Sprazzi di luce sulla Grande Guerra – Parte 9 di 20

Sprazzi di luce sulla Grande Guerra

Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana

La Guerra d’Italia 1915-1918

Frat.i Treves Editori, Milano 1932

Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.

La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.

Parte IX di 20

VOLUME QUARTO

Le operazioni di guerra da settembre a dicembre 1916.

Governo e Paese fino all’agosto.

Le vigorose avanzate italiane dal settembre alla fine del 1916.

Il Bollettino ufficiale italiano segnalava che il 2 settembre 1916 i nostri alpini si erano espressi in un brillante combattimento con l’avversario sulle pendici settentrionali del Cauriol, causandogli gravi perdite che ammontarono a oltre 100 austriaci uccisi e 34 tratti in prigionia. Il 5 settembre, poi, “Nelle alte valli di But e del Chiarsò l’artiglieria avversaria bombardò gli abitati facendo qualche vittima nella popolazione e uccidendo tre militari ricoverati in un ospedaletto da campo”. Il 7 settembre, “Nella zona della Tofana con assalto di sorpresa favorito dalla nebbia i nostri insuperabili alpini espugnavano un forte trinceramento nemico sulle pendici della Tofana Prima, nel Vallone di Travenanzes”.

Il Bollettino di guerra del 17 settembre 1916 elogiava l’avanzata italiana sul Carso: “In 3 giorni di combattimenti, dal 14 al 16, avevano conquistato importanti posizioni fra il Vipacco e il mare e presi circa 4 mila prigionieri di cui più di 100 ufficiali”. Mentre sul fronte giulio i nostri facevano registrare così vittoriose giornate, una brillante azione di guerra di montagna si svolgeva a più di 2000 metri nell’aspra zona montuosa fra la testata del Vanoi e la Valle di Fiemme (Avisio). Una splendida manovra, che aveva ivi condotto i nostri alpini alla conquista della Cima Cauriol il 28 agosto. Il versante meridionale delle Alpi di Fiemme è difficilissimo e boscoso sino all’altitudine da 1600 a 1800 metri. Indi uno spalto erboso segue la roccia a picco: in essa si aprono canaloni a fortissima pendenza che sarebbero stati considerati impraticabili, prima di questa guerra. Invece per codeste lacerazioni della montagna si inerpicarono i nostri bravi alpini, piantando successivamente sempre più in alto nelle rocce i ferri che servono da gradini per la scalata alle vette.

Il battaglione Monte Rosa, che, inerpicatosi con sforzi indicibili per le pareti verticali a nordest del Cauriol, riuscì a portarsi sino a una distanza da 70 a 100 metri dai trinceramenti nemici. Di là si gettò alla baionetta sulle posizioni nemiche; tre volte obbligato a ripiegare dal violento fuoco dell’avversario, ritornò con costanza e rinnovato impeto all’assalto, riuscendo a espugnare la contesa posizione.

Noi espugnammo, sul margine settentrionale del Carso, l’altura di San Grado di Merna, importante punto di connessione fra le difese nemiche sull’Altipiano e quelle sulla zona collinosa a est di Gorizia… Il Bollettino italiano del 25 settembre 1916 annunziava la conquista della Cima Gardinal, a nordest del Cauriol. Dalla seconda metà di luglio al 25 settembre le nostre truppe avevano espugnato una serie di importanti posizioni in questa formidabile barriera, come i Passi di Rolle e di Colbricon, il Monte Cauriol e altre posizioni che consentivano loro l’approccio a importanti vette, come quella del Gardinal. La conquista della Cima Gardinal accresceva dunque il valore del possesso di Cima Cauriol; allargava e completava questa nostra posizione.

Il valore che rivestiva questa graduale occupazione del baluardo roccioso stava nel fatto che esso domina la strada delle Dolomiti che l’Austria costruì per unire con arroccamento rotabile il fronte tridentino e quello del Cadore… Con la Cima Cauriol i nostri avevano una finestra sulla Valle dell’Avisio; con la conquista della Cima Gardinal venivano ad avere una balconata: era una porta per i nostri alpini”.

