Sprazzi di luce sulla Grande Guerra
Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana
Frat.i Treves Editori, Milano 1932
Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.
La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.
Parte XVIII di 20
Il Bollettino del 18 giugno parlava delle prove di avanzata degli austriaci su Maserada e su Candelù, tutte vanificate dai contrattacchi dei nostri. Così pure da Fossalta a Capo Sile. I nostri catturarono 1550 austriaci nei quattro giorni di combattimento. Altri attacchi austriaci furono respinti sul Montello e in fondo alla Val Brenta. Contingenti nostri e francesi ripresero il Pizzo Razea e la zona a sudest di Sasso. Fra i numerosi altri reparti si distinsero i battaglioni alpini Monte Clapier, Tolmezzo e Monterosa. Particolare menzione per tenacia ed eroismo fu d’obbligo per la brigata Pinerolo del 13° Fanteria, 6a Armata, e per la 178a compagnia mitragliatrici, autori di una eroica resistenza sul caposaldo di Cima Echar, come pure il 266° Fanteria con la brigata Lecce al Buso del Termine e al 117° Fanteria della brigata Padova a Sasso. “Complessivamente la 6a Armata italiana e i contingenti franco-britannici che ne facevano parte dovettero resistere a un attacco sferrato da 15 divisioni austriache”. Altre 14 divisioni premevano contro la nostra 4a Armata, l’Armata del Grappa. Le perdite da parte austriaca furono enormi: le divisioni 27a e 32a ridotte a poche migliaia di uomini; la 16a divisione con duemila uomini fuori combattimento. Nella notte del 15 l’Armata degli Altipiani, soltanto con i piccoli calibri di artiglieria, aveva sparato 30 mila colpi.
Le vie per l’invasione austriaca verso la pianura erano due: la prima era data dalla Val Brenta; la seconda, parallela alla prima, passava fra il massiccio del Col Moschin e il Col del Gallo ossia la Valle San Lorenzo. Gli sbarramenti all’avanzata austriaca stavano nei pressi di Valstagna, nel fondo valle, sulla sinistra del Brenta, in Val Frenzela e in Val Vecchia che conduceva a Foza, una volta sorpassata la fortezza presentata dal Pizzo Razea. Gli assalti prodotti dagli austriaci contro il Cornone e il San Francesco si risolsero in un fallimento. Anche la Val Vecchia, punto avanzato della Val Frenzela, resistette. Gli austriaci riuscirono a superare la linea di vigilanza da Stoccareddo a Col del Rosso e a spingersi verso Val Sasso per lanciarsi su Pizzo Razea che passò varie volte di mano in mano, conquistato definitivamente dai bersaglieri e dai fanti della brigata Padova.
Accadeva così anche per il Col Moschin, invaso dagli austriaci il 15 giugno e riconquistato dai nostri dopo aspri scontri, per l’eroismo della brigata Basilicata e delle Fiamme Nere del 9° reparto d’assalto. Furono fatti 300 prigionieri con 25 ufficiali. La Val Brenta era stata liberata.
Nella giornata del 17 e nella notte sul 18, dopo scontri accaniti, i nostri fecero prigionieri 9.011 austriaci e realizzarono un notevole bottino di cannoni e mitragliatrici; in 50 si contarono gli aerei austriaci abbattuti. Gli austriaci tentavano di sfondare nel basso Piave, tra Zenson, Fossalta, San Donà, Musile, Capo Sile per dirigersi su Mestre e su Monastier in direzione di Treviso, ma i contrattacchi delle nostre difese li respinsero ogni volta. Gli scontri si susseguivano con alterne vicende. Dopo mezzogiorno del 19 giugno la linea italiana di difesa si stendeva lungo la Fossetta, nei pressi del paese di Meolo. La battaglia continuava a infuriare sul Montello e lungo il Piave, con 1226 prigionieri austriaci caduti nelle mani degli italiani. Attacchi austriaci, nella giornata del 19, a Zenson e a San Donà, videro i nostri vittoriosi con la cattura di 513 altri prigionieri.
