Zibaldut di idee affastellate
Parte III di 5
Ben lungi dal volermi porre accanto allo “Zibaldone” del grande Giacomo Leopardi, ne ho però preso a prestito il titolo, variandolo a modo mio, perché anche “Zibaldino” già era stato adottato precedentemente.
Il suffisso dut, apposto a parole che si vogliono esprimere nel diminutivo o vezzeggiativo, l’ho preso dalla lingua carnico-friulana, nel cui linguaggio mi sono immedesimato per tributare onore alla donna originaria di quella nobile terra, che mi è stata campagna per la vita, che è stata la mia vita.
Quindi Zibaldut starebbe per Zibald-piccolo ovvero Zibalduccio.
Gerarchia di consapevolezza. L’uomo ha cercato affannosamente di costruire macchine capaci di simulare la propria attività mentale, magari simili in tutto a se stesso. Ha perfezionato generazioni i robot in questo senso. Ma non è stato ancora in grado di attribuire ai propri robot stati intenzionali (convinzioni, desideri, intenzioni ossia una teoria della mente). Nel programmare l’Intelligenza Artificiale, l’uomo non ha fatto altro che seguire e applicare istruzioni formali per la manipolazione di simboli formali. Viene da pensare: l’uomo può costruire una macchina intelligente, ma comunque dotata di un’intelligenza che non arriverà mai a eguagliare quella del suo creatore: per natura, per funzionalità, per limiti di espansione, per dotazione di coscienza, per arbitrio e decisionalità. Allora può esserci una gerarchia: noi non potremmo mai eguagliare l’intelligenza del nostro creatore, sebbene la nostra intelligenza si collochi a un livello qualitativamente e strutturalmente completamente diverso da quella dei robot. Ma, poi, dove culmina questa gerarchia? E dove ha avuto inizio? C’è un inizio? C’è un culmine? E oltre, prima e dopo? Ci sono un oltre-prima-dopo? È una regressione all’infinto? Un robot si logora e, quando non funziona più, va al macero. Così pure i suoi programmi. Un disco rotto va a macero, con tutti i suoi solchi; E la musica che conteneva in potenza? Rimarrà? Dove? In quale forma? Avrà una forma? Oppure è una semplice dimensione impercettibile, in attesa di un canale, un veicolo di un’altra dimensione, con essa compatibile, per manifestarsi? E allora perché non dovrebbe avere maggiore credito la precedente concezione circolare? L’oblio prima della nascita e l’oblio dopo la morte potrebbero essere qualcosa simile a quella dimensione, dove la consapevolezza mia, come consapevolezza-tutto o consapevolezza cosmica, continua a fluttuare in attesa di rimanifestarsi in altre forme. E, allora, io, questo io che sento me in me, posso essere stato, fra un oblio e l’altro, in altre forme, e lo sarò ancora, all’infinito. Restiamo in un dualismo illusorio proiettato in uno svolgimento continuo.
Non ricordo chi sono stato, in chi sono stato, forse non ricordo, se il tempo non è anch’esso un’illusione creata per qualche motivo in questa dimensione, chi sarò. Riappare la dottrina dell’anamnesi, in Platone. Forse qualche intuizione verosimile Platone l’aveva già avuta. Quel che sappiamo con maggiore certezza, probabilmente, è che esiste un processo, che questo richieda o no tempo e spazio, e che questo processo a noi pare interminabile (l’idea di male, di demonio, di inferno) e incomprensibile (l’idea di cacciata, di abbandono). In questo senso, nella concezione circolare intendo, posso pensare alla mia continuità consapevole dopo la morte fisica, giacché tutta la storia della conservazione dei geni e della replicazione organica non mi riguarda più di tanto. Ma sarà comunque una continuità consapevole, se lo sarà, della quale io, che sto formulando questi pensieri ora e qui, nulla potrò sapere.
Le api tornano al luogo fisico nel quale si trovava l’alveare, se quest’ultimo viene spostato anche solo di pochi metri. Sono programmate per formarsi mappe territoriali con un orientamento indelebile: tornano al luogo fisico originario, non trovano l’alveare, si agglomerano sul terreno e finiscono per perire. Ma se di sera tardi, quando tutte le api sono nell’alveare, le addormenti con fumigazioni di nitrato di ammonio, le api perdono completamente le informazioni del precedente orientamento; è possibile spostare l’alveare prima che si ridestino: il mattino seguente, alla prima uscita, rifaranno i voli rituali di orientamento come se fosse uno sciame collocato per la prima volta in un nuovo sito.

Sono mnesticamente rinate e, pertanto, avvertono l’impulso a riprogrammare il loro cervello con nuove mappe e schemi di orientamento spaziale. Forse qualcosa del genere si verifica per noi quando entriamo o quando usciamo da questa vita. Ricordiamo soltanto ciò che abbiamo potuto esperire e controllare fra questi due poli opposi dell’oblio: la durata della nostra vita.
