Non può durare!

Non può durare!

Dalle notizie dei mezzi di informazione di massa: 

Televideo 03 marzo 2026. La guerra si allarga. L’Iran colpisce le basi in Bahrein e Cipro. Attacchi di Israele nel Libano e su Teheran. Esplosioni a Gerusalemme, Abu Dhabi e Doha. Trump: “Stiamo massacrando l’Iran” e preannuncia una grande ondata di attacchi. Attaccato un impianto petrolifero in Arabia Saudita. Rischio di contaminazioni radiologiche in Iran.

Televideo 07 marzo 2026. Attacchi alla Scuola femminile di Minab, nell’Iran del Sud, dove nel primo giorno del raid Usa-Israele sono morte almeno 150 ragazze e bambine. Né Usa né Israele si sono assunti la responsabilità del bombardamento. Secondo l’Unicef quasi 200 bambini sono stati uccisi in Medio Oriente da quando nel fine settimana è iniziata l’escalation militare di Usa e Israele contro l’Iran. Almeno 181 bambini uccisi in Iran, poi 7 in Libano, 3 in Israele, uno in Kuwait. Colpiti 3090 abitazioni private, 528 centri commerciali, 13 strutture mediche.

Televideo 23 marzo 2026. Dal capo dell’AIE (Agenzia Internazionale dell’Energia), Birol Fatih: “Il conflitto potrebbe portare il mondo alla ‘peggiore crisi energetica degli ultimi decenni. A oggi abbiamo perso 11 milioni di barili al giorno, più delle crisi petrolifere degli anni ’70”.

Televideo 23 giugno 2026. Pyong-yang. Il leader nord-coreano Kim ha dichiarato che il suo Paese avrà l’arsenale più potente di quello del resto del mondo. 

Televideo 25 giugno 2026. La Corea del Nord sta equipaggiando la marina militare con armi nucleari. Lo ha annunciato Kim Jong-un. 

Televideo 26 giugno 2026. Unicef: nel 2025 sono oltre 38 mila le gravi violazioni accertate ai danni dei bambini, spesso uccisi e martoriati dalla guerra.

USA. Il test del Golden Dome, lo scudo antimissili sul modello di quelli israeliano, è stato un successo. Così Pete Hagset.

Droni Kiev su Crimea e Kherson, città al buio. Vittime in raid ucraini nelle regioni russe Belgorod e Nosnij Novgorod.

Tutto sommato, pare proprio che le parole di tregua e di pace buttate al vento e una prossima cessazione delle ostilità siano rimaste soltanto parole e che il vento del fato se le sia portate via, disperdendole nel nulla della credibilità. Nessuna delle parti in lotta è disposta a porre fine alle ostilità e a farsi promotrice di pace. C’è sempre un motivo che induce a reagire alle offese ricevute. E un motivo lo si troverà sempre, perché ci sono di mezzo affari d’oro sia sulla produzione e vendita di armi sia sull’accaparramento di certezze per avere a disposizione le fonti energetiche senza le quali nulla è possibile. E, allora, edifici e strutture colpiti e fatti crollare. Decine di migliaia di morti e feriti, senza tetto e privati dei diritti essenziali, migliaia di bambini vittime della ferocia orrenda dell’annientamento. 

Infine, il fatto epocale, la morte del leader supremo dell’Iran, Ali Khamenei, con alcuni dei suoi familiari, uccisi nel primo giorno del raid scatenato da Stati Uniti e Israele nel Paese il 28 febbraio 2026.

Ora è la paura di una rappresaglia a invadere la mente di Trump in seguito a nuovi raid in Iran, lanciati dagli USA, con obiettivi ponti e infrastrutture iraniani. La nuova decisione di attacchi americani contro l’Iran è stata enunciata dopo che Trump ha a sua volta riferito di recenti attacchi contro navi nello Stretto di Hormuz, con la promessa che “sarà sempre peggio”.

L’Iran reagisce colpendo basi americane in Kuwait e Bahrein. Israele, per parte sua, commenta che sarà possibile riaprire la campagna in Iran anche per la terza volta, impiegando forze di gran lunga superiori in potenza, “per eliminare le minacce”, come asserisce Katz dal Ministero della Difesa israeliano.

Il 12 luglio 2026 si sente dire di missili iraniani sugli Emirati Arabi, a seguito dei bombardamenti statunitensi nella notte contro l’Iran, come risposta al fuoco iraniano contro una nave cipriota nello Stretto di Hormuz. Gli USA intanto hanno sferrato una nuova serie di attacchi contro obiettivi militari in Iran, per la terza volta nel giro di una settimana e, in risposta, l’Iran chiude lo Stretto do Hormuz. A seguito dell’attacco alla nave cipriota, Hegset enuncia: “L’Iran pagherà caro i raid”.

