Karl R. Popper
Congetture e confutazioni
Lo sviluppo della conoscenza scientifica
(dal punto di vista dell’empirismo critico)
Bologna, Soc. ed. il Mulino, 1972 (orig. London, 1969)
Prefazione all’edizione italiana
Parte VI di 9
Nota su Berkeley quale precursore di Mach e Einstein.
L’essenzialismo, a mio avviso, è insostenibile. Esso comporta la nozione di una spiegazione ‘ultima’, poiché una spiegazione essenzialistica non abbisogna di un’ulteriore spiegazione né l’ammette.
Ma se dobbiamo respingere l’essenzialismo, ciò non significa che dobbiamo accettare il positivismo; ci si offre infatti una ‘terza concezione’.
Nella scienza cerchiamo sempre di spiegare il noto con l’ignoto, l’osservato (e l’osservabile) con ciò che non si osserva (e che, forse, non può essere osservato).
La critica kantiana e la cosmologia.
Che insegnamento trasse Kant da queste sconcertanti antinomie? Egli concluse che le nostre idee di spazio e di tempo non sono applicabili all’universo come un tutto. Lo spazio e il tempo non sono essi stessi oggetti o eventi. Sono una specie di intelaiatura per gli oggetti e gli eventi: qualcosa di simile a un sistema di caselle, o a uno schedario, per le osservazioni. Spazio e tempo non fanno parte del mondo empirico reale degli oggetti e degli eventi, ma piuttosto del nostro bagaglio intellettuale, dell’apparato di cui disponiamo per comprendere questo mondo. Il loro corretto uso è come strumenti d’osservazione: nell’osservare un qualsiasi evento lo collochiamo, di regola, immediatamente e intuitivamente, in un ordine spaziale e temporale. Spazio e tempo possono quindi considerarsi come un sistema di riferimento, non fondato sull’esperienza ma usato intuitivamente in essa e ad essa convenientemente applicabile.
Ciò che la Kritik mette in discussione è infatti la pura ragione; cioè ogni riflessione intorno al mondo che sia ‘pura’ nel senso di non avere rapporto alcuno con l’esperienza sensibile. Kant attaccò la pura ragione mostrando che una tale riflessione ci coinvolgerà sempre in antinomie. Stimolato da Hume, egli scrisse la sua Kritik ai fini di stabilire che i limiti dell’esperienza sensibile sono i limiti stessi di ogni valido ragionamento intorno al mondo.
La geometria di Euclide, disse Kant, non è fondata sull’osservazione, ma sulla nostra intuizione delle relazioni spaziali. La scienza newtoniana si trova in una condizione analoga. Per quanto confermata dalle osservazioni, essa non è il risultato di queste, ma dei nostri modi di pensare, dei tentativi che compiamo per ordinare i dati sensibili, per capirli e per assimilarli intellettualmente. Non questi dati sensibili, ma il nostro intelletto, l’organizzazione del sistema assimilativo della mente è responsabile delle teorie. La natura, quale noi la conosciamo, con il suo ordine e le sue leggi, è dunque in gran parte un prodotto delle attività assimilatrici e ordinatrici della nostra mente. Secondo l’efficace formulazione kantiana di questa tesi: “L’intelletto non attinge le sue leggi dalla natura, anzi gliele prescrive”.
Come Kant ricorda, Copernico suppose che non sono i cieli a ruotare, mentre noi, gli osservatori, restiamo fermi, ma, al contrario, siamo noi a girare, mentre i cieli restano fermi. In modo analogo, dice Kant, dobbiamo abbandonare l’opinione secondo cui siamo degli osservatori passivi sui quali la natura imprime la propria regolarità. È bene invece adottare l’opinione secondo cui, nell’assimilare i dati sensibili, imprimiamo attivamente a essi l’ordine e le leggi del nostro intelletto. Il cosmo reca l’impronta della nostra mente.
Lo sperimentatore non deve attendere che alla natura piaccia rivelargli i propri segreti, ma deve interrogarla. Egli deve fare ciò ripetutamente alla luce dei propri dubbi, congetture, teorie, idee e ispirazioni. Si tratta, a mio avviso, di una sorprendente scoperta filosofica. Essa permette di guardare alla scienza, sia teorica che sperimentale, come a una creazione umana e di considerare la sua storia come una parte della storia delle idee.
La rivoluzione copernicana di Kant non ci mostra soltanto che la nostra collocazione nell’universo fisico è irrilevante, ma addirittura che, in un certo senso, si può ben dire che l’universo ruota intorno a noi; siamo noi infatti che produciamo, almeno in parte, l’ordine che scopriamo in esso; siamo noi a costruire la conoscenza che ne abbiamo: siamo degli scopritori e la scoperta è un’arte creativa.
