Sprazzi di luce sulla Grande Guerra – Parte 19 di 20

Sprazzi di luce sulla Grande Guerra

Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana

La Guerra d’Italia 1915-1918

Frat.i Treves Editori, Milano 1932

Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.

La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.

Parte XIX di 20

Il 24 giugno la battaglia poteva considerarsi terminata. Il Bollettino ufficiale del 25 luglio (sic, più verosimilmente 25 giugno) parlava della cattura di 18 ufficiali e 1607 soldati austriaci e “Nella zona del Tonale arditi alpini con riuscito colpo di mano catturarono al completo il presidio di un posto avanzato nemico a sudest della Punta di Ercavallo”. 

Mentre veniva liberato il terreno dagli ultimi occupanti in quel di Musile, liberando definitivamente la riva destra del Piave, anche Capo Sile veniva sgombrato. Così, dal Grappa agli Altipiani, i nostri riprendevano le posizioni dell’Asolone, del Valbella e di Col del Rosso, sino al Tonale. 

“Quando il comando dell’Esercito austriaco diramò l’ordine di ritirata per le ore 11 della sera del 22 giugno, l’ordine non riguardava verosimilmente tutta a linea del Piave. Alcuni punti dovevano essere mantenuti” ossia le teste di ponte di Ponte di Piave e di Musile, “per avere di qua del Piave un appoggio per eventuali azioni avvenire”. 

Il 26 giugno il Comando Supremo comunicava: “Vennero abbattuti sette velivoli avversari. Il tenente Flavio Baracchini ha raggiunto la sua trentesima vittoria”. 

L’ultima resistenza nemica al di sopra del Piave era annullata. Tutta la riva destra del Piave era sgombra di austriaci dal Montello alla Laguna. Nella notte dal 22 al 23 era iniziata la ritirata austriaca e la sera del 24 si concluse la riconquista italiana. Il Duca d’Aosta (Emanuele Filiberto di Savoia) rivolgeva un messaggio ai soldati della sua 3a Armata: “Miei prodi!… voi avete sconfitto, in nove giorni di accanita lotta, un avversario di gran lunga soverchiante di forze, catturandogli oltre diecimila prigionieri e gran copia di materiale guerresco… A voi l’ebbrezza di questa battaglia: a voi la gloria di questa vittoria: a voi l’onore di questo trionfo!… Soldati della Terza Armata!… Orgoglioso di avervi guidato alla battaglia, esultante dell’ardua prova da noi superata, commosso dalla vostra completa dedizione, io vi esprimo, compagni d’arme e di fede, la mia fraterna gratitudine e la mia calda ammirazione”. 

La lotta andava a concludersi sull’Altipiano di Asiago con la conquista italiana di Monte Valbella il 30 giugno, del Col del Rosso e del Col d’Echele il primo luglio. La riconquista completa si svolgeva dal 3 al 6 luglio con la liberazione del Basso Piave, della zona do Cavazuccherina e di Chiesa Nuova, infine della zona tra Sile e Piave. Si contarono 24.443 prigionieri austro-ungarici. Il 7 luglio l’Agenzia Stefani comunicava: “… si calcola che il nemico abbia avuto dal 2 al 6 luglio circa 20 mila uomini fuori combattimento, perdite grevissime, superano al cinquanta per cento delle forze impegnate”. 

Il 6 luglio 1918 le forze italiane furono impegnate in Albania, in collaborazione con le truppe francesi. Poi proseguirono l’avanzata nei giorni 8 e 9 luglio. Il 9 luglio, partendo dalla bassa Vojussa, espugnarono le alture fra Levani e il monastero di Pajani. L’11 luglio entravano vittoriose a Berat. Gli austriaci, che occupavano la catena montana della Malacastra nella bassa Vojussa, ostacolavano la nostra avanzata. 

Il 1° ottobre riprendeva l’attività militare sul fronte albanese e macedone, con una nostra avanzata in zona Osum, con l’occupazione del villaggio di Fjeri e delle alture circostanti, per avvicinarsi a Berat. Anche dal mare e dal cielo venivano attuati attacchi in quel di Durazzo, con l’ausilio di unità britanniche. 

Il 30 luglio in Val Brenta gli austriaci muovevano un attacco al Cornone, ma il primo agosto la vittoria arrise ai nostri. Due giorni dopo, il nostro 29° reparto d’assalto riprendeva agli austriaci la quota 703 di Dosso Alto, a sud di Nago. Puntate aggressive si svilupparono, per tutto il mese di agosto, con successi conseguiti dagli italiani nelle Giudicarie e sull’Altipiano di Asiago, in Val Daone, in zona Cavone-Asago (Cavone-Assago? – Canove-Asiago?), sul Monte Sisemol, nell’area del Monte Valbella, del Col del Rosso, del Col d’Echele, in Valle Zebrù, in regione Tonale, sulla Punta di San Matteo (3686 metri) e sulla Cima Zigolon, con la collaborazione di francesi e in inglesi. 

