Sprazzi di luce sulla Grande Guerra
Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana
Frat.i Treves Editori, Milano 1932
Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.
La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.
Parte X di 20
L’esplosione della corazzata Benedetto Brin. Alle ore 8 del 27 settembre 1915 una terribile esplosione scosse tutta la città di Brindisi. Della Brin furono superstiti 8 ufficiali e 379 marinai, più il contrammiraglio Rubin de Cervin. Notizie più precise davano salvi 780 marinai e 34 ufficiali. La Brin, varata nel 1901, aveva 12 cannoni, 2 mitragliatrici e 4 lanciasiluri con 840 uomini di equipaggio. Era un incrociatore. Sull’inchiesta condotta per l’esplosione avvenuta il Governo non diede mai notizie esaurienti. Le cause precise dell’esplosione non poterono essere determinate. L’inchiesta riprese però nel settembre 1916 e si protrasse con la pubblica udienza nel processo dell’estate 1918 nei confronti di un gruppo imputato di spionaggio e di tradimento che si era servito di una bomba a orologeria situata nella Santa Barbara della nave, con la menzione di 456 marinai uccisi nell’esplosione, fra i quali il comandante della nave, capitano di vascello Fara Forni. Il processo per l’affondamento della Benedetto Brin terminò il 1° agosto, con la seguente sentenza: “Giorgio Carpi e il marinaio Achille Moschini sono ritenuti responsabili di tradimento a norma dell’articolo 71 del Codice Penale per l’Esercito e sono condannati alla pena di morte con fucilazione alla schiena, previa degradazione. Condannato a pene di detenzione fu Guglielmo Bertolini.
Nell’ottobre 1915 non erano ancora state inviate truppe italiane a Salonicco, e il Messaggero accampava ragioni di natura assolutamente militare sottolineando l’indole della nostra offensiva, che assorbiva quasi la totalità dei nostri sforzi.
Nei Balcani, come si leggeva sull’Editoriale del Corriere della Sera, Austria e Germania volevano aprire un corridoio, attraverso la Serbia, che avrebbe aiutato la Turchia a rinvigorire la propria resistenza. Il compito degli Alleati nella Quadruplice sarebbe stato “Aver ragione prima della Turchia e della Bulgaria; ottenere così con tutta probabilità, per non dire con certezza, il concorso della Romania se non pure della Grecia; formare allora un terribile anello che stringesse l’Austria e ne dominasse le resistenze non confrontabili indubbiamente con quelle della Germania; da ultimo concentrare tutte le forze contro la più grande e più temuta rivale. Gli Alleati avrebbero dovuto prelevare forze da mandare nei Balcani dalle frontiere maggiori” per soccorrere la Serbia e segnare l’inizio di un programma che, impostoci dalla strategia avversaria, avrebbe potuto determinare la sua rovina. Con questa manovra si sarebbe impedito ad Austria e Germania di comunicare direttamente con la Bulgaria e la Turchia e di formare una salda unità dal Mare del Nord al Canale di Suez, aprendo nuovi orizzonti al commercio tedesco attualmente soffocato dal blocco navale. Noi perderemmo l’aiuto degli Eserciti serbo, romeno e greco ossia mezzo milione di combattenti. In Italia, data la difficoltà di difendere i confini così “infelici ed estesi da richiedere a parità di urto (fatti i debiti confronti con la Francia) una resistenza maggiore” non sarebbe stato possibile distaccare forti contingenti per spedizioni d’oltremare.
Il Giornale d’Italia, sonniniano, chiedeva: “che non si turbasse la concordia nazionale con impazienze (per l’intervento in Macedonia) che potrebbero essere pericolose e che in ogni modo erano certamente inutili. L’Idea Nazionale, giornale nazionalista, affermava che “l’Italia non è immediatamente disposta a lanciarsi in un’impresa troppo affrettata e malsicura”.
Il 29 ottobre 1914 entrava in lizza la Turchia di Enver pascià, a fianco degli Imperi Centrali. In Italia si pensava già alle spese di guerra per coprire le quali si stanziarono 600 ulteriori milioni gravando conseguentemente sulla popolazione con una serie di nuove imposte erariali.
Alla Camera si giunse a un accordo fra il Ministero della Guerra e il capo dello SME, che avrebbe consentito di attuare un programma di preparazione per la formazione di un Esercito efficiente e pronto a cimentarsi in confronti bellici. L’accordo portò all’accettazione di nuovi stanziamenti in vista di una possibile conflagrazione: furono previsti altri 177 milioni che fecero ammontare i provvedimenti assunti dal mese di agosto sino alla metà di ottobre alla cifra di 358 milioni.
