LA NASCITA DEL CRISTIANESIMO (Carsten Peter Thiede) – PARTE 1 di 2

Analisi e studio su

Carsten Peter Thiede

LA NASCITA DEL CRISTIANESIMO

Arnoldo Mondadori Ed., Milano 1999 – Trad. dal tedesco di Enzo Gatti

Sintesi e commento sul contenuto del testo

Parte I di 2

P. Thiede originario della Germania nacque nel 1952. Storico e papirologo. Insegnante a Pederborn e a Londra. Membro del dipartimento di Storia dell’Università Ben-Gurion a Beer-Sheva in Israele.

Lo “Pseudo-Matteo”, uno scritto dell’VIII secolo, afferma che Ermopoli, città posta sulla sponda ovest del Nilo, stazione doganale fra il Medio e l’Alto Egitto, oggi El-Ashmunein, fu luogo di rinvenimento di numerosi manoscritti, tra cui parti del vangelo di Matteo e di Luca, una ricopiatura risalente a prima del 300, il documento più antico dei due vangeli, cioè prima dell’Editto di Milano 313 – quando ancora i cristiani erano perseguitati, vedi la persecuzione di Diocleziano, dal 303 al 313.

Attorno al 62, anno dell’uccisione di Giacomo, fratello di Gesù, nella scrittura si passò dai rotoli in papiro, scritti solo sulla parte interna, al “codex”, scritto su entrambe le facciate su fogli di pergamena.

Uno dei più antichi papiri del Nuovo Testamento. Presso l’Istituto francese di archeologia orientale al Cairo, con la sigla P. IFAO II 31. Si trova il più antico manoscritto conservato dell’Apocalisse. Esso proviene forse ancora dal periodo di passaggio dal I al II secolo.

Il clima arido del deserto ha fatto sì che si conservassero conservato i testi rinvenuti, come a Beert-Sheva, a Ermopoli, a Ossirinco, a Fajjum, a Elefantina, la maggioranza a Ossirinco.

Nel 1945, a Nag Hammadi, sull’Alto Egitto, venne ritrovato il vangelo di Tommaso. I ritrovamenti presso Qumran, zona del Mar Morto, risalgono al 1947. La scoperta fi casuale, risalente al 1952.

Nel I secolo, con l’imperatore Domiziano, si incontrò un periodo felice per quanto concerne la diffusione degli scritti cristiani. Nelle grotte di Qumran sono stati scoperti tutti i testi della Bibbia ebraica in frammenti più o meno ampi. Chi leggeva la Bibbia ebraica nella traduzione greca – in circolazione già a partire dal III secolo a.C., là dove in ebraico c’era Jhwh, il nome impronunziabile di Dio, (era vietato pronunciare il nome di Dio-Jhwh), trovava a volte le lettere ebraiche nel bel mezzo del testo greco, altre volte appunto il termine greco per Signore ‘Kyrios’. Fondamentalmente, è nella parte orientale dell’Impero romano che il titolo di Signore era utilizzato come predicato divino, anche in altre religioni. Uno di questi frammenti di rotolo del Mar Morto… proviene dalla grotta n° 4 e appartiene ai frammenti in pelle scritti in lingua aramaica. È l’unico tra tutti i testi ritrovati in Qumran nei quali si parli di un ‘figlio di Dio’, di un ‘figlio dell’Altissimo’.

Il filosofo Filone di Alessandria, contemporaneo degli apostoli, nel suo De sobrietate descrive Abramo come “figlio di Dio”. “Prima che Luca scrivesse il suo vangelo, Filone poteva designare come figlio di Dio quanto meno Abramo. Tra le pagine più note della Bibbia c’è da sempre il Salmo 2 che viene tradizionalmente attribuito a David e nel quale “l’Unto del Signore” viene designato profeticamente come figlio generato da Dio. Egli mi ha detto: Tu sei mio Figlio, oggi io ti ho generato, ti darò i popoli in eredità e i confini del mondo. Tu li abbatterai con lo scettro di ferro, come vasi di creta li stritolerai”.

Dai Salmi di Salomone, rinvenuti nella seconda metà del I secolo a.C.: “L’attesa di un messia che libererà gli ebrei dai romani anche ricorrendo all’uso della violenza e, ancora prima, Deuteronomio (14, 1): Voi siete figli del Signore, vostro Dio”.

Persino Augusto (63 a.C. – 14 d.C.), che aveva chiamato il proprio padre adottivo Giulio Cesare, ‘Divus Julius’, si proclamò ‘Divi filius’, figlio di Dio.

