Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica – Parte 1 di 9

Karl  R.  Popper

Congetture e confutazioni
Lo sviluppo della conoscenza scientifica

(dal punto di vista dell’empirismo critico)

Bologna, Soc. ed. il Mulino, 1972 (orig. London, 1969)

Prefazione all’edizione italiana

Parte I di 9

Per ‘induzione’, nell’uso che qui se ne fa, si intende il poter apprendere – e stabilire – “fatti generali” a proposito della natura. Consideriamo un esempio banale: il sole sorge tutti i giorni. Non è stabilito, e giustificato come vero, da innumerevoli ripetizioni? 

Io dico di No. Si può mostrare che l’asserto che il sole sorge tutti i giorni era stato originariamente stabilito, e inteso, nel senso che “dove vivo il sole sorge tutti i giorni, e dovunque io sia stato e in ogni luogo del quale abbia sentito parlare, il sole sorge tutti i giorni; dunque, è ovvio che esso sorga dovunque tutti i giorni” (o “entro un definito periodo di tempo”). Ma questa è una inferenza induttiva, e non vale: come sappiamo, ci sono molti luoghi sulla terra – in Norvegia, in Svezia e in altre nazioni che si estendono oltre il circolo polare – nei quali possiamo recarci facilmente e sperimentare il sole di mezzanotte, o viceversa, giorni in cui il sole non sorge affatto…

La tesi fondamentale che io voglio sostenere contro la capacità dell’induzione di stabilire la verità, o anche solo la ‘probabilità’, di una generalizzazione o di una teoria, è questa: dobbiamo sempre essere disposti a verificare un asserto, anche se questo è sostenuto da mille e mille esperienze; può sempre risultare necessaria una sua revisione, forse anche radicale, come nel caso dell’asserto “il sole sorge almeno una volta ogni 24 ore in ogni luogo della terra”. 

In altri termini, io affermo che noi non conosciamo: e, in particolare, non conosciamo dove sbagliamo e come possiamo sbagliare; e che la sola cosa che possiamo fare è continuare a verificare le nostre teorie e a pensare a nuove possibilità per le quali esse possano forse risultare erronee. La mia principale obiezione all’induzione è che una proposizione stabilita induttivamente resta un’ipotesi da considerare incerta. La verità, o anche la probabilità, di un asserto non si può stabilire per induzione

Ciò che è in gioco è se possiamo stabilire o meno con asserti d’osservazione una qualche generalizzazione di quell’asserto di osservazione, una qualche estensione oltre il campo che abbiamo esplorato. In altri termini, se l’induzione si possa considerare un genere di inferenza, diverso dalla deduzione ma simile a essa. Io affermo che le conclusioni non sono in favore dell’induzione.

La deduzione è possibile. Se è valida, la deduzione assicura che da premesse vere possiamo derivare soltanto conclusioni vere. Si è sostenuto spesso che, similmente, l’induzione assicura che da premesse vere (in particolare da premesse osservative vere) possiamo derivare quantomeno la probabilità delle conclusioni induttive. Si tratta di un errore.  

Possiamo arrivare alle nostre ipotesi in tutti i modi. E possiamo anche arrivare a esse “per induzione”, se con ciò intendiamo il vedere molte ripetizioni di taluni eventi. Non è molto importante come perveniamo alle nostre ipotesi. Per me il problema è se noi le possiamo stabilire in modo positivo, se possiamo renderle certe o anche probabili. È questo che, io sostengo, non possiamo fare.

Posso riassumere tutto questo dicendo: non possiamo giustificare positivamente alcuna delle nostre teorie sulla base di qualcosa che assomigli a una prova. La sola cosa che possiamo giustificare è la nostra preferenza per la teoria T1 al posto di qualche altra teoria T2.

Una conseguenza di tale concezione è che dobbiamo distinguere chiaramente tra ‘verità’ e ‘certezza’. Aspiriamo alla verità, e spesso possiamo raggiungerla, anche se accade raramente, o mai, che possiamo essere del tutto certi di averla raggiunta (un uomo può scalare una montagna nella nebbia, e può non essere certo di avere raggiunto la vetta, ma egli può averla effettivamente raggiunta, e raggiungere la vetta può non essere impossibile). La certezza non è un obiettivo degno di essere perseguito dalla scienza. La verità lo è.

Esperienza è il nome che ognuno dà ai propri errori.  OSCAR WILDE.
Il nostro problema sta tutto nel rendere il più possibile transitori gli errori.
JOHN ARCHIBALD WHEELER

Prefazione

Tesi: possiamo imparare dagli errori. La conoscenza si accresce e la scienza è in grado di progredire, proprio perché possiamo imparare dagli errori.