Ecco, dunque, che la spirale degli addebiti di responsabilità e di violenze va rapidamente crescendo, autoalimentandosi a ogni voluta.

Il funerale per Khamenei è stato eseguito a Mashhad e di lì è salita ai vertici la paura del presidente USA il quale, ora, teme per una rappresaglia contro la propria persona. Per questo ha rilasciato istruzioni nell’eventualità che cadesse vittima della vendetta iraniana, avvertendo che “bisognerebbe bombardarli con una potenza mai vista” e aggiungendo: “Il cessate il fuoco è finito”.

Mentre accadono questi tristi e preoccupanti episodi, una pioggia di missili e droni dirompenti si schianta nella lotta fra l’Ucraina e la Russia. 

È un progressivo dilatarsi della conflittualità, che non pare conoscere soluzioni di continuità. Noi dell’Occidente stiamo a guardare, a sorprenderci, a commentare, ma il pericolo che il conflitto in Medio Oriente e oltre si estenda non tralascia di creare timori sempre più fondati. 

Ora la tensione fra Nazioni prende l’aspetto di tensione fra leader, cosa per certi versi ancora più grave, per la sottomissione delle decisioni di premere il fatidico bottone, non ottemperate per tempo da un’assemblea moderatrice. Il leader lo farebbe e nessuno glielo impedirebbe, perché i fedeli caporioni della congerie solo così potrebbero progredire nella carriera e, in tutto ciò, per loro la questione morale acquisterebbe soltanto un’importanza relativa e di facciata. È ancora qui che dimostra di avere il sopravvento sulle decisioni da assumere chi detiene il potere e sa come soggiogare il volgo al proprio volere.

Arrivati a questo punto, ci si può aspettare di tutto, ma non è tanto questo il discorso che vorrei portare avanti. Preferirei, a malincuore e con immensa tristezza, accennare alla follia che accompagna le azioni di guerra. Follia che invade la capacità di giudizio di un manipolo di persone, non tanto grande ma estremamente potente, perché saldamente appoggiate al leader di loro creazione, nell’atto del dare corso a interventi definitivi, quelli di una rinnovata e conclusiva per sempre “soluzione finale”.

Sorvolo la trattazione che si richiama agli orrori della guerra per morti, miserie, sofferenze, distruzioni di cui si è parlato a sufficienza senza che ne sia scaturito un benché minimo risultato. Mi soffermo invece sul modo di bruciare risorse essenziali per il Paese, che sarebbero le benvenute per alleviare le sofferenze che dalla stessa umana natura ricadono sulla popolazione inerme. Diciamo, intanto, che gli episodi aggressivi perpetrati con l’uso di ordigni letali hanno deturpato ulteriormente l’atmosfera, già malata per cause naturali o dovute al progresso economico. Nubi di composti della combustione-detonazione, sprigionate dall’esplosione di proietti d’artiglieria, di mine, di missili balistici e da conseguenti incendi, scarichi di biossido di carbonio da aerei, navi, treni, mezzi meccanici di movimentazione, non hanno fatto altro che sconvolgere l’equilibrio atmosferico, agendo non così innocentemente anche sull’andamento del clima, a danno sempre e comunque delle popolazioni che si nutrono dei prodotti della terra. 

Qui sta il problema di fondo: nel potersi procurare derrate nutrizionali per sopravvivere, per combattere la fame. A questo si affiancano altri due problemi enfatizzati dalle guerre in corso: uno è quello della disponibilità ad accedere alle fonti di approvvigionamento idrico, sempre meno accessibili, sempre meno generose e sempre più importanti per mantenere nell’organismo biologico un normale flusso vitale. Il secondo problema riguarda la penuria crescente dell’assistenza sanitaria e della possibilità di ricorrere alle cure necessarie per una moltitudine di persone che versano in condizioni igieniche deprecabili e di conclamata patologia. Infine, per arrivare al nocciolo della questione che sto dibattendo, la sottrazione di una stragrande maggioranza di persone agli impieghi dei beni elargiti dalla Natura per portare maggiore sollievo a chi è al limite del sostentarsi per vivere. 

Ecco, allora, in concreto: che cosa richiedono le guerre per portare a termine i loro piani di aggressione, e chi paga lo scotto di tale scellerata politica. 

