Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica – Parte 2 di 9

Karl  R.  Popper

Congetture e confutazioni
Lo sviluppo della conoscenza scientifica

(dal punto di vista dell’empirismo critico)

Bologna, Soc. ed. il Mulino, 1972 (orig. London, 1969)

Prefazione all’edizione italiana

Parte II di 9

Possiamo ora vedere più chiaramente come, in questa epistemologia ottimistica, lo stato della conoscenza sia lo stato naturale o puro dell’uomo. E perché quest’epistemologia rimanga essenzialmente una dottrina religiosa, in cui la fonte di ogni conoscenza è l’autorità divina. 

Nonostante il carattere religioso delle loro epistemologie, gli attacchi di Bacone e di Descartes al pregiudizio e alle credenze tradizionali sono tendenzialmente antiautoritarii e antitradizionalistici.  I loro attacchi, inoltre, erano certamente diretti contro l’autorità e contro la tradizione. Facevano parte della lotta contro l’autorità di Aristotele e la tradizione delle scuole. 

Tuttavia, furono solo capaci di sostituire a un’autorità – quella di Aristotele o della Bibbia – un’altra autorità. Ciascuno di essi fece appello a una nuova autorità: il primo all’autorità dei sensi, il secondo all’autorità dell’intelletto

Tuttavia, questo problema era stato individuato e risolto molto tempo prima da Senofane e poi da Democrito e da Socrate, il Socrate dell’Apologia, piuttosto che quello del Meno. La soluzione consiste nel rendersi conto che noi tutti possiamo sbagliare e in realtà sbagliamo, singolarmente o collettivamente, ma che la stessa idea di errore e di fallibilità umana implica un’altra idea, l’idea di verità oggettiva: il modello che possiamo non riuscire a realizzare. Per questo, la dottrina della fallibilità non dovrebbe essere considerata propria di un’epistemologia pessimistica. Questa dottrina implica che possiamo cercare la verità, la verità oggettiva, anche se più spesso la mancheremo di molto. E comporta che, se rispettiamo la verità, dobbiamo cercarla indagando persistentemente i nostri errori: con infaticabili critiche razionali e con l’autocritica. 

Ma per il Socrate dell’Apologia la saggezza consisteva nella consapevolezza delle nostre limitazioni; nel sapere quanto poco ciascuno di noi conosce.

Proprio di questa dottrina “umanista” Nicola da Cusa ed Erasmo da Rotterdam, Montaigne, Locke e Voltaire, seguiti da Stuart Mill e Bertrand Russel, fecero la base della dottrina della tolleranza. Dice Voltaire: “Noi tutti siamo fallibili e inclini all’errore: perdoniamoci dunque l’un l’altro la nostra follia”.

Bacone e Descartes innalzarono l’osservazione e la ragione come nuove autorità e le posero all’interno di ciascun singolo uomo. Ma, così facendo, lo scissero in due parti: una superiore, che ha autorità rispetto alla verità – l’osservazione di Bacone, l’intelletto di Descartes – e una inferiore: i soli responsabili dell’errore siamo sempre “noi stessi”. 

Così siamo scissi in una parte umana, noi stessi, che è fonte delle nostre opinioni fallibili (doxa), dei nostri errori, della nostra ignoranza; e in una parte sovrumana, i sensi o l’intelletto, che è la fonte di tutta la conoscenza reale (episteme) e che ha su di noi un’autorità quasi divina. 

Ma la cosa non sta così. Sappiamo infatti che la fisica di Descartes era errata. E per quanto riguarda l’autorità dei sensi come fonti di conoscenza, il fatto che su di essi non si può fare affidamento era noto agli antichi anche prima di Parmenide, per esempio a Senofane e a Eraclito.

I moderni empiristi credono che non sono i nostri sensi a errare, ma che siamo sempre “noi stessi” a sbagliare nella nostra interpretazione di ciò che ci è ‘dato’ dai sensi.

Così il nostro linguaggio, che non dovrebbe essere incolpato se noi lo usiamo male. 

Incolpando ‘noi’ e il nostro linguaggio, o il cattivo uso che ne facciamo, è possibile sostenere la divina autorità dei sensi e anche del linguaggio. Ma è possibile soltanto al prezzo di allargare la frattura tra Dio e l’uomo.

Dopo Bacone, e sotto la sua influenza, l’idea che la natura è divina e veridica e che tutti gli errori o le falsità sono dovuti all’ingannevolezza delle convenzioni umane, continuò a esercitare una funzione assai rilevante, non solo nella storia della filosofia, della scienza e della politica, ma anche in quella delle arti visive. 