Il modo in cui progredisce la conoscenza, e in particolare la conoscenza scientifica, è caratterizzato da anticipazioni ingiustificate (e ingiustificabili), da supposizioni, da tentativi di soluzione dei problemi, da congetture. Dette congetture sono soggette al controllo della critica, cioè a tentativi di confutazione, includenti controlli severamente critici. Esse possono superare questi controlli, ma non sono mai suscettibili di una giustificazione positiva: Non possono essere stabilite come sicuramente vere, e neppure come ‘probabili’ (nel senso del calcolo delle probabilità). La stessa confutazione di una teoria – cioè, di qualsiasi serio tentativo di soluzione del problema – è sempre un passo avanti, che ci porta più vicino alla verità. E questo è il modo in cui possiamo imparare dagli errori. 

La nostra conoscenza si accresce nella misura in cui impariamo dagli errori, anche se non possiamo mai conoscere, nel senso di conoscere con certezza. 

Quelle fra le nostre teorie che risultano altamente resistenti alla critica e che, in un certo periodo, ci appaiono avvicinarsi alla verità meglio di altre teorie note, possono essere definite, unitamente ai rapporti sui loro controlli, come “la scienza” di quel tempo. Poiché nessuna di esse può essere giustificata positivamente, è soprattutto il loro carattere critico e progressivo – il fatto che possiamo ‘discutere’ sulla loro pretesa di risolvere i problemi meglio delle concorrenti – che costituisce la razionalità della scienza.

Questa, in poche parole, è la tesi fondamentale svolta nel presente libro e applicata a numerosi argomenti che vanno dai problemi della filosofia e della storia delle scienze fisiche e sociali, alle questioni storiche e politiche.

Prefazione alla seconda edizione. Rientra nella mia tesi l’affermazione che ‘ogni’ nostra conoscenza progredisce ‘soltanto’ attraverso la correzione degli errori

Introduzione.  Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza.

Il problema che desidero qui esaminare in modo nuovo, e che spero non solo di esaminare, ma di risolvere, si può forse considerare come un aspetto dell’antica disputa fra la scuola britannica e la scuola continentale di filosofia: la disputa fra l’empirismo classico di Bacone, Locke, Berkeley, Hume e Mill e il razionalismo classico, o intellettualismo, di Descartes, Spinoza e Leibniz. Nel corso di questa disputa la scuola britannica insisté sul fatto che la fonte prima di ogni conoscenza è l’osservazione, mentre la scuola continentale sosteneva che è l’intuizione intellettuale di idee chiare e distinte. 

L’empirismo non solo ha conquistato gli Stati Uniti, ma è largamente accettato anche sul continente europeo come la vera teoria della conoscenza ‘scientifica’. 

Cercherò di mostrare che le differenze fra la scuola empirista e la scuola razionalista sono molto minori delle loro somiglianze e che sia la prima che la seconda sono erronee. 

Il problema che ci poniamo appartiene alla teoria della conoscenza o epistemologia.

Penso che Russel abbia ragione quando afferma che il relativismo epistemologico, ossia l’idea che non esiste nulla di simile alla verità obiettiva, e il pragmatismo epistemologico, ossia l’idea che la verità è lo stesso che l’utilità, sono strettamente connessi con idee autoritarie e totalitarie.  

Il grande movimento di liberazione che si avviò nel Rinascimento fu tutto pervaso da un ineguagliabile ottimismo epistemologico: da una concezione estremamente ottimistica del potere dell’uomo di discernere la verità e di acquisire conoscenza. 

La nascita della scienza e della tecnologia moderna fu ispirata da questa epistemologia ottimistica di cui furono i principali portavoce Bacone e Descartes. Essi insegnarono che, quanto alla verità, l’uomo non ha alcun bisogno di appellarsi all’autorità, perché ciascun uomo porta le fonti della conoscenza in se stesso nella facoltà della percezione sensibile o nella facoltà dell’intuizione intellettuale.

L’uomo può conoscere: dunque, può essere libero. È questa la formula che spiega la connessione fra l’ottimismo epistemologico e le concezioni del liberalismo.

A tale connessione corrisponde la connessione opposta. La sfiducia nel potere della ragione umana, nel potere dell’uomo di discernere la verità è pressoché invariabilmente connessa con la sfiducia nell’uomo. 

Il contrasto fra pessimismo e ottimismo epistemologici si può dire coincida con il contrasto fra tradizionalismo epistemologico e razionalismo. 

Quando si ricerca la verità, può darsi che il criterio migliore sia quello di cominciare col criticare le nostre credenze più care. 

Descartes basò la sua epistemologia ottimistica sull’importante teoria della veracitas dei. Ciò che vediamo con chiarezza e distinzione non può non essere vero: perché altrimenti Dio ci ingannerebbe. 

