Zibaldut di idee affastellate
Parte IV di 5
Ben lungi dal volermi porre accanto allo “Zibaldone” del grande Giacomo Leopardi, ne ho però preso a prestito il titolo, variandolo a modo mio, perché anche “Zibaldino” già era stato adottato precedentemente.
Il suffisso dut, apposto a parole che si vogliono esprimere nel diminutivo o vezzeggiativo, l’ho preso dalla lingua carnico-friulana, nel cui linguaggio mi sono immedesimato per tributare onore alla donna originaria di quella nobile terra, che mi è stata campagna per la vita, che è stata la mia vita.
Quindi Zibaldut starebbe per Zibald-piccolo ovvero Zibalduccio.
Considerazioni personali. Vagando nell’infinito. Tanto per tornare ai robot. Ora (da un mio appunto nel mese di maggio 2001) hanno scoperto la sede dell’Io: sarebbe nella corteccia prefrontale, nella parte destra. Dunque allora, se così è, una ipotetica lobotomia che scardini quella zona individuata come sede dell’Io che cosa lascerebbe nella persona? Un individuo senza individualità ovvero un non-individuo? Un essere autoreplicante incapace di autoriconoscersi? Ma, questo Io, poi, che cos’è? Una manciata di neuroni integrati in un sistema vivente? Un’entità che emerge a poco a poco e impara a differenziarsi da altre entità? Io so di essere… penso, dunque sono. Prima non c’ero, e non pensavo; non pensavo e non c’ero. La memoria cosciente, quella illuminata dal fluire vitale quotidiano, è sorta piuttosto tardi dopo il momento della nascita fisiologica. Può darsi che soltanto non ricordiamo, ma le esperienze, nel tempo, hanno una diversa chiarezza e un diverso spessore per il nostro comportamento e la nostra conoscenza attuali. Ricordiamo bene quello che è successo pochi attimi fa, un po’ meno ciò che appartiene a ieri, a due o più giorni addietro; più ci spingiamo a ritroso nel tempo, più ci rendiamo conto di aver smarrito una serie di dettagli per ciò che ricordiamo, e non ci accorgiamo di aver perso la memoria di episodi interi. Ma quel che accadeva quando avevamo uno o due mesi di vita, quello proprio non lo rammentiamo, almeno a livello di coscienza, senza escludere tuttavia che resta ancora in ballo il farsi di una memoria cellulare. Memoria, esperienza, sensazioni, informazioni, percezioni, apprendimento: tutto un insieme di facoltà e processi che emergono a un certo punto, si organizzano e fanno sì che noi crediamo di esperire un Io, di essere.
In che cosa c’entra il robot? Già, il robot! Ma io mi chiedo: perché tutto questo insieme di processi evolutivi/involutivi, perché questa meteora effimera che chiamiamo vita, perché essere qui, ora, e scrivere queste sciocche considerazioni, anziché essere altrove, fare altro, essere altro? E perché Io? Posso immaginare che, in questa grande confusione che è la non conoscenza travestita da barlume di presunzione di conoscenza che crediamo orgogliosamente di poter sfoggiare, forse non importa proprio che cosa pensiamo e perché pensiamo. È da pensare che siamo stati programmati così, per fare questo o quello e per decidere di non fare altra cosa. Se c’è un CHI che ci ha programmato, certo non ha programmato me come individuo – questa la mia congettura – ma avrebbe pensato inizialmente a un percorso evolutivo nel quale io e altri abbiamo giocato un ruolo su una scacchiera di cui non conosciamo lo scopo ultimo. Ci chiediamo continuamente quale sia lo scopo della nostra esistenza individuale, ma molto più pressante sarebbe la domanda rivolta a sapere a che cosa serve questa cosa che definiamo “evoluzione”. Forse questo CHI ha impostato un programma inserendovi un’intelligenza cosmica che, nell’ammasso incommensurabile del caos, avrebbe via via applicato un sistema di leggi e di regole le quali, per sfrondature successive, avrebbero portato a impostare sistemi di vita, di operatività, di consapevolezza. Tutto questo succede, ora e a partire da qualche centinaio di milioni di anni, sul pianeta Terra. Una briciola invisibile in un Universo inconoscibile, inafferrabile, inconcepibile. Tutto intorno: vuoto, freddo, meccanismo. Per trovare un altro pianeta con vita? Chissà dove… chissà quanti… senza nulla sapere l’uno di ciò che accade negli altri. E quando, fra sette miliardi di anni, poniamo, il nostro Sole, trasformato in una supernova, invaderà la Terra e la farà semplicemente evaporare, tutto ciò che l’evoluzione è stata e ha comportato, in centinaia di milioni di anni, annientato, qui dove si è realizzato, senza effetto alcuno sulle dinamiche del resto dell’Universo, come se non fosse mai stato.
