1916. Asiago e dintorni (Con passo leggero sui campi di battaglia – puntata 11 di 15)

Asiago riporta con immediatezza alla mente la Strafexpedition sferrata dal generale austriaco Conrad sull’Altopiano dei Sette Comuni. Si sarebbero dovuti affrontare, nel giro di un mese e poco più, circa 450 mila Combattenti italiani in difesa contro 370/380 mila Austriaci attaccanti su un’estensione compresa fra i fiumi Adige e Brenta.
Al comando del Gruppo di Armate austriaco era l’arciduca Eugenio, affiancato dal capo di Stato Maggiore, tenente maresciallo Alfred Krauss. L’11a Armata era comandata dal col. gen. Viktor Dankl; in subordine il capo di Stato Maggiore, ten. maresc. Cletus Pichler. A capo della 3a Armata stava il col. gen. Kövess Kövessaza con a capo dello Stato Maggiore il magg. gen. Konopichy.
Per l’Italia al Comando Supremo stava il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito gen. Luigi Cadorna. La 1a Armata italiana era affidata al ten. gen. Guglielmo Pecori Giraldi; suo capo di Stato Maggiore, il magg. gen. Alberico Albricci. La 5a Armata era agli ordini del ten. gen. Pietro Frugoni e del capo di Stato Maggiore, magg. gen. Gaetano Giardino.

Il teatro della grande battaglia vide protagonisti alcuni personaggi di spicco: Conrad, come accennato; il suo collega tedesco Falkenhayn, in disparte, che non desiderava punto condividerne le sorti nella Campagna italiana; il gen. Cadorna, nella convinzione che i tedeschi non si sarebbero mossi, almeno per il momento, contro le nostre formazioni. Per parte sua, Conrad si sentiva un po’ messo dai tedeschi in disparte sulla scacchiera europea della guerra e credette opportuno cercare un successo personale battendosi contro l’Esercito italiano per schiacciarlo, anche perché lo considerava in posizione di sicuro svantaggio in fatto di armamenti e di preparazione. Ecco allora che Conrad scagliò, sul saliente del Trentino, le sue divisioni 3a e 11a.
Forti elementi di preoccupazione si potevano ravvisare nella zona di Arsiero tra i corsi d’acqua Astico e Pòsina e il non lontano Monte Cengio. Qui, sul Cengio, si distinsero i Granatieri di Sardegna costretti, solo in seguito a valorosa resistenza, a cedere nella giornata del 3 giugno 1916.
I nostri Combattenti erano sottoposti al Comando Truppe Altopiano affidato al gen. Clemente Lequio, già comandante della Zona Carnia l’anno precedente. Più di diecimila di quei valorosi si sacrificarono, fra morti, feriti e dispersi, nel periodo intercorrente tra il 25 maggio e il 3 giugno nella difesa del territorio presidiato. Più a ovest, sulla direttrice del Pasubio e del Coni Zugna in Vallarsa, premeva l’11a Armata austriaca con l’ambizione di abbatterne le resistenze per potersi poi gettare sulla pianura con primo obiettivo il centro di Schio.

Il vero e proprio divampare della battaglia degli Altipiani esordì il 15 maggio 1916 con l’infernale rombo, a partire dalle sei del mattino, delle artiglierie austroungariche. Le nostre forze svilupparono, in particolare, una difesa accanita in Val Terragnolo, est di Rovereto. La giornata del 15 maggio terminava, secondo fonti di informazioni austriache, con la nostra perdita di 500 ufficiali, oltre 23.000 soldati e quasi 200 pezzi d’artiglieria.
Un episodio veramente toccante viene citato dal gen. Karl Schneller (“1916. Mancò un soffio”, Mursia Ed. Milano 1984, 2014): durante l’avanzata gli austriaci s’imbatterono in un nostro Caduto che, dagli indizi rilevati, si era battuto con eccezionale eroismo, fermo al proprio posto; stavano a testimoniarlo una distesa di bossoli sparsi attorno e 52 caricatori vuoti. Tale dimostrazione di fedeltà convinse la pattuglia nemica a sostare alquanto e a rendere gli onori a quel prode.
Il Cengio doveva cadere in mano austriaca il 3 giugno 1916. Il giorno 8 fu la volta di Monte Fior a presidio del quale era rimasto un battaglione con appena un centinaio di uomini, costretto peraltro a ripiegare. Gli austriaci, baldanzosi, videro però eluse le proprie ambizioni di spingersi oltre, perché incontrarono un insormontabile ostacolo nella caparbietà combattiva del II battaglione appartenente al 151° reggimento Fanteria. La stessa sensazione di aver raggiunto un limite alle proprie aspirazioni di conquista dovette verosimilmente impadronirsi dei Comandi austriaci dopo la presa di Castelgomberto. La Conca di Arsiero (Ovest di Asiago, dal Valdastico a Nord e verso Thiene a Sud) fu sede di aspri scontri armati. Era lungo questa direttrice che gli Austriaci avrebbero dovuto sfondare per raggiungere la pianura vicentina. Erano state mandate avanti le divisioni austriache 3a e 11a e il pericolo andava dimostrandosi davvero imminente. Gli Austriaci si spinsero invero molto a Sud, fin quasi alla borgata Casale che sorge tra l’abitato di Cogollo e il Monte Cengio e sarebbero penetrati fra le case di Cogollo, ma la pronta reazione dei nostri soldati riuscì a vanificarne l’impeto intrusivo.