“Nella parte orientale dell’Impero romano, dove si parlava greco, questo titolo esprimeva l’intensità con la quale l’imperatore rivendicava il potere assoluto. L’imperatore dunque è figlio di Dio ed è egli stesso Dio sommo, Altissimo”.

“Oggi è accertato che Gesù nacque nell’inverno dell’anno 7 a.C. E benché il 25 dicembre come vero e proprio giorno di nascita di Gesù sia stato fissato soltanto nel IV secolo, i vangeli non dicono nulla al riguardo; alcune Chiese d’Oriente preferiscono come data di nascita il 6 gennaio.

Manipolazione. “Marco chiude il suo vangelo al capitolo 16, 8 con una scena nella quale tre donne si trovano presso la tomba vuota. Matteo, Luca e Giovanni ci mostrano che prima della chiusura del loro vangelo arriva il trionfo: le apparizioni del Risorto. Poiché tutto questo in Marco manca, già nel II secolo sono state aggiunte alla fine del suo vangelo conclusioni più ampie, che ancora oggi vengono riportate tra parentesi nelle edizioni e traduzioni della Bibbia”. –  Nella nota n° 60 di pag. 383 Thiede specifica: “Tra gli autori del Nuovo Testamento soltanto Marco, l’evangelista più antico, rinuncia alla designazione di “Kyrios” per Dio e/o Gesù. Solo i responsabili dell’appendice aggiunta in un secondo momento al suo vangelo riprendono il titolo” (Marco, 16, 19-20).

Nella Bibbia da me consultata i versi da 9 a 20 non sono fra parentesi e al lettore non avvertito appaiono come parte integrante del Vangelo di Marco. In questo modo sarebbero stati aggiunti i passi che riguardano l’apparizione a Maria Maddalena, l’incredulità dei discepoli, l’apparizione ai due di Emmaus, agli undici riuniti a tavola, la missione di evangelizzazione affidata da Gesù agi apostoli, la promessa di nuovi prodigi per mano loro, la propria ascesa al Cielo e il sedersi alla destra di Dio. L’ultimo capoverso chiude con l’andata degli apostoli per predicare in ogni direzione. (Marco, 16, 9-20).

Storicità. “I vangeli sono biografie storiche, non in senso odierno, ma in senso antico”. “All’inizio del suo vangelo (Luca), dedicato all’ufficiale romano Teofilo, dichiara esplicitamente di aver consultato le fonti scritte e di aver interrogato i testimoni oculari – proprio come facevano tutti gli storici del suo tempo e dei tempi a lui precedenti – per dare quindi alle sue indagini la forma da lui considerata appropriata”.

Osserva Thiede: “Ci vuole non poca testardaggine nell’insistere a deprezzare il valore storico dei Vangeli, per arrivare ad asserire che in una variegata raccolta di detti in parte forse molto antichi ma in parte anche addirittura anticristiani (si veda il cosiddetto ‘Vangelo di Tommaso’) si riscontra una linea della tradizione che sarebbe più valida di quella confluita nel Vangeli”.

“Paolo, ai Corinti, pour sapendo che ad aver visto per prime la tomba vuota e il Risorto erano state delle donne, non le menziona poiché secondo il diritto vigente la testimonianza delle donne non aveva alcun valore giuridico. Gli evangelisti invece, che intendono fare storiografia, raccontano necessariamente il ruolo svolto dalle donne rimarcando la posizione che a esse va riconosciuta, senza riguardo per le consuetudini giuridiche e sociali. Per questo dato di fatto, un conflitto – che a quel tempo doveva essere senz’altro quando mai scomodo per molti (è scritto “quando” anziché “quanto”: può far pensare a un lapsus calami dello scrittore nella propria bozza o del trascrittore per la stampa, dato che leggendo “quando mai” affiora il significato comune di “quando mai può essere stato scomodo””, quindi sul piano semantico contrario all’intenzione dell’autore) tra il dato di fatto e la mentalità del tempo, sottolinea l’attendibilità storica dei racconti evangelici, che non hanno usato particolari precauzioni, ma hanno scritto la storia così come la conoscevano.

