Caporetto, 104 anni dopo (Con passo leggero sui campi di battaglia – puntata 13 di 15)

Nell’ottobre del 1917 l’Austria-Ungheria viveva un momento di grazia e di speranza per le sorti e per la conclusione della guerra poiché si era liberata dall’incubo del fronte russo e si illudeva che l’Italia fosse sul punto di cedere a una grave crisi. Avrebbe sicuramente potuto contare sulle forze già impegnate a oriente, in Galizia, rese disponibili in seguito ai fatti interni che andavano travagliando la Russia stessa.

La rivoluzione russa di ottobre consentì anche alla Germania di riprendersi qualcosa come 80 divisioni dal fronte orientale e utilizzarle contro le forze dell’Intesa: Francia, Inghilterra e Italia. Prese così corpo, sul fronte orientale italiano, la 14a Armata austro-tedesca con 7 divisioni tedesche e 8 austriache (una divisione poteva contare all’incirca 15 mila uomini, ma anche molti di più a seconda delle caratteristiche di impiego). La 14a Armata era suddivisa in quattro Gruppi: il Gruppo austro-ungarico del gen. Krauss con 4 divisioni dal Rombon al Monte Nero; il Gruppo bavarese Stein con una divisione austriaca e tre tedesche dal Monte Nero a Tolmino; il Gruppo Berrer con due divisioni tedesche da Tolmino all’Istria; il Gruppo austro-ungarico Scotti con una divisione tedesca e una austriaca sugli Altipiani dei Lom. Stavano in riserva ulteriori tre divisioni austro-ungariche.
Il 5 ottobre 1917 il Comando della 14a Armata emanò un ordine generale di attacco nei settori di Plezzo e di Tolmino, prevedendo anche l’uso di gas asfissianti diffusi da un migliaio di tubi installati nello spazio tra le due linee contrapposte.
Alle ore 2 del 24 ottobre 1917 la 14a Armata austro-tedesca, comandata dal gen. Otto von Below, si lanciava in un urto offensivo di grandi dimensioni, quello che i nostri avversari definirono con il termine di Waffentreue o Fedeltà di Armi, contro le nostre linee fra Plezzo e Tolmino.

Le nostre forze furono travolte come da un uragano: l’impiego di mezzi efficacissimi, l’utilizzo sconsiderato dei gas, la capacità di spostarsi con estrema rapidità e una tattica innovativa che si avvaleva dell’infiltrazione seguita da aggiramento per cogliere di sorpresa, ai fianchi e a tergo, le nostre formazioni furono alcuni dei fattori all’origine del disastro. Il 27 ottobre cadeva Cividale in mano al nemico e il gen. Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, impartiva l’ordine di ripiegamento alla 3a Armata e alle truppe della Zona Carnia (XII corpo d’Armata). Il giorno successivo cadde anche Udine. A conti fatti si disse poi che le cause della disfatta furono di ordine militare, riferite cioè alla difettosa dislocazione delle truppe sul territorio di lotta, alle pessime condizioni di manutenzione e di impiego delle nostre linee difensive, alla inadeguata capacità di comunicazione fra i vari Comandi e alla distorta valutazione delle reali intenzioni coltivate dalla parte a noi opposta.
Il bilancio della rotta, così detta “di Caporetto”, costò perdite ingenti: circa 11.000 morti, 29.000 feriti, 350.000 sbandati e 400.000 profughi civili. Furono tratti in prigionia 280.000 nostri soldati, ma anche ci fu sottratto abbondante materiale, come 3.500 pezzi di artiglieria, 1.730 mortai e bombarde, 2.800 mitragliatrici, salmerie e attrezzature, quasi tutto a carico della 2a Armata. Per quanto riguarda i reparti in cui erano inquadrati gli Alpini delle nostre contrade (Piemonte, zona del Saluzzese, 2° Regg. Alpini), avevamo il IV Corpo d’Armata comandato dal gen. Alberto Cavaciocchi, composto dalle divisioni 43a, 46a e 50a. Quest’ultima, alle dipendenze del gen. Giovanni Arrighi, aveva il controllo dell’intera Conca di Plezzo.
Quando scoccarono le ore 2 del 24 ottobre, soltanto le batterie (una batteria comprende quattro o più bocche da fuoco – obici, mortai, lanciabombe, bombarde – raramente solo due, più il personale e i mezzi necessari al loro servizio e spostamento) del IV Corpo d’Armata aprirono il fuoco, per iniziativa del comandante, quando invece non si udirono i colpi attesi dai cannoni del XXVII Corpo d’Armata, quello comandato dal gen. Badoglio.
Si disse anche che una serie di errori tattici e di scelte incongruenti avessero finito per giocare a tutto vantaggio dei nostri avversari: un numero eccessivo di artiglierie pesanti in posizioni avanzate e difficili a spostarsi nelle retrovie, le prime linee di difesa presidiate da troppi combattenti, così come troppi contingenti nostri ancora sull’Altipiano della Bainsizza. I nostri reparti votati alla difesa erano schierati quasi dappertutto in modo illogico e le riserve erano dislocate a una distanza eccessiva. Era stato previsto che la 34a divisione del gen. Basso si assestasse nei pressi di Caporetto, ma così non avvenne.