Il Cengio era stato occupato il 28 maggio 1916 da una compagnia del 1° regg. Granatieri, ma dopo tre giorni gli Austroungarici sferrarono un poderoso attacco, sventato ancora una volta dai Granatieri di Sardegna sino a quando, privi di viveri, di acqua e quasi all’ultimo di munizioni, furono costretti a cedere non senza dimostrare atti di estremo valore e di abnegazione. Il 3 giugno 1916 gli Austriaci fecero tuonare centinaia di bocche da fuoco contro le postazioni italiane sul Cengio. Erano tiri pressoché incontrastati perché le artiglierie italiane sembravano oppresse da un triste mutismo. Granatieri, Alpini e Fanti, da tre giorni senza provviste, sfiniti per le prolungate fatiche, cadevano sotto i colpi mortali di oltre 300 cannoni di grosso e medio calibro sul fronte esteso dal Monte Cengio verso Nordest in direzione di Asiago. Il Cengio veniva preso dagli Austriaci in seguito a una serie di scontri sanguinosi nei quali si distinse la brigata Granatieri di Sardegna del gen. Pennella, con atti di valore che furono riconosciuti persino nelle pagine della Relazione Ufficiale austriaca. Oltre alla brigata Granatieri furono impegnati, nella medesima situazione di supremo ardimento, numerosi reggimenti di Fanteria. Dal 29 maggio al 3 giugno il confronto armato per lo sbarramento dell’avanzata austriaca richiese il sacrificio di oltre 10.200 uomini, di cui 1.150 morti.
Nella zona interessata dal Monte Cengio, poco a Nord del centro di Arsiero si eleva il Monte Cimone che il 25 maggio 1916 vide impegnati i battaglioni alpini Monte Clapier e Cividale, funestati anch’essi da gravi perdite.
Poco a sud di Arsiero svettano due elevazioni che hanno ricoperto ruoli tutt’altro che trascurabili nella difesa dell’Altopiano; sono il Monte Priaforà e il Monte Giove. Su quest’ultimo, siamo nelle ore antimeridiane del 13 giugno, si scatenò un attacco delle artiglierie austriache con inaudita violenza, esteso sino alla conca di Novegno, poco più a sudovest. I nostri soldati si dovettero battere contro i Kaiserjäger con ogni mezzo, ricorrendo finanche al lancio di sassi e a scontri corpo a corpo sul filo della baionetta. Si protrasse a lungo la resistenza dei nostri, opposta agli avversari con un coraggio e con valore veramente eccezionali, tanto da potersi affermare senza esitazione essere stato, il fatto d’armi menzionato, uno dei motivi che in primis determinarono il fallimento della Spedizione Punitiva del gen. Conrad.