“Presso gli ebrei, in linea di massima le scuole erano annesse alle sinagoghe… accanto alle nozioni elementari venivano insegnate la lettura, la calligrafia, l’apprendimento mnemonico. Sicché per Gesù poteva riuscire effettivamente facile mandare a memoria espressioni degne di nota di un’opera teatrale, o anche ampi stralci dei profeti. Gesù parla tre lingue (ebraico, aramaico, greco), e conosce bene un mestiere”. “Benché sia dimostrato che Gesù era in grado di parlare greco (il dialogo con la donna sirofenicia), resta vero tuttavia che oltre il 90 per cento delle sue parole e dei suoi discorsi devono essere stati pronunciati in aramaico. Matteo, il discepolo e testimone oculare, le ha stese per iscritto in questo modo. Del Matteo aramaico non ci è rimasto nemmeno un brandello di traccia di manoscritti. Questo perché non appena si ebbero a disposizione i vangeli completi, la documentazione aramaica disponibile nella fase precedente non è stata più né ricopiata né conservata. È esistito dunque un ‘Matteo aramaico’ che non è identico allo stadio finale rielaborato, al ‘Matteo greco’, il vangelo che conosciamo noi oggi” – Be’, questa è già una constatazione interessante!

“Per Clemente d’Alessandria, il primo filosofo cristiano, il pesce è un segno di salvezza dei battezzati. Tertulliano (150-230 circa) è stato il primo a parlare dell’usanza di designare lo stesso Gesù come pesce ‘lehthys’. Un acronimo: Jeosus Christos Theon (di Dio) Yios (Figlio) Soter (Salvatore): Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore, Questo titolo (Soter) poteva essere attribuito a politici, a uomini di stato e a principi. A volte lo stesso Augusto viene esaltato come soter”. – Senza contare che la raffigurazione simbolica del pesce con due archi adiacenti e ribaltati può rievocare la lettera greca alfa ά.

“Lo storico ebreo Giuseppe Flavio (ebreo altolocato fariseo, nel 62 si chiamava ancora Giuseppe ben Matthitjahu), nella sua Guerra Giudaica, composta attorno al 76 d.C., racconta una scena di ribellione contro i romani, che si svolgeva negli anni 66/67 circa sulla spiaggia di Magdala/Taricheai (in greco) e alla quale partecipò egli stesso in veste di comandante.

Da Giuseppe Flavio: “ Il siclo è una moneta ebraica equivalente a quattro dracme attiche. Aveva un peso di 14,55 grammi e una percentuale di argento puro del 93%. Sedici assi valevano un denaro. Per un denaro occorrevano 64 quadrantes o 128 lepta. A Roma un lavoratore indotto guadagnava al giorno 12 assi o 128 lepta; una pagnotta costava un asse, vale a dire 8 lepta”.

I 30 denari: “Giuda ha ricevuto 30 doppie dracme, vale a dire 60 denari o 7680 lepta. Con questa somma avrebbe potuto comprarsi quindici agnelli o sei o sette pecore o un quinto di quel nardo versato sul capo di Gesù a Betania, o anche due mesi di salario”.

“È indicativo il fatto che Caifa non abbia nemmeno tentato di negare la credibilità dei testimoni oculari; considerò le testimonianze pertinenti, e proprio per questo si vide doppiamente in pericolo, nella sua posizione teologica e nei suoi buoni rapporti con l’amministrazione romana. Al Sinedrio non venne in mente affatto quello che ancor oggi amano pensare alcuni teologi: continuare a comportarsi come se la tomba fosse ancora occupata. Oggetto del dibattito non era il fatto che Gesù era risorto, bensì come ciò fosse accaduto. Sulla crocifissione e sepoltura di Gesù, la scienza storica non è convinta da lungo tempo e per giunta è in grado di indicare la data più verosimile, il 7 di aprile dell’anno 30”.

Le avventure di Cherea e Calliroe, un romanzo in greco di Critone di Afrodisia, in cui Cherea uccide la moglie Calliroe e questa viene depredata dal sepolcro, ancora viva, insieme ai ricchi doni funerari, dai pirati, ha notevole somiglianza con il sepolcro vuoto di Gesù: “Caritone ha conosciuto un racconto, o più racconti, della morte, della sepoltura e della risurrezione di Gesù, è l’ha utilizzato sottoponendolo a una rilettura che ne stravolgesse il senso”. – Può darsi che abbia preso da Marco, il Vangelo più antico, ma “i punti di somiglianza più marcati con Caritone non si trovano in Marco, bensì in Matteo e in Giovanni.

“Nell’anno 62, per interessamento del sommo sacerdote in carica, Anano, era stato assassinato Giacomo fratello di Gesù e capo della comunità.

