Zibaldut di idee affastellate – Parte 2 di 5

Zibaldut di idee affastellate

Parte II di 5

Ben lungi dal volermi porre accanto allo “Zibaldone” del grande Giacomo Leopardi, ne ho però preso a prestito il titolo, variandolo a modo mio, perché anche “Zibaldino” già era stato adottato precedentemente.

Il suffisso dut, apposto a parole che si vogliono esprimere nel diminutivo o vezzeggiativo, l’ho preso dalla lingua carnico-friulana, nel cui linguaggio mi sono immedesimato per tributare onore alla donna originaria di quella nobile terra, che mi è stata campagna per la vita, che è stata la mia vita.

Quindi Zibaldut starebbe per Zibald-piccolo ovvero Zibalduccio.


Il meccanismo della competizione fece sì che i replicanti, senza saperlo (ma che ne sappiamo noi, ora e qui?), ingaggiassero una lotta per l’esistenza. Ora questi replicanti li chiamiamo geni e i nostri corpi sono le macchine per la loro sopravvivenza. Corpi e geni, CD e traccia magnetica; corpi e CD materiali ed esperibili; geni e tracce magnetiche impalpabili; corpi e CD si trasformano, non si distruggono; geni e tracce magnetiche sopravvivono. In quanto alle tracce magnetiche, esse sono una mia creazione, come traccia, non come contenuto, dovute alla mia volontà, tracce che si posano sul CD e vi vengono richiamate in onde sonore, come l’anima che prende possesso di un corpo e che ne rispecchia gli aspetti in comportamenti.

La selezione naturale favorisce i replicanti esperti nel mettere insieme macchine (corpi) che ne favoriscano la sopravvivenza (per quale scopo? per quale fine? chi ha voluto i replicanti e la selezione naturale? di nuovo il caso? ma, il caso può volere?). I geni fanno tutto già senza prevedere piani d’azione: semplicemente percorrono una loro via, albergando in organismi passeggeri, e non invecchiano. Il mio corpo porta i geni di Lucy o affini e tutti noi portiamo la replicazione dei replicanti primordiali (Dio creò il primo uomo soffiandogli in corpo l’anima; i geni sono la traccia dello spirito di Dio?).

La cosa formidabile è che, mentre questi geni percorrono sentieri diversi e non invecchiano, il nostro corpo, con la sensazione di percorrere una unica propria via, di invecchiare e di essere destinato a decomporsi, sviluppa con sé una coscienza.

Come il programmatore impone il proprio controllo al calcolatore predisponendolo con l’inserimento di un certo programma, così i geni agiscono sul comportamento degli organismi fisici predisponendoli e senza agire ulteriori interventi di correzione di rotta. I geni non esercitano un controllo diretto su ciò che l’organismo fa istante per istante; hanno già inserito tutte le istruzioni nell’organismo, la cui sede di comando è il cervello: un organo costruito dai geni (come un calcolatore) perché decida, al posto loro, giorno per giorno. Tutto ciò a causa della lentezza: i geni operano controllando la sintesi delle proteine, un processo che richiede molto tempo (nove mesi per costruite un bambino); il comportamento, peraltro, necessità di rapidità. I geni, dunque, costruiscono, prima, un veloce calcolatore esecutivo (cervello), programmandolo in anticipo con regole e “consigli” per fare fronte alle eventualità.

I geni dettano i criteri secondo i quali devono essere costruite le macchine che garantiranno la loro sopravvivenza, quindi anche come deve essere costruito il Sistema Nervoso; ma, poi, è proprio il SN che prenderà la decisione su ciò che bisogna fare istante per istante. I geni impostano la strategia di azione generale; il cervello esegue materialmente (programma e PC). Il cervello, inoltre, attraverso l’apprendimento e la simulazione, assume decisioni strategiche in numero via via crescente, come se seguisse un’istruzione generale che gli impone di fare del suo meglio per la sopravvivenza dei geni (ma che razza di roba sono questi geni? – Dall’enciclopedia: particella biologica con sede nel cromosoma; la struttura chimica dei geni è rappresentata dalla catena degli acidi nucleici nella quale le molecole dei nucleotidi si succedono in diverse combinazioni, costituendo le “lettere” e le “parole” del codice genetico. La proprietà fondamentale di queste strutture chimiche è l’autoriproduzione, cioè la proprietà di duplicarsi uguali a se stesse nel corso della moltiplicazione cellulare).