Per sopperire alle spese di guerra in vista di un nuovo impegno in Macedonia furono stabilite particolari tassazioni che fruttarono circa 100 milioni e furono richiamate alle armi le classi dal 1884 al 1882.
LE SPESE DI GUERRA. Il prof. Luigi Einaudi compì uno studio su come l’Italia fece fronte alle spese di guerra dal 1° luglio 1914 al 30 settembre 1915, concludendo che “la spesa complessiva della preparazione e della condotta della guerra italiana fu, a tutto il settembre scorso (1915), di circa 3.500 milioni di Lire e che la spesa corrente totale dei due Ministeri della Guerra e della Marina superava i 500 milioni di Lire al mese di cui 100 circa di spesa ordinaria e più di 400 circa di spesa straordinaria di guerra. Luigi Einaudi stese un resoconto del fabbisogno dello Stato per pagamenti eseguiti nei 15 mesi dal 1° luglio 1914 al 30 settembre 1915, dei quali un mese di pace, 10 di guerra europea e 4 di guerra italiana: Lire 7.962.554.479,68 ossia quasi 8 miliardi di pagamenti a cui il Tesoro italiano dovette far fronte: 3 miliardi e mezzo per la guerra e 4 miliardi e mezzo per le spese effettive e i “vari pagamenti di tesoreria. Come vi si provvide?”
E qui Einaudi compose una lista delle entrate, composta da entrate effettive e ordinarie (tasse e imposte); dal soprappiù degli incassi sui pagamenti per conti correnti; dalla diminuzione del fondo di cassa; dai debiti all’interno per costruzioni ferroviarie, per prestiti nazionali al 4,5% e buoni del tesoro; dai debiti all’estero per buoni speciali del Tesoro, per emissione biglietti di Stato e somministrati dagli Istituti di emissione, per soprappiù dei vaglia del Tesoro emessi su quelli pagati. Il tutto, come già visto, per un importo complessivo di Lire 7.962.554.479,68. Ricordo di sfuggita quali erano le entrate da lavoro in una famiglia del popolo negli anni del primo Conflitto: un muratore qualificato o un bravo artigiano riusciva a spuntare dai 25 ai 30 centesimi l’ora, come dire da 2,50 a 3 Lire al giorno. Le retribuzioni medie oscillavano fra le 50 e le 60 Lire al mese.
Luigi Einaudi comunicava, sul Corriere della Sera del 25 novembre 1916, il costo totale della preparazione e della condotta della guerra, annotando l’aumento della spesa negli 11 mesi dal 1° luglio 1914 al 31 maggio 1915 in confronto allo stesso periodo del 1913-1914. “Erano complessivamente 400 milioni in più che lo Stato aveva dovuto spendere. Partirono subito nuove disposizioni per provvedere ai bisogni straordinari del Tesoro ossia nuove misure fiscali: il contributo del censimento di guerra, l’imposta sui profitti dipendenti dalla guerra, modificazioni alla legge sule tasse da bollo e per le tasse sui velocipedi, alla legge sulla fabbricazione dei fiammiferi, alla vendita dei Sali; alla tariffa postale e abrogazione dei privilegi sulle tasse di registro.
“I contribuenti pagarono, nonostante la crisi, 3.108 milioni di imposte e tasse. I capitalisti interni fornirono 1946 milioni di Lire a mutuo allo Stato… All’estero si ricorse per quasi 440 milioni con la emissione di buoni speciali del Tesoro della durata da 3 a 12 mesi… il Tesoro, oltre ad attingere per 62 milioni al preesistente fondo di cassa, emise biglietti di Stato per 1.902.500.000 Lire… Economie, imposte e prestiti: ecco il programma dell’ora presente”.