Nell’alto Cordevole proseguiva la lotta sulle pendici del Monte Sief, a nord del Colle di Lana. Nella notte del 23 settembre la brigata Reggio conquistò una forte posizione verso la cima del monte. Le linee italiane venivano così a trovarsi a poche decine di metri dalla linea principale austriaca. Di conseguenza le linee austriache di difesa passavano in successione da 11 a 14 e a 18 chilometri di estensione, portando a un diradamento della densità di combattenti e di mezzi difensivi e alla necessità di correre ai ripari sottraendo altre entità da altri fronti.

Il 1° ottobre “Nel Vallone di Travenanzes (alto Boite) i nostri alpini assalirono e scacciarono nuclei nemici trincerati sulle pendici sudest del Lagazuoi e del Pizzo di Fanis… Il Bollettino ufficiale italiano annunciava, il 3 ottobre 1916, un nuovo successo nella regione delle Dolomiti, altri successi alla testata della Valle Cismon e di Travignolo assicurarono ai nostri il possesso dei Passi di Rolle e di Colbricon, con la conquista dei massicci della Cavallazza e del Colbricon.

Con la nuova operazione del 2 ottobre gli italiani conquistarono anche la seconda cima del Colbricon, a sudovest della precedente, dalla quale il nemico poteva contrastare ogni ulteriore avanzata dei nostri verso il fondo di Valle Travignolo”. Il 3 e il 4 ottobre 1916 la nostra 17a divisione e il 20° battaglione bersaglieri in testa, conquistarono il formidabile bastione che aveva impedito ai nostri di puntare a sud della valle dell’Avisio. In Valle San Pellegrino (Avisio) un brillante attacco dei nostri alpini valse la conquista di un forte trinceramento e di baraccamenti nemici sulle pendici della Cima Costabella. Prendemmo 102 prigionieri, una mitragliatrice, ricco bottino di armi e munizioni… La nostra offensiva nell’aspra zona montagnosa fra l’Avisio e il Vanoi-Cismon segnò un nuovo brillante successo. Alla testata del Vanoi i nostri alpini il 6 ottobre 1916 espugnarono l’importante vetta di quota 2456 nel massiccio di Busa Alta. Siamo a nordest di Borgo Valsugana e a sudest del Cauriol (catena del Lagorai). È indicata con il nome di Busa Alta l’alta muraglia rocciosa diretta verso nordest nella direzione del Cauriol (2491 metri) e del Gardinal (2454 metri). Verso le ore 9 del 6 ottobre “nuclei di alpini si slanciavano alla baionetta sulle trincee avversarie” di Busa Alta. I valorosi alpini del battaglione Monte Arvenis si slanciavano in un successivo assalto impegnando violenta zuffa a corpo a corpo con i Landesschützen, che, protrattosi per circa un’ora, si concluse “con la quasi completa distruzione del presidio nemico. Caddero nelle nostre mani 25 prigionieri dei quali tre ufficiali, un cannoncino lanciabombe e abbondante bottino di armi e munizioni. Nei burroni di Busa Alta furono ancora sepolti oltre un centinaio di cadaveri nemici.

Gli austriaci sferrarono una decina di attacchi per riprendere la quota 2456 di Busa Alta, ma il mattino dell’8 ottobre gli alpini si lanciarono al contrattacco respingendo gli attaccanti. “Una magnifica azione offensiva svolta il 10 ottobre dalle nostre valorose truppe della 2a e 3a Armata strappava agli austriaci l’intera loro prima linea sul Carso nel tratto da quota 208 a est del lago di Doberdò, sino al Vipacco mentre a settentrione di questo torrente i nostri riuscivano a superare il fronte austriaco in molti dei punti più importanti del suo sistema difensivo: a sudest del borgo San Pietro (Gorizia), là dove, cioè, da una serie di alture il nemico dominava il corso della Vertoibizza. L’11 ottobre il Bollettino del Comando Supremo diceva: “Un risoluto attacco delle fanterie, nella zona a est del Vertoibizza, sfondò un tratto della forte linea nemica fra Sober e Vertoiba, con la cattura di 861 prigionieri, fra i quali 25 ufficiali, e di tre mitragliatrici.