Nei cieli divampava la lotta aerea: a fianco dei nostri si muovevano aerei alleati e americani. 

In zona montana proseguivano episodi di “guerra di piccolo stile, fatta di azioni di limitato disegno, subordinate a criteri di opportunità, come avvenne sull’Asolone attorno all’11 settembre contro una piccola ridotta austriaca che disturbava le nostre posizioni. Il 14 settembre, in Val Brenta, gruppi di fanti e arditi diedero l’assalto allo sbarramento austriaco della Grottella, a Sud di Corte, facendo 343 prigionieri, fra cui 12 ufficiali.

Il 21 settembre gli austriaci attaccarono, anche con granate a gas, le truppe della 6a divisione cecoslovacca sul saliente di quota 703 del Dosso Alto. Furono sconfitti, grazie alla prontezza e alla risolutezza di slancio degli assaliti. 

L’Austria deteneva il vantaggio di una popolazione superiore di un terzo rispetto a quella italiana e poteva disporre di un numero di divisioni superiore al nostro. La disposizione del fronte, inoltre, che per i francesi era concava, per noi risultava convessa ossia la nostra linea si presentava come un saliente entro quella austriaca. “In tali condizioni un attacco nemico che penetrasse in profondità ci avrebbe colto alle spalle. 

Il compito dell’Italia, per dare garanzia alle battaglie di Francia e Inghilterra contro i tedeschi, era soprattutto quello di “trattenere sulla nostra linea tutto o quasi l’Esercito austriaco”. Il Bollettino del Comando Supremo dell’11 ottobre diceva di reparti nostri, francesi e inglesi, impegnati in colpi di mano a Canove, Ave, sul Sisemol, sulla destra di Val Frenzela, al Sasso Rosso e sul fondo della Val Brenta. Fatti 400 prigionieri, di cui un comandante di battaglione e altri sette ufficiali. 

Il 25 ottobre in zona Grappa i nostri prendevano circa tremila prigionieri e il giorno seguente la lotta si accanì sul Grappa, sul Pertica e sul Valderoa, con 2.149 soldati austriaci tratti in prigionia. Nell’azione svolta tra il Grappa e il Piave “Le truppe austro-ungariche contrattaccarono con ostinazione disperata, contendendone la posizione fino all’estremo. Gli ordini erano di non cedere, a nessun costo. Si sapeva a Vienna che il crollo del fronte avrebbe determinato la catastrofe finale e si cercava almeno di procrastinarlo quanto più possibile”. Gli austriaci contrattaccarono il 27 ottobre sull’Asolone, sul Pertica e sul Solarolo, ma persero 514 soldati caduti in prigionia. La lotta sul Grappa proseguiva da tre giorni, nonostante l’Austria fosse in prossimità di un disastro interno. Ma non così era per i Combattenti i quali, per un’educazione ferrea ricevuta, per un’educazione militare inflessibile, credevano fermamente nell’ideale della Patria, al di là dei discorsi della politica. Esercito e Paese, in Austria, sembravano due cose distanti fra loro. 

Un comunicato del Bollettino ufficiale del 27 ottobre diceva che l’Esercito italiano “ha varcato a viva forza il Piave e rimesso il piede sul territorio invaso”. Erano le truppe di fanteria e di assalto dell’8a e della 12a Armata a portarsi sulla sinistra del Piave e a gettarsi sulle prime linee austriache. Così faceva la 10a Armata nella zona delle Grave di Papadopoli. In quella giornata si catturarono oltre 9 mila prigionieri e 51 cannoni. 

Nei cieli divamparono battaglie aeree con l’abbattimento di 11 velivoli austriaci e di tre palloni frenati. Nel corso di queste vicende il tenente colonnello Piccio conseguì la sua 24a vittoria. 

In molte situazioni di combattimento venivano catturati numerosi prigionieri e cannoni. Gli austriaci furono costretti a cedere sotto l’attacco del XIV corpo britannico e della 12a Armata italiana a oriente delle Grave di Papadopoli. Le truppe italiane, per oltrepassare il Piave, potevano scegliere la via nella zona sopra il Montello fra Vidor e Fontigo oppure quella delle Grave fra San Michele e Stabiuzzo, nel momento in cui il Piave era in piena. I primi passaggi furono effettuati nella notte dal sabato 26 alla domenica 27 ottobre, a nordovest del Montello, tra le colline di Valdobbiadene e il torrente Soligo. 