E, allora, a parte questo nostro pianeta dove la scintilla effimera della vita è scoccata, ieri, e già sta per esaurirsi, ci sarà qualche angolo dell’Universo dove esista evoluzione biologica, mentale, sociale, tecnologica di livello tale da lasciare un segno, da portare con sé un significato per la globalità intera di “ciò che è”? Oppure tutto si riconduce a una forma di esistenza che è soltanto apparente e che vuole essere una sola e particolare, necessaria espressione di un più complesso sistema di dimensioni a vari livelli di consapevolezza, verso l’acquisizione (per chi e da parte di CHI?) di una consapevolezza senza limiti?
Stiamo vivendo in una dimensione? Proveniamo da altre dimensioni? E se io, individuo, non fossi mai nato? È proprio vero che dovevo “necessariamente” nascere? Devo pensare che tutti coloro che condividono con me questa esistenza sono “me” e io sono “tutti loro”, sulla scia del detto “Io un’altra volta” coniato da Arthur Schopenhauer? C’è un punto di vista che afferma non esistere alcuno che non avesse dovuto esistere. CHI l’ha voluto vive anche in ognuno di noi, ciascuno dei quali è tutti ed equivale a CHI. Ma perché, in fondo, esiste CHI? Non poteva non esserci? Se un bambino muore per complicazioni perinatali, anche lui è CHI? Ma la consapevolezza che avrebbe dovuto sviluppare esiste, resta in potenza, si trasferisce?
Possiamo prefigurarci il nulla, il mai essere stati, il non essere di ogni cosa che perviene alla nostra conoscenza? Siamo programmati, in un’intesa dualistica, per conoscere attraverso continui confronti: diciamo di conoscere il caldo perché sappiamo che cos’è il freddo, diciamo di conoscere la felicità perché esistono la privazione e il desiderio, diciamo di conoscere le tenebre perché abbiamo sentore di cos’è la luce. Se noi fossimo nati in un punto così lontano, tra due galassie estremamente distanti da non poterle distinguere, in mezzo al vuoto assoluto e alla privazione assoluta di elementi, di luce, di calore, impediti nel fare confronti di qualsivoglia sorta, a che cosa si ridurrebbe la nostra consapevolezza? Siamo qui e ora, perché siamo immersi in un mondo di forme e sensazioni che ci consentono di operare confronti e di divenire consapevoli di ciò che è più e di ciò che è meno. Perché 13 miliardi e 831 milioni di anni fa – cito dalle ultime stime in ambito astrofisico – si verificò il Big-Bang? A ritroso nel tempo e nello spazio la massa, così estesa e imponente per quanta sia la conoscenza raggiunta, si riduce sino a scomparire. L’intuizione einsteiniana, E=mc², quale significato può allora avere? Se la massa si riduce a zero, e così la velocità cinetica, allora avremo “E=0” oppure l’opposto “E=Infinito”. Tutto, dunque, si trasforma in potenzialità senza limiti? Oppure, oltre la soglia del Big-Bang si svolge un movimento a ritroso, un’involuzione? Come dire, l’Universo a fisarmonica, che si espande e si contrae all’infinito; che differenza fa di fronte alla domanda: perché questo divenire e perché esiste?