Alla Stretta di Foni e lungo il fondo valle sulla destra dell’Isonzo avrebbe dovuto costituire nucleo di sbarramento la brigata Napoli con due reggimenti, ma delle 24 compagnie previste era presente una soltanto. La 43a divisione del gen. Farisoglio, nel pomeriggio del 24, aveva avuto l’ordine di contrattaccare una colonna dell’Alpenkorps tedesco che muoveva verso Caporetto, ma il suo comandante aderì a un comportamento del tutto opposto. Fra il IV e i XXVII Corpo d’Armata si sarebbe dovuto mantenere uno stretto collegamento e a questo compito era stato demandato il VII Corpo d’Armata del gen. Bongiovanni il quale non ottemperò al proprio dovere del momento evitando di assicurare sia l’ala destra del VII Corpo d’Armata sia l’ala sinistra del XXVII, favorendo così lo scollamento fra i due Corpi d’Armata. Ne conseguì che tutto il IV Corpo d’Armata di Cavaciocchi venne aggirato lasciando ampio spazio di manovra alla 12a divisione Slesiana nel guadagnare strada verso Caporetto. Ancora, c’era la brigata Puglie che aspettava ordini per muoversi, senonché il suo schieramento subì notevoli ritardi. Gli ordini sarebbero dovuti pervenire da Badoglio, ma il generale non era presente al momento del bisogno.
Altro punto nodale della tragedia che portò alla disfatta di Caporetto, seguitando da quanto è già stato accennato, fu ravvisato nell’ordine prematuro di ritirata impartito dai generali Farisoglio della 43a divisione e Arrighi della 50a, senza che ne fosse stato interpellato il comandante di corpo d’Armata, Cavaciocchi. Farisoglio, lasciata la propria divisione nei guai, si diresse in auto verso Caporetto ma qui, facile esca della 12a divisione Slesiana, venne fatto prigioniero.
Arrighi, fra l’altro, aveva la responsabilità della tenuta della Stretta di Saga, un valico assai angusto e facilmente difendibile con il piazzamento anche soltanto di poche mitragliatrici. Abbandonò quella Stretta, aprendo così facile via all’intrusione delle truppe austro-tedesche.
Neppure si può parlare, richiamando la sorpresa di Caporetto, di un attacco imprevisto; anzi, dell’imminente offensiva si sapeva tutto, negli alti Comandi italiani, con precisione di termini e proprio per questo il gen. Cadorna aveva impartito alla 2a e alla 3a Armata l’ordine di assestarsi a difesa e di rispondere con immediatezza, all’apertura del fuoco da parte degli avversari, con una valanga di colpi d’artiglieria, tale da schiacciare le fanterie nemiche nelle loro stesse trincee prima ancora che ne uscissero per l’avanzata. L’iniziativa sarebbe stata coronata da successo, pensava Cadorna, vista anche la forte dotazione di armi da parte dei nostri che ammontavano, andando a considerare la sola 2a Armata, a 338 batterie, 2.500 bocche da fuoco e 1.134 bombarde.
Ciò che non era stato previsto era la continuità del passaggio di ordini nell’ipotesi di una loro drastica e malaugurata interruzione. Probabilmente di questo Cadorna sarà stato al corrente ma, fidandosi come sempre fece dei suoi dipendenti, avrà pensato che i propri ordini sarebbero stati trasmessi nei tempi dovuti a tutte le unità di artiglieria senza possibilità di interpretazioni fuorvianti. Invece così non fu.