Alle ore 22 fra gli austriaci scattò l’allarme e le loro artiglierie incominciarono a tuonare. Le passerelle venivano distrutte, per poi essere ripristinate dal nostro Genio, finché i nostri dell’8a Armata riuscirono a traghettare il Piave nonostante la forte corrente, sotto la furia di un temporale assai intenso. Le artiglierie austriache imperversarono a forte ritmo dalle 23,30 all’1,30. Anche i francesi della 12a Armata, in direzione di Valdobbiadene, riuscirono a varcare il Piave. All’alba del 27 ottobre si riunivano sulla riva sinistra del Piave gli arditi e i fanti dell’8a Armata, con gli italiani e i francesi della 12a, dovendo fronteggiare, intorno all’arco del Montello, fra Valdobbiadene e la ferrovia di Susegana, la 6a Armata del generale principe Schönburg von Artenstein. Italiani e francesi mossero all’attacco e procurarono il crollo delle difese austriache; poi avanzarono prendendo possesso delle artiglierie e traendo con sé numerosi prigionieri. Verso sera raggiungevano la linea che scorre fra Vidor, Moriago e Fontigo. 

Nella zona delle Grave di Papadopoli furono gli italiani e gli inglesi della 10a Armata a lanciarsi, alle 6 del mattino di domenica 27, oltre l’ultimo braccio del Piave, verso la riva sinistra. Reparti inglesi, attraversato il Piave, sconvolsero la prima linea austriaca di difesa catturando centinaia di austriaci e decine di mitragliatrici. Verso sera gli inglesi avevano superato San Michele di Piave e Borgo Malanotte, catturando oltre tremila prigionieri. I nostri controbatterono la linea di difesa austriaca denominata Kaiserstellung e si scontrarono con la 64a divisione ungherese Honved e con la 7a divisione austriaca. Alle 11 del mattino, superata la linea di Fosso Negrisia, i nostri assalivano e conquistavano i villaggi di Stabiuzzo, di Roncadelle, di Cimadolmo, di Cornadella. Oltre ai prigionieri i nostri, con in testa gli arditi, catturarono una batteria da campagna da 76 mm, quattro cannoni e quattro bombarde di grosso calibro. I prigionieri austriaci assommarono a 2.200. 

Il 28 ottobre l’Agenzia Stefani formulava parole di giusto elogio al valore dei soldati austriaci: “L’Esercito austro-ungarico dimostra in questa battaglia di avere conservato intiera la propria tenacia e la propria combattività… L’Esercito austro-ungarico è ancora tenuto insieme da una disciplina di ferro, si batte ugualmente con accanimento perché nulla ha perduto del suo carattere di strumento di sopraffazione, di organismo asservito a una oligarchia e vivente di una vita affatto separata da quella del Paese”. 

Per i nostri, la battaglia impegnata sul Piave il 27 ottobre continuava a collezionare vittorie e, come riferiva il Comando Supremo, furono respinti tentativi nemici protratti per riprendere il Col d’Echele, il Col del Rosso, il Grappa e il Pertica. 

Anche in cielo venivano raccolti successi, con l’abbattimento di 11 aerei e di 6 palloni frenati austriaci. Le nostre forze aeree erano in piena azione: abbatterono successivamente quattro aerei austriaci e un pallone frenato.

 Sotto la irresistibile pressione delle Armate 8a, 10a e 12a, gli austriaci furono costretti a lasciare libera la sinistra del Piave. Vennero liberati Valdobbiadene, San Pietro di Barbozza, Farra di Soligo, Collalto, Refrontolo, Mareno di Piave, Fontanelle, Conegliano; catturati migliaia di prigionieri e 150 cannoni. 

Sul Grappa, dove si continuava a sparare, la nostra 4a Armata controbatteva le spinte austriache, e le Armate 8a e 12a muovevano l’assalto alle colline di Valdobbiadene e alle linee in località Sernaglia, incontrando la notevole resistenza delle truppe austriache nei pressi di Falzè. La 10a Armata sfondava alle Grave di Papadopoli la resistenza nemica, favorendo il passaggio al XIV corpo britannico, ai corpi italiani XI e XVIII che riuscirono a conquistare lo sbocco dei monti della Priula. Il 29 ottobre, alle ore 16, i fanti italiani entrarono in Conegliano. La brigata Como del XVIII corpo d’Armata aveva fatto oltre mille prigionieri. 

Una divisione francese e due inglesi affiancavano i nostri nell’avanzata vittoriosa. Su un arco di fronte di oltre 80 chilometri, nel giro di due giorni, furono catturati 15 mila austriaci, furono liberati una quarantina di villaggi e una decina di grossi paesi. 