Dunque c’è davvero un senso familiare e logicamente sostenibile per cui il significato ‘vero’ o ‘appropriato’ di un termine è il suo significato originario; cosicché, se lo comprendiamo, lo comprendiamo perché lo abbiamo imparato correttamente – da un’autorità legittima, da uno che sapeva il linguaggio.

Le cose vanno diversamente con il problema della verità di un’asserzione di fatto, di una proposizione. C’è una profonda analogia tra significato e verità; e c’è un punto di vista filosofico – che ho chiamato “essenzialismo” – che tenta di connettere significato e verità così strettamente che la tentazione di trattarli nello stesso modo diventa pressoché irresistibile. 

Secondo l’essenzialismo, e specialmente secondo la sua versione aristotelica, una definizione è una asserzione dell’essenza interna, o natura di una cosa. Nello stesso tempo essa asserisce il significato di una parola – il significato del nome che designa l’essenza.

Inoltre, Aristotele e tutti gli altri essenzialisti sostennero che le definizioni sono ‘principi’; cioè forniscono proposizioni primitive, ad esempio: “Tutti i corpi sono estesi”.

Il programma consistente nel ricondurre tutta la conoscenza alla sua fonte prima: l’osservazione, che è logicamente impossibile da eseguire, porta a un regresso all’infinito. La dottrina che la verità è manifesta mette fine a questo regresso.

Ma quali sono allora le fonti della nostra conoscenza? La risposta, penso, è questa: la nostra conoscenza ha fonti di ogni genere, ma nessuna ha autorità

L’errore di fondo della teoria filosofica delle fonti prime della nostra conoscenza consiste nel fatto che essa non distingue con sufficiente chiarezza tra questioni di origine e questioni di validità. 

Si può dire che i sistemi epistemologici tradizionali siano il risultato di risposte positive o negative alle domande relative alle fonti della nostra conoscenza. Essi non mettono mai alla prova queste domande né contestano la loro legittimità.

Il quesito intorno alle fonti della nostra conoscenza è sempre stato posto in questo senso: “Quali sono le migliori fonti della nostra conoscenza, quelle su cui possiamo fare maggiore affidamento, che non ci indurranno in errore e alle quali possiamo e dobbiamo rivolgerci in caso di dubbio, come all’estrema corte d’appello?”. Io propongo invece di assumere che tali fonti ideali non esistono e che ‘tutte’ le ‘fonti’ possono portarci all’errore una volta o l’altra. E propongo perciò di sostituire, al quesito circa le fonti della nostra conoscenza, l’altro del tutto differente: “In che modo possiamo sperare di scoprire e di eliminare l’errore?”.

La questione circa le fonti della nostra conoscenza, al pari di tante altre di tipo autoritario, è di natura ‘genetica’. La nobiltà della conoscenza razzialmente pura che deriva da Dio: ecco le idee metafisiche, spesso inconsapevoli, che stanno dietro alla questione. L’interrogativo da me riformulato: “Come possiamo sperare di scoprire l’errore?” si può dire che derivi dalla concezione secondo cui non esistono fonti pure, incontaminate e certe, e perciò le questioni di origine o di purezza non dovrebbero essere confuse con le questioni di validità o di verità. Si può dire che questa concezione risalga a Senofane. Senofane sapeva che la nostra conoscenza è congettura, opinione – doxa, piuttosto che episteme.

La risposta appropriata alla mia domanda: “In che modo possiamo sperare di scoprire l’errore e di eliminarlo?” è, a mio avviso, la seguente: “Criticando le teorie o i tentativi congetturali fatti dagli altri e, se possiamo educarci a farlo, criticando le nostre stesse teorie e i nostri tentativi congetturali”. … Questa risposta riassume una posizione che propongo di chiamare “razionalismo critico”. È un punto di vista, un atteggiamento e una tradizione di cui siamo debitori ai Greci. È molto differente dal “razionalismo” o dall’ “intellettualismo” di Descartes e della sua scuola ed è assai differente anche dall’epistemologia di Kant. Tuttavia, Kant, con il suo principio di autonomia, esprime che non dobbiamo accettare, come base dell’etica, il comando di nessuna autorità. Infatti, ogni volta che ci troviamo di fronte all’imperativo di una autorità, spetta a noi giudicare se l’obbedirle sia morale o immorale. 

Così la mia risposta ai quesiti: “Come lo sai? Qual è la fonte o la base della tua asserzione? Quali osservazioni ti hanno condotto a farla?” sarebbe: “Non lo so: la mia asserzione era una pura e semplice congettura. Non preoccuparti della fonte o delle fonti da cui può essersi originata – le fonti possibili sono molte e può darsi che io non sia consapevole neppure della metà di esse; e in ogni caso le origini o i ‘pedigrees’ hanno poca importanza per la verità. Ma se ti interessa il problema che ho tentato di risolvere con la mia asserzione, che ha solo valore di tentativo, puoi aiutarmi criticandola il più severamente che puoi; e se sei in grado di progettare qualche controllo sperimentale che, secondo te, possa confutare la mia asserzione, sarò ben lieto di aiutarti a farlo, con tutte le mie forze”.

