Karl R. Popper
Congetture e confutazioni
Lo sviluppo della conoscenza scientifica
(dal punto di vista dell’empirismo critico)
Bologna, Soc. ed. il Mulino, 1972 (orig. London, 1969)
Prefazione all’edizione italiana
Parte IX di 9
Previsione e profezia nelle scienze sociali
Esordisce Popper: “È mia intenzione criticare la dottrina secondo cui è compito delle scienze sociali avanzare delle profezie di carattere storico. Definirò questa dottrina “storicismo”. Ritengo che essa sia il residuo di un’antica superstizione.
I dogmi dello storicismo sono oggi di attualità perché costituiscono una parte assai rilevante della filosofia che ama definirsi “socialismo scientifico” o “marxismo”.
Uno dei punti che condivido fra quelli sottolineati dai marxisti è l’insistenza sul fatto che i problemi sociali del nostro tempo sono urgenti e i filosofi dovrebbero affrontarli, cosicché non dovremmo accontentarci di interpretare il mondo, ma contribuire a cambiarlo.
Personalmente sono un razionalista e con ciò voglio dire che credo nella discussione e nel ragionamento. Cercherò pertanto di mostrare che le profezie avanzate dal marxismo sono più simili, per il loro carattere logico, a quelle dell’Antico Testamento che a quelle della fisica moderna.
I concetti fondamentali del metodo storicistico e, più in particolare, del marxismo, appaiono essere questi:
- Di fatto possiamo prevedere le eclissi solari, e molto in anticipo sul futuro.
- Il compito delle scienze sociali è fondamentalmente lo stesso delle scienze naturali, cioè fare previsioni e, più in particolare, previsioni di carattere storico.
- Una volta elaborate queste previsioni è possibile determinare quale sia il compito della politica.
Chiamerò questi semplici concetti dottrina storicistica delle scienze sociali. La dottrina storicistica delle scienze sociali e la dottrina storicistica della politica possono considerarsi parti di un più vasto schema filosofico che può dirsi storicismo, concezione secondo cui la storia dell’umanità ha una trama e, se riusciamo a districarne l’intreccio, possediamo la chiave del futuro.
Le due dottrine storicistiche sono tra le più antiche dottrine del mondo; furono sostenute anche nei tempi antichi da Platone e, prima di lui, da Eraclito e da Esiodo. Sembra che abbiano origine orientale: l’idea giudaica del popolo eletto – per cui la storia ha una trama il cui autore è Geova, e l’intreccio può esserne in parte svelato dai profeti – è una tipica concezione storicistica.
La dottrina storicistica secondo cui compito delle scienze sociali è di prevedere gli sviluppi storici è, a mio avviso, insostenibile.
Le mie tesi sono due. La prima è che lo storicista, di fatto, non deriva le proprie profezie storiche da previsioni scientifiche condizionali. La seconda è che egli non può in alcun caso farlo, perché delle profezie a lungo termine possono essere derivate da previsioni condizionali scientifiche solo se si riferiscono a sistemi bene isolati, stazionari e ricorrenti. Sistemi del genere sono assai rari in natura; e la società moderna non è sicuramente uno di essi. Le profezie delle eclissi e quelle basate sulla regolarità delle stagioni sono possibili solo perché il sistema solare è un sistema stazionario che si ripete.
Non è dunque possibile reperire, in esempi come questi, alcun fondamento per la tesi secondo cui possiamo applicare il metodo della previsione non-condizionale a lungo termine alla storia umana. La società cambia, si sviluppa. Gli aspetti di maggior rilievo dello sviluppo storico non sono infatti ciclici. Il fatto che siamo in grado di prevedere le eclissi non è quindi una buona ragione per aspettarci di poter prevedere le rivoluzioni.
L’idea di una legge che determini la direzione e le caratteristiche dell’evoluzione è un tipico errore del XIX secolo, derivante dalla diffusa tendenza ad attribuire alla “Legge naturale” le funzioni tradizionalmente attribuite a Dio.