Un proclama del generale Armando Diaz, rivolto ai soldati, diceva: “Soldati, avanti! L’ora della definitiva riscossa è suonata. L’Italia tutta è con noi. Avanti con impeto travolgente! Avanti con indomabile energia! Per forza delle armi nostre scioglieremo il voto secolare e in nome d’Italia deporremo le corone della vittoria sulle tombe gloriose dei nostri fratelli eroicamente caduti, che dalle vette delle Alpi nostre e dagli altipiani di oltre Isonzo ci gridano: Avanti! La Patria immortale lo vuole!”.

Il Bollettino del giorno 30, ore 12, dichiarava: “La nostra offensiva, preceduta dall’occupazione delle Grave di Papadopoli e dai colpi di mano sull’Altipiano di Asiago, iniziata nella notte sul 24 nella regione del Grappa ed estesa il giorno 26 al Medio Piave, si è ieri ampliata verso sud. Anche la gloriosa 3a Armata è entrata in lotta. Dal Brenta al mare è un solo ampio fronte di battaglia sul quale combattono tenacemente i tre quarti dell’Esercito italiano, affratellati col valoroso XIV corpo d’Armata britannico, con una gagliarda divisione francese e col giovane e ardito 332° reggimento di fanteria americana.

Mentre la 4a Armata italiana raccoglieva successi sul Pertica e al Col dell’Orso, l’8a Armata raggiungeva Vittorio ed entrava in conflitti armati a nord di Conegliano, la 10a oltrepassava la viabile Conegliano-Oderzo, la 12a si approssimava a Quero conquistando Segusino e il Monte Cesen e la 3a superava il Piave a San Donà e a est di Zenson. 

Particolare menzione venne attribuita alla 1a divisione d’assalto e ai reggimenti 7° e 8° della brigata Cuneo, “la Costantissima” per il valore e la fermezza dimostrati nei giorni 27 e 28 ottobre 1918. A partire dal 24 ottobre caddero in prigionia 802 ufficiali e 32.198 soldati austriaci. 

“Sul Grappa il combattimento assumeva sempre più il carattere di lotta a viva forza. Solo la bravura dei nostri soldati e la fede che li animava riuscì a tenere impegnato in quella regione fin dal 24 ottobre il nemico che si dissanguava in una resistenza a fondo”. Sull’Altipiano dei 7 Comuni la nostra 6a Armata riprendeva possesso di Asiago. Conegliano era stata liberata alle ore 22 del 29 ottobre. 

Così descriveva il momento Guelfo Civinini: “Ora si riprende la marcia verso Vittorio. I nostri sono già entrati o stanno per entrarvi, non si sa ancora bene: vedremo fra poco. Certo il nemico fugge da ogni parte, incalzato dai nostri. Dall’alba si sente il cannone della 3a Armata tuonare sul Piave in direzione di San Donà fino al mare. È la gran cacciata. Passano i soldati d’Italia, ondata su ondata, avanti, avanti. E le donne scarmigliate piangenti, ridenti, gridano al loro passaggio: Benedetti, Benedetti!… Da Conegliano per la strada serpeggiante sui dossi delle colline abbiamo raggiunto a Cazzuolo la testa di una colonna di fanteria. Marciavano da ieri sera i fanti bianco e celesti. Avevano percorso 45 chilometri e cantavano. Da tutti i casolari, le donne, i vecchi, i bimbi li salutavano in delirio. Avevano visto fuggire gli ultimi austriaci due o tre ore prima dell’alba. Alcuni ritornavano indietro prigionieri. Vittorio era laggiù linda, chiara, ridente, due chilometri avanti… Le pattuglie esploranti stavano ancora battendosi… Sono passati squadroni i Cavalleria e di ciclisti. I fanti coi fucili colla baionetta inastata fremevano. Un lanciere è giunto al galoppo recando un messaggio: “Vittorio è sgombro. I nostri incalzano il nemico fuggente per la strada di Serravalle”. … Così siamo entrati a Vittorio. Tutta la popolazione per le vie salutava in delirio: “Benedetti, benedetti! Vi aspettiamo da un anno! Quanto abbiamo sofferto! Benedetti! Fratelli nostri! Italiani!”. Un gran tumulto di riso e di pianto su tutto il nostro passaggio. Le bandiere escono da ogni casa. Sulla piazza le porte della chiesa si spalancano. L’organo suona il Te Deum. Le campane spandono attorno la loro gioiosa frenesia, cantano in tutto il cielo: Libertà, Libertà! La piazza è piena di cavalleria arancione che alle otto è entrata in Vittorio insieme con pattuglie di bersaglieri ciclisti caricando gli austriaci sparsi e fuggiaschi di strada in strada. Ora giungono anche i primi fanti… Le pattuglie sono avanti in esplorazione. Qualcuna poco dopo ritorna e annunzia che anche Serravalle è sgombra e il nemico fugge per la strada del Lago di Santa Croce e delle colline attorno”.

Immagine di Copertina tratta da Bergamo News.

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