Esporrò i risultati epistemologici di questa discussione sotto forma di dieci tesi.

  1. Non ci sono fonti prime di conoscenza. Ogni fonte, ogni suggerimento è aperto all’indagine critica.
  2. La questione epistemologica appropriata non concerne le fonti; noi piuttosto chiediamo se l’asserzione fatta è vera, cioè se concorda con i fatti. 
  3. Tutti i tipi di argomentazioni possono essere rilevanti ai fini di questo esame.
  4. Sotto l’aspetto quantitativo, come pure sotto quello qualitativo, la fonte di gran lunga più importante della nostra conoscenza è la tradizione.
  5. Il fatto che la maggior parte delle fonti della nostra conoscenza proviene da una tradizione condanna come futile l’anti-tradizionalismo. 
  6. La conoscenza non può partire dal nulla – da una ‘tabula rasa’ – e neppure dall’osservazione. L’avanzamento della conoscenza consiste principalmente nella modificazione di nostre conoscenze precedenti.
  7. Le epistemologie pessimistiche e quelle ottimistiche sono pressoché ugualmente errate. Il mito pessimistico della caverna, in Platone (V-IV a.C.), è quello vero: non lo è la storia ottimistica dell’anamnesis. Non disponiamo di alcun criterio di verità, ma possediamo dei criteri che, se abbiamo fortuna, possono permetterci di riconoscere l’errore e la falsità. La chiarezza e la distinzione non sono di per sé criteri di verità, ma elementi quali l’oscurità e la confusione ‘possono’ essere indizio di errore. Analogamente, la coerenza non può stabilire la verità, ma l’incoerenza e la contraddittorietà sanciscono la falsità. E quando li abbiamo individuati, sono i nostri stessi errori a fornirci i deboli segnali rossi che ci aiutano a trovare a tentoni la via di uscita dall’oscurità della caverna. 
  8. Né l’osservazione né la ragione sono delle autorità. La funzione più importante dell’osservazione e del ragionamento, come pure dell’intuizione e dell’immaginazione, è quella di aiutarci a esaminare criticamente quelle congetture ardite che sono i mezzi con cui sondiamo l’ignoto. 
  9. Anche se la chiarezza è di per sé pregevole, lo stesso non vale per l’esattezza e la precisione.
  10. Ogni soluzione di un problema solleva nuovi problemi insoluti; tanti più ne solleva, quanto più profondo è il problema originale e più ardita la sua soluzione. Quanto più impariamo sul mondo tanto più consapevole sarà la conoscenza della nostra ignoranza. La nostra conoscenza può essere solo finita, mentre la nostra ignoranza non può che essere, di necessità, infinita. Possiamo farci una vaga idea della vastità della nostra ignoranza quando contempliamo la vastità dei cieli. Credo che varrebbe comunque la pena cercare di imparare qualcosa del mondo, anche se, con questo tentativo, dovessimo imparare semplicemente che non sappiamo molto. Questo stato di dotta ignoranza ci sarebbe di aiuto in molte delle nostre difficoltà. Sarebbe bene se tutti ricordassimo che, mentre differiamo ampiamente nelle diverse, piccole cose che sappiamo, nella nostra infinita ignoranza siamo tutti uguali.

In una teoria filosofica che deve essere respinta come falsa possiamo spesso trovare, purché la cerchiamo, un’idea vera, degna di essere conservata.

Due idee (una falsa e una vera):

  1. La prima idea, quella falsa, è quella per cui dobbiamo ‘giustificare’ la nostra conoscenza, o le nostre teorie, mediante ragioni positive. Quest’idea implica, ritengo, che dobbiamo fare appello a qualche fonte ultima, o autorevole, della nostra conoscenza.
  2. La seconda idea (Russel) è che nessuna autorità umana può stabilire la verità mediante un decreto; che dovremmo sottometterci alla verità e che la verità è al di sopra dell’autorità umana

Penso che dovremmo rifiutare l’idea delle fonti prime della conoscenza e ammettere che ogni conoscenza è umana ed è coinvolta nei nostri errori, pregiudizi, sogni e speranze. Che non possiamo fare altro che cercare la verità a tentoni, anche se è situata al di là della nostra portata. Dobbiamo guardarci dalla credenza che la nostra ispirazione comporti qualsiasi autorità.

Immagine di Copertina tratta da Metode.

Lascia un commento