Simulazione: è un procedimento molto utile ed economico per l’adozione di comportamenti efficaci; di gran lunga superiore al procedimento per tentativi ed errori, in quanto ricorre alla revisione, alla immaginazione, allo scambio di ruolo o di punto di vista, alla costruzione mentale di un modello che ci consenta di prevedere gli eventi possibili. Per questo la simulazione è più rapida e più sicura (evita errori di percorso). L’evoluzione della capacità di simulazione sembra aver raggiunto il suo culmine nella coscienza soggettiva. Forse la coscienza insorge quando la simulazione del mondo effettuata dal cervello diventa così completa da dover comprendere un modello del cervello stesso.

La nostra mente funziona grazie a un “sistema rappresentazionale”, cioè a un insieme attivo di strutture capace di auto-aggiornarsi e organizzato in modo da “rispecchiare il mondo nella sua continua trasformazione”. È un sistema costruito su categorie alle quali vengono inviati i dati in ingresso; le sue rappresentazioni, o simboli, interagiscono fra di loro secondo la loro logica interna, la quale produce un modello abbastanza fedele del modo in cui funziona il mondo. È un programma in grado di guardare una scena, di dirci che cosa essa contenga, quali ne siano le cause e le probabili conseguenze.

La volizione: è una complicata configurazione (come è costituita? Che volto ha?) interna, stabilitasi attraverso una lunga storia, che codifica tendenze che mirano a certe configurazioni interne future e si allontanano da altre.

L’autocoscienza deriva dalla complicatissima rete di risposte agli stimoli tanto esterni quanto interni. “La mente è una configurazione percepita da una mente”.

John  Arcibold Wheeler, fisico. Congetturò che forse la ragione per cui tutti gli elettroni sono uguali è che in realtà esiste un solo elettrone che galoppa avanti e indietro da un’estremità all’altra del tempo e tesse la stoffa dell’Universo fisico attraversando e riattraversando innumerevoli volte il proprio cammino. Forse aveva ragione Parmenide: esiste una sola cosa!

La luce. Vedo la luce nel mondo in forma di immagini colpite dalla luce e riflesse dal mio sistema visivo verso le unità precettive. Nel vuoto cosmico vedo la luce solo se essa incontra i miei occhi; se le volto le spalle non la vedo; eppure, la luce è dappertutto, è per così dire in espansione, è un segnale lungo che viene ripetuto in continuazione; ma essa rivela se stessa ai sensi della persona soltanto se incontra un corpo materiale.

Come insegna la fisica moderna, lo spazio non è qualcosa di indipendente dagli oggetti e dalle masse che vi sono compresi. L’esistenza dello spazio è determinata da quei corpi; dove essi non sono, dove nulla c’è – in senso materiale – là cessa di esistere anche lo spazio, annullandosi.

 Nell’immagine a lato, il punto centrale rappresenta il BIG-BANG. Con Big-Bang si intende un’esplosione che si verificò simultaneamente ovunque, riempiendo fin dal principio tutto lo spazio (Steven Weinberg, 1977). L’Universo esplode, nascono il tempo e lo spazio, si pensa 13 miliardi e 831 milioni di anni fa. Prima c’era nulla (che cos’è nulla?); solo, forse, energia (E= m.c2): luce e materia in un punto senza dimensioni, di valore infinito. Dopo appena un centesimo di secondo dal B.B.  si sviluppa una temperatura di 100 miliardi di gradi. L’Universo si espande lanciando tutt’attorno elettroni, positoni, neutrini, fotoni (luce). L’espansione (nella figura: la freccia che attraversa i cerchi concentrici), dopo un decimo di secondo porta la temperatura a 30 miliardi di gradi, a un miliardo di gradi dopo tre minuti. La freccia si espande, in ogni direzione, creando ulteriore spazio (i cerchi concentrici) che possa contenere l’Universo. Poniamo che l’esplosione si arresti all’ultimo cerchio rappresentato in figura, il maggiore della serie. Da lì in poi, che cosa succede nel punto indicato con A? C’è un punto? C’è ancora spazio oppure no? Il vuoto è lo spazio creato e riempito di luce invisibile perché privo di oggetti materiali che la possano oggettivizzare. Il vuoto esiste nello spazio, non al di fuori. Oltre lo spazio c’è il nulla; che cos’è il nulla, se non la rappresentazione mentale di tutto ciò che non c’è, una non-rappresentazione? È possibile rappresentarsi la possibilità di una non-rappresentazione? La nostra mente travalica le dimensioni spazio-vuoto-Universo?