La concezione fondamentale dell’etica kantiana equivale a un’altra rivoluzione copernicana. Kant, infatti, fa dell’uomo il legislatore della moralità, proprio come ne fa il legislatore della natura. E in tal modo gli restituisce il suo posto centrale, tanto nella morale quanto nell’universo. Kant rese all’uomo la morale come gli aveva reso la scienza.
Non possiamo accettare il comando di un’autorità quale fondamento dell’etica. Spetta a noi decidere se obbedire a un comando, se riconoscere l’autorità. La teoria etica di Kant non si limita ad asserire che la coscienza di ciascun uomo è la sua autorità morale. Egli cerca anche di dirci ciò che la coscienza può esigere da noi. E della legge morale dà diverse formulazioni. Una di esse è: “Considera sempre ogni uomo come un fine per se stesso e mai semplicemente come un mezzo rispetto ai tuoi fini”. Lo spirito dell’etica kantiana può riassumersi efficacemente in queste parole: abbi il coraggio di essere libero; e rispetta la libertà degli altri.
Entrambi (Kant e Socrate) furono accusati di snaturare la religione dello stato, di corrompere le menti dei giovani. Entrambi respinsero l’accusa e si levarono in difesa della libertà di pensiero. Per essi la libertà era più della semplice assenza di costrizione: costituiva per entrambi una condotta di vita.
Dall’apologia di Socrate e dalla sua morte deriva una nuova concezione dell’uomo libero, il cui spirito non può essere soggiogato, di un uomo che è libero perché autosufficiente e non ha bisogno di costrizioni perché è capace di dominare se stesso e di accettare liberamente la norma della legge.
A questo ideale socratico dell’autosufficienza, che appartiene al patrimonio dell’occidente, Kant ha dato un nuovo significato, sia nel dominio della conoscenza che in quello della morale. E vi ha aggiunto, inoltre, l’idea di una comunità degli uomini liberi, di tutti gli uomini; perché egli ha mostrato che ogni uomo è libero, non in quanto è nato tale, ma perché è investito per natura della responsabilità di decidere liberamente.
Lo status della scienza e della metafisica.
Una delle cose che possono capitare a un filosofo e che questi può sicuramente annoverare fra le sue più alte conquiste è di scorgere un ‘enigma’, un ‘problema’ o un ‘paradosso’ non precedentemente rilevato da alcun altro.
Il primo filosofo che afferrò con chiarezza l’enigma della scienza naturale fu Kant.
Come la maggior parte dei suoi contemporanei bene informati in materia, Kant credeva nella ‘verità’ della meccanica celeste newtoniana. …
Si trattava di un sistema del mondo universalmente valido, che tracciava le leggi del moto cosmico nella maniera più chiara e semplice possibile e con assoluta accuratezza. I suoi principi erano semplici e precisi come la geometria, la suprema conquista di Euclide.
Si trattava dunque di una scienza del cosmo, della natura; e, si sosteneva, di una scienza fondata sull’esperienza. Era una scienza deduttiva, proprio come la geometria. E tuttavia lo stesso Newton asseriva di aver tratto i suoi principi funzionali dall’esperienza, mediante l’induzione. In altre parole Newton asseriva che la verità della sua ‘teoria’ poteva essere ricavata logicamente dalla verità di certi ‘asserti osservativi’; egli doveva riferirsi alle leggi di Keplero sul moto ellittico dei pianeti.
Kant comprese che questa opinione era paradossale. Kant vide quanto era assurdo supporre che la teoria di Newton potesse essere derivata dalle osservazioni.
Tre punti di vista:
- L’asserzione è intuitivamente non credibile.
- L’asserzione è storicamente falsa.
- L’asserzione è logicamente falsa.
Copernico studiò a Bologna sotto la guida del platonico Novara; e l’idea copernicana di porre il sole anziché la terra al centro dell’universo non era il risultato di nuove osservazioni, ma di una nuova interpretazione di antichi e ben noti fatti alla luce di idee ampiamente ispirate alla religione, al platonismo e al neoplatonismo. Il loro nucleo centrale può essere fatto risalire al sesto libro della Respublica di Platone ove leggiamo che il sole svolge, nel regno degli oggetti visibili, lo stesso ruolo svolto dall’idea del bene nel dominio delle idee. Il sole è il più elevato nella gerarchia degli oggetti visibili in natura. Se esso meritava una condizione divina nella gerarchia dei corpi visibili, difficilmente si poteva immaginare che girasse intorno alla terra. La terra veniva così relegata a ruotare intorno al sole.
Quest’idea platonica costituisce pertanto lo sfondo storico della rivoluzione copernicana. Quest’ultima, dunque, non prende le mosse da osservazioni, ma da un’idea di carattere religioso o mitologico.