Il discorso del ministro Orlando. L’11 novembre 1916 Salandra e Orlano furono a Parigi e Orlando, nel suo discorso, osannò le virtù del popolo italiano: “… Fu allora che un miracolo avvenne e volontà di popolo lo produsse… chi ricorda le giornate di maggio, se non vorrà venir meno alla più elementare realtà storica, dovrà ben riconoscere che mai sentimento di popolo esplose con maggiore impeto e mai voce di popolo parlò con maggiore autorità, capace di infrangere gli ostacoli, e di vincere tutte le esitazioni. Parlò questa voce e fu squilla che, coi vecchi ordini, suscitò i vecchi inni della Patria e parve che veramente dalle tombe balzassero i morti ad alimentare di più viva fiamma le speranze, i sogni, le idealità sino allora represse o sopite. Fu davvero la voce d’Italia: e fu voce che cercava il rischio, affrettava il cimento, invocava il pericolo… Dipoi, la fortuna economica, che in questi ultimi anni aveva arriso all’Italia, determinando, se non la ricchezza in senso assoluto, l’arricchimento in senso relativo… Con compiacimento, se non con gloria, si citava il rapido incremento degli indici della ricchezza economica, inde poi si alimentavano ed acuivano, intorno alla ripartizione dei profitti, gare e contese tra città e città, tra regioni e regioni, tra classi e classi… Se, dunque, questo popolo, per tante cause pacifico, scelse liberamente e volontariamente la via del sacrificio, quando per ben dieci mesi era durata la suggestione snervante delle stragi e degli orrori di guerra… la ragione di questo prodigio deve ritrovarsi in ciò: che il nostro popolo intese, anzi dirò meglio, intuì, per virtù d’istinto, che l’assentarsi da quella guerra avrebbe segnato il proprio suicidio; e nell’astensione presentì una minaccia più oscura e un disastro più irrimediabile di tutte le minacce che la guerra conteneva, di tutti i disastri che avrebbe potuto determinare… L’istinto della conservazione collettiva arriva così a vincere il più possente fra gli istinti individuali, che è quello della propria conservazione, e il popolo volle che migliaia dei suoi figli morissero perché vivesse l’Italia”.
Orlando ricordò poi che “nell’ultimo quarantennio s’era venuto formando in Europa un sistema regolatore della convivenza pacifica tra le Nazioni, per mezzo di un equilibrio di forze, capace di determinare quel limite reciproco che è il presupposto essenziale di ogni diritto, interno o internazionale. Tanto più felicemente questo equilibrio aveva assicurato la pace e garantito a ogni popolo un’armonica sfera di sviluppo”. Così, continuava Orlando, l’Italia trovò accordo con l’Inghilterra, con la Francia, con la Russia. Orlando proseguiva usando parole di elogio nei confronti della gioventù dell’epoca: “Davvero questo Esercito è l’immagine della Giovane Italia; e mai, come in quest’ora, noi abbiamo sentito pungente il rimorso di aver talvolta dubitato della nuova generazione, quasi temendo che in loro continuasse quella linea discendente, che già la generazione nostra palesava. Invece, pur nella mortale inquietudine, che, quanto compressa, ogni giorno, ogni momento, angoscia i nostri cuori per la vita dei figli lontani, noi proviamo quel sentimento che umilia un uomo e inorgoglisce un padre: il sentimento che i figli nostri valgon più di noi!”.
Sul motivo della concordanza di parere circa la decisione di aderire alla guerra, il presidente del Consiglio, Salandra, il 4 dicembre 1915 in Parlamento disse fra l’altro: “A tutti gli oratori, i quali hanno voluto considerare la situazione internazionale, noi possiamo dire soltanto che ci rendiamo pieno conto della sua gravità e dello sforzo tenace, concorde che occorre per superarla; ma diciamo ancora che non è in noi minimamente scossa la fiducia nella vittoria finale. Lo svolgersi degli eventi, fausti e infausti, ci ha sempre più persuasi della necessità e della giustizia della nostra guerra, senza la quale saremmo rimasti irremissibilmente menomati negli interessi, e quel che è peggio, nella dignità, nell’onore della Nazione. Io voglio esporre un’altra constatazione da me personalmente fatta; la constatazione che di tale necessità e di tale giustizia oggi, assai più e meglio che nello scorso maggio, il popolo nostro si è convinto in tutti i suoi strati, in tutti i ceti, e che per tale convinzione profonda, intima che nel popolo è venuta, esso si dimostra pronto a tutti i sacrifici che sono necessari”.
Bilancio. L’8 dicembre 1915 il ministro del Tesoro, deputato Paolo Carcano, dispiegava alla Camera la situazione finanziaria del Paese. Circa 31 milioni erano stati destinati a coprire i danni del terremoto del 13 gennaio 1915. Per quanto concerneva le spese civili, a carico del Tesoro vi fu un aumento di 115 milioni. “Immenso è il divario fra le previsioni e i fatti nei riguardi delle spese militari. Al bilancio della guerra si sono aggiunti milioni 2047 e a quello della marina 335”. 15 Milioni si erano utilizzati per la difesa della Colonia Eritrea e della Somalia; altri 10 milioni e mezzo per assistenza e rimpatrio di connazionali all’estero.
I prestiti nazionali. Il 1° giugno si dava inizio al primo Prestito nazionale con una sottoscrizione che a Milano raggiunse £. 5.350.000. Il 17 giugno il Governo italiano annunciava il secondo Prestito nazionale al 4,50% per decreto reale del 15 giugno: erano obbligazioni della durata di 25 anni con interessi pagabili il 1° gennaio e il 1° luglio di ogni anno. La sottoscrizione fu di £. 1.145.862.700.
