Analisi e studio su
AA.VV. – A cura di Henri Charles Puech
Storia del Cristianesimo
Giuseppe Laterza e Figlio S.p.A., Roma-Bari 1976-1983
Parte II di 7
Uno sviluppo sorprendente
Fra martiri, fuggiti e abiurati “le persecuzioni di Decio e Valeriano avevano decapitato le Chiese”.
Numerosi cristiani abiurarono nel 251. Con Cipriano di Cartagine ci fu un inasprimento contro i pentiti. “Questo atteggiamento relativamente rigido provocò uno scisma. Un nuovo concilio provinciale, nel 252, sentì talmente il pericolo che addolcì l’atteggiamento tradizionale e concesse di reintegrare nella Chiesa tutti gli apostati che avessero fatto penitenza dopo il loro cedimento. Era ormai troppo tardi. I sacerdoti di Cartagine che si opponevano a Cipriano (sostenitore del rigore contro gli apostati) elessero un altro vescovo, Fortunato, il quale venne riconosciuto da circa 25 vescovi della regione”.
A Roma, morto Fabiano nel 250, fu eletto vescovo Cornelio, ma Novaziano (rigorista), che aveva fatto da reggente, si fece eleggere anche lui. “Lo scisma si diffuse in tutto l’Impero e durò almeno fino al V secolo. Dopo l’episcopato molto breve di Lucio, Roma si dette come vescovo Stefano, con il quale Cipriano ebbe parecchi scontri. Controversia che dimostra con chiarezza che nessun vescovo, in questa fase, fosse in grado di imporre alle Chiese delle varie province di uniformare le loro rispettive usanze. La quarantina di anni di tolleranza che, a partire dal 261, permise alle Chiese di riorganizzarsi, è a sua volta connessa allo stato dell’Impero romano. La minaccia persiana si era di nuovo aggravata a partire dal 256”, sino alle vittorie di Diocleziano nel 297. Poi la minaccia dei Goti, dal 238. Poi i Franchi e gli Alamanni (258) che invasero l’Italia settentrionale. Poi, ancora, i Vandali.
“La maggior parte degli imperatori di questo periodo, tutti impegnati a far fronte alle necessità immediate per evitare il tracollo militare dell’Impero, avevano trascurato i problemi interni e lasciato deteriorare la situazione politica, amministrativa, monetaria ed economica”.
Fu Diocleziano a cercare di porre rimedio, anche interessandosi dei cristiani, dal 284. “Contemporaneamente, avvenivano innumerevoli sollevazioni militari con intrusione nella vita politica. La moneta romana aveva subìto molte manipolazioni dall’inizio del III secolo: aumento continuo dei prezzi e dei salari. La vita economica languiva. Le città erano spopolate da una terribile epidemia di peste (250-265); gravi disordini sociali. Le vecchie divinità greco-romane rispondevano piuttosto male. Al più tardi nel 290 Diocleziano istituì anche il rito della adoratio: i sudditi si prosternavano devotamente davanti al re. In uno Stato autoritario come l’Impero restaurato da Diocleziano, una Chiesa autonoma non poteva essere tollerata. Nel 303 saranno dunque uno Stato forte e una società ormai ben ristrutturata a cercare di dare al problema cristiano una soluzione definitiva”.
“L’espansione (del Cristianesimo) riprese ben presto, grazie all’ammirazione e alla simpatia, ma anche perché, in quel periodo così penoso della vita dell’Impero che va dal 260 al 290 circa, la fede cristiana offriva un incoraggiamento e un conforto che le vecchie religioni non davano più a nessuno. In Italia, dove la Chiesa di Roma poteva contare circa 40 mila fedeli verso la metà del III secolo, vi erano da 60 a 70 vescovi in questo periodo. Verso il 300, il vantaggio ottenuto dalle Chiese d’Oriente restava notevole. Il Cristianesimo rimaneva, però, un fenomeno principalmente urbano. La borghesia urbana, allontanata a poco a poco dagli affari pubblici in seguito al rafforzarsi dell’assolutismo e per la preminenza dei militari, cominciava a rivolgersi verso la fede cristiana. La stessa corte imperiale e l’alta burocrazia si stavano progressivamente aprendo al Cristianesimo. All’interno di questo corpo cristiano in pieno sviluppo, tuttavia, vi erano divisioni profondissime”.
