Analisi e studio su
Fritz Weber, Guerra sulle Alpi (1915-1917)
U. Mursia Editore S.p.A., Milano 1978
Originale: Alpenkrieg, 1935
Traduzione dal tedesco di Aldo Sparagni
Parte I di 2
Proclamazione dell’imperatore Francesco Giuseppe: “Ai miei popoli!: Il re d’Italia mi ha dichiarato guerra. Il regno d’Italia ha commesso a danno dei suoi due alleati un tradimento di cui la Storia non conosce l’eguale. Con patto di alleanza che durava da oltre trent’anni (1882), durante i quali ha potuto accrescere il suo territorio e conseguire un insuperabile benessere, l’Italia ci ha abbandonati nell’ora del pericolo ed è passata a bandiere spiegate nel campo dei nostri nemici. Noi non abbiamo minacciato l’Italia, non abbiamo menomato la sua reputazione, violato il suo onore o i suoi interessi. Noi abbiamo scrupolosamente osservato gli obblighi derivantici dall’Alleanza e accordato la Nostra protezione quando l’Italia ha preso le armi. Noi abbiamo fatto di più: quando l’Italia ha diretto i suoi avidi sguardi sui Nostri confini, Noi, per salvare l’Alleanza e la pace eravamo pronti a grandi e dolorosi sacrifici. Ma non è stato possibile calmare l’avidità dell’Italia, che credeva di dover sfruttare l’occasione. Il nuovo perfido nemico del sud non è certo per voi un avversario nuovo. Novara, Mortara, Custoza e Lissa mi sono garanti che anche nel Sud sapremo difendere con successo i confini della Monarchia. Prego l’Onnipotente di benedire le Nostre bandiere e di accogliere la Nostra giusta causa sotto la Sua benigna protezione”.
Dall’Autore: “Gli Italiani sparano bene. I loro obici da 28 cm sono da molte settimane pronti all’impiego, gli strumenti di tiro sono stati controllati decine di volte, i molti osservatori possono far correggere il più piccolo errore. La conformazione del terreno offre loro l’opportunità di aumentare l’impeto dei proietti perché le postazioni delle loro batterie sono a quota più alta di quella degli obiettivi”.
(A Verena Campolongo 500 metri più in alto) “Il bombardamento aveva avuto inizio all’alba del 24 maggio, lunedì di Pentecoste. Si sparava anche con mortai da 21 cm. Le cupole delle fortificazioni austriache cedevano perché non abbastanza spesse: “I folli sacrifici di sangue delle battaglie in Galizia (durante la Prima guerra mondiale la Galizia fu teatro di aspre battaglie tra le forze russe e austriache. A seguito di una riuscita offensiva su Leopoli (settembre 1914), le armate dello zar occuparono il territorio fino al 1915, ma furono ricacciate in giugno-luglio dagli austriaci sostenuti dalle truppe tedesche del generale Mackensen – battaglia di Gorlice) avevano un seguito qui e ovunque, e il soldato era continuamente in difficoltà per l’operato di quei traditori del popolo che per inettitudine e cattiva volontà avevano ostacolato ogni iniziativa per le forze armate”.
“Quel lembo di terra che è il Tirolo è sempre in mano austriaca, anzi con l’offensiva del 1916 verrà considerevolmente ampliato, e costituisce una minaccia alle spalle per tutte le operazioni di Cadorna. Un solo, deciso attacco nella primavera del 1915 avrebbe potuto portare gli Italiani al successo. Invece combatterono undici battaglie sull’Isonzo, lottarono dolorosamente di trincea in trincea, sopportando enormi sacrifici di vite umane senza mai liberarsi della minaccia che tutto da un momento all’altro potesse esser e di nuovo perduto e l’esercito distrutto se un contrattacco del nemico dal Sud Tirolo avesse avuto successo”.
Cadorna aveva ordinato al generale Brusati (1a Armata) di restare in difesa. “Il generale Brusati dovette quindi accontentarsi di piccoli attacchi locali. Li ordina e colleziona un insuccesso dopo l’altro (benché le sue truppe fossero quattro, e talvolta dieci volte superiori a quelle dell’avversario)”.
Gli austriaci si difendono dal forte Verle che, già occupato da trecento soldati, fatti evacuare in seguito al bombardamento italiano, resta con quaranta uomini e due aspiranti. “Il possesso dell’altopiano, senza il quale non sarebbe stato possibile attuare l’offensiva del 1916, è legato a un filo estremamente sottile: ai nervi dei due aspiranti che con quaranta uomini debbono tenere la ‘maglia più debole’ della catena.
