Analisi e studio su
Anna Maria Nada Patrone
VIVERE NELLA SCUOLA
Insegnare e apprendere nel Piemonte del tardo Medioevo
Torino, Paravia, 1996
Parte V di 5
I testi scolastici e la loro circolazione
- I mezzi linguistici di comunicazione.
Sin dalla creazione delle prime scuole laiche le parlate locali avevavo già ovunque una notevole funzione anche nella vita pubblica, nonostante tutti gli atti ufficiali continuassero ad essere scritti in latino (De instrumentis vulgaricandis, in Piemonte): fu questo il primo riconoscimento quasi ufficiale della funzione istituzionale del vernacolo locale.
La meta auspicata da ogni gruppo sociale era tuttavia la conoscenza e la capacità di usare correntemente quel ‘latinetto’ insegnato appunto nelle scuole di base, conoscenza che permetteva una forma, seppure imperfetta, di bilinguismo attivo indispensabile per muoversi con una certa disinvoltura nella società del tempo. Si trattava comunque di un bilinguismo imperfetto, di un sistema di comunicazione inadeguato e, soprattutto, elitario perché non tutti avevano gli strumenti mentali e scolastici per adottarlo. L’uso del latino stabiliva quindi una nuova, invalicabile frontiera tra ceti economicamente superiori e ceti subalterni non scolarizzati o non alfabetizzati a sufficienza: questi ultimi non avevano infatti la possibilità di comunicare ovunque e con tutti e neppure potevano far valere le proprie ragioni se non nella terra d’origine e con individui dello stesso livello sociale, che si esprimessero con il loro stesso idioma.
Per una maggiore padronanza del latino, ormai lingua disusata già a fine Duecento, Bonvesin della Riva, nella sua Vita Scholastica, aveva sentito la necessità di insistere sull’importanza che il maestro usasse esclusivamente la lingua latina sia all’interno della scuola sia nella vita privata. La stessa imposizione si ritrova a fine Quattrocento, rivolta questa volta anche agli scolari, nel Regolamento albanese di Venturino de Prioribus. Tuttavia, già dal tardo XII secolo si può cogliere un’utilizzazione sempre più ampia della parlata volgare non solo nell’ambito della letteratura o in quello della vita delle scuole, specie quelle d’abaco, ma anche nei rapporti interpersonali d’affari.
- Il commercio delle idee.
La frequenza alle scuole di base, spesso gratuita o semigratuita, nel tardo medioevo fu probabilmente abbastanza rilevante: secondo Franco Cardini, in età comunale gli analfabeti totali dovevano essere pochissimi, a differenza di quanto si sarebbe verificato in età moderna, quando anche i centri urbani più importanti furono popolati da una maggioranza di analfabeti.
Per il Piemonte tardo-medievale il fenomeno di una scolarizzazione ‘di massa’ sembra attestato anche in molti piccoli centri rurali, limitato a una semplice semialfabetizzazione (sola lettura):
Il Quattrocento, in Piemonte, è l’epoca della moltiplicazione di opere a carattere didattico in volgare. L’insegnamento nelle scuole di comune era aperto a una cultura ‘senza grammatica’.
I metodi e gli strumenti didattici funzionali alla trasmissione della cultura continuarono tuttavia ad esprimersi secondo tecniche di insegnamento ormai ben stabilizzate (lettura, ripetizione, apprendimento mnemonico, composizione). Erano sistemi idonei a mettere in evidenza il carattere dottrinario e teorico del sapere.
Nonostante l’espansione della scolarità di base, risulta tuttavia difficile recuperare una tetsimonianza diretta e concreta dei libri usati nelle scuole. Ad eccezione di alcuni testi menzionati in raccolte grammaticali e di scarne indicazioni contenute in contratti con i maestri e in alcuni atti testamentari, nulla di concreto è stato conservato, forse anche in conseguenza del disamore degli scolari per i loro libri. Erano anche libri soggetti a maggiore usura, passavano di mano in mano ed erano per lo più ritenuti immeritevoli di essere conservati nelle biblioteche familiari. Sovente erano gli stessi maestri di grammatica a fornire in uso i libri agli allievi, specialmente nei centri paraurbani e rurali.
I testi base utilizzati in area subalpina per l’insegnamento erano, in linea di massima, i medesimi usati in tutto l’Occidente. Il modello pedagogico era basato essenzialmente sull’oralità e la ripetitività mnemonica di chiara discendenza ecclesiastica.