Al fianco dei nostri erano accorsi a combattere, contro gli austriaci, reparti cecoslovacchi, mentre nel cielo venivano abbattuti 14 aerei austriaci.
Altri 102 prigionieri venivano fatti dai francesi a Bertigo e Pennar sull’Altipiano di Asiago, mentre un centinaio cadeva nelle mani dei nostri durante la riconquista del Monte Costalunga. Ancora, sul Monte Corno venivano respinti tentativi nemici. Ad arrestare l’offensiva austriaca sferrata da Collalto a Monastier con obiettivo Treviso, fu, fra altri reparti ardimentosi, per la particolare resistenza opposta, la 25a divisione. Per altro verso la 42a divisione austro-ungarica veniva annientata dalla resistenza opposta dalle nostre truppe in zona Costalunga e Pennar. Sulle 40 divisioni introdotte dagli austriaci, ben 30 subirono perdite di notevole entità. Il Corriere della Sera del 20 giugno comunicava la denominazione dei tre punti previsti dagli austriaci per l’invasione in Italia: il Montello, la direttrice Candelù-Fagarè e la zona occidentale nei pressi di San Donà.
Sul Montello la 4a Armata dell’arciduca Giuseppe era quasi immobilizzata. Per gli austriaci l’obiettivo sarebbe stato muovere da occidente del Montello, scendere su Montebelluna, prendere possesso della viabile e della ferrovia, quindi spingersi fino a Treviso. Occorsero quattro giorni di lotta furiosa per far desistere dal loro piano gli austriaci che dovettero cedere alcune centinaia di prigionieri e i cannoni presi nella prima giornata degli scontri. Ancora forti contrattacchi dei nostri nella giornata del 21, con la cattura di centinaia di prigionieri. La stessa scena si ripeté sul Piave, a Candelù, a Fagaré, a Zenson, a San Donà. Il numero dei prigionieri dall’inizio della battaglia ammontò a oltre 12 mila.
Nelle battaglie aeree, cacciatori nostri, alleati e americani abbatterono 11 aerei nemici, mentre il maggiore Baracca celebrava la sua 34a vittoria il giorno 19, il giorno in cui venne colpito e abbattuto. Successi ulteriori dei nostri si verificarono su Losson e su Cortellazzo.
Luigi Barzini scriveva: “L’idea di schiacciare l’Italia per disporre dell’intera forza austriaca in una collaborazione austro-tedesca sul fronte francese e per raggiungervi la vittoria finale con una rapida lotta, sembra sia stato il punto di partenza del vasto piano aggressivo degli Imperi centrali… L’Italia non fu schiacciata. Amputata, ferita, dolorante, non cadde… Sul Grappa l’Italia non ha difeso unicamente se stessa. La vittoria germanica sull’Intesa dipendeva dal mettere subito l’Italia fuori causa”. Diceva ancora, Barzini, della “perfetta certezza nemica di annientare l’Esercito italiano, di schiacciarlo fra le pinze dell’immensa tenaglia formata dalle armate di Conrad a nord e dalle armate di Kirchbach a est, avanzanti irresistibili dai monti del Piave con 50 divisioni austriache, che equivalgono per numero di uomini a oltre 75 divisioni tedesche… 9 divisioni finora sono completamente disfatte”.