Il 14 giugno, nonostante la potente irruzione sferrata dall’11a Armata austriaca sui nostri capisaldi dello Zugna, sella Vallarsa, del Pasubio, dello Xomo e del Monte Giove, nulla di seriamente concreto ne era risultato. Tant’è che il comandante gen. Dankl fu costretto a dimettersi.
Tre giorni appresso ecco pervenire dal Comando Supremo austriaco l’ordine di sospendere le azioni offensive. Sia la 3a sia l’11a Armata si ritiravano per occupare una linea difensiva arretrata. Il pericolo di un’invasione austriaca della pianura veneta appariva finalmente scongiurato.
Era il 19 giugno 1916 allorché alla 3a Armata si frapponevano serie difficoltà nel realizzare l’arretramento delle artiglierie, cosa che mise in attesa anche i movimenti dell’11a Amata.
Era scoccata l’ora in cui il col. Kundmann dello Stato Maggiore del Comando Supremo imperiale emise il triste – per gli austroungarici – verdetto: “Con questo si può fare una croce sulla guerra contro l’Italia”.
Respinti dal valore dei nostri Combattenti e beffati da una sorte maligna gli Austriaci diedero definitivo inizio all’arretramento delle proprie formazioni il giorno 25 giugno, proprio nella ricorrenza del 50° anniversario della loro vittoria sull’Esercito italiano a Custoza.
Dal 15 maggio alla metà di giugno del 1916 gli Austriaci subirono ingenti perdite: 5.000 morti, 23.000 feriti, 14.000 ammalati e 2.000 prigionieri.

Un verace e funesto quadro di quali e quanti furono i sacrifici e le sofferenze imposti dalla guerra ai nostri soldati e, senza voler minimizzare, agli avversari di allora, si trova nella descrizione operata da Tullio Vidulich (“Storia degli Alpini”, Ed. Panorama, Trento 2002). Vi si legge di scontri atroci, costati molto sangue, nella fattispecie in località Passo Buole – Monte Loner in Vallarsa, ovest del Pasubio, allorché in pieno svolgimento della Spedizione Punitiva due battaglioni del 62° Fanteria ingaggiarono un aspro combattimento che valse a respingere le forze d’invasione, con la perdita, purtroppo, di 49 ufficiali e 1.038 uomini di truppa. Ma non è da sottacere neppure l’inferno attraversato dai soldati austriaci, i così denominati Landesschützen, che lamentarono la perdita di 15 ufficiali e 614 soldati. Ognuno di questi eroi, tali erano considerati dalla sponda a cui appartenevano, lottava per una causa in cui credeva, per una fede che abbracciava, con la perenne nostalgia per la vita pacifica che aveva lasciato, mentre una logica spietata di guerra ne aveva fatto semplice oggetto di carneficina. Lo stanno a indicare le 150.000 perdite fra i Combattenti italiani e le 82.000 per i nostri avversari sui campi di battaglia nel periodo intercorso dal 15 maggio al 31 luglio 1916.

1917. Ortigara di sangue

Il 1917, periodo foriero di conquiste e di disfatte, è anche l’anno ricordato per gli immani sacrifici consumati sull’Ortigara, il monte situato nella parte settentrionale dell’Altopiano di Asiago, affacciato sulla Val Sugana.
La Battaglia dell’Ortigara si svolse in una prima fase, dall’8 al 10 giugno 1917. La seconda fase si sviluppò dal 19 al 20 giugno 1917. Impegnata in prima linea era la 6a Armata, costituita il 1° dicembre 1916, comandata dal gen. Ettore Mambretti. L’Armata era composta di 3 corpi d’Armata: il XVIII agli ordini del gen. Donato Etna, il XX comandato dal gen. Montuori e il XXII sottomesso al gen. Capello. Protagonista di spicco fu la 52a divisione, composta interamente da battaglioni alpini. Fu questa eroica divisione che, conquistata la vetta dell’Ortigara, aveva subito la perdita, fra morti e feriti, di circa 3.700 uomini.
Fra i tanti e cruenti scontri armati della Grande Guerra, quella dell’Ortigara fu la battaglia più sanguinosa, ma anche la più inutile, sferrata in una situazione tattica già dai primi istanti sfavorevole alle nostre formazioni.