“Nella scenda metà del III secolo il corpo cristiano rimaneva un corpo senza testa. Di fronte alle Chiese marcionite, montaniste, novaziane e manichee, tutte e quattro efficacemente centralizzate, di fronte a uno Stato sempre più autoritario, i cattolici dell’Impero Romano non avevano ancora cominciato a raccogliersi attorno a un capo unico”. Le persecuzioni del 250-260 “avevano procurato ai ‘confessori’ imprigionati per la loro intransigente fedeltà un’eccezionale autorità, venivano considerati come degli ispirati alla stessa stregua dei profeti. La loro divisione in rigoristi e lassisti rese inevitabile lo scisma di Novaziano. L’orientamento della massa di essi a favore dell’indulgenza nei confronti degli apostati avviò le Chiese sulla via di un futuro orientato verso le masse”.
“Le Chiese cristiane dalla seconda metà del III secolo avevano accumulato un certo capitale e disponevano di rendite apprezzabili, erano quindi costrette ad avere certi riguardi nei confronti delle autorità. Si stava avvicinando il momento del compromesso tra la Chiesa e lo Stato. I cristiani, mentre sognavano la sostituzione di un miracoloso regime messianico al potere imperiale, cominciavano, in concreto, a prendere parte attiva nella gestione degli affari pubblici”.
Su istigazione di alcuni alti funzionari e di Galerio (Cesare autoritario e morbosamente attaccato al paganesimo), Diocleziano pubblicò un editto – 303 – contro i cristiani. “Fortunatamente per le Chiese, l’Impero romano, a partire dal 306, fu indebolito da una nuova crisi intestina” a motivo di sostituzioni che sconvolsero la tetrarchia e causarono la guerra civile. Ai vertici dell’Impero stavano quattro Augusti: “Massimino Daia, in Egitto e nelle province asiatiche; Licinio dalla Grecia al Danubio; Massenzio in Italia e in Africa settentrionale; Costantino (figlio di Costanzo Cloro) in Spagna, in Gallia e in Bretagna. La politica anticristiana fu accantonata. Dovunque, l’appoggio dei cristiani appariva un importante elemento politico nelle lotte per il potere. Per la prima volta l’autorità imperiale romana concedeva al Cristianesimo lo statuto di religio licita. Fu Massimino Daia a rilanciare la persecuzione, ma Galerio nel 311 promulgò un editto che concedeva ai cristiani il diritto di esistere e la libertà di culto, la restituzione delle chiese e dei beni ecclesiastici. Le perdite umane erano state però pesanti. Migliaia, forse alcune decine di migliaia di cristiani erano morti. In varie Chiese si erano riprodotte tutte le condizioni perché si riproponessero le controversie e gli scismi del 250-260”.
Nel 293 si formò la tetrarchia: Massimiano si associò Costanzo Cloro e Diocleziano chiamò al proprio fianco Galerio. “Con la morte di Massimiano (anno 310)”, Costantino rivolge il proprio ossequio al Sole, in seguito a un’apparizione in un tempio della Gallia.
Costantino sconfisse Massenzio nel 312 annettendo al suo dominio l’Italia e l’Africa settentrionale.
Nel 312 “si è avuta una conversione personale di Costantino e l’imperatore, da abile politico, ha evitato di renderla pubblica, per timore di suscitare opposizioni pericolose (i soldati erano fedeli agli dèi pagani)”. Costantino, poco prima della battaglia di Ponte Milvio (contro Massenzio) avrebbe udito nel sonno una voce ordinargli di fare incidere sugli scudi dei soldati una X (chi greca), traversata, sembra, da un tratto verticale con la sommità ricurva e che poteva quindi leggersi come una P (rho greca). Questo ‘segno celeste’ gli avrebbe garantito la vittoria. Sembra probabile che Costantino abbia scorto il ‘crisma’ utilizzato da tempo per indicare Gesù Cristo. Molto superstizioso, come tutti i suoi contemporanei, interpretò la vittoria come la prova della superiorità del Dio dei cristiani. (Ancora, il Dio degli eserciti!)