Francesco Baracca. Il maggiore Baracca si era alzato in volo a capo di una pattuglia aerea della sua squadriglia per mitragliare le compagini nemiche. La sera del giorno 19 giugno 1918, verso le ore 18, il maggiore Baracca era ripartito per la quarta volta. Si era abbassato per primo sull’Abbazia di Nervesa, località zeppa di formazioni austriache. Seguito dall’aereo del tenente Osnaghi, iniziò il mitragliamento creando scompiglio fra i soldati austriaci. Era arrivato a 150 metri dal suolo. A un tratto – riferisce Guelfo Civinini – “l’apparecchio di Baracca diede un balzo, si impennò e subito precipitò, divampando”. Era stato fatto segno di mitragliatrici austriache con proiettili incendiari. “Il velivolo dell’asso degli ‘assi’ piombò in mezzo alla battaglia, sul terreno che i nostri contendevano al nemico, sul versante meridionale del Montello… fra l’Abbazia di Nervesa e una località che è detta la Busa delle rane”. L’aereo divampava in un incendio che durò per tutta la notte. I nostri si trovavano a circa 300 metri dal luogo della caduta, tenuti a distanza dalle mitragliatrici austriache.
Il maggiore Francesco Baracca, trentenne, era originario di Lugo di Romagna. Fu tenente dei lancieri di “Piemonte Reale”, fece il proprio ingresso nell’Aviazione nel 1912. Passò dal campo di Mirafiori a quelli di Taliedo, di Pordenone. Nel 1915 fu inviato in Francia presso il campo di Bourget, quindi a Campoformido. La data del 7 aprile 1916 segnò la sua prima vittoria aerea. Conseguì sino a 34 vittorie. Era stato insignito di sei decorazioni italiane al Valore, dell’Ordine Militare di Savoia, di una MOVM, di tre MAVM, di una medaglia di bronzo e delle Croci di guerra francese, serba e belga. “Francesco Baracca non poteva soccombere in combattimento aereo. Aviatore e cavaliere, è caduto come un fante tra i fanti”. Fu ritrovato il 24 giugno dagli aviatori Osnaghi e Ranza, con il giornalista Raffaelo Garinci. “Le fiamme lo avevano appena lambito… Dall’esame medico risultò che aveva alla tempia una piccola ferita da pistola… per non cadere nelle mani del nemico”. I funerali si svolsero con il trasporto della salma dell’eroe su una carretta di battaglione. L’accompagnavano il tenente colonnello Piccio, il capitano Ruffo di Calabria, uno stuolo di aviatori, compresi francesi, inglesi e americani, ufficiali e soldati di tutti i servizi e di tutte le Armi, il conte di Torino e molti altri fra l’Esercito e il popolo. Rendevano gli onori squadroni di cavalieri di “Piemonte Reale”, di “Mantova”, di “Treviso”. “Una bianca nidiata di bambine precede il corteo: un’ala candida. Hanno rose e lauri, e infiorano la strada sulla quale passerà la salma”. Dal popolo venivano esposti drappi neri e fiori; 50 corone di fiori erano state inviate dal Re, dal Duca d’Aosta, dal ministro Orlando e da molte altre autorità, compresa la città di Lugo. Il conte di Torino porgeva il saluto in nome della Cavalleria italiana, al quale seguiva l’omaggio tributato dal generale Bongiovanni, comandante supremo dell’Aeronautica: Ancora, venivano espressi saluti da parte del prefetto di Treviso, conte Bardasono di Rigas, in nome del Governo, poi il sindaco di Lugo, il tenente colonnello Piccio e Gabriele d’Annunzio. Nei cieli volteggiavano aerei per rendere onore e l’ultimo saluto all’eroe caduto.
Il generale Conrad aveva raccolto la terza sconfitta sul fronte italiano: la prima sull’Altipiano di Asiago nel maggio 1916; la seconda sugli Altipiani e sul Grappa nel novembre-dicembre 1917; e la terza a partire dal 15 giugno 1918. In questa ultima settimana dell’offensiva l’Austria aveva destinato sul fronte italiano 71 divisioni, delle quali una cinquantina erano previste per l’attacco: una trentina su terreno montuoso, fra l’Astico e il Piave in direzione Montello; le restanti divisioni lungo il corso del Piave, da Nervesa al mare. Sull’Altipiano di Asiago erano dislocate 8 divisioni di attacco e 7 di riserva. Avevano il compito di occupare il Monte Paù (1417 metri), il Col di Asiago, e di discendere la Val Frenzela fino a Valstagna, per gettarsi infine su Vicenza e Bassano. Dal Brenta al Piave erano pronte 7 divisioni d’attacco e 5 di riserva, dell’11a Armata al comando del generale Scheuchenstuel, che dal monte Pertica avrebbero dovuto aggirare il Grappa dalla parte di Val Brenta, a partire dall’occupazione di Col Fenilon e di Col Moschin. Dovevano poi attaccare il Monte Casonet e il Solarolo per completare l’aggiramento del Grappa, con l’ausilio di una divisione di rincalzo.