I punti di vista dell’esperienza. Cinque persone guardano una tigre in gabbia. La persona A prova una certa esperienza di sensazioni che le altre quattro persone non possono conoscere, neppure se vedessero dentro il suo cervello i processi mentali e le rappresentazioni che vi si attivano. Sentire di avere un’esperienza è una cosa unica, incomunicabile, anche se le cinque persone possono supporre di provare una sensazione simile di meraviglia-terrore-stupore. Posto che si tratti solo di stupore, tutte le cinque persone vedono e sentono la stessa cosa o hanno imparato a vedere e a sentire una condivisione? Vedo una macchia rossa: sono certo che gli altri vedano il rosso come lo vedo io? Certo, si pone una lunghezza d’onda nella banda dei colori, che è da tutti condivisa, ancora probabilmente; ma questa lunghezza d’onda significa che altri vedano il “mio” vedere rosso? Altri esseri pare percepiscano i colori in modo diverso da noi: le api, per esempio, distinguono bene pochi colori; per gli altri percepiscono qualcosa come sarebbe per noi una mistura di tinte tendenti al grigio. Supposizione anche questa, perché nessuno è mai entrato negli apparati visuo-percettivi di un’ape per constatarne la veridicità; soltanto deduzioni parziali e provvisorie.
Se la mia coscienza potesse vagare fuori di me e partecipare delle esperienze di un’altra persona, usando quel suo cervello, vedrei ancora la tigre come la vedo ora? Già, tutti siamo concordi che la tigre ha la testa a un’estremità e la coda all’altra, e ha quattro zampe e queste stanno di norma a sorreggere il corpo; ma le coordinate “estremità”, “quattro”, “corpo” e così via significano che tutti intendiamo “oggettivamente” la stessa cosa? “Largo” in spagnolo ha il significato di “lungo” in italiano, ma tutti, spagnoli e italiani, conosciamo la differenza della difficoltà di guida su una carreggiata larga o su una stretta, tutti conosciamo la sensazione di un tempo cronologico che appare lungo o breve, al di là della terminologia di referenza.
Il mondo è quello che vedo io e che credo di condividere in un insieme di rappresentazioni con gli altri, oppure io e gli altri tutti proiettiamo rappresentazioni soggettive e, in quanto tali, originali e cangianti, sulle quali ci riconosciamo, alle quali diamo un nome e una referenza oggettiva accostandole a un oggetto illusorio che ognuno di noi ha creato nella propria rappresentazione per avere un riferimento, per orientarsi nella vita, ma che non c’è? Creiamo il mondo… ma perché dobbiamo crearlo? Forse che non ci basta il mondo delle nostre rappresentazioni, quei noumeni o cose in sé che Kant giudicava irraggiungibili e che per Schopenhauer possono essere colti con grande sforzo di introspezione?
Abbiamo bisogno di qualcosa fuori di noi, qualcosa che siamo riusciti a materializzare, a oggettivare, per poterci orientare nel nostro cammino? Il noumeno, la cosa in sé ci terrorizza? Perché? Ne esiste un motivo? Con tutta probabilità perché abbiamo bisogno di un mondo illusorio, come la cacciata dall’Eden?
Dunque, la rappresentazione che io ho della tigre può essere soltanto la mia rappresentazione e, in quanto tale, unica. Anzi, se su sette miliardi di persone una soltanto avesse la mia identica rappresentazione della tigre, se questa rappresentazione fosse perfettamente sovrapponibile come due poligoni uguali fra loro, io e quella persona creeremmo lo stesso mondo e dovremmo coincidere come entità creatrici. Forse questo caso non si verifica mai: ogni rappresentazione è unica. Quella che io chiamo coda, all’opposto della testa, di quel colore che ha, può avere tutt’altra referenza spaziale, cromatica, morfologica per un’altra persona che vede pure la tigre, ma la vede in quanto crea una propria rappresentazione che può essere qualcosa di completamente estraneo all’essenza della rappresentazione che io creo. Semplicemente concordiamo, senza darcene ragione, sulla equireferenzialità delle nostre diverse rappresentazioni e, anche, delle nostre rappresentazioni non soltanto figurali ma emozionali, reattive.