Allo scopo di inoltrarmi con cognizione di causa in questo delicato argomento, mi appoggio alle informazioni fornite da due nomi famosi dell’economia italiana: uno si riflette nella persona di Luigi Einaudi, che sarà il secondo presidente della Repubblica italiana; l’altro richiama in scena Paolo Carcano, ministro del Tesoro, nel contesto della Prima guerra mondiale. Entrambi si diedero a rendicontare le spese che la guerra imponeva al Paese in vista di una conclamata e fortemente auspicata Vittoria. Mi inoltro in questa tematica perché vi ravviso assurdità e contraddizioni in misura tale da fare inorridire chiunque voglia vedere chiaro su ciò che accadde a un’Italia giovane e fragile per un’ossatura ancora non completamente formata, nel gettarsi in una guerra dai risvolti inimmaginabili ad appena 54 anni trascorsi dalla sua unificazione come Regno nell’ordine delle Potenze europee.

Dunque, quel che seguirà sulla traccia annunciata riguarderà le spese sostenute dal nostro giovane Stato per alimentare un conflitto armato nel quale la situazione interna e internazionale lo avevano trascinato, nonostante pesassero ancora sull’erario nazionale le spese sostenute per portare a buon fine le tre guerre dell’Indipendenza combattute contro l’Impero austro-ungarico.

Vediamo allora la ridda di sacrifici alla quale il Governo italiano si assoggettò nella sua politica interventista. Inizierò con Luigi Einaudi il quale si interessò di sondare la situazione italiana nei riguardi delle spese assorbite dalla guerra nel periodo dal 1° luglio 1914 al 30 settembre 1915, i primi 15 mesi critici dell’andamento offensivo. Questo periodo forniva a Einaudi un ammontare di circa 3 miliardi e mezzo di Lire a tutto il 30 settembre 1915, nella constatazione che gli oneri per mantenere le operazioni di terra e di mare andavano oltre i 500 milioni di Lire mensili.

Dirò subito, tanto per fare alcuni confronti matematici, tali da fornirci una visuale più ampia su scala reale, che un muratore qualificato o un bravo artigiano, in quei primi tempi di guerra, poteva guadagnare dai 25 ai 30 centesimi di Lire orari ossia un totale di circa 50-60 Lire al mese, e con questo doveva provvedere al mantenimento di sé e della propria famiglia. Sarebbe equivalso a dire che per sostenere e foraggiare quei primi 15 mesi di preparazione e di organizzazione della guerra sarebbe occorso lo stipendio intero di un bravo operaio per il periodo di oltre cinque milioni di anni oppure di più di cinque milioni di operai per la durata di un anno intero. Il lasso di tempo dei complessivi 15 mesi considerati, quindi preparazione e condotta delle ostilità, aveva assorbito quasi 8 miliardi di Lire, di cui 3 miliardi e mezzo soltanto per la guerra, corrispondenti all’analisi sopra effettuata. Naturalmente le casse dello Stato erano già state spremute fino all’inverosimile, per cui si dovette ricorrere a tasse e imposte aggiuntive, per un ammontare pari a 3.100 milioni abbondanti a carico dei sudditi, oltre al ricorso straordinario a economie, a imposte e a prestiti. 

Fin qui per quanto riguarda la fase iniziale del conflitto. Ma ora è tempo di infiltrarci nel vivo della guerra e, allora, proviamo a vedere quanto emerse dall’analisi effettuata dal ministro Carcano sulla situazione finanziaria dello Stato italiano agli inizi del dicembre 1917. L’auspicabile attivo di 46 milioni, registrato nel novembre 1914, era andato frettolosamente in fumo di fronte al bilancio 1915-1916 che riportava la somma in entrata poco inferiore ai 10 milioni di fronte alle spese per oltre tale cifra. Altri 32 milioni se ne erano andati per il bilancio della guerra in Libia.

Il Ministero della guerra fu fornito della bella somma di 6.990 milioni. La Marina fece conto sui 375 milioni di Lire assegnati. Anche la difesa della colonia in Eritrea richiese l’attribuzione di 34 milioni. Oltre alle spese aggiuntive, il totale per la guerra ammontò a Lire 7 miliardi e 365 milioni. Conseguenza della guerra era un passivo di oltre 760 milioni per l’esercizio finanziario 1915-1916, con un peggioramento pari a oltre 6.700 milioni nel rendiconto generale del 1915-1916. La guerra non aveva fatto altro che esporre un tale pauroso bilancio delle finanze. 

Nonostante i citati aggravi di spesa non si badò a un eventuale incombente crollo finanziario. Nuove risorse venivano fornite dai prestiti nazionali, già pervenuti alla terza edizione, dai buoni del Tesoro che portarono nelle casse erariali più di 7.600 milioni.

