Maggio nella Grande Guerra

In questa breve rassegna percorrerò soltanto in parte la serie di avvenimenti che interessarono, dal 1915 al 1918, il mese di maggio di ogni anno.

1915.

Il primo Caduto in assoluto dell’Esercito italiano nella Grande Guerra fu Riccardo Giusto, udinese, appartenente al battaglione Cividale, morto sul Kolovrat il secondo giorno di guerra, 25 maggio 1915.

Il primo Caduto cuneese in guerra fu l’Alpino Giuseppe Basso, nato il 23 ottobre 1895 a Cuneo, inquadrato nel 2° Reggimento Alpini, caduto sul Monte Paularo il 31 maggio 1915, una settimana esatta dall’entrata in guerra dell’Italia.

Era appena stata dichiarata guerra dall’Italia all’Austria-Ungheria che le ostilità iniziarono a dare notizia di sé. Quelli che stavano dall’altra parte, infatti, non tardarono a dare segno della loro presenza, tanto che il cap. Tessitore comandante della 23a compagnia, la prima a essere provata dall’artiglieria austriaca, si faceva premura di comunicare al Comando di battaglione, di stanza a casera Pizzul alta, che alle ore 19 del 23 maggio le posizioni della 23a erano state raggiunte da due colpi, per fortuna non micidiali. Il primo, proveniente forse dai posti di Zotagkopf o Trogkofel (in versione italiana: Creta di Aip), era finito un po’ sotto quota rispetto alla trincea bassa, il secondo dritto verso la trincea più alta ma benauguratamente discosto di una ventina di metri: erano granate da 70 mm, a vedere dai resti del proietto rinvenuto. (da Mario Bruno, Il Battaglione Saluzzo, 2013)

1916.

Mi pare opportuno trattare questa parte della Grande Guerra in Italia in una sezione dedicata, inserendola pur sempre nel contesto globale degli avvenimenti, ma con un particolare accento storico-critico perché, nel susseguirsi di attacchi aggressivi e di tentativi per penetrare in terra austriaca – la guerra era iniziata con una sbandierata quanto cervellotica ambizione: “arriveremo in poco tempo sino a Vienna” – questo della cosiddetta “spedizione punitiva”, affiancato più tardi alle battaglie difensive sul Piave e sul Grappa, fu l’unico caso, a un anno dall’inizio del conflitto, in cui i soldati italiani furono costretti ad attestarsi in difesa, prodigandosi in sforzi enormi e sacrificando moltissime vite per bloccare l’avanzata austriaca verso le terre venete. La Battaglia degli Altipiani ebbe inizio il 15 maggio 1916 alle ore sei con un tremendo bombardamento dell’artiglieria austroungarica su tutta la linea che collegava Rovereto con la Val d’Astico. Dopo due ore muoveva all’attacco la 59a divisione austroungarica.

Vediamone in anteprima una descrizione sintetica per dare una più comprensibile collocazione all’avvenimento nel contesto storico della Grande Guerra in Italia.

Asiago riporta con immediatezza alla mente la Strafexpedition sferrata dal generale austriaco Conrad von Hötzendorf sull’Altopiano dei Sette Comuni. Si sarebbero dovuti affrontare, nel giro di un mese e poco più, circa 450 mila Combattenti italiani in difesa contro 370/380 mila Austriaci attaccanti su un’estensione compresa fra i fiumi Adige e Brenta.

Al comando del Gruppo di Armate austriaco era l’arciduca Eugenio, affiancato dal capo di Stato Maggiore, tenente maresciallo Alfred Krauss. L’11a Armata era comandata dal col. generale Viktor Dankl; in subordine il capo di Stato Maggiore, ten. maresc. Cletus Pichler. A capo della 3a Armata stava il col. generale Hermann Kövess Kövesshaza con a capo dello Stato Maggiore il magg. generale Konopichy.

Nel corso della battaglia di sfondamento presso Folgarìa la 35a divisione subì una disastrosa decimazione e il battaglione Vicenza immolò la maggior parte dei propri uomini.