Nel gennaio 1915 fu collocato un prestito nazionale di un miliardo con l’interesse del 4,50% e al prezzo di emissione del 97%. Il consuntivo del 1914-1915 si chiudeva con un deficit di 2835 milioni per le entrate e con l’introito di 928 milioni grazie soprattutto al prestito nazionale di un miliardo, dando al netto un deficit di 1907 milioni. Nel giugno 1915 il Governo italiano bandiva un secondo prestito nazionale al 4,50% e al prezzo di emissione pari al 95% per il quale sottoscrissero 250 mila cittadini per un totale di un miliardo e 146 milioni. “Alla guerra, nei cinque mesi da luglio a novembre, furono assegnati milioni 2.200, compreso un centinaio di milioni per sussidi alle famiglie dei richiamati alle armi; alla marina 158 milioni. Altre spese richiesero l’esborso di altri 192 milioni”. Dai ricavi attesi si prevedeva un gettito di circa 375 milioni “vale a dire, a una somma bastevole a servire gli interessi di prestiti per parecchi miliardi… rileviamo che il bilancio del corrente esercizio prevede oggi un disavanzo di 2763 milioni nella categoria delle entrate e spese effettive e una eccedenza attiva di 3980 milioni nella categoria del movimenti di capitali”. Compreso anche il prestito di 1146 milioni. Ma per coprire l’eccedenza attiva di 1217 milioni sarebbe stato necessario rivolgere una nuova richiesta di prestito agli italiani per acquisti da effettuare soprattutto nell’Impero britannico e nelle Americhe. Il ministro del Tesoro, Carcano, introdusse notizie sulla finanza per la guerra: “È una guerra aspra e costosa: la somma spesa per essa nei primi 5 mesi del corrente anno finanziario, si può indicare nella grossa cifra di due miliardi e mezzo”.
Agli inizi del 1916 l’Agenzia Stefani divulgava le ultime notizie sul prestito 5%: a tutto il 31 gennaio 1916 fu raggiunta la somma complessiva di Lire 2 miliardi e 410 milioni. Il prof. Luigi Einaudi il 4 febbraio 1916 scriveva sul Corriere della Sera: “Dal 1° luglio 1914 al 31 dicembre 1915 il Tesoro italiano aveva introitato circa 2.400 milioni di Lire dalla emissione di buoni del tesoro e delle obbligazioni dei due primi prestiti nazionali… Il Tesoro italiano avrà ottenuto a mutuo in Italia circa 4 miliardi e mezzo di Lire, in circa 19 mesi di partecipazione alla guerra e di guerra guerreggiata”. Einaudi procedeva poi a presentare un confronto con altre Nazioni europee: Inghilterra, Germania, Francia, Austria-Ungheria. L’Italia, allora, con una popolazione di 35 milioni di abitanti, e con una ricchezza totale media per abitante di Lire 2.600, rispetto alle £. 8.500 dell’Inghilterra, si collocava all’ultimo posto. Così anche per l’ammontare dei prestiti di guerra per abitante, che erano di 130 Lire, a confronto delle 800 dell’Inghilterra, ponendosi ancora in coda alla classifica: il tutto, calcolato in modo molto approssimativo. Il maggiore sforzo sostenuto dall’Italia era validato dalla seguente constatazione: “Dopo versate le somme dei vari prestiti, rimase ancora all’inglese una ricchezza altrimenti investita di 7.700 Lire, al tedesco di 6.230, al francese di 6.850, mentre all’italiano rimasero solo 2.470 Lire.
Con il lavoro e con il risparmio gli italiani arrivarono a raggiungere la somma di 4,5 miliardi di Lire, sebbene il confronto sia via via più pesante se posto con l’Austria (13,5 miliardi), con la Francia (18 miliardi), con la Germania (32 miliardi) e con l’Inghilterra (37 miliardi). Grazie a ulteriori sottoscrizioni in Italia, raccolte nel mese di gennaio 1916, l’importo complessivo raggiunse i 2.625 milioni di Lire.