Dopo appena quattro minuti di bombardamento dalle linee nemiche, poco dopo le ore 2 del 24 ottobre, la maggior parte delle comunicazioni ossia delle condotte telefoniche (allora i telefoni erano collegati da una rete di fili striscianti o appena occultati nel terreno) era saltata. Si additò poi questo fatto quale responsabile degli ordini non pervenuti ossia si sarebbe attesa una conferma dai superiori diretti, non valutando sufficiente l’ordine primario e generale emanato dal Comando Supremo. E gli ordini, in particolare per quanto riguarda le artiglierie del XXVII corpo d’Armata, non giunsero, come invece si sarebbe atteso, dai vertici del Comando. Si ricorse, ancora, all’attenuante posta dalla presenza di fitta nebbia che impediva alle nostre artiglierie di dirigere i tiri su obiettivi non individuabili. La nebbia, peraltro, insisteva con eguale insidia anche per gli austro-tedeschi, ma quelli avevano già precedentemente sistemato i mezzi distruttivi secondo precise tabelle di tiro e non avevano che da sparare, sapendo di colpire il segno.
C’è da dire che le nostre truppe dislocate in difesa avanzata soffrirono di una particolare forma di abbandono: armi e materiale di sussistenza non arrivavano o venivano forniti in ritardo o in quantità insufficiente. Di fronte alla pressione delle falangi austro-tedesche il IV corpo della 2a Armata necessitava di rinforzi e questi vennero inviati soltanto a partire dal 21 ottobre, quando invece i nostri avversari avevano iniziato a preparare la possente macchina di attacco sin dal 18 settembre.
C’è di più: il Comando Supremo dell’Esercito Italiano aveva allestito una dotazione di 17 batterie di medio calibro da piazzare sul fronte interessato dall’invasione austro-tedesca; le batterie erano tuttavia in pesante ritardo. Ne pervennero nella zona di Plezzo soltanto 3 e, per giunta, non avevano con sé né proietti da sparare né inneschi.
Il gen. Capello, comandante della 2a Armata, aveva assicurato Cavaciocchi (IV corpo) dell’arrivo di rinforzi con la brigata Potenza e la Massa Carrara. Uno dei due Gruppi alpini mobilitati sarebbe stato destinato alla difesa della Stretta di Saga, ma nulla di tutto ciò pervenne in tempo utile, se si fa eccezione per due batterie del 25° Gruppo da 105 che posero piede sulla Stretta di Saga il 24 mattina verso le ore 10, ma anche quelle senza munizioni, sicché furono costrette al ripiegamento prima ancora di aver sparato un solo colpo.
In Conca di Plezzo ai colpi nemici di artiglieria e alle devastazioni create con i gas asfissianti i nostri risposero con il fuoco di due batterie a tiro rapido, costituite da tre cannoni da 105 mm e da quattro obici da 149, ma anche qui le munizioni andavano rapidamente esaurendosi, imponendo ben presto la sospensione dell’azione.

Caporetto, sempre qualcosa da chiarire

Nella diatriba della saggistica riportata sulla questione della disfatta conseguita dal nostro Esercito nella XII Battaglia dell’Isonzo, più comunemente conosciuta come la “Disfatta di Caporetto”, molte sono le versioni che hanno messo in luce e sottoposto a critica le responsabilità e le presunte colpe sull’accaduto nei suoi risvolti disastrosi.
Il maggiore indiziato, il gen. Pietro Badoglio, fu additato da più parti come colui che avrebbe dovuto giocare il ruolo di protagonista nell’azione di sbarramento all’impeto delle forze austro-tedesche a partire dal primissimo mattino del 24 ottobre 1917. I residui di numerosi indizi che portarono a una conclusione apparentemente definitiva presero via via posto nell’immaginario collettivo nella forma di un quadro storico dove il gen. Badoglio, unico fra una serie di alti Ufficiali dell’Esercito, non soltanto sfuggì alle misure sanzionatorie che andarono a colpire uno dopo l’altro i suoi colleghi, ma riuscì, anzi, ad assurgere a posti d comando che gli aprirono una strada carrieristica tutta in ascesa verso incarichi e relativi riconoscimenti fra i più ambiti.
In seguito ai fatti di Caporetto ben sei generali furono sottoposti a interrogatorio; erano Cadorna, Capello, Cavaciocchi, Badoglio, Bongiovanni, Porro. La situazione in cui si era venuto a trovare il gen. Badoglio fu per molti versi controversa giacché il generale, il più chiacchierato fra i tanti, fu il solo a non subire conseguenze penalizzanti; anzi, godette della conferma in servizio e della promozione a sottocapo di Stato Maggiore alle dipendenze del gen. Armando Diaz. Il protocollo stilato dalla Commissione di Indagine, poi, subì certe alterazioni veicolate in chiave politica per ovviare alle responsabilità attribuite al gen. Badoglio, tanto che ben tredici pagine, concernenti quell’argomento, scomparvero dalla relazione quasi per incanto. Come contraltare avvenne che le responsabilità più gravi circa la rottura del Fronte furono addossate di punto in bianco al gen. Cavaciocchi. Intanto che Badoglio si avviava verso una fiorente carriera, il 2 settembre 1919 il Governo pensava bene di mandare a riposo gli altri generali: Cadorna, Capello, Cavaciocchi, Bongiovanni e Porro.