Per gli Austriaci sarebbe comunque stato arduo rifornire le truppe austroungariche una volta conquistata la pianura veneta, per via delle scarse vie di comunicazione reperibili sui monti. Sarebbe stato dunque necessario attaccare anche la Val Sugana che aveva una linea ferroviaria capace di rifornire le armate austriache 3a e 11a. La via de monti, infatti, sarebbe stata lungamente preclusa, dato che il 23 aprile 1916 la neve aveva già raggiunto i due metri e mezzo di profondità. Ma Conrad non accettò la proposta.

Per l’Italia al Comando Supremo stava ancor sempre il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Luigi Cadorna. La 1a Armata italiana era affidata al ten. generale Guglielmo Pecori Giraldi; suo capo di Stato Maggiore, il magg. generale Alberico Albricci. La 5a Armata di riserva, costituita tra il 21 maggio e il 4 giugno 1916, era agli ordini del ten. generale Pietro Frugoni e del capo di Stato Maggiore, magg. generale Gaetano Giardino.

Il teatro della grande battaglia vide protagonisti alcuni personaggi di spicco: Conrad, come accennato; il suo collega tedesco Falkenhayn, in disparte, che non desiderava punto condividerne le sorti nella Campagna italiana; il generale Cadorna, nella convinzione che i tedeschi non si sarebbero mossi, almeno per il momento, contro le nostre formazioni. Per parte sua, Conrad si sentiva un po’ messo dai tedeschi in disparte sulla scacchiera europea della guerra e credette opportuno cercare un successo personale battendosi contro l’Esercito italiano per schiacciarlo, anche perché lo considerava in posizione di sicuro svantaggio in fatto di armamenti e di preparazione. Ecco allora che Conrad scagliò, sul saliente del Trentino, le sue divisioni 3a e 11a.

Forti elementi di preoccupazione si potevano ravvisare nella zona di Arsiero tra i corsi d’acqua Astico e Pòsina e il non lontano Monte Cengio. I nostri Combattenti erano sottoposti al Comando Truppe Altopiano affidato al generale Clemente Lequio, già comandante della Zona Carnia l’anno precedente. Più di diecimila di quei valorosi si sacrificarono, fra morti, feriti e dispersi, nel periodo intercorrente tra il 25 maggio e il 3 giugno nella difesa del territorio presidiato. Più a ovest, sulla direttrice del Pasubio e del Coni Zugna in Vallarsa, premeva l’11a Armata austriaca con l’ambizione di abbattere le resistenze per potersi poi gettare sulla pianura con primo obiettivo il centro di Schio.

Il vero e proprio divampare della battaglia degli Altipiani esordì il 15 maggio 1916 con l’infernale rombo, a partire dalle sei del mattino, delle artiglierie austroungariche. Le nostre forze svilupparono, in particolare, una difesa accanita in Val Terragnolo, est di Rovereto. La giornata del 15 maggio terminava, secondo fonti di informazioni austriache, con la nostra perdita di 500 ufficiali, oltre 23.000 soldati e quasi 200 pezzi d’artiglieria.

1917.

Proseguiamo ora scrutando gli avvenimenti caratteristici del mese di maggio, con la Decima Battaglia dell’Isonzo che si svolse fra il 14-31 maggio e il 4-5 giugno 1917. L’area interessata fu quella dei “Tre Santi”: il Monte Santo, il San Gabriele, il San Daniele, in concomitanza allo sfondamento delle linee austriache di Plava. Combattimenti feroci non diedero gli esiti sperati, senonché lasciarono uno strascico di lutti ulteriori ossia perdite attorno al sessanta per cento degli effettivi in ciascuno dei due schieramenti. La decima Battaglia era stata condotta come uno dei primi tentativi di effettuare l’offensiva con una tattica di movimento e di manovra. La battaglia, iniziata il 14 maggio 1917, doveva protrarsi per tutto il mese. Era la 2a Armata comandata dal generale Luigi Capello a essere spinta in prim’ordine alla conquista del Kuk, del Vodice e del Monte Santo. L’invio dell’artiglieria alla 2a Armata, però, risultò tardivo e, in collusione con le avverse condizioni meteorologiche, causò il ritardo di preziosi e pregiudizievoli cinque giorni nel decidere l’attacco. Niente male per i nostri avversari i quali, agli ordini del generale Boroević, riuscirono in tempo a organizzarsi e a occupare posizioni loro favorevoli sul Carso. D’altra parte, alla data del 15 maggio tutta la dorsale del Kuk-Vodice resisteva in mano agli Austriaci. Il ritardo di quei cinque giorni ebbe pure implicazioni sugli effetti decisionali della nostra 3a Armata la quale poté far avanzare tre Corpi d’Armata soltanto il 23 maggio.