Il ruolo della scienza nella vita sociale è quello, modesto, di aiutarci a comprendere anche le conseguenze più remote delle azioni possibili e di aiutarci così a determinare il nostro comportamento più saggiamente.
I marxisti non ragionano oggi in termini di istituzioni e ripongono la loro fiducia in particolari personalità. I razionalisti, al contrario, sono più propensi a fare affidamento sulle istituzioni per controllare gli uomini: è questa la principale differenza.
L’opinione pubblica e i principi liberali
La libertà di pensiero e la libera discussione sono suscettibili anche di una giustificazione pragmatica, in base al ruolo che svolgono nella ricerca della verità.
Questa non è manifesta né è facile raggiungerla. La sua ricerca richiede almeno questi tre requisiti:
- l’immaginazione;
- il procedimento per prova ed errore;
- la graduale scoperta dei nostri pregiudizi mediante a) e b) e la discussione critica.
La tradizione razionalistica occidentale, originatasi dai Greci, è la tradizione della discussione critica, dell’esame e del controllo delle proposizioni o delle teorie attraverso il tentativo di confutarle. Il pregio di questo metodo razionale e critico risiede piuttosto nel fatto che i partecipanti alla discussione correggeranno in qualche misura le proprie idee e ne usciranno più saggi.
Utopia e violenza
Cosa intendo per atteggiamento di ragionevolezza: “Penso di avere ragione, ma posso sbagliarmi e puoi avere ragione tu; in ogni caso, discutiamone: è probabile infatti che in questo modo ci accostiamo a una comprensione vera, più che se ognuno si limita ad insistere di aver ragione”.
Ritengo che sia possibile evitare la violenza soltanto nella misura in cui si adotta questo atteggiamento di ragionevolezza nei rapporti reciproci della vita sociale.
Tutti ricordiamo quante guerre religiose furono combattute in nome di una religione che predicava l’amore e la dolcezza; quanti corpi furono arsi vivi per il sincero proposito di salvare le anime dal fuoco eterno dell’inferno.
Molte sono le difficoltà che impediscono la rapida diffusione della ragionevolezza. Una delle principali è che bisogna sempre essere in due per fare una discussione ragionevole. Ciascuna delle parti deve essere pronta ad apprendere dall’altra.
Il vero razionalista sarà sempre consapevole di quanto poco sa e del semplice fatto che, qualsiasi facoltà critica o ragione possegga, egli ne è debitore ai rapporti intellettuali con gli altri.
La storia del nostro tempo: visione di un ottimista
Secondo Russell siamo diventati molto intelligenti, anzi troppo intelligenti, ma siamo anche malvagi; e questa mescolanza di intelligenza e malvagità è alla radice dei nostri guai.
- La mia ‘prima tesi’ è la seguente. Noi siamo buoni, forse un po’ troppo buoni, ma anche un poco stupidi; ed è questa mescolanza di bontà e di stupidità che è alla radice dei nostri guai. Mi pare un dato sicuro che vengano uccise più persone a causa della stupidità virtuosa che per malvagità.
- La mia seconda tesi si riferisce al mondo libero. Nonostante le rilevanti e gravi difficoltà e nonostante che la nostra non sia certamente la migliore società possibile, sostengo che il mondo libero è di gran lunga la migliore società mai realizzatasi nel corso della storia umana. Non affermo dunque, con Leibniz, che questo mondo è il migliore dei mondi possibili. Né affermo che il nostro mondo sociale sia il migliore di tutti quelli possibili. Sostengo soltanto che il nostro mondo sociale è il migliore che sia mai esistito – il migliore, almeno, di quelli di cui abbiamo una qualche conoscenza storica. In nessun’altra epoca né in alcun altro luogo gli uomini sono stati più rispettati come tali che nella nostra società.