“Nella notte dal 26 al 27 maggio l’intera guarnigione ritorna nel forte”. Il comandante, arrestato, è deferito a un tribunale di guerra. Sarà il Sottotenente Julius Papak a prendere il comando del forte, con onore.
Nel forte di Lusern, causa incapacità del comandante che per un pelo non provoca il crollo di tutta la linea difensiva, “Fra le 3 e le 4 del pomeriggio (28-5-1915) la guarnigione di Lusern abbandona il forte in piccoli gruppi. Poi la cosa più terribile: sul tetto di Lusern sventolano improvvisamente quattro bandiere bianche” (è la linea di Lavarone, provincia di Trento, a ovest dell’Altipiano di Asiago). Si dirige sul forte Lusern una pattuglia con un S.Tenente, ma vengono ricacciati dalle mitraglie e dagli shrapnel.
“Dopo un fuoco di preparazione durato sette giorni, nella notte dal 30 al 31 maggio gli italiani tentano per la prima volta di impossessarsi dell’Altopiano (Lavarone-Folgaria). Questo attacco fu un esempio tipico del modo di combattere degli italiani in quel primo periodo della guerra: con mezzi inadatti, con incertezza, evidentemente frenati dall’indecisione dei comandanti, alcune compagnie avanzano frontalmente e poi spariscono con la stessa rapidità con cui sono venute” (lasciando sul terreno fucili e zaini).
“Resterà sempre un enigma perché il generale Nava (comandante dell’Armata in Val Pusteria) eseguì temporeggiando e con fatali perdite di tempo l’esplicito ordine del conte Cadorna di attaccare in direzione di Toblach (Dobbiaco) subito dopo la dichiarazione di guerra. L’ordine di Cadorna era di occupare tutti i punti non difesi tra l’Ortles e l’Adriatico”.
“l’8 giugno le batterie italiane aprono il fuoco contro Col di Lana (dominante il traffico tra il Pordoi e il Falzarego). Dopo questo inizio trascorre un’intera settimana senza che il nemico (gli italiani) si faccia vedere. Il successo che due o tre settimane prima avrebbero potuto ottenere con un attacco improvviso contro le deboli forze austriache ora può essere conseguito soltanto con l’attuazione di un piano minuziosamente studiato. Il 15 giugno finalmente appaiono le prime pattuglie nemiche (italiane). Salgono cautamente, scompaiono a intervalli nelle conche, si nascondono tra gli arbusti e dopo interi quarti d’ora di osservazione riprendono ad avanzare lentamente. Vengono individuate prima ancora di giungere a tiro di fucile. Il metodo tattico del conte Cadorna e il comportamento temporeggiatore dei suoi generali privarono le armate italiane di tutti i vantaggi di cui avrebbero potuto fruire per la loro superiorità numerica e di materiali”.
Il concorso di Jäger bavaresi e prussiani, l’impiego di moderne batterie tedesche, respingono gli attacchi, procurando 230 morti e 930 feriti. “Il 20 luglio il generale Rossi interrompe i suoi tentativi di conquistare il Col di Lana”. L’attacco al Col di Lana avviene alla mezzanotte fra il 3 e il 4 agosto ma viene respinto. “Due mitragliatrici restano nelle mani dei valorosi (austriaci) che hanno saputo resistere a una forza dieci volte superiore”.
“Alla metà di ottobre si abbatte sul Col di Lana un bombardamento infernale. Alle 8 del mattino del 21 ottobre, con forze dieci volte superiori, gli italiani attaccano sul versante verso il Costone di Salesei. Il colonnello Garibaldi comanda personalmente l’attacco, ma ancora prima che i plotoni di testa abbiano raggiunto i reticolati, crepita sugli attaccanti un fuoco micidiale. Intrappolati nei resti del filo spinato, gli italiani cadono come i birilli colpiti dalla boccia. I Kaiserjäger sono inesorabili. Ogni nemico nella gittata del proprio fucile cade rantolando sui sassi insanguinati. Ma il giorno successivo porta l’inizio della fine. Dopo un intenso bombardamento di undici ore, gli italiani attaccano quanto resta del piccolo punto di appoggio a quota 2221. Da allora il Col di Lana fu chiamato “Col di Sangue”. La battaglia, durata dieci giorni, arrise infine agli italiani.
“Quasi sei mesi di combattimenti e il sacrificio di migliaia di morti e feriti avevano fruttato agli italiani soltanto la conquista di due devastati punti di appoggio e della guardia avanzata a quota 2221.