Verrebbe da pensare male dell’operato del comandante del XXVII Corpo d’Armata, soprattutto perché nel momento più critico – e forse né il generale Badoglio né gli alti vertici del Comando Supremo avrebbero creduto di attendersi un attacco nemico proprio in quell’ora e proprio in quella zona – Badoglio era altrove, per quali motivi non fu mai svelato con certezza.
Mi viene in mano una testimonianza assai attendibile che traggo dal Diario del gen. Ignazio Deidda, alloca capitano (Ignazio Deidda, Echi di guerra e di speranza 1915-1918, autobiografia presentata da Paolo Giacomel, Nuova Stampa, Sarzana – SP – maggio 2005) e mi soffermo su alcuni passi che mi inducono a tornare sui miei preconcetti e a riflettere sull’accaduto.
Quel che si dice, e che sembra andare per la maggiore, è che il gen. Cadorna aveva impartito ordini precisi e inderogabili alle due Armate dell’Isonzo; alla 2a Armata il gen. Capello avrà passato quegli ordini, tali e quali, ai suoi corpi d’Armata e il gen. Badoglio, comandante del XXVII corpo d’Armata, sarà stato ligio al dovere di diffondere tali ordini fra le sue divisioni. Si disse poi che Badoglio avrebbe proibito di sparare sino a suo ordine e così, visto che egli era assente dal terreno di lotta, le sue artiglierie tacquero, né poterono pervenire ordini via telefono o via eliografo o per mezzo di colombi viaggiatori a motivo della baraonda di esplosioni che avevano mandato tutto all’aria e della fitta nebbia che impediva di emettere segnalazioni luminose. Al XXVII corpo d’Armata si attendeva, gli ordini non arrivavano e intanto la 14a Armata di von Below andava facendo passi da gigante in terra italiana. Fu dunque a livello di corpo d’Armata che si creò l’inghippo e tutto ciò che gli ordini del Comando Supremo comportavano andò in evanescenza.

Ciò che riferisce il cap. Deidda consente di attribuire una fisionomia diversa alquanto a tutta la questione. In data 21 ottobre 1917 Deidda riporta in sintesi, nel suo diario, le disposizioni emanate da Badoglio: “Affido all’onore della 19a Divisione la difesa del M. Jeza. Trattengo le altre divisioni del Corpo d’Armata sui margini della Bainsizza per scagliarle alle spalle del nemico quando questo si sarà impegnato a fondo nell’attacco delle posizioni difese dalle truppe della 19a Divisione… la difesa avanzata sia affidata a poche truppe, facendo fondato assegnamento sull’azione delle mitragliatrici, sui tiri di sbarramento e d’interdizione delle artiglierie; per tutta la durata dell’immancabile bombardamento nemico le nostre artiglierie controbattano con tiri violentissimi di contropreparazione sulle località di affluenza e di raccolta delle truppe, sulle sedi dei comandi, degli osservatori, ecc., sì da soffocare, sin dalla sua preparazione, lo scatto delle fanterie; ricordare che truppe le quali, sotto la pressione dell’avversario, siano costrette a ritirarsi dalla 1a linea, non si fermano nelle linee di difesa retrostanti, se queste non siano già embrionalmente presidiate da truppe fresche”. – Quelle appena citate sono disposizioni, a ben vedere, che non si discostano dagli ordini superiori impartiti dal Comando Supremo. Bastava attenervisi, con puntualità e scrupolosità.