Il 12 ottobre il Comando Supremo riferiva: “Alla testata del Vanoi la sera del 10, dopo intensa preparazione delle artiglierie, l’avversario lanciò quattro successivi attacchi di crescente violenza contro le nostre nuove posizioni di Busa Alta. Bersaglieri e alpini, gareggiando in valore, ruppero ogni volta l’impeto del nemico, indi lo contrattaccarono alla baionetta, mettendolo in fuga e prendendogli 37 prigionieri… Complessivamente sul fronte giulio, dal 6 agosto al 12 ottobre prendemmo 30.881 prigionieri, dei quali 728 ufficiali”.

Gli austriaci avevano allestito una seconda linea di difesa che “dalla quota 123, sulla riva sinistra del Vipacco, saliva le falde boschive del Veliki Hribach, sino a raggiungere le pendici orientali della nota altura di quota 144”. Contro tale linea le nostre truppe sferrarono un attacco il 12 ottobre, raggiungendo la seconda linea austriaca alle falde del Pecinka e i caseggiati di Loquizza e Hudi Log sino a sud della strada fra Opacchiasella e Castagnevizza, con la cattura di 400 prigionieri, di cui una decina di ufficiali.

Sul Pasubio. Sino dal 9 ottobre, dopo la vittoriosa offensiva nella zona di Cosmagnon, alcuni gruppi di alpini erano riusciti ad aggrapparsi all’orlo meridionale del Dente del Pasubio. Per gli austriaci il Dente era uno dei capisaldi della difesa della zona. Il Pasubio per gli austriaci era la grande porta che avrebbero dovuto forzare per discendere sulle pianure italiane. Con l’Alpe di Cosmagnon in loro possesso, essi potevano dominare tutto il movimento della Vallarsa nel tratto di strada che va da Valle delle Prigioni fino oltre Chiesa. In quattro giorni di combattimento tutta l’Alpe di Cosmagnon dalla Lora al Sogi è stata nostra. In alcuni punti le trincee nostre e quelle austriache quasi si toccavano. Per quattro giorni, fino al 17, fu quiete. Avevamo preso anche 600 prigionieri, un cannone di medio calibro, uno da montagna e una batteria da campagna. La lotta riprese il 17 per la conquista del Dente. “La mischia terribile durò tutta la giornata”, ma per un terribile bombardamento austriaco i nostri dovettero lasciare il Dente. Il 19 la lotta riprese furiosa, e così il giorno successivo. Intervenne una forte nevicata a fermare l’azione.

Il Comando Supremo comunicava il 21 ottobre: “Sulle falde orientali del Grande Lagazuoi (Vallone di Travenanzes-Boite) infuriando la tormenta i nostri alpini circuirono una forte posizione nemica, indi con violenta lotta alla baionetta se ne impadronirono. Il presidio nemico restò quasi completamente distrutto, 18 superstiti furono presi prigionieri insieme ad abbondante bottino di armi, munizioni e materiali vari.

Anche l’Aviazione faceva la sua parte: a partire dal 31 ottobre, con il cielo tornato sereno, 14 Caproni, scortati dai caccia Nieuport, bombardarono gli importanti centri ferroviari di Dottigliano, Scoppo e Nabresina.

Nella zona tra Jamiano e Doberdò si mostrava una doppia linea di resistenza austriaca, denominata Reserverstellung dagli austriaci, che per loro era la linea principale di resistenza stesa tra il Veliki Hribach e l’Hundi Logz. Qui le nostre truppe realizzarono importanti successi provocando la sconfitta totale del 21° reggimento Landwehr e catturando 5 mila prigionieri, fra cui lo Stato Maggiore del reggimento e i tre comandanti di battaglione.