Una divisione della 6a Armata dell’arciduca Giuseppe era incaricata di passare il Piave a sud di Pederobba e proseguire per Montebelluna e Asolo, aggirando il Grappa a tenaglia, con il completamento dell’opera apprestato dalle truppe insistenti in Val Brenta. Le “Isonzo Armée” del generale von Wurm dovevano anch’esse passare il Piave e, per le vie di comunicazione di Spresiano, San Biagio di Callalta e Fossalta, per conquistare Treviso. Dal Montello sarebbero partite le formazioni dell’arciduca Giuseppe per piombare su Cornuda e Montebelluna e riunirsi agli altri contingenti in azione. Erano 15 divisioni che minacciavano la nostra resistenza. Ma a partire dalla sera del 20 giugno le forze austriache dovettero cedere di fronte ai poderosi attacchi italiani. Era il segno palese della sconfitta dell’Esercito austro-ungarico.
Come affermava un dispaccio dell’Agenzia Stefani, “Nessuno di questi obiettivi ha potuto raggiungere il nemico. Nel settore montano ha dissanguato una quindicina di divisioni per ottenere l’unico risultato di rioccupare Cima di Valbella e Col del Rosso”, e così nei combattimenti lungo il Piave. “Interi reggimenti sono andati distrutti nel tormento terribile del nostro fuoco… A non meno di 180 mila uomini ammontano le perdite del nemico”.
In Francia tutti i giornali il 22 giugno rilevarono la difficile situazione delle divisioni austriache che si trovavano sulla riva destra del Piave e che le controffensive italiane inchiodavano sul posto”. L’Agenzia Reuter dichiarava: “Il 18 tutti i ponti sul Piave, eccetto quattro, furono asportati dalla piena dell’acqua e le comunicazioni degli austriaci con le loro truppe a occidente del fiume devono essere difficilissime… più tardi, nella regione del Montello, un ponte è stato distrutto e il solo ponte rimasto, quello di Mira, è ora sotto un violento bombardamento. Si crede che gli austriaci del Montello non abbiano ricevuto soccorso dal 18 corrente”.
Il 23 giugno il Bollettino del Comando Supremo comunicava notizie circa gli scontri aerei: il giorno 22 erano stati abbattuti 10 aerei austriaci, mentre il tenente Fulvio Baracchini celebrava la sua 29a vittoria. Dal 15 giugno gli austriaci avevano perso 95 aerei e 6 palloni frenati.
All’Ambasciata inglese l’on. Orlando comunicò: “Sono lieto di annunciare che gli austriaci, incalzati da tutte le parti dalle nostre valorose truppe, sono stati sconfitti e obbligati a ripassare in disordine il Piave”.
Luigi Barzini scriveva dalla zona di guerra: “Delle divisioni nostre, che tenevano dodici chilometri di fronte, hanno retto all’urto formidabile dei due corpi d’Armata nemici”.