Pesanti furono i tributi pagati dai nostri Combattenti nella fase di conflittualità aperta fra il 14 e il 31 maggio 1917: quasi 112.000 uomini, fra i quali oltre 13.500 morti, i rimanenti feriti o dispersi.

A cinque chilometri in linea d’aria verso sud dalla zona Lagazuoi – Tofana di Rozes, dalla parte opposta del Falzarego, gli Italiani stavano appostati con una serie di pezzi d’artiglieria sul Monte Averau e da qui aprirono un potente tiro sui camminamenti percorsi dagli Austriaci che andavano trasportando verso il Piccolo Lagazuoi 24.000 kg di esplosivo. Inutilmente, la mina brillò con un profondo boato il 22 maggio 1917 scaraventando verso il basso qualcosa come 130.000 m3 di roccia viva e mietendo duecento vittime fra gli Alpini. Si accendeva anche qui una terrificante guerra di mine i cui esiti si limitarono a massacri di vite umane sino alla fine del conflitto.

Vodice. Il mese di maggio 1917 decretò gravissimi sacrifici per i battaglioni alpini. Fu il battaglione Val Pellice a lamentare le perdite maggiori fra quelle registrate in tutto il corso della prima Guerra mondiale, ossia 14 ufficiali e oltre 400 Alpini. Il battaglione Monte Cervino fu decimato dai colpi dell’artiglieria nemica. In soli tre giorni, a partire dal 25 maggio 1917, perse 15 ufficiali fra cui il comandante Federico Sandino e 367 Alpini. La tragedia aveva avuto un corrispettivo, nelle medesime dimensioni, tra il 17 novembre e il 4 dicembre dell’anno precedente sul Monte Fior e sulla Meletta di Gallio in zona Altipiano di Asiago.

(da Mario Bruno, La Grande Guerra. Accadde 100 anni fa, IBN Editore, Roma 2019)

Dall’Italia Nord-orientale passiamo al conflitto che assorbì le energie dei nostri soldati in Macedonia, contro i Tedeschi e i Bulgari, altra scena della Grande Guerra oltre Mediterraneo. Era il 5 maggio 1917 allorché si dava sfogo ai tiri di distruzione; nella notte fra l’8 e il 9 i Fanti del 61° Reggimento, Brigata Sicilia, avanzarono mirando a raggiungere e conquistare il costone cosiddetto del Piton A. Mentre questo accadeva, dalle bocche da fuoco nemiche partivano numerosi colpi a gas asfissiante che andavano a invadere la piana della vallata di Meglenci. Subito dopo, l’attacco nemico. I nostri reagirono valorosamente ed ebbero ragione del tentativo d’aggressione, ma lo scotto pagato fu di duecentocinquanta combattenti italiani messi fuori combattimento. Da parte nostra erano entrate in attività tre batterie da 155 (mm di diametro), sette da 120, otto da montagna appoggiate da nove batterie francesi da 75. Quando alle prime ore del giorno 9 mossero all’attacco, i nostri Fanti dovettero avanzare sotto una vera tempesta di ferro e fuoco che seminò una moltitudine di vittime sul versante digradante dai Pitons (cocuzzoli, sopraelevazioni di cresta). I battaglioni del 61° Sicilia raggiunsero fulmineamente la quota 1050, mentre il 62° reggimento riuscì a conquistare il Piton Brulé. Un battaglione della brigata Cagliari, che era rimasto in riserva a Suhodol, giunse di rincalzo in direzione del Piton A. I nostri Fanti valicarono la selletta del Meglenci dove il terreno era devastato da un furioso fuoco di sbarramento nemico, si gettarono di corsa giù giù verso il vallone di Meglenci, lo superarono e iniziarono la risalita più a nord, lungo le pendici sottostanti ai Pitons. Una vera ecatombe: le raffiche provenienti dall’alto seminavano morte e i Fanti valorosi cadevano in numero impressionante. Morte di giorni trascorsi e morte del momento, perché i Fanti del Corpo italiano riuscirono, in parte, a raggiungere una serie di buche scavalcando i corpi dei caduti, imbattendosi nei cadaveri di Serbi e Bulgari che colà avevano perso la vita negli scontri appena precedenti.   