Un’importante linea di demarcazione che separa due scuole di pensiero: Galileo, il grande critico di Aristotele. Descartes, Boyle e Newton, per esempio, appartenevano tutti alla tradizione razionalistica (aristotelica). Per questo Galileo restò scettico di fronte alle soluzioni di Keplero e, inoltre, non poté accettare alcuna teoria delle maree che ricorresse alla ‘influenza’ della luna, sicché fu indotto a elaborare una teoria non lunare che spiegava le maree unicamente con il moto della terra. Di fatto, storicamente, la teoria non fu dedotta dalle osservazioni.
Kant comprese in gran parte questo stato di cose e notò, inoltre, che anche gli esperimenti della fisica non precedono, geneticamente, le teorie, non più di quanto accade per le osservazioni astronomiche. Anch’essi, semplicemente, sono interrogativi cruciali che l’uomo pone alla natura con l’aiuto delle teorie. Scrisse infatti Kant nella prefazione alla seconda edizione di Kritik der reinen Vernunft: “la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno, e che deve essa entrare innanzi a costringere la natura a rispondere alle sue domande; e non lasciarci guidare da lei, per così dire, colle redini; perché altrimenti le nostre osservazioni, fatte a caso e senza un disegno prestabilito, non metterebbero capo a una legge necessaria, che pure la ragione cerca e di cui ha bisogno”. Kant comprese che è necessario mettere la natura a confronto con delle ipotesi ed esigere una risposta alle domande poste; e che, mancando tali ipotesi, si possono compiere soltanto osservazioni casuali che non seguono alcun piano e non possono quindi mai condurre a una legge naturale. La storia della scienza aveva confutato il mito baconiano secondo cui si deve cominciare dalle osservazioni per derivare da queste le teorie. Kant comprese anche che vi sono delle ragioni logiche: è logicamente impossibile derivare delle teorie da delle osservazioni.
L’enigma dell’esperienza, il paradosso delle scienze empiriche, scoperto da Kant: la dinamica newtoniana procede sostanzialmente oltre tutte le osservazioni. Essa è universale, esatta e astratta; storicamente ha avuto ragione dei miti e possiamo mostrare con mezzi puramente logici che non è derivabile da asserzioni osservative.
Anche l’esperienza di ogni giorno procede assai oltre ogni osservazione. Anch’essa, infatti, deve ‘interpretare’ l’osservazione; senza l’interpretazione teorica, infatti, questa resta cieca, non informativa. L’esperienza quotidiana opera costantemente con idee astratte, come quella di causa ed effetto e non può dunque essere derivata dalle osservazioni.
Se ora, diversamente da Kant, consideriamo la teoria newtoniana come un’ipotesi la cui verità è problematica, dobbiamo modificare radicalmente il problema stesso di Kant. Non farà poi meraviglia che la soluzione kantiana non si adatti più alla nuova formulazione post-einsteiniana del problema e che debba pertanto essere corretta.
La soluzione di Kant è ben nota. Egli suppone, correttamente a mio avviso, che il mondo quale lo conosciamo è una nostra interpretazione dei fatti osservabili, alla luce di teorie che inventiamo noi stessi. Come dice Kant. “Il nostro intelletto non trae le sue leggi dalla natura, ma le impone alla natura”. La formulazione kantiana non implica solo che la ragione tenta di imporre leggi alla natura, ma anche che essa riesce in ciò invariabilmente. Kant credeva infatti che le leggi di Newton fossero da noi imposte con successo alla natura: che fossimo costretti a interpretare la natura secondo queste leggi; dal che concludeva che dovevano essere vere a priori. (Analogamente Poincaré)
Dopo Einstein, tuttavia, sappiamo che sono possibili anche teorie assai diverse e interpretazioni differenti e che queste possono risultare anche superiori a quella di Newton. La ragione è dunque capace di più di una interpretazione e non può imporne alla natura una propria, una volta per tutte.
Le teorie sono considerate come ‘libere’ creazioni della nostra mente, risultato di un’intuizione quasi poetica, di un tentativo di comprensione intuitiva delle leggi della natura. Non cerchiamo più di imporre alla natura le nostre creazioni. Al contrario, come ci insegnò Kant, la interroghiamo e cerchiamo di provocare in essa risposte ‘negative’ circa la verità delle teorie: non cerchiamo di dimostrarle o di ‘verificarle’, ma le controlliamo, tentando di ‘invalidarle’ o di falsificarle, cioè di ‘confutarle’.
Per tale via la libertà e l’audacia delle creazioni teoriche possono essere controllate e mitigate mediante l’autocritica e con i controlli più severi che possiamo concepire. È a questo punto, attraverso i metodi critici applicati nei controlli, che il rigore scientifico e la logica entrano nel dominio della scienza empirica.