I donatisti ricorsero contro il vescovo Ceciliano di Cartagine. Occorreva un arbitraggio di vescovi. Costantino ne designò cinque e, verso la fine del 313, si arrogò “il diritto di convocare direttamente un concilio generale dei vescovi dei suoi Stati. Il 313 era stato un anno di generose elargizioni alle casse ecclesiastiche. Le donazioni imperiali erano ben presto andate oltre la somma a necessaria alla ricostruzione. Questi inauditi favori bloccavano anche i vescovi più ribelli”. (Comprare l’avversario, corrompere, con il denaro sottratto ai poveri diavoli, e per un arruffamento di interessi politici e religiosi).
Per il concilio di Arles (anno 314) i vescovi ottennero il trasporto a spese pubbliche, con la scorta di cinque persone per ciascuno (46 vescovi, agosto 314). I donatisti furono condannati. Venivano emanate disposizioni che acceleravano l’inserimento del Cristianesimo nella società. Nel 321 “Le Chiese furono autorizzate a ricevere eredità, ai preti venne accordato il diritto di affrancare i propri schiavi (avevano schiavi loro sottoposti!!). Il riavvicinamento così attuato tra la Chiesa e la società rese inconcepibile ogni resistenza ecclesiastica alla crescente ingerenza dell’imperatore negli affari interni del Cristianesimo (come si trasforma il messaggio di Gesù in asservimento al denaro-potere!). L’assenza di qualsiasi organismo di collegamento e di coordinamento tra le Chiese delle varie regioni avrebbe in ogni caso lasciato campo libero a Costantino, mentre le controversie tra cristiani richiamavano l’intervento esterno”.
Dopo averli perseguitati (i donatisti) e uccisi in molti, e restituite le chiese dell’Africa settentrionale ai cattolici, Costantino dovette accordare loro, nel 321, libertà di coscienza e di culto. “Si può, dunque, parlare, per il periodo dell’impero di Costantino che va dal 312 al 324, di una politica di tolleranza religiosa temperata da un crescente favoritismo verso il Cristianesimo nella sua forma cattolica”.
Le Chiese d’Oriente ottennero da Licinio (aveva sposato Costanza, sorella di Costantino), con l’editto del 311, la restituzione dei beni confiscati, ma Licinio, “a partire dal 320, adottò un atteggiamento sempre più ostile nei confronti del Cristianesimo. L’anno 320 segnò anche la rottura tra Costantino e Licinio e nel 322 scoppiò fra loro una vera e propria guerra di religione, conclusa nel 324 con l’uccisione di Licinio.
“Prima della fine del 324 il Cristianesimo orientale godeva dello stesso regime di privilegio delle Chiese d’Occidente. Nella nuova capitale, l’antica Bisanzio, scelta nel 324 perché diventasse Costantinopolis, l’imperatore curò personalmente la costruzione di parecchie chiese cristiane. Il sovrano si impegnava per collocare il Cristianesimo in una situazione di privilegio. Dal 325, ingenti dotazioni di fondi venero per sua cura destinate ad alimentare un vero e proprio bilancio del culto cristiano”.
Monachesimo: “Questa corrente ascetica nacque in Egitto: rifiuto della vita sociale, direttamente ispirato dalla fede cristiana. Impresse nuovo vigore alla tradizione di austerità e di rinuncia presente nel Cristianesimo a partire dalle origini e intiepiditasi alquanto dopo l’inizio del III secolo. Verso il 250-270 un certo numero di anacoreti cristiani si ritirarono ai bordi del deserto, nell’Alto Egitto”.
Emergeva l’eresia di Ario che non accettava la perfetta identità di Dio con il Figlio. Si arrivò al Concilio di Nicea (dal 20-5 al 19-6-325) con 250/300 vescovi (solo 3 o 4 occidentali) trasportati a spese dell’Impero. “La controversia ariana fu uno dei principali oggetti di discussione. Il Concilio, dunque, cominciò a elaborare un ‘simbolo’ che enunciava la cristologia ortodossa”.