“Nel sobborgo gerosolimitano di North Talpiot, accanto alla sede principale delle Nazioni Unite, sul Monte del cattivo consiglio, verso la fine del 1990 alcuni muratori si imbatterono in tracce antiche”. – Si trattava della tomba di famiglia di Caifa o Qajfa o Giuseppe soprannominato Kaiaphas ossia portatore di cesta. “Era questa la terza volta soltanto che in Israele si riusciva a scoprire un’iscrizione con riferimenti diretti all’ambiente del Gesù storico. Fino a quel momento se ne conoscevano soltanto due, la lapide con la dedica latina di un edificio designato come “Tiberieum” all’imperatore Tiberio da parte di Ponzio Pilato, che fu scoperto nel 1961, e in secondo luogo l’ossuario di Alessandro, figlio di Simone di Cirene, che fu trovato nel 1941 nel villaggio di Silwan, nei pressi di Gerusalemme”.

Caifa, che fu in carica dal 18 al 37, era sadduceo e questi non credevano nella resurrezione né nella sopravvivenza dell’anima, al contrario dei farisei.

“Quanto agli ebrei al tempo di Caifa, ma anche prima, fossero familiari con la fede greco-antica nel mondo sotterraneo, lo racconta lo storico Giuseppe Flavio che proveniva da una famiglia di sacerdoti ed era egli tesso un fariseo. Anche nella vita religiosa si adottavano aspetti dai greci e dai romani, e talune volte anche dagli egiziani e da altri. La salvaguardia della tradizione originaria era come sempre riservata ai sacerdoti e agli scribi, nonché ai pii: ai sadducei, dunque, ai farisei, agli ultraortodossi esseni e ai loro seguaci”. I sadducei e gli esseni come comunità rigidamente organizzata, dopo gli anni 68 (Qumran), il 70 (Gerusalemme) e il 73-74 (Masada), non esistono più. I farisei invece riuscirono a dare vita a nuove forme di raggruppamento: un gruppo riuscì a fondare un’accademia a Jamnia, a sei chilometri di distanza dalla costa mediterranea”.

“Alcuni anni fa a Gerusalemme è stata ritrovata la tomba di Giacomo. Poiché accanto a lui era stata posta una tavoletta di legno con la scritta della croce “Gesù Nazareno, re dei Giudei”, in un primo momento si pensò che si trattasse dei resti mortali di Gesù. Da un’anali        si genetica e dall’indagine di un rotolo della Scrittura, anch’esso trovato nella medesima tomba, risultò che a essere sepolto in essa non era Gesù, bensì suo fratello Giacomo. Il 31 marzo del 1996 il Sunday Times di Londra in prima pagina dava la notizia della scoperta dell’ossuario contenente le ossa di Gesù e della sua famiglia. Già nel 1980 l’archeologo israeliano Josef Gath aveva rinvenuto nel sobborgo di Talpioth situato a sud di Gerusalemme – non lontano dal sito in cui era stata scoperta la tomba di famiglia di Kaiaphas, di Caifa – un sepolcro con nove casse di ossa. Cinque di esse avevano delle scritte in caratteri ebraici, che da Gath erano già state decifrate come nomi di persone: Giuseppe, Maria, Gesù figlio di Giuseppe, Giuda figlio di Giuseppe (o di Gesù), Matteo. Su una sesta cassa le lettere erano in greco e da esse risultava il nome di Maria. I vari oggetti furono riposti in una succursale del museo John Rockefeller, a disposizione degli scienziati. Josef (Jehosaf) era allora, dopo Sim(e)one (Shimon), il secondo nome ebraico più frequente. Maria (Miriam) era il più usato nel giudaismo fra tutti i nomi femminili. Anche Giuda (Jehuda) era tutt’altro che un nome raro. Quanto a Matteo, infine, è la versione greca dell’aramaico Mattia o Mattai, la forma abbreviata di Mattatia o Mattitia, anche questo un nome ebraico per nulla raro. E soprattutto, il nome stesso di Gesù (Jeshu/Jehoshua) era tutt’altro che infrequente. Così come stanno le cose qui, non c’è alcuna possibilità di stabilire un qualsiasi nesso tra gli ossuari rinvenuti a Talpioth e Gesù con la sua famiglia.

I discepoli “sarebbero stati per lungo tempo inseguiti, catturati e giustiziati. Giacomo, in ebraico Jaqob (= Dio ha protetto), si chiamava il fratello di Giovanni il cui padre, Zebedeo, dirigeva un’impresa ittica. Anche un altro discepolo, un figlio di Alfeo, si chiamava Giacomo. Una terza persona con questo nome era il padre del discepolo Giuda Taddeo. E in quarto luogo incontriamo quel Giacomo che, accanto a Joses, Simone e Giuda, era uno dei quattro fratelli di Gesù”.

Immagine di Copertina tratta da Uniroma.

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