Dualismo. Cambiare il punto di vista: smettere di pensare in modo “dualistico” e iniziare a vedere l’Universo come una totalità priva di confini, in cui le cose fluiscono l’una nell’altra e si sovrappongono, senza margini o categorie chiaramente definiti. La tesi monistica è molto affascinante, ma difficile a considerarsi, per nostra natura. Tutta la nostra vita è un susseguirsi di sensazioni permeate di dualismo. Incomincia con due gameti sessualmente definiti; poi due cromosomi. x e y; poi la replicazione cellulare; poi l’incistamento della blastula sulla parete uterina, poi l’apporto di nutrimento dall’organismo materno, poi due entità fisiche collegate da un cordone ombelicale; poi la nascita al mondo esterno; poi il bisogno di apporti esterni: cibo, calore, tatto, sensazioni, consolazione; poi la nascita psicologica: l’uscita dall’unità monotropica e la percezione che io sono un altro dal seno che mi ha nutrito – la cacciata dall’Eden, la seconda cacciata.

Da qui inizio a percepire di essere un “me” in mezzo ad altri “sé” e continuerò costruendo via via sul mio cammino una realtà dualistica. Là dove la vita si restringe e finisce per immettersi in un cunicolo sempre più stretto e buio, là ha origine il terrore della morte. Morte come perdita, come ultima cacciata, tragicamente terribile: le prime cacciate avevano molto a che fare con l’oblio dal quale a poco a poco stavo emergendo; l’ultima mi ricaccia nell’oblio finale, ripieno di pre-consapevolezza; una cacciata che sposta i miei occhi all’indietro perché non mi avveda del vuoto che sto per affrontare e che sta per terrorizzarmi.

Una foresta che muore; io sono sempre l’ultimo albero a morire; una foresta di affetti, di sentimenti, di figure nelle quali ho riposto e fatto crescere i miei sentimenti. Un albero dopo l’altro li vedo cadere, si fa il vuoto attorno a me. Cadono e lasciano liberi i miei affetti, che rimbalzano su di me come per ritrovare una dimora, ma sono spogli, freddi, muti, logori.

Ancora sui replicanti. Ma perché, non potrebbe essere? Noi, soggetti viventi e senzienti, macchine biologiche, per uno scopo sconosciuto. Una mente ha ideato queste macchine e le ha programmate in modo tale, e le ha attrezzate in modo tale, che autonomamente provvedessero alla propria sopravvivenza e alla replicazione. Dunque, non è forse vero che i più forti impulsi dell’uomo, quelli che superano anche la ragione, sono la conservazione il più a lungo possibile della continuità esistenziale e della riproduzione? Ricerca di cibo per non morire e ricerca del partner per procreare, benché il secondo impulso nel contesto sia quello di dare sfogo a una spinta erotica irresistibile da parte della persona e, in seguito, quello di perpetuare la specie nelle previsioni di un progetto naturale. Siamo programmati per mantenerci in vita e per procreare. Se, cadendo, ci procuriamo una ferita con perdita i sangue, pur non volendo intervenire, a condizione che la perdita non interessi canali arteriosi e organi vitali, poniamo che si tratti di un’offesa al tessuto muscolare, il sangue inizia a fare tutto un lavoro che non proverebbe mai a fare all’interno dei canali vascolari: mette in gioco piastrine, emoglobina, globuli bianchi e quant’altro e, in poco tempo, tesse una rete di sbarramento che, dapprima, argina l’emorragia, inibisce l’infezione e genera dolore in funzione di segnalatore d’allarme; poi, a poco a poco, continuando a medicare, a nutrire, a restaurare, rende il tessuto nuovamente atto a svolgere la primitiva funzione. Non solo ci è estraneo il programma che guida e controlla questa sequenza di processi biologici, ma persino nulla potremmo fare per impedirla, a meno di un intervento autodistruttivo – il libero arbitrio. Il programma che è in noi, in via generale, ci dice: “nutriti, perché hai fame; procrea, perché ne hai voglia; conservati, perché credi di essere tu a dominare il mondo”.