La consustanzialità, “certamente suggerita da Ossio (256-358, vescovo di Cordova e consigliere dell’imperatore), fu accolta solo dietro personale richiesta di Costantino, al quale il concilio non poteva rifiutare nulla. Quando si trattò di sottoscrivere il testo così compilato, l’imperatore fece sapere, tra l’altro, che tutti i prelati che avessero rifiutato di farlo sarebbero stati immediatamente esiliati dalle autorità imperiali. Solo Ario e i suoi seguaci egiziani resistettero, costretti a mettersi in viaggio verso remoti borghi delle province danubiane. Per il gusto dell’umanità, per rispetto verso l’imperatore o per semplice pavidità, tutti gli altri presenti si allinearono, pour considerando l’homoousios (consustanzialità) come un’espressione eretica.
Costantino ordinò “ai funzionari imperiali di distribuire annualmente grano ai poveri e al clero delle varie Chiese. I vescovi se ne partirono, dunque, entusiasti e più che mai disposti alla sottomissione. Vescovi pentiti, come Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea, furono esiliati; altri, come Laodicea in Siria, minacciati e costretti all’obbedienza. Così, dall’autunno del 325, Costantino esercitava una funzione poliziesca nei confronti della fede all’interno del corpo episcopale”.
Il Cristianesimo medioevale in Occidente dal Concilio di Nicea alla Riforma
(di Jacques Le Goff)
“I dodici secoli che intercorrono tra il concilio di Nicea e la Riforma hanno visto il predominio pressoché incontrastato del Cristianesimo nella sua veste cattolica romana (o, meglio, latina) sulla cultura, la mentalità, la sensibilità nella maggior parte del continente europeo. Il cattolicesimo finisce per svolgere, da un ruolo di religione di miseria e di aspettativa escatologica (chi ha assassinato la Verità di Gesù?), un ruolo di promozione dello sviluppo economico e della stabilizzazione. Sul piano economico la Chiesa diviene la maggiore proprietaria di terre – un elemento fondamentale in un mondo in cui tutto si basa sulla terra – (il mio regno non è di…), la maggiore parte detentrice di ricchezze – in forma di oggetti di oreficeria o di moneta – la maggiore proprietaria di manodopera. Sul piano sociale si fece degli ecclesiastici, numerosissimi, il primo ordine sociale. Sul piano politico la Chiesa si costituì in monarchia, la più centralizzata e la meglio alimentata da una fiscalità pesante e regolare fin dal XIII secolo. Affermava la superiorità e il diritto di ossequio del potere spirituale che essa esercitava sul potere temporale dei governi laici. Detenne a lungo il monopolio della cultura e dell’insegnamento, come anche la priorità nel campo artistico”.
Il Cristianesimo fece breccia nelle classi medie e inferiori delle città, ma poi “troverà nelle campagne il suo seguito meglio predisposto verso certe credenze e partiche cristiane sempre più invadenti: il culto delle reliquie e la credenza nei miracoli. Gli imperatori cristiani misero a disposizione del Cristianesimo il loro mezzo di coercizione e di persuasione. Senza Costantino non è affatto certo che il Cristianesimo avrebbe potuto trionfare. La Chiesa medioevale, la quale riterrà che la conversione dei popoli e delle nazioni avvenga normalmente dall’alto verso il basso, a partire dalla conversione dei capi politici, non lo dimenticherà. Il monoteismo era il pegno della monarchia terrestre. Il Cristianesimo fu minacciato solo durante il breve regno di Giuliano, detto l’Apostata (361-363), il quale tentò piuttosto di ravvivare un politeismo che non di attaccare direttamente il Cristianesimo. Ci fu soprattutto la resistenza dell’alto clero di fronte alla tutela imperiale e al nascente cesaropapismo (cesaropapismo = diritto dell’imperatore di essere alla testa della Chiesa). Quel che prevalse nella Chiesa rispetto all’imperatore fu la riconoscenza, l’ammirazione e la docilità”.
“Ambrogio, vescovo di Milano dal 374 al 397, ha cominciato con il coprire di elogi il giovane imperatore Graziano. Nel 390 Teodosio, per vendicare l’assassinio di uno dei suoi rappresentanti, fa massacrare settemila persone nel circo di Tessalonica. Ambrogio esige e ottiene da Teodosio che questi faccia pubblicamente penitenza. È il modello che verrà imposto all’imperatore Enrico IV a Canossa, e a Enrico II d’Inghilterra dopo l’uccisione di Thomas Becket”.