- Tipologia degli strumenti didattici.
Per i fanciulli del primo livello il veicolo principale dell’apprendimento doveva essere l’esperienza quotidiana nella scuola più che il contenuto dei libri di testo. Gli scolaretti usavano unicamente il ‘quaternum’, due tavolette che si aprivano come un libro, in legno, ricoperte talvolta ancora con cera, talvolta con un lacerto di pergamena, che poteva anche servire da copertina.Quelli del secondo modulo leggevano e studiavano a memoria il Salterio, secondo una persistente tradizione monastica, volume in genere di piccolo formato, facilmente maneggevole.
I maestri che guidavano gli scolari alla comprensione e alla composizione in latino erano in genere detti ‘auctorista’, cioè docenti di ‘auctores’, impegnati in un insegnamento tradizionale di grammatica speculativa e di letteratura scolastica. Questa denominazione per i docenti di secondo livello sembra mancare in ambito piemontese.
Gli ‘auctores’ tradizionali erano il Donato, il Catone, Prospero di Aquitania, Esopo, Boezio. Nel Quattrocento la gamma fu ampliata. In genere venne adottata una mescolanza di autori antichi e medievali, con una notevole apertura verso questi ultimi. Venivano offerti non tanto testi di grammatica e di sintassi latina, quanto letture educative ed edificanti, dove gli esempi erano spesso testimonianza di esperienze quotidiane prese a modello per le norme di comportamento pratico, laico e civile.
In genere i testi erano brevi e ritmati. Si moltiplicarono le ‘antologie’ che riuscivano a offrire, in un volume di dimensioni accettabili, lacerti di molte opere classiche, di facile apprendimento.
L’insegnamento primario continuò per tutto il medioevo a mantenere un’attenzione precipua per l’oralità come fattore essenziale della trasmissione culturale, anche nel periodo più tardo, che assistette ad una più larga diffusione del libro. In una cultura improntata essenzialmente sul semi-oralismo venne ritenuta ancora essenziale la mnemotecnica.
- I testi di grammatica ed i glossari.
Il Donato, l’Ars Gramaticae maior, è un trattato composto probabilmente nel IV secolo dal grammatico Elio Donato, maestro di S. Gerolamo. Era considerato uno dei pilastri per l’insegnamento della grammatica latina e viene quindi frequentemente menzionato nei contratti dei maestri piemontesi, dove viene anche adottata la denominazione di ‘donatisti’ per designare quegli scolari che appunto iniziavano a studiare la grammatica latina. Consisteva in un testo di grammatica, morfologia e sintassi elementare, il cui successo nella scuola di base perdurò a lungo: il Donatus de pueris fu infatti il primo libro stampato a caratteri mobili (nessun esemplare rimasto) impresso in Italia, a Subiaco nel 1462, ad opera di due stampatori profughi da Magonza.
Il Doctrinale puerorum venne scritto intorno al 1199 da un maestro della Normandia, Alessandro di Villedieu; esso fu, insieme al ‘Donato’, il testo di morfologia e di sintassi più diffuso e famoso nel medioevo; riuscì ad imporsi ovunque, specie perché le sue rime erano considerate di facile memorizzazione; trattava delle varie parti del periodo, dell’ortografia, delle regole sulla flessione dei sostantivie dei verbi, delle concordanze, del metro poetico, delle figure stilistichee retoriche e degli eterocliti (parole con flessione multipla, es. delicium/delicia).
Il Catholicon consisteva in un ampio glossario, preceduto da un corpo di regole grammaticali, scritto intorno al 1286 da Giovanni Balbi. Fu conosciuto e adottato quasi immediatamente nelle scuole piemontesi ; è già citato alla fine del Duecento.
Le Derivationes o Magnae Derivationes (Uguccione da Pisa) sono della fine del secolo XII. Offrivano un lessico etimologico di composti e derivati e radici di parole. Questo trattao dovette avere una certa diffusione in Piemonte, almeno per gli scolari ormai alla fine del secondo livello.
La Doctrina rudium o Libellus quinque clavium o Papias, attestato nel trattato grammaticale di Maynfredo di Belmonte, è un dizionario, composto verso il 1050, di autore ignoto. Offriva un elenco di parole in ordine alfabetico, tratti da autori classici e medievali, cercando di spiegarne genere, declinazione e altri aspetti grammaticali, insieme con regole di dialettica e di diritto, ma soprattutto di buon vivere.