Il 2 novembre 1916 i nostri proseguivano l’avanzata verso la strada di congiunzione fra Doberdò e Comeno attraverso le località di Opacchiasella e di Castagnevizza, importante nodo stradale per la zona del Carso goriziano. Due giornate di duri combattimenti avevano fruttato ai nostri la cattura di 8229 austriaci, di 8 cannoni e di numerose mitragliatrici; con la presa, inoltre, della cresta tra il Veliki Hribach e il Fajti Hrib, insieme al gruppo Pecinka – quota 308. Nella giornata del 2 novembre caddero in nostre mani 4731 prigionieri, dei quali 132 ufficiali, con due batterie di cannoni da 105, mitragliatrici, animali da soma e molto materiale di guerra. Altri 3498 prigionieri, fra i quali 116 ufficiali, furono presi il 3 novembre.

Gli austriaci reagirono fortemente alla nostra avanzata, tanto che, allo scopo di fermarci sulle nostre posizioni, si sforzarono di contenere il nostro centro nella zona Fajti-Castagnevizza e la nostra ala destra nel tratto tra quota 208 e Hudi Log. Si disse che l’offensiva italiana portata avanti fino al 3 novembre avesse causato agli austriaci la perdita di 25 mila uomini. Dal 6 agosto al 5 novembre l’Austria aveva perso l’equivalente di 40 battaglioni sul fronte giulio.

Dal Comando Supremo: Il 10 novembre 1916 “L’attività delle frontiere diede luogo a piccoli scontri in Val Giumella (Valle di Landro), nella zona di Cima di Cupola (alto Vanoi) e alla testata del Chiarzò in Carnia (Chiarsò)”. Il Comando Supremo comunicava il 27 novembre 1916: “In Carnia nella giornata del 25 violenti bombardamenti nemici contro le nostre posizioni alle testate del Degano, But e Chiarzò (Chiarsò). Alcune granate caddero su Paluzza e Paularo senza farvi danni.

Relazione Riassuntiva del Superiore Comando italiano del 30 dicembre 1916. “Nella giornata del 23 i battaglioni Feltre e Monte Rosa conquistarono la vetta del Gardinal a 2354 metri. Il 25 settembre il battaglione alpini Monte Rosa, scalate le ripide rocce a nordest del Cauriol, dopo quattro ore di accaniti assalti espugnava una forte posizione in cresta 2318 metri di altitudine”. Il 6 ottobre 1916 il battaglione alpini Monte Arvenis assaliva ed espugnava la vetta 2456 nel massiccio di Busa Alta. Gli austriaci tentarono di riprendere il terreno perso, “Ma i nostri saldi alpini ressero virilmente agli effetti del terribile fuoco del nemico e ne ricacciarono ogni volta con impeto le ondate di assalto. Il 9 ottobre 1916 il battaglione alpino Monte Berico superava le pareti a picco del Dente del Pasubio, ingaggiava un furioso corpo a corpo conquistandone la parte meridionale… Ancora il 9 ottobre gli austriaci spinsero 33 battaglioni di truppe scelte da montagna e riuscirono a occupare alcune nostre trincee sulle pendici di Cima di Bocche, ma “bersaglieri e alpini, gareggiando in valore, ruppero ogni volta l’impeto del nemico, indi lo contrattaccarono e fugarono alla baionetta infliggendogli perdite grevissime e prendendogli 37 prigionieri”.

Macedonia. In Macedonia “Nell’ottobre (1916) gli Alleati mettevano piede sulla riva destra della Cerna. L’ala sinistra dell’esercito alleato, di cui faceva parte una nostra unità, il 19 novembre iniziava una vigorosa offensiva verso Monastir, capoluogo della Macedonia serba. Alle operazioni concorrevano validamente le nostre truppe, avanzando lungo l’aspra catena dei Monti Baba, fra il lago di Presba e Monastir, ed espugnandovi successivamente forti posizioni accanitamente difese dai bulgari. Il nemico lasciò nelle nostre mani circa 250 prigionieri”. L’Italia già aveva soccorso la Serbia nel 1915 salvandone l’esercito con il trasportarlo dall’Albania a Corfù.