- La mia terza tesi afferma che dal tempo della guerra dei Boeri nessun governo democratico del mondo libero si è trovato nella condizione di suscitare una guerra di aggressione. La guerra di aggressione è diventata quasi impossibile dal punto di vista etico. Il mondo libero è ancora pronto a entrare in guerra. È pronto a fare la guerra nonostante i gravi contrasti, come è avvenuto più di una volta in passato. Ma lo farà solo se posto di fronte a palesi aggressioni. Così, limitatamente al mondo libero, la guerra è stata soggiogata. Credo nel potere delle idee. Per comprendere quanto sono diventate potenti le idee a partire dall’età dei greci, basta ricordare che tutte le guerre religiose erano guerre di idee, al pari di tutte le rivoluzioni.
- La mia quarta tesi. La potenza delle idee, e soprattutto di quelle morali e religiose, è almeno altrettanto importante di quella delle risorse naturali. La mia quarta tesi, che afferma l’efficacia delle idee, è caratteristica del pensiero liberale e razionalistico dei XVIII e del XIX secolo. Ma il movimento liberale sosteneva anche un’altra tesi che giudico sbagliata: pensava che non ci fosse molto bisogno del confronto fra idee contrastanti. Ciò perché si supponeva che la verità, una volta emersa, sarebbe sempre stata riconosciuta. Questa importante e influente concezione è una forma di ottimismo che non posso condividere. Al contrario, è difficile e spesso doloroso raggiungere la verità.
- Questa è dunque la mia quinta tesi. È difficile conseguire la verità. Questa tesi spiega in qualche misura le guerre di religione e, pur appartenendo alla filosofia della conoscenza, può gettare molta luce sulla storia europea, a partire dal Rinascimento e addirittura dall’antichità classica. (632). Il Rinascimento e la Riforma possono interpretarsi come il conflitto fra l’idea secondo cui la verità è manifesta e l’idea che la verità è nascosta: che è discernibile solo dall’eletto. Questa concezione ingenua e, a mio avviso, erronea della verità manifesta divenne l’ispiratrice dell’avanzamento del sapere nei tempi moderni. Costituì la base del razionalismo moderno, contrapposto al più scettico razionalismo classico dei Greci. Le alternative che si fronteggiano sono dunque un razionalismo individualistico e un tradizionalismo autoritario.
Umanesimo e ragione
La “natura essenziale” dell’uomo è la creatività culturale. Riconosco che le scienze naturali rischiano di reprimere, anziché favorire, l’accrescimento intellettuale se vengono insegnate come tecnologie; e che dovrebbero essere trattate come conquiste umane, come grandi avventure dell’intelletto, come capitoli della storia delle idee o della creazione dei miti e della loro critica.
I criteri della critica razionale e della verità oggettiva rendono la conoscenza umana strutturalmente diversa dai suoi antecedenti evolutivi. È l’accettazione di questi criteri che sanziona la dignità dell’individuo; lo rende responsabile sia moralmente che intellettualmente; lo mette in grado non solo di agire razionalmente, ma anche di progettare e decidere, giudicare e distinguere fra teorie concorrenti.
I criteri della verità oggettiva e della critica possono insegnargli a provare di nuovo e a pensare ancora; a mettere in discussione le proprie conclusioni e a servirsi dell’immaginazione nel tentativo di trovare se, e dove, le sue conclusioni sono difettose. Possono insegnargli ad applicare il metodo per prova ed errore in ogni campo e particolarmente nella scienza; e possono così suggerirgli come imparare dai propri errori e come individuarli. Questi criteri possono aiutarlo, inoltre, a scoprire quanto poco sa, o quanto non sa, come pure ad accrescere la sua conoscenza e anche a rendersi conto di tale accrescimento. Possono aiutarlo a diventare consapevole del fatto che deve il proprio accrescimento alla critica degli altri e che la ragionevolezza è disponibilità a prestare attenzione alla critica. E in tal modo possono anche facilitargli il superamento del suo passato animale e insieme quel soggettivismo e volontarismo in cui le filosofie romantiche e irrazionalistiche si sforzano di tenerlo prigioniero.