(da Mario Bruno, La Grande Guerra. Dai Balcani a Vittorio Veneto, IBN Editore, Roma 2014)

1918.

Torniamo in Italia e percorriamo i sentieri dell’anno della riscossa. Il giorno 5 maggio 1918 gli Austriaci si facevano sentire con una certa intensità di tiri d’artiglieria in Val Lagarina e in Val d’Astico, tra Rovereto e Asiago, ma poi anche in regione Fossalta, vicino a San Donà di Piave. Si muovevano anche i nostri pezzi colpendo alcuni nuclei di portatori allo Stelvio, bombardando quindi i treni usati dagli Austriaci nelle stazioni di Rovereto e Conegliano. L’azione fece andare in fiamme un deposito sulla sinistra del Piave, di fronte a Nervesa. Si alzavano poi in volo squadriglie di Caproni e aerei inglesi che scaricarono nove tonnellate di bombe su alcuni impianti idroelettrici sfruttati dagli Austriaci a nord di Mori, poco distante da Rovereto. Persino i nostri dirigibili fecero la loro parte: arrivarono di sorpresa sulle stazioni ferroviarie di Bolzano e di Primolano sul Brenta distruggendo convogli nemici. Un dirigibile della regia Marina, nottetempo, tempestò di bombe una colonna austriaca che si spostava al di là del Tagliamento, e nei duelli aerei veniamo a sapere che otto velivoli avversari furono abbattuti, due dei quali precipitati in fiamme sulle nostre linee.

La notte sul 5 maggio 1918 una nostra pattuglia passò oltre la Voiussa, il corso d’acqua che dovrà, trascorsi alcuni anni, diventare tristemente famoso; danneggiò un posto nemico catturandovi alcuni prigionieri. Il 7 maggio, in località disparate, nuclei armati austriaci tentavano di sopraffare nostri piccoli posti di guardia. Ciò accadde sull’Adamello, nelle Giudicarie vicino all’abitato di Prezzo sul Chiese, sullependici settentrionali del Monte Altissimo a metà strada fra le Giudicarie e la Valle dei Laghi. Non ebbero buon esito tutti quei tentativi, perché neutralizzati dalla reazione delle nostre mitragliatrici, della fucileria e dal lancio di bombe a mano. Le nostre artiglierie concentrarono il fuoco su reparti austriaci in marcia a sud di Cismon del Grappa sulla sinistra del Brenta. Erano di scena nel frattempo gli aviatori inglesi che, sopra Motta di Livenza a est del Piave, centrarono demolendoli tre velivoli austriaci e bombardarono le retrovie avversarie nella regione che si estende tra la Val d’Astico e il Brenta interessando l’intero Altopiano di Asiago. Attività di artiglieria nella conca di Asiago, sulla sinistra del Brenta e intorno al Montello. Scontri fra reparti si accesero nelle località di Maserada sul Piave, nove chilometri circa a nord di Treviso, sul Col della Berretta, poco a ovest del M. Grappa e nei pressi di Pennar alla periferia di Asiago. Poi gli aviatori britannici con bombardamenti su Fener prospiciente alla grande ansa del Piave e sul campo di aviazione di Motta di Livenza a nord di San Donà.