Il brutto neo che emerge da tutto ciò riguarda l’assenza di Badoglio, ma Badoglio non aveva fatto altro che ribadire quella che era la volontà di risposta all’attacco delle artiglierie nemiche, espressa dal gen. Cadorna. Non c’era altro da aggiungere. Che Badoglio fosse presente o no sulla scena di attacco, sarebbero stati gli stessi comandanti di divisione a far aprire il fuoco poco dopo scoccate le 2 del primo mattino. È vero, il comandante deve essere presente nei momenti delle supreme decisioni, se non altro come figura dotata dei carismi adeguati a dirigere l’azione per il meglio. Fu decisione azzardata e irresponsabile trasferirsi in altra zona in quei momenti di estrema incertezza. Tuttavia prese forma una situazione controversa per quanto concerne le interpretazioni sul da farsi. Sì, Badoglio aveva dato ordine di aprire il fuoco al primo sentore dell’attacco sferrato dall’artiglieria austro-tedesca, ma c’è l’altra versione che pone il generale nella luce di chi deve formulare, all’ultimo, l’aprire il fuoco. Se è vero che Badoglio proibì di sparare sino a suo ordine, allora i suoi gregari si attennero a questi ultimi ordini che, peraltro, ponevano il loro comportamento in netto contrasto con gli ordini superiori al corpo d’Armata. Forse non si saprà mai se avranno avuto più peso nelle decisioni prese e non prese l’attesa dell’ordine di Badoglio o le inconfutabili disposizioni pervenute dai Comandi superiori e forse non si saprà mai quale fine abbiano fatto quelle tredici pagine della relazione stilata dalla Commissione di Indagine né il motivo preciso della loro sparizione. In quanto a Badoglio sappiamo che egli godeva di una sconsiderata stima da parte del sovrano e quindi procedeva sicuro della sua protezione. Anche questa, che potrebbe essere soltanto una supposizione, dovrebbe poter essere suffragata da motivazioni ben circostanziate e valutabili, ma anche quello che potrebbe limitarsi a un particolare punto di vista affoga tuttora nel mistero.

Sul silenzio delle nostre artiglierie la mattina del 24 ottobre è di particolar e aiuto quanto riferisce nel proprio diario il gen. Deidda, rievocando la notte del 24 allorché, insieme al col. brigadiere Gianinazzi, comandante la brigata Spezia, la sua brigata, aveva trovato un fortunoso ricovero per poter fruire di un desiderato sonno ristoratore: “Alle 2 del 24 una diana terribile mi fa balzare di soprassalto. Un violento cannoneggiamento del nemico, d’intensità spaventosa, vera tempesta di proiettili d’ogni calibro, vulcano senza riposo, si era improvvisamente scatenato… Usciamo entrambi [Deidda e il generale] dal baracchino, ansiosi di riconoscere dal frenetico sibilare di proiettili che sfrecciavano al di sopra delle nostre teste, quali fossero quelli del nemico e quali quelli delle nostre artiglierie che, secondo gli ordini, avrebbero dovuto intervenire immediatamente e controbattere. Tendemmo spasmodicamente l’orecchio. Non percepiamo se non il sibilo di colpi in arrivo che si abbattevano sulle nostre immediate retrovie; le artiglierie nostre, di medio e grosso calibro, inspiegabilmente per noi, non sparavano. Sparava soltanto la batteria da montagna in postazione vicino a noi…”.

Il 26 ottobre 1917 a Castelmonte di Udine il cap. Deidda incontrò il magg. Frusci e alcuni ufficiali del Comando della 19a divisione che si espressero in “amarissime considerazioni rilevando che, mentre il nemico aveva, punto per punto, attuato le proprie predisposizioni per l’attacco, … proprio nessuna delle predisposizioni del gen. Badoglio, per rendere inefficace la prevista azione del nostro avversario, aveva avuto attuazione: non l’intervento immediato delle nostre artiglierie di medio e grosso calibro al primo scatenarsi delle artiglierie nemiche (e le nostre inspiegabilmente tacquero per l’intera giornata del 24); non il contrattacco dalla Bainsizza…; non il presidio embrionale con truppe fresche delle trincee di 2a linea.” Fu, infine, lo stesso gen. Cadorna a dichiarare: “Sarebbe bastato che ogni soldato avesse avuto un caricatore, che ogni mitraglia avesse consumato un nastro e che ogni fucile avesse sparato un colpo e il nemico non sarebbe passato.

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