“Sul fronte macedone si ebbe il trasferimento delle nostre truppe dai monti Baba, a ovest di Monastir, alla zona della Cerna”. Il 12 febbraio 1917 si verificò un attacco tedesco sulla quota 1050 a est di Paralovo. Il 13 i nostri riconquistarono il terreno perso e, ancora il 14, respinsero un nuovo attacco tedesco. Il 27 febbraio le nostre fanterie si spinsero avanti e presero ai tedeschi 71 prigionieri, ma la loro avanzata fu arretrata da una mina sotterranea. “Da quel momento la quota 1050, fatta segno a reciproco violento fuoco di artiglieria, non poté essere occupata da nessuna delle due parti combattenti”.

Intervento in Macedonia. Il ministro Sonnino scriveva sul “Giornale d’Italia”: “Pertanto riteniamo che, incalzando il nostro nemico nei suoi formidabili baluardi alpini, l’Italia renda ai serbi e ai contingenti anglo-francesi gli stessi decisivi e preziosi aiuti che ha già reso ai russi nel mese scorso allorché, richiamando sul nostro fronte grandi masse di uomini e di artiglieria, abbiamo reso possibile ai russi di prendere la fortunata controffensiva in Galizia.

Compendio del 1916. “Lo sforzo dell’Esercito italiano aveva obbligato il nemico a mantenere sul fronte un minimo di 30 divisioni, divenute poi 43. L’Esercito italiano aveva acquisito oltre 3000 km2 di territorio e tratto in prigionia 85 mila austriaci. Dal Trentino all’alto Isonzo si erano guadagnati 1700 km2 di territorio, compresi 64 Comuni. Fra il Carso e l’Isonzo furono 1300 i km2, con 68 Comuni comprendenti circa 170 mila abitanti. Il fronte era di 600 chilometri su una linea di confine di 800 chilometri. Raggiungevano i 2000 chilometri le linee dalla prima alla quarta. Operai di guerra: in 66 stabilimenti militari: 21.645 + 12.474 donne; 932 stabilimenti ausiliari con 344.702 uomini e 55.273 donne. Inoltre, 1181 stabilimenti minori con 468.940 uomini e 72.324 donne. A febbraio 1916 in Francia lavoravano alla fabbricazione di materiale da guerra 750 mila uomini e circa 120 mila donne.

CAPITOLO NONO

Governo e Paese

Dalla dichiarazione di guerra alla Turchia alle dichiarazioni di guerra alla Bulgaria e alla Germania

(21/8/15  –  19/10/15  –  27/8/16)

Nel 1914 il dollaro americano valeva poco meno di Lire 6,50.

Nella ricorrenza del 20 settembre celebrata in tutta Italia, il 26, al San Carlo di Napoli ebbe luogo un discorso magniloquente del ministro Salvatore Barzilai, quale nuova apologia della guerra italiana contro l’Austria, dal quale traggo alcuni passi caratterizzanti lo spirito dell’epoca: “Il valore delle nostre armi deve risolvere il problema nazionale: la comune vittoria degli Alleati consacrare il diritto nostro su quelle terre e all’Europa preparare un assetto che della libertà fra nazioni riconquistate e armonizzante tra loro, della giustizia internazionale restaurata contro ogni violenza sopraffattrice, sia guarentigia sicura”.