- I sussidiari ed i libri di lettura.
I libri usati per la lettura e per l’apprendimento erano gli ‘auctores octo’, la cui lista variava notevolmente da scuola a scuola.
Il libro di lettura per eccellenza in tutte le scuole medievali fu il Cato o Disticha Cathonis. Era una raccolta di una cinquantina di formule generiche di etica con un largo spettro di argomenti, compilata nella tarda antichità, con qualche aggiunta nel primo medioevo, ma attribuita al poeta gnomico Catone il Censore (Marco Porcio Catone, 234-149 a.C.). Funzionò come testo base per l’apprendimento del latino almeno sino a tutto il secolo XVIII, mentre la sua fortuna editoriale perdurava ancora nel secolo scorso, anche perché era composto in un latino elementare. Le regolette morali contenute nel ‘Cato’, in cui la sapienza antica si fondeva con quella cristiana, sembrarono infatti atte ad insegnare e a vivere secondo le regole sia della civiltà comunale sia di quella umanistica.
L’Esopo o Liber Aesopi venne redatto nella prima metà del secolo XII, da Waltherius Anglicus, arcivescovo di Palermo. Era costituito da una raccolta di favolette in prosa ispirate al vero Esopo, quindi di carattere moralistico e di facile comprensione. Fu usato in Piemonte.
Dovevano essere noti Sallustio, Ovidio, Seneca, Cicerone, Terenzio e Giovenale. Non vi è invece alcuna attestazione che in Piemonte si studiassero Livio, Lucano, Virgilio e Valerio Massimo.
Tutti i manuali scolastici sono testi innovativi per l’interpretazione che ne veniva data in relazione ai parametri cronologici e geografici. Gli autori scolastici venivano ‘letti’ in classe dai maestri i quali interpretavano e commentavano i vari passi. La lettura doveva offrire il significato del testo, per comprenderne la dottrina in tutta la sua profondità. Soltanto alla fine del secolo XIII incominciò il passaggio dalla lettura ‘sonora’, anche da parte dello scolaro, alla ricezione silenziosa, o mormorata, del testo. Questa modificazione segnò non soltanto un mutato indirizzo pedagogico, ma soprattutto una relazione più diretta e individuale nei confronti del codice o del libro e anche l’inizio di un processo di emancipazione della lettura dalle convenzioni tecniche mnemoniche le quali, tuttavia, restarono in uso ancora per due secoli.
Più significativi di una rinnovata mentalità pedagogica sono gli ‘exempla’, i temi di traduzione, già adottati in area piemontese alla fine del secolo XIII, che testimoniano l’accettazione di una didattica nuova, volta a utilizzare il genere grammaticale-pedagogico al fine di una ‘educazione morale’. Era un’educazione contrassegnata ormai da un ampio ventaglio di argomenti attinenti al quotidiano. I maestri sembrano voler indirizzare gli esercizi di traduzione dei loro allievi su esempi di linguaggio parlato e di vita vissuta, legati all’esperienza dei singoli. Era un metodo teso a rendere il sapere accessibile e, forse, anche più appetibile a molti: destinato a chi intendeva ritrovare nelle letture scolastiche reali esperienze di vita e precisi modelli di comportamento. Tale ‘aggiornamento’ della didattica fu attuato ancora in età umanistica da non pochi maestri anche di grande valore: il Poliziano, precettore dei Medici a fine Quattrocento, per sollecitare l’interesse e l’impegno dei suoi discepoli, preparava bozzetti di vita familiare da rendere in latino o anche in greco. Gli scolari ‘latinantes’ vercellesi del Duecento dovevano invece misurarsi con la traduzione di frasi attinenti al possesso di vino, frumento e denaro, al valore di ducati, soldi, denari, a rapporti di amicizia; quelli del Trecento con esercizi di traduzione il cui argomento era la peste.
- L’addestramento alla vita pubblica.
Oltre alle tradizionali materie di insegnamento, alcuni maestri vennero espressamente incaricati di insegnare l’ars loica, cioè la dialettica e la logica, discipline formative propedeutiche allo studio delle altre arti, che costituivano non soltanto la base indispensabile per accedere all’università, ma anche per ricoprire certe cariche pubbliche. Per una carriera amministrativa o politica era necessario sapersi esprimere in un latino chiaro, elegante e accattivante, come strumento di persuasione nelle questioni giudiziarie e politiche.