Il 10 maggio numerose pattuglie si spingevano sulla fronte montana. L’Adamello era conteso nel fragore di continui duelli di artiglieria. I nostri pezzi riuscirono a colpire colonne di carreggi e movimenti di soldati austriaci sulle pendici settentrionali del M. Altissimo fra le Giudicarie e la Valle dei Laghi, nel settore orientale di Asiago, sulla vallata solcata dal Brenta, nella valle che si diparte da Seren del Grappa e sulla foce del Piave. Nostre squadriglie impegnarono intensi duelli aerei sulle prime linee e nelle immediate retrovie riuscendo ad abbattere quattro aerei nemici e costringendone uno all’atterraggio.

Le attività di pattuglia sulla fronte montana proseguivano il 12 maggio. La zona compresa fra l’Altopiano di Asiago e il Piave fu teatro di duri e frequenti scontri armati. I nostri si gettarono irrompendo in un posto austriaco a Col dell’Orso, poco a nordest del Grappa, neutralizzarono il manipolo che lo presidiava e prelevarono una mitragliatrice. Quindi diedero addosso a un nucleo avversario subito a nord del Col dell’Orso, dove sorge la cima del M. Solarolo, lo misero in fuga infliggendogli pesanti perdite. Altre nostre formazioni armate si diressero verso il M. Asolone a ovest del Grappa e vi recuperarono abbondante materiale bellico. Le reazioni della parte avversaria non mancarono di farsi sentire e i nostri Fanti dovettero far fronte a intrusioni di reparti austro-tedeschi sul Montello, attorno a Terzolàs in Val di Sole sul torrente Noce, a nord di Brentonico fra la Val Lagarina e le sponde settentrionali del Garda, sul Monte Spitz che si erge a ovest del Brenta, nella zona orientale dell’Altopiano di Asiago; i nostri posti avanzati seppero vanificare in ogni caso i tentativi nemici, contrastandoli con il fuoco poderoso delle armi. Le artiglierie erano attive, a tratti, in Vallarsa, nella Valle del Brenta e lungo il Piave. Nel corso dei combattimenti in cielo si videro precipitare sette aerei avversari.

La notte sul 12 maggio l’artiglieria austriaca alzava il tiro, preparando l’attacco delle fanterie che di lì a poco si lanciarono contro la nostra linea difensiva disposta sul Monte Corno nel Gruppo del Brenta e a ovest del torrente Noce, ma anche qui il tentativo di attacco venne repentinamente respinto con gravi perdite a danno degli avversari.

Il 15 maggio presero corso duelli di artiglieria e si spinsero avanti pattuglie sulla fronte montana. Tra la Presanella e l’Adamello si estende la Val di Genova lungo il corso del fiume Sarca. Da qui alla Vallarsa, a Spresiano nord di Treviso e al Piave le nostre batterie ebbero buon gioco a disperdere nuclei armati nemici in avvicinamento. Nostre forze aeree, sfidando un tempo fattosi nuvoloso e minaccioso, scaricarono quattro tonnellate di bombe sui campi di aviazione occupati dagli Austriaci attorno al Piave.

Il 16 Maggio irruzioni di nostri contingenti di fanteria e d’assalto furono spinte in due tratti delle linee nemiche sull’Asolone attorno al M. Grappa, dove produssero notevoli danneggiamenti alle postazioni avversarie e costrinsero i militari di presidio ad arretrare lasciando un buon numero di prigionieri. Alcune pattuglie britanniche realizzarono un’incursione contro le linee avversarie di Canove, alla periferia di Asiago; durante lo scontro poterono trarre prigionieri un ufficiale e alcuni soldati. Intanto che gli Austriaci si prodigavano in tentativi di intrusione in Val Pòsina e al Col d’Echele, le artiglierie si facevano sentire in Val Lagarina, in Vallarsa e sull’Altopiano di Asiago dove alcune postazioni avversarie erano oggetto di incendi ed esplosioni.