Agostino, con La Città di Dio (412-427) vuole eliminare la dipendenza della Chiesa dall’Impero: afferma la superiorità della città celeste e il dovere di obbedienza al potere spirituale (dato da Dio, come quello temporale). Assegna ai buoni imperatori il compito di intervenire contro gli eretici”.
“Il numero dei vescovi, nel corso del IV secolo, passò da cinque o sei a una cinquantina in Italia, da 22 a 70 in Gallia. La conquista delle campagne avvenne tramite la predicazione, i miracoli e la violenza (distruzione di statue, templi, alberi e posti sacri). Quanto agli strati superiori, avevano capito che l’esempio imperiale andava seguito e che il potere passava ormai per il Cristianesimo. Agli inizi del IV secolo la Chiesa aveva già fissato i principi fondamentali della propria organizzazione. Tre grandi regole: la separazione del clero e dei laici, l’esclusione delle donne dal sacerdozio e dalle attività superiori (insegnamento e amministrazione dei sacramenti); la preminenza dei vescovi”. Contrasti al Concilio ecumenico di Costantinopoli nel 381: il vescovo Damasio I di Roma, non invitato, proclamò il primato di Roma per via dei poteri dati da Cristo a Pietro, definì per primo la sede di Roma ‘apostolica’, impiegò il plurale maiestatis, chiamò i vescovi ‘miei figli’ e non più fratelli e fu il primo ad assumere il titolo di papa (padre). Teodosio, nel 380, riconobbe il primato di Roma. Prima di Costantino la Chiesa possedeva beni, ma in modo clandestino. Dopo, le ricchezze divennero palesi, protette e privilegiate. “Il vescovo aggiunse alle sue funzioni quella sempre più importante di amministratore di beni”.
Il Cristianesimo del IV secolo, ben organizzato, era carente “in materia di fede e di disciplina. Il IV e il V secolo sono pieni di scontri con le eresie – o, meglio, tra correnti teologiche e disciplinari. Il manicheismo, il donatismo, l’arianesimo, il priscillianesimo, il pelagianismo. Chi sta fuori della Chiesa sarà dannato, in ordine crescente di malvagità: pagani, scismatici, Ebrei, eretici (per Agostino) che devono rientrare, o con la persuasione o con la violenza. In Occidente come in Oriente il IV secolo rappresentò l’età d’oro dei Padri della Chiesa”.
“Nell’architettura si delineano due orientamenti. Quello, su pianta rettangolare, della basilica. Un altro elemento traduce il trionfalismo nascente del Cristianesimo: l’arco di trionfo con cui si apre il coro, su pianta centrale (rotonda), un altro tipo di chiesa, centrata sul culto crescente delle reliquie dei martiri. Una scelta importante è la rinuncia alla volta. I progetti pittorici si ritrovano nell’affresco e soprattutto nel mosaico. I progetti relativi alla scultura che adorna i sarcofagi subiscono un’evoluzione. Il Cristianesimo perde il suo aspetto bucolico giovanile per diventare redentore, taumaturgo, sovrano. Il culto, la liturgia, la devozione furono le espressioni e gli strumenti di questa trasformazione della psicologia, della sensibilità e del comportamento. La stessa musica cristiana si fece più ricca (no strumenti, solo a cappella).
Il riposo domenicale venne imposto, un nuovo calendario scandì il ritmo annuale. L’istruzione si andava estinguendo. Il Cristianesimo trascurava i giovani, ancor più l’infanzia. Due pratiche tendevano ad assorbire la nuova vita religiosa: i pellegrinaggi e, soprattutto, il culto dei martiri delle reliquie. “Il culto dei martiri e delle loro reliquie, testimonianza di un’involuzione barbarica della mentalità sempre più attaccata alla materia, all’oggetto, rivela e sviluppa tre principali correnti relative alla credenza e al comportamento. Dapprima il terrore della malattia, quindi la ricerca di salvezza, infine l’ossessione del diavolo e dei demoni”.
Immagine di Copertina tratta da CNEWA.