L’attacco del 10 giugno all’Ortigara si risolse in un completo insuccesso, con il risultato di moltissime nostre perdite sul campo di battaglia. La vetta, quota 2105, venne tuttavia raggiunta a costo di enormi sforzi e gravissimi sacrifici, grazie soprattutto alla abnegazione degli Alpini e dei Fanti della brigata Piemonte, che erano riusciti a risalire il costone dei Ponari e a superare la quota 2101. A muovere dal 10 giugno 1917 e per il giorno seguente i battaglioni alpini della 52° divisione attaccarono sulla parte sinistra dell’Ortigara superando i costoni dei Campigoletti e dei Ponari, e sulla parte destra attraverso il Vallone dell’Agnellizza. Lì di fronte stava in attesa il Monte Campigoletti che sbarrava la strada ai nostri Combattenti: altri scontri, altre vittime, almeno quattrocento Alpini falciati dalle mitragliatrici perfettamente appostate e occultate dei Feldjäger. Nei soli due giorni 10 e 11 giugno le perdite, fra morti e feriti, ammontarono da meno di 7 mila a quasi 24 mila. (Nella foto a lato: la Colonna Mozza, monumento in memoria dei Caduti sull’Ortigara).
Nella seconda fase della battaglia l’azione venne preparata dalle nostre artiglierie a partire dal 18 giugno, con il lancio di una settantina di colpi di grosso calibro e più di 18 mila di medio calibro, con l’aggiunta di oltre 31 mila granate di piccolo calibro, quasi 10 mila shrapnel e poco meno di 5 mila colpi da bombarda. Il fuoco di preparazione delle artiglierie era durato 25 lunghissime ore: un vero inferno di fuoco per stanare i nostri avversari dalla cima e dalle difese circostanti, ma tutto questo finimondo di bombardamenti non valse a sortire qualche risultato di rilievo. Accadeva altresì che fra i nostri comandi dilagassero la confusione, l’incertezza, la scarsa coordinazione, il temporeggiamento. Come successe anche in altre circostanze, agli Alpini che erano sul punto di affermarsi con successo fu ordinata la sospensione dell’attacco, cosicché si lasciò tempo sufficiente e prezioso agli Austriaci perché potessero organizzare le proprie difese, tanto che furono essi stessi a prendere a loro volta l’iniziativa. Fu così che il 25 giugno ebbero ragione della vigorosa avanzata dei nostri Alpini.

Il 29 giugno si avverò un forte contrattacco da parte austriaca, che decretò il sacrificio di oltre 13 mila Alpini tra truppa e ufficiali. La 6a Armata del gen. Mambretti aveva perso, nel periodo dal 10 al 29 giugno, circa 28 mila uomini.
Dice tutto sui terribili giorni dell’Ortigara la descrizione fatta dal cappellano militare Luigi Sbaragli del batt. Sette Comuni (tratto da Alberto Redaelli, Vita con gli Alpini della “grande guerra”, Hobby e Work Italiana, Milano 1994): “Per noi l’attesa ora punge. Mancano cinque minuti: giù i parapetti per gli sbocchi. Ancora tre minuti: via i reticolati…Una stretta di mano ai più vicini… e via giù per la china… Gli sbocchi delle nostre trincee vomitano uomini…ma le mitragliatrici nemiche li falciano…Vedo la catena di uomini che si spezza. Vedo i soldati che vacillano e cadono pesantemente. Qualche caduto tenta di rialzarsi, si trascina carponi, si attacca ai reticolati per tornare in trincea. Molti ricadono e tendono le mani… Il cielo è ferro e fuoco… gli scoppi si susseguono feroci, si confondono, si moltiplicano fra le gole dei monti…Il nostro posto di medicazione è già un carnaio, un ammasso di esseri sanguinolenti frenetici spasmodici. I feriti gravi vaneggiano… l’odore del sangue cresce, si fa irritante, insopportabile…Sono migliaia gli uomini che hanno bisogno d’aiuto…i morti. I più sono irriconoscibili…Si inizia subito un contrattacco nemico…Mi trovo nel centro di un’immane fornace…L’orizzonte è una cortina di fiamme…Non siamo più uomini…I feriti giungono così esauriti da credere che abbiano assistito a un eccidio sovrumano, C’è un attimo di terrore. Corrono le voci più strane…di massacri, di completo annientamento…

A che cosa sarebbe servita la conquista dell’Ortigara? Nei piani di Cadorna era stato previsto di sottrarre alcuni contingenti armati dal fronte dell’Isonzo nell’attesa di sferrare una poderosa offensiva per il possesso della zona frontaliera e per la possibilità di penetrare in territorio austriaco. Una favorevole sortita del piano previsto avrebbe consentito di utilizzare due corpi d’Armata estraendoli dall’Altopiano di Asiago ormai fuori minaccia per impiegarli tosto sulla Bainsizza. Si rivelò però essere un piano disastroso, che non portò alcun beneficio alle mire di conquista coltivate dal Comando Supremo.

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