Si arrivò quindi al nuovo bilancio, quello del 1916-1917, per il quale si stanziarono a favore della guerra 4 miliardi e 700 milioni abbondanti. A queste cifre dovevano aggiungersi altri 610 milioni per spese attinenti all’occupazione della Libia (1911-1912). Il nuovo esercizio finanziario, pertanto, al mese di novembre 1916 aveva già raggiunto la soglia di quasi 9 miliardi, per una differenza passiva di oltre 3.300 milioni. Non bastava: gli oneri per mantenere e portare avanti gli impegni militari, nella previsione del bilancio 1917-1918, richiedevano un aumento di ulteriori 499 milioni. Si parlava ormai senza remore di puntare su quasi 3 miliardi e mezzo di previsione. L’anno che correva dal novembre 1915 a tutto l’ottobre 1916 vedeva impegnati per la guerra circa 9 miliardi ossia 750 milioni mensili, mentre i depositi a risparmio a metà anno 1916 raggiungevano quota 7.902 milioni, messi in forse dal rapido aumento di prezzo dei generi alimentari. Ne dava fede la crescita nel fabbisogno di importare farine dall’estero, soprattutto dall’America: da oltre 15 mila quintali nel 1913 a più di 78 mila nel 1915 e a 1.167 mila quintali a fine novembre 1916, un bene primario divorato dalla guerra, a totale carico delle famiglie e dei combattenti al fronte. 

L’analisi condotta da Carcano sull’andamento delle risorse finanziarie nel tempo della Prima guerra mondiale riportava i debiti causati dalle spese di guerra, privi di riequilibramento da parte delle entrate: oltre 2.800 milioni di Lire per l’esercizio 1914-1915, quasi 6.900 milioni per l’esercizio 1915-1916, per un totale di Lire 9 miliardi e 700 milioni superati. Il deficit era dovuto, in primo luogo, al disagio dei cambi e delle monete, che proveniva dallo sbilancio dei pagamenti tra l’Italia e l’estero, dall’eccesso delle importazioni sulle esportazioni e dall’onere altissimo dei noli.

Chi pagò tutto questo, cosa forse superflua ricordarlo, era il complesso dei lavoratori, costretti per la maggior parte a patire la fame, la privazione e il dolore per le perdite. Pagavano coloro che la guerra non l’avevano voluta, ma che la subivano per costrizione, affrontando sofferenze di inaudita gravità. 

Ecco, dunque, quali sono i vantaggi vantati dalle autorità politiche e militari che nella guerra scoprirono i maggiori vantaggi per il proprio benessere e per il proprio prestigio sociale; un manipolo, come già accennato, di esaltati di potere e di pubblica notorietà, emissari di ordini che raggiungevano, da lontano e da posizioni sicure, i poveri ragazzi mandati al macello per una causa che, nella quasi totalità di loro, non avrebbero mai compreso né condiviso nei suoi declamati risvolti legali patriottici.

È bastata la brutta esperienza, vissuta e ripetuta nella Storia del Paese? Pare di no. La corrente malefica ci travolgerà ancora, e assai presto. Ci ritorneremo. Ci ritorneranno!  

Per esigenza di completezza e per meglio rendere l’idea di quanto fin qui esposto, propongo la lettura di un breve stralcio tratto dal mio lavoro La Grande Guerra. Accadde 100 anni fa (IBN Editore, Roma 2019):

“La Prima Guerra Mondiale costò complessivamente, a tutte le 28 Nazioni coinvolte, l’enorme cifra di 650 miliardi di franchi-oro che sarebbe l’equivalente dello stipendio annuo di un operaio del tempo considerato, moltiplicato per 500 miliardi di anni. Un patrimonio mondiale interamente bruciato. 

“Il costo totale della guerra per l’Italia fu di 94-96 miliardi di Lire, ma superò i 150 miliardi con le spese per le ricostruzioni, per le pensioni e per i risarcimenti di guerra; alla fine raggiunse la bella cifra di 157 miliardi di Lire, mentre l’intero prodotto interno lordo annuale tra il 1914 e il 1918 si attestava attorno ai 95 miliardi. Rapportato a oggi, “il solo costo di quattro anni di guerra equivarrebbe a oltre 1.000 miliardi di Euro ovvero oltre 25 miliardi di Euro al mese”. Era il tempo in cui un operaio doveva mantenere sé e la propria famiglia con un salario di 2 o 3 Lire al giorno.