Quasi un paradosso, ma duro da accettare. Se la tigre mi ammazza e mi sbrana io finisco di creare rappresentazioni, in quanto cervello biologico. Quindi la tigre non c’è più, perché la proiezione oggettivante cade con lo spegnersi della rappresentazione. Si dice che continua a esserci per gli altri che, in preda al panico, si sono dati alla fuga: vero, stanno continuando a condividere la creazione di uno scenario condiviso per non smarrirsi. Credo di dover dare ragione a Schopenhauer (1788 Danzica – 1860 Francoforte sul Meno) quando sosteneva che desiderio e privazione sono fonte di dolore e di noia; l’individuo può sottrarsi al desiderio e contemplare le idee che sono essenze poste fra l’energia creatrice della volontà (impulso cieco di energia vitale) e il mondo della rappresentazione; l’unico valore del mondo è il nulla della sua negazione. Ma, ancora, perché questa spinta a creare rappresentazioni di un mondo illusorio condiviso?
“Io” è una persona? Un processo? Una struttura dentro il mio cervello? Oppure “io” è una qualche essenza inafferrabile che sente ciò che succede nel mio cervello?
“Alcune delle idee più fantastiche – l’elettrone solitario di Wheeler che tesse l’Universo o l’interpretazione di molti mondi della meccanica quantistica di Everett o l’ipotesi di Dawkins che noi siamo macchine per la sopravvivenza dei nostri geni – sono state avanzate in tutta serietà da scienziati eminenti. Arrivare a capire la mente richiederà probabilmente nuovi modi di pensare che, sulle prime, saranno tanto scandalosi quanto la sconvolgente ipotesi di Copernico o la bizzarra pretesa di Einstein che lo spazio stesso possa essere curvo”.
Accumulare. Bene! Se siamo dei robot non abbiamo neppure gran che di scelta e di libero arbitrio a nostra disposizione. La nostra vita è disseminata di alternative fra le quali scegliere, direzioni da prendere, diramazioni e bivi che richiedono una decisione. Ognuno di noi, in questa ramificazione di possibilità, finisce per creare un tracciato tortuoso che, alla fine dell’esistenza, è quello e proprio quello: era predestinato? Questo tracciato l’abbiamo scelto, voluto, creato, noi individui capaci di volizione? Oppure abbiamo scelto un percorso in quanto “per noi” quel percorso era necessario e non poteva essere diverso? Diverso da che? Dall’unico percorso per il quale io sono confacente, che diamine! Necessario a che? Questo non me lo chiedete; chiedetelo a CHI, ammesso che siate più fortunati di me nell’incontrarlo, almeno una volta, sulla vostra strada.
Ciascuno degli umani, dunque, vive una vita che era già disegnata: disegnata non nelle sue caratteristiche particolari da un artefice attento al suo evolversi nello spazio e nel tempo; no, l’artefice, o CHI, o chiamatelo come volete, sai cos’avrebbe potuto fare? Ecco, esattamente questo: creare un progetto evolutivo, inserirvi leggi generali le quali comprendessero in sé, intrinsecamente, ordini e informazioni più particolari e un principio autoregolativo che avrebbe smistato, regolato, modificato, innovato, quand’anche non stravolto, all’occasione, questi ordini e queste informazioni; e poi avrebbe detto: “Vai avanti”, senza pensarci più, perché in quel progetto avrebbe continuato a vivere la sua intelligenza. E noi crediamo di essere padreterni! Abbiamo mai pensato di che cosa riempiamo questo nostro percorso esistenziale? Sì, perché è gioco forza cercare di riempirlo.