Addenda
Alcune note tecniche
Per contenuto logico di a intendiamo la classe di tutti gli asserti che derivano da a. La classe di tutti gli asserti osservativi che derivano da a.
Ma questa soluzione provvisoria non funziona (da “tutti i corvi sono neri” non possiamo derivare alcun asserto osservativo del tipo “c’è un corvo nero qui e ora”; anche se possiamo in effetti derivare l’asserto “non c’è alcun corvo bianco qui e ora”). Una teoria tanto più ci informa intorno ai fatti osservabili quanto più ne vieta, vale a dire quanti più fatti osservabili sono incompatibili con essa. Possiamo allora dire che il contenuto empirico di una teoria è determinato dalla classe degli asserti osservativi, o asserti-base, che contraddicono la teoria.
Un asserto-base che contraddice una teoria t può essere definito un “falsificatore potenziale” di t. Utilizzando questa terminologia possiamo dire che il contenuto empirico di t è costituito dalla classe dei suoi falsificatori potenziali.
Introdussi il termine asserto-base per denotare una classe di asserti (veri o falsi) che nella nostra discussione possiamo assumere siano di indiscutibile carattere empirico.
La teoria della conoscenza qui esposta afferma che la base empirica di tutte le teorie sono i controlli o, in altre parole, i tentativi di confutazione.
Gli empiristi credevano normalmente che la base empirica consistesse di percezioni o osservazioni assolutamente ‘date’, di ‘dati’ e che la scienza potesse costruire su questi ‘dati’ come su una roccia. Al contrario, rilevai che quelli che sembravano ‘dati’ dell’esperienza erano sempre delle interpretazioni condotte alla luce di teorie e pertanto affette dal carattere ipotetico e congetturale di ogni teoria.
Che le esperienze che chiamiamo ‘percezioni’ siano interpretazioni è un’intuizione che si deve a Kant. Il processo interpretativo è almeno in parte fisiologico, cosicché noi non sperimentiamo mai alcun dato non-interpretato: l’esistenza di ‘dati’ siffatti è dunque il postulato di una teoria, non un fatto di esperienza e, meno che mai, un fatto fondamentale o ‘di base’.
Non esiste dunque alcuna base empirica non-interpretata; e gli asserti di controllo che la costituiscono non possono esprimere ‘dati’ non interpretati (poiché non esistono dati siffatti) ma sono, semplicemente, relativi a semplici fatti osservabili circa l’ambiente fisico. Questi, naturalmente, sono fatti interpretati alla luce di teorie, impregnati, per così dire, di teoria.
Dunque, ogni asserto, (o ‘asserto-base’) conserva un carattere essenzialmente congetturale; ma si tratta di una congettura che può venire facilmente controllata. I controlli, a loro volta, comportano nuovi asserti congetturali e controllabili, e così via, ‘ad infinitum’; e se cercassimo di stabilire ogni cosa con i nostri controlli resteremmo coinvolti in un regresso all’infinito. Noi ‘stabiliamo’ nulla con questo procedimento: non intendiamo ‘giustificare’ l’‘accettazione’ di alcunché e ci limitiamo a controllare criticamente le nostre teorie al fine di vedere se possiamo, o meno, addurre un esempio a esse contrario.
Così i nostri ‘asserti-base’ sono tutt’altro che ‘di base’ nel senso di ‘definitivi’; sono di base soltanto nel senso che appartengono alla classe degli asserti utilizzati per controllare le teorie.
Il potere esplicativo di una teoria h (rispetto a qualche explicandum e) è maggiore quanto più severo è e, ove questo sia un controllo della teoria h.
Si può ora mostrare assai facilmente che il massimo grado di potere di spiegazione di una teoria, o della severità dei suoi controlli, dipende dal contenuto (informativo o empirico) della teoria.