“il 7 novembre, dopo che il fuoco di oltre cento pezzi ebbe devastato le trincee e i deboli ripari, gli italiani attaccano con forze trenta volte superiori. Verso mezzogiorno la vetta del Col di Lana è nelle loro mani, ma alle dieci la riconquistano i Kaiserschützen.
Contrattacco del generale Rossi. “Dodici compagnie di fanti e quattordici di alpini si sono arrampicate l’una dopo l’altra sul Col di Sangue in fredde e buie notti d’inverno per finire sulla neve, la testa a valle, miseri corpi martoriati”. Altro attacco il 16 dicembre, altri morti.
“Restava una sola possibile soluzione: partendo dalla caverna già iniziata, scavare una galleria fin sotto la vetta e far saltare in aria questa e tutta la posizione austriaca”. L’idea e la realizzazione furono del s.Ten. del Genio Gelasio Caetani. Il 3 aprile 1916 i sospetti degli austriaci sono certi, “Il nemico deve essere quasi giunto alla meta – è anche evidente che sta scavando due gallerie perché i rumori sono talvolta vicini, talvolta più lontani”.
Gli austriaci provano a sfondare con una contromina (con 110 kg di esplosivo) verso le gallerie sottostanti, ma non ottengono risultati positivi.
“Il 12 aprile la galleria principale è finita. Lunga 52 metri, si ramifica a U nel tratto finale. Nella sola notte dal 15 al 16 aprile gli italiani portano sulla montagna 5.000 kg di nitroglicerina, 3.000 per la camera di destra, 2.000 per quella di sinistra. Per ciascuna camera, cento rotoli di cotone e cento detonatori”.
111 pezzi di medio e 28 di grosso calibro fanno fuoco da due settimane contro la vetta “occupata da cica 250 soldati. Ognio giorno scoppiano sulle rocce frantumandosi 2.000 bombe. L’ultimo giorno del Col di Lana, il fatale 17 aprile, arriva con una tempesta di fuoco che neppure dei veterani come i Kaiserjäger hanno mai provato. Dal 5 alle 9 del mattino cannoneggiamento leggero di piccoli calibri, dalle 9 in avanti bombardamento tambureggiante di grossi calibri. Le 11,30: improvvisamente la terra si scuote. La cima si apre e ne esce un enorme covone di fuoco accecante. Gli italiani hanno brillato le loro mine. Quelli che c’arano, 115 uomini, giacciono sepolti sotto metri di terriccio. Le due parti insieme avevano sacrificato 18 mila uomini”.
Dolomiti
Primavera 1915: “E dal sud avanzano i battaglioni dell’armata Nava, questa quarta Armata italiana il cui obiettivo è di isolare il Sud Tirolo con un attacco nella Val Pusteria. Qua e là si vedono gli italiani, che però restano sui loro monti, scavano e si trincerano come se fossero loro a dover temere un attacco del nemico. Nei primi giorni di giugno del 1915 la brigata Ancona si mette in marcia verso il Kreuzberg”.
La guida alpina Sepp Innerkofler il 26 maggio era riuscita, dalla vetta del Paternkofel, a mettere in fuga gli Alpini dalla sella sottostante, ma non fu appoggiato, per un ordine improvviso, dai Landstürmer che si ritirarono anziché occupare la posizione. Alla fine di giugno gli fu chiesto di ripetere l’impresa. “Innerkofler obbedì. Nella notte dal 3 al 4 luglio cinque temerari iniziarono la scalata della parete del Paternkofler (la vetta era in mano agli Alpini, erano in tre). Questa scalata è una delle imprese più audaci mai tentate dall’uomo”. I tre Alpini sventano l’attacco, colpiscono a morte Sepp che poi seppelliranno sulla vetta. Sarà portato nel cimitero di Sexten nel tardo autunno 1917, dopo due anni.
Nell’estate del 1915 la quarta Armata italiana, con 74 battaglioni, “si frantumava in numerosi e alquanto deboli flutti, senza tuttavia conseguire il minimo successo”. Il 9 giugno quattro battaglioni italiani avanzano da Cortina verso il Son Pouses per prendere la Val Rau e “sfondare il fronte dolomitico passando per la Val di Fanes e Cima Fanes. I loro attacchi vengono respinti”.
Sulle Tofane sedici austriaci agli ordini del sottotenente Grosse, superstiti dei sessanta, esaurite le munizioni si arrendono agli Alpini dopo aver reso inservibili i propri fucili. Ma l’avanzata degli Alpini in Val Travenanzes viene arrestata dagli Jäger dell’Alpenkorps tedesco. L’8 luglio 1916 gli italiani bombardano Fontana Negra; continuano alle 2 di notte. La superiorità numerica italiana è schiacciante. Dopo tentativi impossibili per scalare le cima Bòs, “il 17 settembre 1915 viene strappata agli austriaci l’ultima delle Tofane, la Tofana di Rozes, adiacente a Cima Bòs”.