Pigrizia e necessità possono essere individuati come i due estremi che condizionano i comportamenti di tutti i viventi, soprattutto animali. L’animale soddisfatto ama impigrire e, se può, alla pigrizia dedica parecchio del suo tempo vigile. Ma poi subentrano, ora l’una ora l’altra, tante necessità. Di per sé orientate alla sopravvivenza: la fame, la paura, l’estro fra le principali. Se ha fame, l’animale non può scegliere di scordarsi del cibo; se ha paura, non può fare a meno di fuggire o di attaccare; se l’estro dà una scossa alle sue esplosioni ormonali, non può fare a meno di cercare un partner per accoppiarsi.
Per l’uomo la cosa va un po’ diversamente. Anche lui ama impigrire, ma ciò che lo differenzia dagli altri animali è che l’uomo non si gode la pigrizia quando è soddisfatto, per il semplice fatto che la sua soglia di soddisfazione non è biologicamente determinata, ma è spostata continuamente in su e in giù dall’intensità delle aspirazioni e della volizione individuali. Ecco che, allora, l’uomo si dà da fare e si agita più del necessario per accumulare beni che gli consentiranno di vivere più a lungo e più in profondità la pigrizia che lo attende. Attributi come “avido, prepotente, malizioso, ingannatore, mentitore, traditore, violento, tracotante, sprezzante, indifferente, insensibile” e via ancora fino a che si voglia, ben si adagiano su come si manifesta gran parte, e pare una parte crescente, del comportamento umano. Il desiderio di accumulare diventa così, per un condizionamento onto e filo-genetico, una componente essenziale della natura umana. Accumulare è consistito, sempre, nell’uso degli attributi di cui sopra e dei loro correlati comportamentali, nell’invenzione di nuove e più efficaci strategie volte a spostare di luogo beni e risorse: uno spostamento lecito/illecito e uno decisamente illecito. Il primo concerne lo sfruttamento delle risorse energetiche e l’invenzione e messa a punto di tecnologie sofisticate. È uno spostamento lecito quando è effettuato in chiave ecologica e tiene conto sia della conservazione degli equilibri naturali sia delle pari opportunità di accesso e di fruizione da parte di tutti. Può diventare più o meno illecito se non tiene conto delle condizioni appena accennate. Decisamente illecito, allorché la miopia sconsiderata deliberatamente imposta dall’avidità e dalla brama di potere arriva a sanzionare intere popolazioni privandole del diritto a partecipare al bene comune che la natura mette a disposizione di tutti gli uomini. Il secondo tipo di spostamento proviene dall’ultimo atteggiamento sopra riferito: togliere sempre più a chi vive nell’ignoranza, nella indigenza, nella malattia (perché, tanto, non avrà forze né forti spinte motivazionali per reagire) e accumulare a vantaggio di poche persone, un gruppo sempre più ristretto che consuma e gode della fetta sempre più grande dei beni naturali.
Ah, se avessi tenuto con cura gli albi di quand’ero bambino: Dik Fulmine, Mandrake e Lotar, Pecos Bill, Ciclone, Tex Willer, Gordon!”, si sente dire di tanto in tanto da chi è arrivato sulla settantina o giù di lì. Rammarico per non aver accumulato? Per quale motivo? Ebbene, perché oggi mi sentirei di essere qualcosa di più, perché quelle pubblicazioni potrebbero oggi valere una fortuna sul mercato. Eppure, non facciamo altro che accumulare, collezionare, mettere insieme. Noi, da piccoli, collezionavamo i tappi della birra, poi le prime figurine dei calciatori, poi sono arrivate le collezioni su album prestampati, con le buste di figurine in vendita: gli animali, gli Eroi del Risorgimento (chi non ricorda Ciceruacchio di qua, la sindetociste o come si chiamava di là…): era l’avvio della commercializzazione, del movimento consumistico. Ora intravediamo chi colleziona idee, chi farfalle, chi francobolli, chi denaro, chi parole, chi consensi, chi apparenze. È tutto un gran darsi da fare. Io stesso, che sto scrivendo, in questo momento forse sto collezionando tentativi; tentativi di capirci qualcosa, che, l’uno sull’altro, hanno già fatto un bel mucchio, ma di null’altro che di un mucchio si tratta… Servirà a uno scopo?
Immagine di Copertina tratta da ThoughtCo.