Dunque, una mente; dunque, uno scopo. Posto che esista questa mente, della quale nulla sappiamo, quale potrà mai essere lo scopo al quale essa mira? E, questo scopo, la sovrasta? È più forte di lei, viene prima o dopo di lei? Sto pensando a queste cose inspiegabili, mentre appoggio la fronte su una mano, e penso: “Ecco, tutte queste idee pazze, gocciolanti voglie di infinito, me le sto arrovellando, ora e qui, in questa scatola cranica poco più grande di una scodella da prima colazione”.

O che siamo, ognuno di noi, una macchina biologica con due poli opposti, che sono i due vuoti dell’oblio eterno, prima della nascita e dopo la morte, asservita a uno scopo che non conosciamo o che, forse, cerchiamo ma non c’è? È una concezione lineare: ognuno di noi percorre una sua linea esistenziale, porta avanti e realizza una parte o un aspetto della completezza dello “scopo”, poi se ne va; domanda: la consapevolezza che ognuno di noi sviluppa lungo il volgersi di queste linee che, più sono acute e più ci fanno soffrire, ha una qualche parte in questo scopo oppure questo scopo non ci appartiene, non ci riguarda e volge a realizzarsi sopra i resti del nostro annullamento totale? Ma può trattarsi di una concezione circolare: esiste solo un Ente che deve realizzarsi in un esistente; in questo senso l’esistente è parte integrante dell’Ente e, pertanto, non si annulla; o, meglio, certe sue componenti si trasformano (la massa biologica), mentre la coscienza vaga fluttuando su questa circolarità imposta dal bisogno di autorealizzazione dell’Ente. E la coscienza diventa consapevolezza, per chissà quale norma fisica, quando entra in un corpo. Pe ascoltare la sesta sinfonia di Chiaykosky devo avere un disco, un apparato che consenta al disco di funzionare in modo compatibile, una fonte di energia e una mappa di solchi impressi sul disco. Anziché musica, diciamo coscienza consapevole: anche in questo caso dovrò avere una mente-cervello, un organismo autocontrollato, energia vitale/veglia, cultura-approfondimento. Il disco è programmato, inciso; una puntina sui suoi solchi o un rilevatore magnetico traducono qualcosa di statico in sensazioni sonore; si sa che avviene, ma il modo in cui si verifica questa traduzione non si può descrivere su parametri trasformazionali esperibili. Il cervello crea immagini mentali: ma ciò che passa dalla trasmissione di impulsi intersinaptici e dalla attivazione di neurotrasmettitori in un bagno di sprazzi elettro-chimici, sino alla mia sensazione di comprendere, soffrire, pensare, avere desideri, comunicare, non so neppure lontanamente che cosa sia e “se” sia. Annaspiamo nel vuoto conoscitivo più assoluto: sappiamo poco o nulla di ciò che c’è sul nostro Pianeta, conosciamo qualcosa vicino al nulla di ciò che riempie l’Universo, e crediamo di sapere molto. E ci agitiamo tanto in corse sfrenate senza comprenderne la destinazione. Ma se poi ci chiediamo il perché di tutto ciò, ci vediamo come inghiottiti da un’angoscia mortale, devastante, perché lì non troviamo risposta. Continueranno a replicarsi…

Immagine di Copertina tratta da Coach for Life Italy.

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