Più che nelle scuole di comune, dove si impartiva in genere soltanto una prima alfabetizzazione orale e scritta, dovevano essere attivi anche in Piemonte altri luoghi di apprendimento, finalizzati ad una preparazione professionale, attestati invero in diversi centri della Penisola. In Piemonte, anche in epoca umanistica, il ceto medio sembra essere stato desideroso non tanto di cultura, quanto di una preparazione globale che potesse servire nella vita pubblica e nelle varie attività che richiedevano non soltanto una specializzazione manuale e tecnica, ma anche quel patrimonio di conoscenze generali necessarie negli affari e nei commerci.
Nozioni di questo tipo potevano essere impartite, più che nelle scuole di base, proprio nelle botteghe, la sede più adatta per un futuro di lavoro dei ragazzi che vi entravano come tirocinanti. Botteghe e fondaci, ‘studi’ di notai e di medici erano un vero e proprio cantiere in cui si realizzavano corsi di addestramento e di pratica in ogni mestiere e professione. La palestra di apprendimento dei futuri notai doveva essere rappresentata piuttosto dagli studi professionali, anche se si deve ammettere che la professione si trasmettesse di massima di generazione in generazione nella stessa famiglia. Gli studi notarili divennero dunque vere e proprie scuole di apprendistato all’esercizio della professione.
- L’insegnamento del calcolo.
Ancora meno frequentemente si trovano per il Piemonte notizie sull’insegnamento dell’abaco (aritmetica pratica, uso delle cifre arabe) che permetteva procedure di registrazione e metodologie di calcolo nuove, ed i canoni dell’algoritmo (il calcolo scritto). Si era ormai tralasciato lo studio dell’aritmetica teorica, applicata soltanto più in ambito universitario con le altre arti liberali, in quanto essa era perfettamente inutile per gli uomini d’affari, che invece dovevano apprezzare assai i maestri di abaco, considerati ‘tecnici’ e più utili per la pratica del lavoro futuro. Era questa una cultura ‘mercantile’ che si imparava più nelle botteghe durante il periodo di apprendistato che nelle scuole vere e proprie. Per questo motivo sono rare le menzioni di maestri d’abaco e tutte riguardano il tardo Quattrocento, quando ormai si era affermata anche in Piemonte una mentalità proto-capitalistica. La scuola del maestro d’abaco doveva essere innovativa rispetto a quella tradizionale in quanto vi si imparava ad usare, insieme con il calcolo, la parola scritta, probabilmente anche in volgare. Sovente erano i maestri di bottega ad insegnare, insieme al mestiere, a leggere, a scrivere e a far di conto. La cultura dell’imprenditore piemontese non può quindi essere considerata di livello inferiore rispetto a quella dei gestori di medie e piccole imprese.
Le nozioni pratiche necessarie per la gestione di un’impresa commerciale o bancaria erano dunque acquisite quasi unicamente nel duro periodo di apprendistato.
- Recite scolastiche?
Molti studiosi hanno ipotizzato che in alcune scuole, specie quelle di abaco, l’insegnamento più elementare della grammatica già nel Quattrocento fosse impartito su appositi sillabari in volgare, detti forse ‘babbuini’ (perché avrebbe avuto sulla copertina l’immagine di una scimmia, oppure dal francese ‘babine’, labbra, dalla loro deformazione nell’atto di pronunciare le sillabe, o dal latino ‘babulus’, poi ‘babio’, balbuziente). Non è certamente da porre in discussione l’insegnamento impartito talvolta nella parlata locale, attuato anche in area piemontese. Per ‘babbuino’ pare potersi intendere un testo utile per individui che già sapevano leggere il latino e che conoscevano l’abaco e qualche nozione di aritmetica pratica. Alcune attestazioni potrebbero lasciar supporre che il ‘babbuino’ rientrasse nella categoria di funzione di recita scolastica: rappresentazioni comiche costituite da un testo frammentato in brevi battute ritmate. Le recite scolastiche potevano essere un’iniziativa di maestri alla ricerca di nuovi strumenti per mantenere la disciplina, con l’offrire un’occasione di divertimento, lecito e controllato. Potevano costituire momenti di festa spavaldamente irrispettosa ma controllata.
Immagine di Copertina tratta da L’Universale Editore.