“Giolitti, nel famoso discorso tenuto a Dronero (Cuneo) il 12 ottobre 1919, valutò la perdita in forza lavoro, sulla base dei morti in guerra, nella misura di un miliardo di Lire all’anno, da assommarsi ai debiti contratti con l’estero per più di 20 miliardi di Lire. Ma andavano messi sul conto dei danni di guerra anche il valore del materiale bellico consumato, degli impianti di guerra non utilizzabili in tempi di pace, le distruzioni subite dai territori invasi dal nemico, da oltre la metà della Marina mercantile, dall’abbondante materiale ferroviario, l’abbandono e l’insufficiente coltivazione delle terre per mancanza di manovalanza, la riduzione del patrimonio zootecnico a circa la metà, l’immensa corrosione del patrimonio forestale.

“Calcolò, Giolitti, che i debiti di guerra, alla data del 31 maggio 1919, avessero raggiunto la cifra paurosa di 64.166 milioni di Lire, tanto che il debito pubblico, ammontante alla cifra di 13 miliardi prima della guerra, al termine dell’esercizio 1919 era salito a oltre 94 miliardi. Lo stesso Giolitti valutò che la somma di 94 miliardi di Lire, rappresentata dal debito italiano nell’esercizio finanziario 1919/1920, “da sola lascia un debito oltre sei volte superiore alla somma dei debiti accumulati in un secolo da tutti i governi d’Italia”.

“La gente, intanto, in molte regioni d’Italia moriva letteralmente di fame. Nel 1918 la razione di farina spettante, pari a 200 grammi, fu ridotta a 80 grammi per persona a giorno. I torsoli del granoturco, che venivano macinati per alimentazione, erano venduti a 200 Lire al quintale. Ne andava ovviamente di mezzo la salute, tanto che numerosissimi furono i casi di pellagra, dissenteria sanguigna, febbre malarica, tubercolosi, nascite con malformazioni.

Quando il Tesoro farà i conti dei debiti, i propri e quelli contratti con gli alleati, le speranze dei risparmiatori di riavere indietro i soldi furono quasi nulle. La crisi finanziaria fu la causa di tutti i mali, per l’enorme indebitamento dello Stato, dovuto alle spese belliche sostenute in quattro anni di guerra. Una voragine senza fondo.  

“Si provi a pensare ai 10 miliardi di pasti distribuiti, al vestiario di cinque milioni di militari per 1250 giorni, e alle ingenti somme per gli armamenti, i carburanti e le paghe. Poi si aggiunsero i conti da saldare con gli alleati. 

“Il Combattente veniva retribuito con la paga di Lire 0,50 giornaliere se stava in trincea e in prima linea; se era nelle retrovie la sua paga si riduceva a dieci centesimi.

“La sola guerra d’Etiopia del 1935-1936, soltanto per limitarci a un esempio più vicino a noi, ebbe un costo pari a 40 miliardi di Lire italiane di quei tempi”. 

“I prestiti di guerra furono restituiti per un periodo che si protrasse fino al 1988, quando si andarono ad aggiungere quelli derivati dalla Seconda guerra mondiale “con debiti verso Stati Uniti e Gran Bretagna, che vennero estinti solo dopo oltre sessant’anni”. L’accordo del 14 novembre 1925 fissò l’ammontare del debito italiano verso gli Stati Uniti, fra capitale e interessi, in 2.042 milioni di dollari che l’Italia avrebbe rimborsato in 62 annualità, da un minimo di 5 milioni a un massimo di 79 (nel 1987). L’accordo italo-britannico del 27 gennaio 1926 stabilì il debito italiano in 610.840.000 sterline, pagabili in 62 annualità, da 2 milioni a 25.

“Ricordo i prestiti nazionali richiesti alla popolazione già di per sé sofferente: il primo, gennaio 1915; il secondo, giugno 1915, con la raccolta di oltre un miliardo di Lire; il terzo nel dicembre 1916; il quarto nel gennaio 1917 per più di sei miliardi; il quinto, all’epoca di Caporetto, fine 1917, superando la somma di tre miliardi di Lire e il sesto, richiesto dalle necessità finanziarie per la ricostruzione dalle distruzioni di guerra, nel 1918.

“Il conteggio delle vittime portava alle seguenti tristi cifre: le vittime, quasi 9 milioni di morti e 6 milioni di mutilati, oltre a 7 milioni di vittime civili su un totale di 65 milioni di uomini mobilitati in 28 Nazioni nel corso della guerra. Poi la febbre spagnola con 22 milioni o più di morti su 37 milioni di colpiti. Ernst Jünger (Diario di Guerra 1914-1918) esordisce nel suo libro valutando le perdite totali della Prima Guerra Mondiale: “Tra soldati e civili, nel conflitto morirono circa 10 milioni di individui, mentre altri 18 milioni persero l’integrità fisica”.

Immagine di Copertina tratta da Lockheed Martin.

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