Per le api, comunque, che lo sappiano o no, importa soltanto conferire all’alveare nettare, polline, propoli e difenderlo dai parassiti: questo il primo scopo, il più immediato, per questo sono attratte da alcune sensazioni fra le quali spiccano, con molta probabilità, nell’atto del bottinare, il colore e la forma dei fiori; è lo scopo più legato agli impulsi immediati; scopo ulteriore, ma meno dotato di consapevolezza, è la crescita e la moltiplicazione della colonia, vale a dire nutrizione, allevamento, difesa dai predatori; scopo ancora più lontano, la cui consapevolezza sfugge alle api, è il mantenimento di un ordinato ciclo ecologico che comporta impollinazione allargata e soprattutto accurata. Non sappiamo se le api si interroghino su uno o su alcuni livelli di consapevolezza. Sappiamo che noi lo facciamo e che ci procuriamo enorme sofferenza nell’accorgerci che possiamo andare dovunque con le nostre domande, sempre finendo per vedersi allontanare da noi le risposte. “Patior ergo sum!”: forse è questo il punto; è difficile nascere per un bambino, è difficile uscire dall’uovo per un piccolo di tartaruga, è difficile creare un’apertura nel bozzolo per una farfalla; tutto esige sforzo, fatica, determinazione, sofferenza, nell’anelito alla trasformazione. Oppure sarà che noi viviamo l’intera vita nel tentativo di rompere il bozzolo. La probabilità di riuscirvi è data a pochi, i quali arriveranno a trasformare il loro modo di conoscere. Altri resteranno nel bozzolo e rinsecchiranno: trasformeranno soltanto la composizione della loro materia organica.
Mente universale: La raffigurazione posta a lato vuole essere il simbolo dell’Io, che acquisisce consapevolezza grazie a una rete di esperienze nello spazio e nel tempo; un cervello costruito (I.A. forte) ora e qui manca di questa rete e, pertanto, di consapevolezza (NON dualismo).
I.A. Per certi verso non esiste alcuna differenza fra i robot e noi. Entrambi ci comportiamo perché siamo stati così programmati. Il robot fa certe cose che non ci saremmo aspettati, ma tutte rientrano nel suo spazio di programmazione formale; il programmatore ha ideato tutto ciò; il fruitore della macchina utilizza le competenze programmate, ma sa che al di là di questo campo il robot non prenderà alcuna altra iniziativa: non ne esiste l’input nel sistema fisico di simboli in esso introdotto. Noi, per altro verso, se di programmazione si vuole continuare a parlare, siamo stato programmati con un grado di libertà in più, quello che ci autorizza a trovare alternative inedite, a cercare nuove possibilità, a frugare nell’immaginazione, a sforare i confini delle nostre potenzialità. Se, poi, esiste un limite a tutto ciò, non lo sappiamo, ma certo si tratterebbe di un limite al di qua del quale si è verificato un salto di qualità, di strutturazione e di funzionalità rispetto a quanto noi stessi siamo riusciti a programmare con l’I.A.
I simboli elaborati da un calcolatore segnano unicamente una processazione sintattica, ma non anche semantica: questa appartiene a noi, alle nostre intenzioni, alla nostra teoria della mente. Se vediamo nel calcolatore un ordine intelligente di sequenzialità formale, possiamo soltanto dire che è un ordine imposto dal programmatore e che soltanto quest’ultimo è detentore e depositario di intenzionalità. Il calcolatore assomiglia più a un treno che va dove lo portano i binari. La mente umana è più simile al volo di un pipistrello che aggiusta continuamente la propria direzione di rotta in relazione agli ostacoli fisici presenti e all’interno di una gamma di possibilità a trecentosessanta gradi. Sostenere che la mente sta al cervello come il programma, nel calcolatore, sta allo hardware è fuorviante, per tre validi motivi: a) distinguere fra programma e sua realizzazione conduce alla conseguenza che lo stesso programma potrebbe avere una quantità di realizzazioni bizzarre, prive di qualsivoglia forma di intenzionalità; b) il programma è puramente formale, mentre gli stati intenzionali non lo sono: essi sono definiti in termini del loro contenuto, non della loro forma; c) gli stati e gli eventi mentali sono letteralmente un prodotto del funzionamento del cervello, mentre il programma non è un prodotto del calcolatore. Il calcolatore simula: per fare questo ha bisogno di un ingresso e di un’uscita adeguati e, in mezzo, di un programma che trasformi il primo nella seconda. Ciò che il calcolatore fa si riduce piuttosto a una manipolazione di simboli formali: dopo che è stato programmato, non si può neppure parlare di elaborazione delle informazioni; il calcolatore è limitato alla manipolazione di simboli formali, nel senso che riceve le informazioni in entrata, le trasforma sino a emettere informazioni in uscita.
DNA. I robot per le macchine non hanno DNA, non sono fatti di materiale biologico, non annoverano al loro interno processi biochimici specifici. Può darsi che l’intenzionalità stia nel DNA. Ma, poi, qual è l’origine del DNA? Chi l’ha programmato, e perché? Gli stati mentali, trascinando con sé e sviluppando intenzionalità e autocoscienza, aprono le porte all’infinito: l’immaginazione, il pensiero laterale, le ipotesi, le congetture. Posso azzardare una definizione del DNA, al limite del metafisico: un recettore-convertitore biologico di un flusso di energia universale che si svolge a spirale e che corrisponde al “significato” ultimo.