Barzilai rammentava la Repubblica napoletana del 1799, spenta per volontà venuta da Vienna. E ricorda che furono le truppe austriache a distruggere nel 1820 la Costituzione. L’Austria debellò Napoli nel 1820 e vinse il Piemonte nel 1849 perché entrambi erano stati abbandonati da tutti gli Stati italiani, “ma l’Austria non può vincere l’Italia se questa si unisce a combattere per la sua indipendenza… L’alleanza (la Triplice del 1882) fu stretta per impedire la guerra minacciosamente profilatasi dopo il Congresso di Berlino”, quando da Napoli si reclamava “la restituzione alla Patria delle sue terre. L’alleanza è stretta e serbata, non per cooperare a finalità comuni, ma per soffocare dissidi insanabili, per contenere l’esplosione di antagonismi atavici, per ritardare conflitti fatalmente segnati, per assicurare una pace che sarà spesso solitudine e tregua affannosa. Le armi dei due Stati, nella perpetua diffidenza l’uno dell’altro, si apparecchiano non per sommarsi, ma per contrapporsi. Il generale Conrad von Hötzendorf rimpiangeva, come perduti, i giorni della catastrofe calabro-sicula, allorché egli stesso propugnò di attaccare l’Italia nel 1908. Barzilai sottolinea l’ostilità degli Imperi Centrali per l’espansione commerciale dell’Italia in Oriente e della lotta ingaggiata dai medesimi per intralciare le iniziative italiane: “La lotta per l’Albania… mirava a fare di questa costa una barriera impermeabile ai traffici italiani verso l’Oriente… E la Germania inonda la penisola (Balcanica), non di capitali che le fanno difetto, ma di prodotti e di uomini per compiervi una vera penetrazione e colonizzazione pacifica”.

Barzilai sosteneva “che la guerra offensiva fu concertata fra i due Stati dell’Europa Centrale”. E ricordava che “Il Trentino è un grande cuneo che dalla catena delle Alpi penetra nel cuore della Lombardia e del Veneto. E l’Austria lo ha reso un gigantesco campo trincerato, fortissima base di operazioni, sicuro rifugio in caso di ritirata, con sei o sette grandi vie strategiche atte a portare l’attacco”. A muovere dal 1878, data dell’occupazione della Bosnia, l’Austria utilizzò i tre quarti del suo debito pubblico per accrescere la propria potenza offensiva delle sue posizioni, di terra e di mare, o preparare la guerra dell’invasione progettata dai suoi circoli militari, creando da ultimo al nostro confine sette linee strategiche indipendenti, capaci di 72 treni al giorno, coronate da una ferrovia di cintura, coordinate da una invasione del nostro Paese.

L’articolo 4 del trattato della Triplice obbligava i contraenti alla neutralità benevola nel caso che una delle Potenze della Triplice fosse minacciata nella sua sicurezza da un’altra grande Potenza e si vedesse costretta a dichiarare la guerra alla Potenza che la minacciava. Fu il caso che si presentò il 1° agosto 1914 con la Russia. Dall’obbligo di benevola neutralità l’Italia non veniva liberata dall’art. 3 del Trattato che riguardava il dovere di partecipare alla guerra, e che si limitava al caso di un attacco non provocato da parte di due grandi Potenze contro uno dei contraenti. Anche se il Governo italiano avesse avuto la convinzione che si trattasse di una guerra aggressiva da parte dell’Austria e della Germania, sarebbe stata obbligata alla benevola neutralità dal chiaro testo dell’art. 4.

Il ministro Barzilai aveva affermato che, quando l’Italia si fece dare la concessione ferroviaria dalla Turchia, la Deutsche Bank mandò in quella zona agenti che, sotto pretesto di vendere macchine agricole, tentarono di acquistare i terreni attorno ai quali avrebbe dovuto passare la ferrovia trans balcanica che da Brindisi, attraverso gli sbocchi serbi in Adriatico, avrebbe cercato floridezza in terra d’Oriente. L’Italia, d’accordo con l’Inghilterra, aveva ottenuto la concessione in Asia Minore, ad Adalia. Il Governo italiano era al corrente che la regione di Adalia rientrava nella sfera degli interessi della società tedesca di Bagdad, e per questo cercò dapprima l’accordo con la Germania, che fu concesso.

Immagine di Copertina tratta da Independent.

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