Di giorno in giorno proseguiva, come di consueto, il duello delle opposte artiglierie sulla fronte montana e lungo il Piave. Dal cielo continuavano a cadere aerei austriaci colpiti dai caccia nostri e alleati, come i tre velivoli abbattuti e due costretti all’atterraggio il 23 maggio. Così pure non si dava tregua ai bombardamenti dal cielo che, lo stesso giorno, danneggiarono il campo di aviazione austriaco presso Motta di Livenza a nord di San Donà e insidiarono lunghe file di uomini e materiali in spostamento sull’Altopiano di Asiago. Il 24 maggio alcune nostre pattuglie prendevano l’iniziativa: si spingevano nella direzione del Lago di Ledro, superavano le difese avanzate austriache e si infilavano in un tratto della linea di resistenza. Con impeto irresistibile ne annientarono il presidio facendo undici prigionieri e recuperando una bella scorta di fucili e altro materiale bellico. A sud di Rovereto, sulla sinistra dell’Adige, dove sorge il centro di Zugna Torta, i nostri penetrarono in profondità; il loro ardimento fruttò la cattura di una decina di prigionieri. Gli Austriaci rispondevano tentando infiltrazioni in più punti, come avvenne sul Monte Pertica, tre chilometri nordovest del Grappa.

Per i nostri soldati quello era giorno di profonda rimembranza, il terzo anniversario dell’entrata in guerra del potenziale bellico italiano. Con le vittorie che a una a una risuonavano sul suolo e nei cieli come prodromi di vittoria, celebravano quella ricorrenza con un entusiasmo e una fede mai conosciuti sino a quel momento, segni inconfondibili di un riscoperto amor di Patria.

Altri cinque aerei avversari furono abbattuti nel corso di intensi combattimenti. Contemporaneamente i nostri avieri bombardavano i campi di aviazione nemici di Feltre e Motta di Livenza.

Sui monti, intanto, gli Alpini conseguivano successi su successi. Nei giorni 25 e 26 maggio, in zona Tonale e dintorni, conquistarono e tennero ben saldi alcuni punti strategici: la Cima dello Zigolon (m 3040), il sottostante Costone delle Marocche, la Cima Presena (m 3068) all’estremo sud della Presanella, la Conca dei Laghi di Presena, il Passo di Monticello (m 2550) e il suo costone orientale. Le coraggiose azioni consentirono di trarre in prigionia 870 Austriaci di cui 14 ufficiali e di requisire 12 cannoni, 14 bombarde e mortai da trincea, 25 mitragliatrici, molte centinaia di fucili e abbondante materiale bellico.

Nella giornata del 27si faceva subbuglio in Vallarsa. A partire dalla notte affrontammo due forti attacchi nemici sul Monte Corno respingendoli sistematicamente. Nostre pattuglie, nel frattempo, conseguivano successi il Val Pòsina e sulle pendici meridionali del Sasso Rosso. La notte successiva si distinsero i n ostri a Caposile – Laguna Veneta – operando un’intrusione di oltre 750 metri nelle linee nemiche, causando perdite nella parte avversaria, catturando sette ufficiali e 433 soldati, facendo inoltre bottino di quattro bombarde, dieci mitragliatrici, molte centinaia di fucili, armi, munizioni e materiale da guerra.

A Caposile la notte sul 28 subimmo violenti attacchi sferrati dalla fanteria avversaria e fummo fatti segno da intensi tiri di artiglieria, ma le nostre posizioni non diedero segno di cedimento. Anzi, nella zona della Presanella e del Passo del Tonale l’iniziativa fu nostra e ci consentì di catturare un’intera pattuglia di dodici militari e un ufficiale. Anche sul M. Corno in zona Adige, e sull’Asolone a ovest del Grappa mettemmo in fuga gruppi avversari che tentavano insidiare le nostre posizioni.

La fascia bersagliata continuava a essere quella fra i Sette Comuni e le Giudicarie. Così si dirigevano, quantunque saltuariamente, tiri di artiglieria dalle Giudicarie alla Val Lagarina, alla Vallarsa e sull’Altopiano di Asiago il 30 del mese di maggio. Non mancavano prove temerarie di colpi di mano perpetrate da reparti nemici, come avvenne al Palone nei pressi di Trento e a Cortellazzo alla foce del Piave dove una pattuglia, contrattaccata e inseguita dai nostri, lasciò alcuni uomini che vennero tratti in prigionia dai militari della regia Marina.

(da Mario Bruno, La Grande Guerra. Dai Balcani a Vittorio Veneto, IBN Editore, Roma 2014)

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