Pertanto il criterio del progresso, o del potenziale accrescimento della conoscenza, sarà l’incremento del contenuto informativo, o empirico, delle teorie; e, nello stesso tempo, l’aumento della loro controllabilità; come pure il loro potere di spiegazione nei confronti dei dati probatori (conosciuti come pure ancora sconosciuti).
La fondamentale teoria, in Platone, dell’imitazione o ‘mimesis’: proprio come il mondo empirico ‘imita’ il mondo (vero) delle idee, così le descrizioni, le teorie o i miti del mondo empirico (dell’apparenza) ‘imitano’ la verità e sono quindi soltanto “simili al vero”.
Con Aristotele assume un certo rilievo un’ulteriore accezione: “probabile” = “che accade frequentemente”.
Il passaggio dal modello alla copia (eikon) corrisponde, in Parmenide, al passaggio dalla Via della Verità alla Via dell’Opinione.
Anche Platone afferma che la copia, in quanto simile al vero, non può essere conosciuta con certezza, ma possiamo solo averne delle opinioni incerte o “probabili”.
Nella Rhetorica di Aristotele affera: “Il verosimile (eikos) non è ciò che accade sempre, bensì per lo più”.
Sostengo che “la maggior parte delle nostre teorie sono in ogni caso false” e che impariamo dall’esperienza, cioè dai nostri errori, come correggerle. Ma sostengo anche che i nostri sensi non sono fonti di conoscenza dotate di una qualsiasi particolare autorità. Nulla vi è che possa dirsi osservazione ‘pura’ o ‘pura’ esperienza sensibile: tutte le percezioni sono interpretazioni alla luce dell’esperienza, alla luce, cioè, di aspettazioni, di teorie. Nulla esiste dunque che possa dirsi un dato sensibile, nulla che sia ‘dato’ o non interpretato e che costituisca la materia prima dell’interpretazione in cui consiste la percezione: tutto è interpretato e selezionato, in una fase o nell’altra, dai nostri stessi sensi.
Al livello dell’animale tale selezione è il risultato della selezione naturale. Ai livelli più elevati essa deriva dalla critica consapevole – dal metodo di sottoporre le nostre teorie a un processo di indagine critica tendente all’eliminazione dell’errore, attraverso un dibattito critico e il controllo sperimentale. Sono giunto a formulare il processo di selezione mediante il diagramma:
P¹ TT EE P²
P¹ è il ‘problema’ da cui partiamo; TT sono le teorie provvisorie con cui tentiamo di risolvere il problema; EE è il processo di eliminazione dell’errore cui sono esposte le nostre teorie (la selezione naturale a livello pre-scientifico; l’indagine critica, compreso l’esperimento, a livello scientifico) e P² è il nuovo problema emergente dall’esposizione degli errori delle teorie che abbiamo proposto.
Lo schema nel suo complesso mostra che la scienza parte dai problemi e conclude a nuovi problemi; essa si accresce mediante l’audace invenzione di teorie e la critica delle diverse teorie concorrenti.
I presocratici sembrano rappresentare il punto di passaggio al consapevole dibattito critico della scienza: non solo progrediscono attraverso la critica reciproca; essi cominciano anche a riflettere sul loro stesso metodo critico e ne diventano consapevoli, fin da Senofane.
Rilievi di impostazione anti-sensistica e propensi all’intellettualismo possono trovarsi in Eraclito. Ma il passo più importante fu forse il disprezzo di Parmenide per l’esperienza e la sua teoria della confutazione critica.
Parmenide è uno dei più grandi e più sorprendenti filosofi di tutti i tempi.
Parmenide scaglia il proprio attacco usando la parola “molto erranti” (poluplanktos) per caratterizzare i sensi e intendendo che l’intelletto, o il ‘pensiero’, nella misura in cui dipende dai sensi, sarebbe parimenti “errante”.
Immagine di Copertina tratta da Carocci Editore.