Il 10 gennaio 1916 il presidente del Consiglio, Salandra, apriva la sottoscrizione del terzo prestito nazionale. Il ministro Carcano il 13 gennaio 1916 si esibì in un discorso comunicando la rendita del prestito pari a Lire 5,13%, con un premio di Lire 2,50 riscuotibili alla restituzione del capitale e comunicò che “Nel primo semestre del corrente esercizio le principali entrate dell’erario ebbero un incremento di 202 milioni, incremento che nell’altro semestre salirà… a ben 500 milioni, senza bisogno insomma di ulteriori imposte nuove e di altri inasprimenti fiscali”. Appelli come quello appena menzionato, “divulgato in tutta Italia, suscitavano fortissime correnti in favore del prestito che Luigi Luzzatti raccomandava anche agli emigrati italiani con un articolo” pubblicato sul Corriere della Sera del 17 gennaio 1916. In tutti i capoluoghi di provincia erano stati costituiti speciali Comitati provinciali per propagandare la sottoscrizione del prestito nazionale.
Anziché ricorrere al prestito nazionale il ministro del Tesoro avrebbe potuto decidere di ricorrere alla emissione di carta-moneta, cosa che non fece per evitare che fosse aumentato il prezzo dei generi essenziali, fatto che invece si avverò in Francia.
Il 31 gennaio 1916 a Torino il presidente del Consiglio Salandra in un suo discorso esclamava fra l’altro: “Nell’Europa in fiamme non vi era posto ormai per grandi Nazioni inerti spettatrici. Saremmo stati senza aver combattuto, i vinti, gli umiliati, i vassalli politici ed economici di domani. E il nostro Piemonte, al quale Cavour e Vittorio Emanuele II insegnarono la fierezza delle Grandi Nazioni, deve sentirsi orgoglioso che la Grande Nazione italiana abbia seguito l’esempio del piccolo Piemonte”. Il 20 febbraio 1916, nell’Ateneo bresciano, il sottosegretario di Stato per il Tesoro, on. Da Como, preside dell’Ateneo, affermava: “Un giorno parve uno sforzo gigantesco all’Europa mettere in armi 520 mila uomini contro Napoleone, con un tesoro di 4 milioni di sterline, e con la emissione di cinque milioni di carta federativa… Ora invece, dallo scoppio della guerra europea… può dirsi che il Paese ha dato allo Stato quasi cinque miliardi, senza sforzi, senza sottrarre forti cifre ai depositi a risparmio, rimasti sempre al di sopra dei sette miliardi”.
In quanto al terzo prestito nazionale il 7 marzo 1916 risultava che le sottoscrizioni al 5%, esclusi connazionali all’estero e Colonie, aveva raggiunto la somma capitale di 2 miliardi e 933 milioni. Il prof. Luigi Einaudi procedeva a un confronto fra i tre prestiti nazionali: il primo, del gennaio 1915, al 4,50%, era di un miliardo di Lire; il secondo, del luglio 1915, ancora al 4,50%, era di 146 milioni; il terzo, al gennaio 1916 a un tasso del 5%, di 2 miliardi e 281 milioni.
Il 31 dicembre 1917 il Governo, per mezzo dell’Agenzia Stefani, dava l’annuncio del quinto Prestito Nazionale con rendita del 5 per cento, a partire dal 15 gennaio 1918 e al prezzo di Lire 86,50.
Il 12 febbraio 1918 si aprì la seduta alla Camera, dove il presidente Orlando applaudì al nuovo Prestito Nazionale che, al momento, aveva reso per un totale di tre miliardi e mezzo.
Una delegazione di ministri francesi giunse a Roma il 10 febbraio 1916, con a capo il presidente del Consiglio francese Briand. Un telegramma dell’11 febbraio 1916 da Parigi sulle intenzioni di Briand: “Briand vorrebbe anzitutto costituire a Parigi un Consiglio Superiore della Quadruplice, composto da tutti gli ambasciatori degli Alleati e presieduto dal ministro degli Esteri francese”.
“La mattina del lunedì 14 febbraio 1916, velivoli austriaci facevano un’audacissima incursione su Milano… il nemico – velocissimo – lanciava due o tre bombe sul piazzale del Cimitero Monumentale… Alle 9,40 precise tutto era finito… avendo fatto soltanto delle vittime affatto innocenti e inconsapevoli – un bambino di quattro anni, 2 donne e 12 uomini dediti a mestieri diversi. Il Bollettino dello Stato Maggiore austriaco diceva che la mattina del 14 febbraio “una squadriglia austriaca composta di 11 aeroplani colpì con bombe la stazione ferroviaria e stabilimenti di Milano”.
L’ora legale era stata propugnata per anni, a Londra, alla Camera dei Comuni da William Willett. Il 9 maggio 1916 la Camera dei Comuni adottò la novità. Di seguito si allinearono la Francia e l’Italia. Fu decretata il 25 maggio 1916 con effetto, per l’Italia, a partire dalla mezzanotte del 3 giugno, dalla metà di marzo ai primi di ottobre.
Immagine di Copertina tratta da BrindisiReport.