Il 20 luglio 1915, colpito in fronte da un cecchino, cade sulla Fontana Negra il generale Cantore. Respinti tentativi italiani di conquistare il Castelletto nel settore di Travenanzes.
Sulle Alpi Carniche.
Per l’Austria gli uomini migliori, nel 1915, erano i Russi. “Lungo la catena carnica i suoi fianchi orientali giù fino a Krno, su un fronte di 120 km, ci sono in tutto 15 mila uomini di fanteria con 30 mitragliatrici e 48 cannoni. Sono quasi tutti volontari locali, in parte inabili al servizio in corpi combattenti, in parte giovanissimi non ancora in età di leva, male armati, male equipaggiati, scarsamente addestrati e senza alcuna esperienza di guerra”.
“L’Italia dispone di quattro armate. Due premono sul Tirolo, le altre due sono sull’Isonzo. La maglia di collegamento tra queste due potenti ali è costituita dalla Zona Carnia, cioè dalle truppe del generale Lequio, forti di 31 battaglioni e 13 batterie, il cui attacco, inoltre, dovrebbe essere appoggiato sui due lati di Flitsch (Plezzo) da 24 battaglioni e 15 batterie del IV corpo d’Armata. Numericamente si tratta di una forza più di tre volte superiore a quella avversaria, e sono truppe della prima chiamata alle armi, con un eccellente equipaggiamento e dotate di Artiglieria moderna”.
“Nei successivi 29 mesi i difensori del fronte carnico non hanno ceduto quasi nemmeno un metro di terreno. Gli italiani erano sì in grado di ridurre in macerie singoli villaggi moto distanti, ma con le armi in mano non sono entrati in nessuno”.
Gli Alpini avevano occupato il Pal Piccolo. Quando vi arrivano i volontari carinziani, nessuno spara, ma scoppia una animata disputa verbale sul diritto a tenere quel terreno. Da Mauthen, avvisato da uno dei carinziani, sale sul Pal Piccolo il Capitano Gressel, proprietario e datore di lavoro agli abitanti di Tischlwang (Timau), che si rivolge loro invitandoli ad andarsene. Gli Alpini si levano il cappello di fronte al loro ex padrone e se ne vanno.
Comandava gli austriaci il generale Fernengel. Il terrore degli italiani erano: “il maresciallo della gendarmeria Simon Steinberger e il funzionario della Finanza Franz Weilharter.
“Le batterie italiane fanno uso di molte munizioni, ma sparano con impeto disordinato più che in base a un preciso piano di distruzione. Gli stiriani attendono la fine stringendo i denti. Sono in gran parte anziani o giovanissimi senza alcuna esperienza di guerra, ma sono stiriani”.
Sul Freikofel la sorte è alterna, ma lunghi sono gli indugi. “Come ovunque tra l’Ortles e l’Adriatico anche qui, causa non giustificati indugi ed eccessiva prudenza (gli italiani) hanno perso il momento favorevole per conseguire immediatamente i successi”.
7 Giugno: “La vetta del Freikofel è definitivamente in mano degli italiani. Ma a pochi metri di distanza si sono saldamente insediati gli austriaci e la lotta si cristallizza in piccole terribili azioni, che le truppe alpine dell’una e dell’altra parte dovranno sostenere per due anni e mezzo. Il 14 giugno, verso le sette, gli stiriani conquistano il Pal Piccolo facendo prigionieri cinque ufficiali e cento uomini e lasciando molti morti e feriti. Il Pal Piccolo viene riconquistato dagli italiani lo stesso 14 giugno 1915. Magiari, svevi e stiriani contano 374 uomini fra morti e feriti, un terzo della loro forza originaria.
“Subito nei primi giorni di guerra il Cellon cade in mano degli italiani senza colpo ferire. Il maresciallo della gendarmeria Simion Steinberger, con cinque uomini, scala e conquista la cima orientale del Cellon (25 giugno); resiste per cinque giorni e cinque notti ai colpi provenienti dalla cima ovest. Giungono rinforzi, ora sono in trenta. Steinberger ritenta il 18 luglio di prendere la cima ovest, invano”. Ci riprova Franz Weilharter che vi trova un’eroica morte. Per un anno gli austriaci tengono la vetta orientale che sarà persa per un tradimento di una compagnia ceca di Landstürmer che comprendeva venti tedeschi inviati lassù per punizione. Era il 29 giugno 1916.
Immagine di Copertina tratta da Summit Post.