Pensare: è molto più che manipolare simboli; è creare pensiero da pensiero, attingendo là dove pareva non esistere idea alcuna, in assenza di input specifici quantificabili.
Tutto ritorna: l’elica del DNA, le galassie, i buchi neri al centro delle galassie, la mente universale e l’individualità.
Intenzionalità. Anche il cervello è un calcolatore, ma la sua capacità causale di produrre intenzionalmente, nulla ha a che fare con il fatto di installare un programma per calcolatore con la conseguente e concomitante garanzia di avere stati mentali. Qualunque cosa sia ciò che il cervello fa per produrre intenzionalità, questo non può consistere nella installazione di un programma, perché nessun programma è di per sé sufficiente a produrre intenzionalità.
Esperienza soggettiva: è dilatabile, influenzata dalle emozioni, può mutare il punto di vista, è variamente valutabile a seconda dello stato intenzionale del soggetto e delle informazioni in arrivo. Il punto di vista di un calcolatore non è autogestito, a meno che esista un programma via via perfezionato installato dall’esterno. Nella esperienza soggettiva questo programma interno è costruito all’interno e applicato all’interno, ricorrendo a risorse esterne/interne. “Un calcolatore non programmato non è un sistema rappresentazionale”. Siamo forse noi programmati per essere autoprogrammati? È questa la funzione del DNA? Acquisire una prima programmazione su un substrato biologico capace di veicolare, trasmettere e modificare i dati iniziali creando continuamente il binomio programmazione/progresso?
Preghiera di uno scettico:
“O Seigneur, s’il y a un Seigneur,
Sauvez mon âme, si J’ai une âme”.
(Ernest Renan, prière d’un sceptique, preghiera di uno scettico)
Nella mia interpretazione-traduzione-versione:
O mio Dio, se c’è un Dio,
salva la mia anima, se ho un’anima.
O mio Dio, fa’ di esserci.
L’eterno dilemma: l’Anima, “il nome che diamo allo stile opaco eppure caratteristico di ogni individuo, quel ‘nucleo incomprensibile’ che determina come siamo, quindi chi siamo. Ma questo nucleo incomprensibile è un insieme di principi morali e di connotati di personalità oppure è qualcosa di cui possiamo parlare in termini fisici, nel linguaggio del cervello?
Essere coscienti. Un organismo possiede stati mentali coscienti se e solo se prova qualcosa a essere quell’organismo: se l’organismo prova qualcosa a essere quello che è. Senza la coscienza il problema mente-corpo sarebbe molto meno interessante; con la coscienza esso appare senza speranza di soluzione. I robot umanoidi sono capaci di apprendere e di creare nuovi adattamenti nel corso della loro esperienza con l’ambiente… sono coscienti? Provano qualcosa a essere quello che sono? Se la provano, come potrebbero trasmettere la loro emozione? Un cucciolo di cane è sensibile al gioco, cerca il contatto con l’uomo e, dall’insieme dei suoi atteggiamenti, noi crediamo di poter inferire l’esistenza di una coscienza nell’animale: l’ha in qualche modo ereditata con il DNA, almeno nella forma di un programma che si sarebbe attivato con l’intervento di stimoli esterni. Il robot, per altro verso, risponde su canali di comunicazione digitali, rigidi e di limitata ramificazione; non possiede autoreplicanti, non parte con un’esperienza codificata della specie di appartenenza. L’emergere della coscienza individuale dalla coscienza della specie è un continuum di un processo a spirale che amplifica la propria curvatura e, probabilmente, segue un percorso curvato, forse facendo coincidere inizio e fine (che pertanto non esistono di per sé, oppure sono dappertutto e in nessun luogo in particolare) di questo percorso.
La coscienza di un robot, volendola così definire, emerge da un preciso punto zero e prosegue nei termini di stimoli esterni/risposte programmate, per un segmento di linea retta, sino a un punto terminale dove si annulla. L’esperienza individuale e socio-interattiva di un individuo arricchisce, per accumulazione, sfrondatura e perfezionamento, l’esperienza della specie.
L’esperienza di un robot di per sé non esiste, trattandosi di risposte soltanto, magari autoadattanti, ma irrilevanti per un ipotetico processo culturale autonomo della specie. Qui agiscono o, meglio, eseguono compiti i microchips; nell’organismo biologico agiscono i geni. La comprensione genera dilemmi; ma “negare la realtà o la portata logica di ciò che non potremo mai descrivere o comprendere è la forma più rozza di dissonanza cognitiva. Esistono dati che non consistono nella verità di proposizioni esprimibili con linguaggio umano. Possiamo essere costretti a riconoscere l’esistenza di tali fatti senza essere in grado di enunciarli e di comprenderli”.
Immagine di Copertina tratta da Faith In Nature.