Le teorie possono, comunque, trovarsi in contrasto con le osservazioni e contraddirle. La possibilità di confutare le teorie mediante le osservazioni è il fondamento di tutti i controlli empirici. Infatti, il controllo di una teoria, come ogni indagine rigorosa, è sempre un tentativo di mostrare che questa è sbagliata, che, cioè, implica un’asserzione falsa. Da un punto di vista logico tutti i controlli empirici sono pertanto dei tentativi di confutazione.
Possiamo anche confrontare due teorie per vedere quale di esse ha retto meglio i controlli più severi o, in altre parole, quale di esse è meglio corroborata dai risultati dei controlli. Tutte le teorie, compresa la migliore, hanno la stessa probabilità, vale a dire zero. Ma il grado della loro corroborazione può avvicinarsi molto all’unità.
L’analisi logica mostra dunque che l’esperienza non consiste nell’accumulazione meccanica di osservazioni: essa è creativa, in quanto è il risultato di interpretazioni creative libere e audaci, controllate da una critica e da prove severe.
Abbiamo ora davanti a noi un gruppo di 5 teorie filosofiche.
- Il determinismo: il futuro è contenuto nel presente in quanto è da questo completamente determinato.
- L’idealismo: il mondo è un mio sogno.
- L’irrazionalismo: abbiamo esperienze irrazionali, o sovrarazionali, in cui sperimentiamo noi stessi come cose in sé e abbiamo perciò un certo tipo di conoscenza delle cose in sé.
- Il volontarismo: nelle nostre volizioni ci conosciamo come volontà. La cosa in sé è dunque volontà.
- Il nichilismo: nella nostra noia ci conosciamo come nullità. La cosa in sé è dunque il Nulla.
Ritengo falsa ciascuna di queste cinque teorie. Benché ritenga che ciascuna di queste cinque teorie sia ‘falsa’, sono nondimeno convinto che tutte sono ‘inconfutabili’.
Ogni serio controllo di una teoria è un tentativo volto a confutarla. La controllabilità equivale pertanto alla confutabilità o falsificabilità. E poiché dovremmo dire ‘empiriche’ o ‘scientifiche’, soltanto le teorie che possono essere controllate empiricamente, possiamo concludere che è la possibilità di una confutazione empirica a distinguerle dalle altre (non scientifiche).
Se si accetta questo “criterio di confutabilità”, presto ci si accorge che le teorie ‘filosofiche’, o metafisiche, saranno inconfutabili per definizione.
La mia affermazione che le cinque teorie filosofiche sono inconfutabili può apparire ora quasi scontata: se tutte le teorie filosofiche sono inconfutabili come possiamo mai distinguere fra teorie filosofiche vere e false? È questo il grave problema derivante dalla inconfutabilità delle teorie filosofiche.
Possiamo distinguere in questa sede tre tipi di teorie:
- Le teorie matematiche e logiche;
- Le teorie empiriche e scientifiche;
- Le teorie filosofiche o metafisiche.
Come possiamo, in ognuno di questi gruppi, distinguere fra teorie vere e false?
- Per il primo gruppo la risposta è ovvia. Ogniqualvolta troviamo una teoria matematica di cui non sappiamo se sia vera o falsa la controlliamo, dapprima superficialmente, poi più severamente, cercando di confutarla. Se non vi riusciamo, proviamo a dimostrarla o a confutare la sua negazione. Se ancora non riusciamo possono tuttavia sorgere ulteriori dubbi sulla sua verità, e cercheremo di nuovo di confutarla, e così via, finché giungiamo a una decisione oppure archiviamo il problema in quanto è troppo difficile per noi.
- Se guardiamo ora alle scienze empiriche troviamo che, di regola, si segue fondamentalmente lo stesso procedimento. Ancora una volta controlliamo le nostre teorie: le esaminiamo criticamente, cerchiamo di confutarle.
- Se ora applichiamo queste considerazioni alle teorie filosofiche, il problema può riproporsi nel modo seguente: È possibile esaminare ‘criticamente’ delle teorie filosofiche inconfutabili? In caso affermativo, in che cosa consisterà la discussione critica di una teoria se non in tentativi di confutarla? In altre parole, è possibile valutare razionalmente, cioè criticamente, una teoria inconfutabile?
Se una teoria filosofica non fosse altro che un’asserzione isolata intorno al mondo, propostaci con un implicito “prendere o lasciare”, senza alcun cenno a un suo nesso con qualsiasi altro oggetto, essa risulterebbe effettivamente al di là di ogni discussione. Ma lo stesso potrebbe dirsi anche di una teoria empirica.
Ogni teoria ‘razionale’, non importa se scientifica o filosofica, è tale nella misura in cui cerca di risolvere determinati problemi. Una teoria è comprensibile e ragionevole solo in rapporto a una data situazione problematica e può essere discussa razionalmente solo discutendo tale rapporto.
Immagine di Copertina tratta da La Mente Meravillosa.