Secondo le previsioni austriache tutta la linea del Piave sarebbe stata forzata per l’estensione di 60 chilometri, con la conquista dapprima del fronte di Montebelluna-Treviso-Capo Sile, per poi muovere da Nervesa e dalle Grave di Papadopoli in direzione del Montello e di Maserada. L’urto partì dalle Grave di Papadopoli, ma fu arrestato fra San Paolo e Cima Dolino. Gli austriaci si attestavano sui salienti di San Donà e di Candelù. La tattica del contrattacco, adottata anche dai nostri, prevedeva mosse che superavano la vecchia concezione del fuoco di trincea, puntando invece a una lotta aperta, mobile, nella quale erano richiesti prontezza, slancio, audacia. Contro le due teste di ponte gettate dagli austriaci sul Montello e sul basso Piave si inasprì la pressione delle nostre truppe che costrinsero gli occupanti, infine, a scegliere fra la resa e la fuga.
Il 23 giugno 1918 era la data che aveva segnato la nostra vittoria sul Piave, dopo otto giorni che gli austriaci tenevano la destra del fiume. Gli austriaci avevano perso quattromila uomini tratti in prigionia, e un’enorme quantità di armi e materiali.
L’Agenzia Stefani commentava: “La vittoria nostra era assicurata fino dal 20 giugno, quando il nemico, già fulmineamente battuto da noi e dai contingenti alleati sull’Altipiano di Asiago e nella regione del Grappa, era stato addossato al Piave nella zona del Montello e fra Candelù e Capo Sile, mercè la strenua tenacia e l’irruento impeto delle truppe nostre… Sconfitto in montagna e in pianura, dissanguato da perdite enormi, esausto di forze e di mezzi, spogliato dei vantaggi iniziali conseguiti, vinto insomma, il nemico ha dovuto ritirarsi. L’Esercito italiano può gloriarsi di aver battuto, col valido appoggio di divisioni alleate sull’Altipiano di Asiago, tutto l’Esercito austriaco”.
Sul Montello erano stati inviati la 17a divisione ungherese e la 31a Honved, la 13a Schützen, i cavalieri appiedati dell’11a divisione di Cavalleria, la 82a brigata Honved della 41a divisione che tennero la posizione per sette giorni.
Gli austriaci iniziarono a ritirare le artiglierie la sera del sabato (22 giugno) alle ore 22 “mentre alcune loro divisioni sulla riva destra del Piave aspettavano il cambio, è giunto improvviso l’ordine di ripiegamento generale”.
Arnaldo Fraccaroli dava un volto alla ritirata degli austriaci: “Da Nervesa a Fossalta il feld-maresciallo Boroevic, che ha il comando delle due Armate schierate lungo il fiume, aveva ordinato alle truppe della 5a Armata Wurm di cominciare la ritirata sul Piave alle ore 11 della notte fra sabato e domenica… Le truppe appartenenti alla 15a divisione dell’Armata di Wurm, che da Nervesa a Capo Sile erano state scagliate sulla riva destra meno una, la 33a, avevano un’estrema difficoltà di collegamento con l’altra riva. Le passerelle appena congegnate o riparate venivano immediatamente schiantate dai nostri tiri, i barconi travolti, le truppe o corvées per rifornimenti segnalate e bombardate dagli aeroplani… inseppelliti le migliaia di morti, che rendevano l’aria irrespirabile… Il tracollo venne dal sanguinoso insuccesso dei cinque attacchi austriaci scagliati il giorno 20 in zona di Losson, nella regione di Meolo… I cinque assalti furono stritolati dai piccoli sardi della brigata Sassari e da uno sfolgorante battaglione della brigata Bisagno”.
La 91a brigata Schützen… restò quasi totalmente distrutta. Il generale brigadiere che la comandava, atterrato dal macello dei suoi uomini, si uccise.
In cielo venivano abbattuti cinque aerei austriaci accorsi per dare soccorso ai fuggiaschi. Nei giorni 23 e 24 si contarono 9 aerei austriaci abbattuti.
“Da Foline, a nord di Candelù, sino a Fossalta, la zona è completamente spazzata alle ore 18”. Venivano catturati quasi 2.000 prigionieri con moltissimo materiale da guerra e venivano recuperati i cannoni persi all’inizio dell’irruzione austriaca.
Immagine di Copertina tratta da Memoria e Soria.