In Bacone troviamo una dottrina simile. Essa potrebbe definirsi come la dottrina della veracitas naturae, della veracità della natura. La natura è un libro aperto. Chi lo legge con mente pura non può sbagliare. Solo se la sua mente è avvelenata dal pregiudizio, può cadere nell’errore. 

L’ignoranza può essere opera di poteri che cospirano per mantenerci in essa, che avvelenano la nostra mente riempiendola con falsità ed accecando i nostri occhi così che non posano vedere la verità manifesta. Questi pregiudizi e questi poteri, dunque, sono fonte di ignoranza. 

La teoria dell’ignoranza come cospirazione è ben nota nella sua forma marxiana, come cospirazione di una stampa capitalistica che perverte e sopprime la verità e riempie la mente del lavoratore di false ideologie. 

Questa curiosa credenza in una cospirazione è la conseguenza pressoché inevitabile della credenza ottimistica che la verità, e perciò il bene, debba prevalere solo che le si dia una buona occasione. 

Questa teoria in linea di massima fu un mito, proprio come è un mito la teoria della verità manifesta, da cui era nata. 

Perché, la semplice verità è che la verità è spesso difficile da conseguire, e una volta che l’abbiamo trovata può essere facilmente perduta di nuovo. Credenze erronee possono avere uno stupefacente potere di sopravvivere per migliaia di anni, a dispetto dell’esperienza, con o senza l’aiuto di una cospirazione. 

Dunque, può ben darsi che l’epistemologia ottimistica di Bacone e di Descartes non sia vera, ma essa incoraggiò gli uomini a pensare da soli. Essa rese possibile la scienza moderna e alimentò la lotta contro la censura e la repressione del libero pensiero. Divenne la base della coscienza non conformista, dell’individualismo e di un nuovo senso della dignità umana; dell’esigenza dell’educazione universale e di un nuovo ideale di società libera. Fece sì che gli uomini si sentissero responsabili per se stessi e per gli altri e fossero ansiosi di migliorare, non solo la propria condizione, ma anche quella dei loro simili. È questo un caso in cui un’idea cattiva ispirò molte idee buone.

Questa falsa epistemologia, d’altronde, ha anche portato a conseguenze disastrose. La teoria che la verità è manifesta – visibile a tutti, solo che lo vogliano – è alla base di quasi ogni forma di fanatismo. 

Ma la teoria che la verità è manifesta non solo educa uomini convinti che tutti coloro che non vedono la verità manifesta devono essere posseduti dal diavolo, ma può anche condurre all’autoritarismo. La cosiddetta verità manifesta, pertanto, ha costantemente bisogno non solo di interpretazioni e di asseverazioni (asseverazione è un atto formale con cui un professionista abilitato attesta la veridicità e la conformità di un documento o di una perizia, assumendosi la piena responsabilità legale e penale di quanto dichiarato), ma anche di reinterpretazioni e di nuove asseverazioni. Per pronunciarsi in proposito è necessaria una autorità. Molti epistemologi disillusi si allontaneranno allora dal loro primitivo ottimismo ed erigeranno una risplendente teoria autoritaria sulla base di una epistemologia pessimistica. Mi sembra che il più grande di tutti gli epistemologi, Platone, esemplifichi proprio questo tragico sviluppo. 

La dottrina cartesiana della vericitas dei ha una lunga storia che può facilmente ricondursi a Omero o a Esiodo. 

I poeti greci si riferiscono alle fonti della loro conoscenza, e queste sono fonti divine: le Muse. 

I poeti avevano l’abitudine di vantare, non solo fonti divine di ispirazione, ma anche fonti divine di conoscenza.

Queste due stesse pretese furono sollevate anche dai filosofi Eraclito e Parmenide. Eraclito, posseduto da Zeus, fonte di ogni saggezza. E Parmenide, lo ispira la dea Dike, la guardiana della verità. 

Nello Ion (Ione, dialogo)di Platone si traccia una netta distinzione tra l’ispirazione divina e le fonti o origini divine della conoscenza vera. Platone ammette che i poeti sono ispirati, ma nega ogni divina autorità a sostegno della loro pretesa conoscenza dei fatti. La dottrina platonica dell’anamnesis: Secondo il Meno di Platone (81 B-D) non c’è nulla che la nostra anima immortale non conosca prima della nostra nascita. Nascendo dimentichiamo, ma possiamo riacquistare memoria e conoscenza, anche se solo parzialmente: solo se vediamo di nuovo la verità, potremo riconoscerla. Tutta la conoscenza è perciò ri-cognizione: richiamo, o ricordo, dell’essenza o della natura vera della cosa, che un tempo conoscevamo. 

La nascita di un uomo è la sua caduta dallo stato di grazia; la sua caduta da uno stato naturale o divino di conoscenza, ed è perciò l’origine e la causa della sua ignoranza. 

