tanto per motivi dottrinali, quanto piuttosto per motivi “di intrighi interni alla gerarchia”.

Anche qui Augias lascia un po’ con il fiato sospeso: si può condividere l’idea relativa alle preoccupazioni politiche e di possesso, proprie dell’epoca, ma sarebbe bene fornire una spiegazione particolareggiata su quali siano stati i motivi chiamati in causa, cosa che non risulta e che lascia ancora il lettore a bocca spalancata. E quanto agli intrighi interni? Perché non farne un appropriato elenco di modo che il lettore abbia di fronte agli occhi una situazione facile a interpretarsi? 

Passo ora alle considerazioni presentate da Mancuso il quale tocca subito un tasto dolente, quello del dolore diffuso nel mondo. Intanto, dice Mancuso, il mondo in cui viviamo va visto nella fattezza di un “processo in perpetua costruzione”. I mali e le sofferenze che colpiscono milioni di persone e popolazioni intere sarebbero essenzialmente eventi necessari nel concorrere alla costruzione del mondo, il quale crescerebbe soltanto, a ben vedere, se immerso in un bagno di sofferenza.

Il valore che la sofferenza porta con sé sarebbe smisurato, in quanto valore spirituale, essenziale per la purificazione dell’anima dei singoli e nel ruolo di una iniezione di sana energia psichica “nel sistema mondo”. Belle parole, mi piacciono anche, ma mi fanno molto riflettere. Intanto, perché la sofferenza, quale è la sua origine? Perché si parla di necessità? E perché siamo chiamati a purificare la nostra anima? È forse inzuppata di macchie? Se lo è, allora, a chi accollarne la responsabilità primaria? E l’energia di cui il mondo abbisogna, deve proprio essere spremuta dalla sofferenza? Non c’è un modo meno sadico e più gratificante per arrivare a tanto?

Accennando all’anima, Mancuso nega l’attribuzione nominativa di una sostanza misteriosa alla parte spirituale di noi, ma la definisce nel senso di “una disposizione particolare dell’unica sola sostanza che è l’energia”. Così, nella concezione emergentistica auspicata da Mancuso, tutto ciò che appare non proviene dall’alto, ma si diffonde a partire dal basso. Anche l’anima seguirebbe questo percorso.

Secondo il mio modo di considerare l’anima, ritengo che ognuno di noi sia prima e soprattutto anima, nella propria essenza, nella progressione e nelle finalità. Immagino che l’anima-io di cui ho una certa consapevolezza, si sia messa in viaggio (non dico inviata, perché allora dovrei aprire un altro discorso sulla questione annosa: “Inviata da chi?”) per prendere possesso di un corpo, originata da una misteriosa scintilla divina. Starà a noi, nel corso della vita terrena, fare in modo che questa scintilla si sviluppi, cresca, si ammanti di attributi positivi per proiettarsi infine oltre le frontiere del finito. 

Quindi, anche per l’anima-io, una spinta dal basso verso l’alto. E sarebbe, secondo Mancuso, la “generazione dello spirito” lo scopo che sottende a tutto ciò che nel mondo accade, alla quale Mancuso dà un nome: il “principio ordinatore impersonale”. Così anche la stessa morte verrebbe sublimata attraverso un’attribuzione capace di infondere una certa speranza, a chi ha fede e a chi non ca l’ha. La morte non avrebbe attinenza con un regresso verso la disorganizzazione del nostro essere vitale ossia la consunzione finale, ma si costituirebbe semplicemente nella forma di un passaggio – necessariamente – “discontinuo per accedere a una forma più alta di essere” ossia “l’essere come pura energia”, senza più compromissione nel contesto materiale.

Mi pare opportuno l’accostamento alla parte spirituale di noi che, a parer mio, è il nostro vero essere nell’esistente. Non mi convince però il silenzio che si fa sul fattore “individualità” in una immaginabile vita ultraterrena. A me piace molto pensare che la nostra anima-io, dopo il distacco dal corpo, continui a mantenere e ad accrescere in virtù quell’identità per la quale ognuno di noi ha messo mattone su mattone nel corso della vita organica. L’inglobamento nell’energia mi sta bene, perché ciò che era materiale è destinato a dissolversi, mentre, continuo a immaginare, la mia individualità sarà concepita nel senso di un sapere che va crescendo, di uno spazio spirituale che fa incetta di tutte le nostre conquiste culturali, esistenziali e mistiche. Così, per sempre. Per sempre: ma davvero il viaggio del nostro spirito-io sarà giunto a termine? E poi, che ci farà in quella bolla di eternità per non annoiarsi, in attesa di chissà che cosa? Vado allora congetturando – giacché ogni affermazione coniata in ambito filosofico o scientifico su questo tema non è altro che congettura, non avendo noi la facoltà di addivenire a definizioni certe e conclusive – che l’anima-io  sarà arricchita di due fondamentali prerogative: la prima, quella di non aver tagliato definitivamente i ponti per comunicare con l’aspetto materiale del Creato ossia la capacità di tenere contatti, di farsi riconoscere attraverso simboli e sensazioni, di intessere un dialogo continuativo sensibile ai limiti delle potenzialità umane; la seconda, quella di non fermarsi mai, ma di seguire un percorso di chiarificazione continua, come per una spirale che salendo diviene sempre più ampia, offrendo la possibilità di conquistare nuovi e insperati livelli, portandosi sempre in ambiti nuovi di conoscenza che si sviluppano dando origine a rivoli collaterali di sapere, senza estinguersi: un’infinità di percorsi che è anche impegno a comprendere, a non fermarsi mai nella vastità immensa del sapere.

Immagine di Copertina tratta da Maxxi.

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