È chiaro che c’è un nesso molto stretto fra questa dottrina dell’anamnesis e la dottrina dell’origine o fonte divina della conoscenza. Allo stesso tempo c’è pure un nesso molto stretto tra la teoria dell’anamnesis e la dottrina della verità manifesta: se vediamo la verità anche nel nostro stato depravato di dimenticanza, non possiamo non riconoscerla come tale. 

Ma Platone deve essere stato poi colto dalla disillusione: nella Respublica e nel Phaedrus troviamo infatti gli inizi di un’epistemologia pessimistica. Nel celebre mito dei prigionieri nella caverna egli mostra che il mondo della nostra esperienza è solo un’ombra, un riflesso del mondo reale. E osserva che se anche un prigioniero fuggisse dalla caverna e affrontasse il mondo reale si troverebbe di fronte a difficoltà quasi insuperabili per vederlo e per comprenderlo. Le difficoltà poste sulla strada della comprensione del mondo reale sono tutte sovrumane e solo pochissimi uomini, se pur ve ne sono, possono raggiungere lo stato divino della comprensione del mondo reale, lo stato divino della conoscenza vera, dell’episteme

Così troviamo, in Platone, il primo passaggio da un’epistemologia ottimistica a una epistemologia pessimistica. Esse costituiscono la base di due filosofie dello stato e della società completamente opposte: da una parte un razionalismo di tipo cartesiano antitradizionalistico, antiautoritario, rivoluzionario e utopistico, dall’altra un tradizionalismo autoritario. 

Secondo l’interpretazione in chiave pessimistica la caduta dell’uomo condanna tutti – o quasi tutti – i mortali all’ignoranza. 

Ma quello che ci interessa in questa sede è l’epistemologia ottimistica di Platone, la teoria dell’anamnesis del Meno. Essa contiene, ritengo, non solo i germi dell’intellettualismo di Descartes, ma anche quelli della teoria dell’induzione di Aristotele e, soprattutto, di quella di Bacone. 

Lo schiavo del Meno viene aiutato dalle accorte domande di Socrate (V a.C.) a ricordare, o riconquistare, la conoscenza dimenticata che la sua anima possedeva. 

L’anamnesis è il potere di scorgere la vera natura, o essenza, di una cosa di cui eravamo a conoscenza prima della nascita.

L’arte maieutica di Socrate consiste essenzialmente nel porre questioni dirette a distruggere i pregiudizi; false credenze che spesso sono credenze tradizionali o alla moda; false risposte, date con lo spirito della presunzione ignorante. Aristotele descrisse: “Socrate sollevava questioni, ma non dava risposte; infatti, confessava di non conoscerle”. Pertanto, la ‘maieutica’ di Socrate non è un’arte che miri a insegnare credenze, ma un’arte che tende a purgare o a ripulire l’anima dalle sue false credenze, dalla sua conoscenza apparente, dai suoi pregiudizi. A ciò perviene insegnandoci a mettere in dubbio le nostre convinzioni

Fondamentalmente lo stesso procedimento fa parte dell’induzione di Bacone.

La teoria baconiana dell’induzione: Bacone distingue tra un metodo vero (“interpretatio naturae”) e uno falso (“anticipatio mentis”).

Dunque i due metodi di Bacone sono:

  1. “la decifrazione del libro aperto della Natura” che conduce alla conoscenza o episteme;
  2. “il pregiudizio della mente, che giudica erroneamente prima del tempo, e forse giudica male, la Natura” il quale porta alla doxa o mera supposizione e quindi a una lettura errata del libro della Natura.

Quest’ultimo metodo, respinto da Bacone, è in realtà un metodo di interpretazione, nel senso moderno del termine. È il metodo della congettura o ipotesi, metodo di cui, incidentalmente, mi trovo ad essere un convinto sostenitore. 

Ma come possiamo prepararci a leggere in modo appropriato e veritiero il libro della Natura? La risposta di Bacone è: purgando la nostra mente da tutte le anticipazioni, congetture, supposizioni o pregiudizi. I nostri impuri pregiudizi devono essere esorcizzati invocando esempi contrari. 

Solo dopo che le nostre anime sono state ripulite in questo modo, possiamo cominciare l’opera di diligente decifrazione del libro aperto della Natura, la verità manifesta. 

Tenuto conto di tutto ciò, ritengo che l’induzione baconiana, come quella aristotelica, sia fondamentalmente la stessa cosa della ‘maieutica’ di Socrate; cioè la preparazione della mente grazie alla purificazione da tutti i pregiudizi, in modo da metterla in grado di riconoscere la verità manifesta, ossia di leggere il libro aperto della Natura.

Anche il metodo cartesiano del dubbio sistematico è fondamentalmente la stessa cosa.

Immagine di Copertina tratta da Insurzine.

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