Sprazzi di luce sulla Grande Guerra – Parte 8 di 20

Sprazzi di luce sulla Grande Guerra

Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana

La Guerra d’Italia 1915-1918

Frat.i Treves Editori, Milano 1932

Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.

La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.

Parte VIII di 20

Il 20 luglio una nostra colonna, inoltratasi in Valle San Pellegrino, occupava le pendici meridionali del Monte Allochet e quelle settentrionali di Cima di Bocche. Altre colonne, nello stesso tempo, provenienti dal Passo di Vallés e dirette verso l’alto Cismon non puntavano a impadronirsi della fortissima posizione della Cavallazza che era la chiave per la presa dei Passi di Rolle e di Colbricon. Cavallazza fu presa il 22 luglio, insieme al Colbricon e ai Passi di Rolle e di Colbricon. Il bottino fu di 500 prigionieri, due cannoni, oltre a mitragliatrici, lanciabombe, armi varie e munizioni. Alla testata della Val Cia e della Val Cismon furono presi 253 prigionieri di cui 9 ufficiali, e alcune mitragliatrici.

Sul Monte Zebio i nostri bersaglieri conquistarono un trinceramento di 300 metri di lunghezza catturando 120 prigionieri e una mitragliatrice. Il 24-26 luglio le nostre truppe presero possesso del Monte Cimone, già terrore della Val d’Astico, sul fronte del Posina-Astico, mentre gli alpini spingevano verso i 2000 metri in direzione del Monte Campigoletti. Il Monte Cimone era importante perché dava la possibilità di battere la zona di Tonezza, di creare collegamenti con l’Astico, con Rio Freddo, con Posina e perché rinsaldava le nostre posizioni di Punta Corbin e del pianoro del Coston con il monte Seluggio. Ancora il 4 agosto 1916, comunicava il Comando supremo, “Sul Monte Cimone continua la nostra pressione diretta ad allargare l’occupazione a nord della vetta” e per la giornata del 6 agosto aggiungeva: “In Val Chiarsò e nell’alto Dogna nuovo bombardamento nemico contro gli abitati. Le nostre artiglierie risposero devastando gli accantonamenti delle truppe avversarie nel villaggio di Raibl, in Valle Seebach”. Il Bollettino italiano del 5 agosto annunciava: “Sul Carso le nostre truppe iniziarono ieri un vigoroso attacco nella zona a est di Monfalcone. Presero al nemico 145 prigionieri, dei quali 4 ufficiali”.

Gorizia godeva di una formidabile testa di ponte: difesa dall’Isonzo e dall’aspra cortina del Podgora e del Sabotino, con l’altura del Grafenberg. Le difese austriache più potenti erano piazzate sul Sabotino e, attraverso la depressione di Oslavia, sul Podgora. Insieme a questa testa di ponte i nostri conquistarono anche il San Michele, chiave delle posizioni del Carso.

L’8 agosto 1916, come da comunicato de Comando Supremo, “tutte le alture, sulla destra dell’Isonzo, costituenti la testa di ponte di Gorizia, e il Monte San Michele, sulla sinistra del fiume, erano in nostro saldo possesso”. La linea dell’Isonzo a valle di Tolmino era a noi interamente assicurata.

Il mattino del 9 agosto 1916 le nostre truppe entrarono in Gorizia. Il Bollettino ufficiale del 9 agosto recitava: “Il numero complessivo dei prigionieri sinora accertati supera i 10 mila, ma altri continuano ad affluire nelle stazioni di concentramenti” e il 10 agosto specificava: “Nelle stazioni di concentramento dei prigionieri abbiamo accertato sinora 278 ufficiali e 12.072 militari di truppa. Sono segnalate altre affluenze”. Il Bollettino del 10 agosto sosteneva ancora che gli austriaci bombardavano sul Tonale, nelle Valli Giudicarie e Lagarina, sul Pasubio, sul Monte Cimone, in Val Travignolo e sul Mrzli per distrarre la nostra attenzione o rallentare la nostra attività sul basso Isonzo. Poi si parlò di 393 ufficiali e 18.365 soldati austriaci fatti prigionieri, con un bottino di 30 cannoni, 63 lanciabombe, 92 mitragliatrici, 12225 fucili, 3000 colpi di artiglieria, 5 milioni di cartucce, 60000 bombe, 5906 scudi, 12000 strumenti di lavoro e abbondante materiale bellico. Un comunicato del Comando Supremo enunciava: “Espugnata dalle valorose truppe della 3a Armata la poderosa barriera fortificata eretta dal nemico sulle alture a ovest di Gorizia e varcato l’Isonzo, di cui l’avversario aveva tentato invano di contenderci il passo, distruggendo anche in parte i ponti, la sera dell’8 agosto la città di Gorizia era già virtualmente in nostro dominio”.

La storia di Gorizia.

Di Gorizia si hanno notizie dal 1001 secondo quanto riportato in una pergamena dell’imperatore Ottone III, con la quale il sovrano faceva dono al patriarca di Aquileja di metà del castello di Salcano e metà di quel villaggio detto Goriza nella parlata usata in Slavonia. Dunque, Goriza, con il significato di “monticello” sul quale sarebbe sorto un villaggio edificato dagli slavi che raggiunsero l’Italia superando le Alpi Giulie, forse nel luogo dove già erano prosperati altri più antichi insediamenti di origine italica.

Più avanti negli anni si sa che Gorizia si presentava nella forma di un castello di proprietà dei conti tedeschi che amministravano il potere germano-austriaco in Italia. La funzione di Gorizia, allora, era quella di una posizione fortificata a disposizione della signoria straniera. All’intorno del castello si potevano contare le poche case abitate dai locali. Per la potenza esibita nella storia del sito si rammentano i conti di Gorizia, vassalli tedeschi, discendenti dalle famiglie degli Eppenstein e dei conti di Lura in Val Pusteria che annoveravano nel loro albero genealogico personaggi del tutto originali, come Enrico II morto nel 1323 per eccesso d’amore, come il conte Alberto, persona volgare, trasandato e di bassa lega, come il conte Enrico IV che, nel secolo XV, pretendeva che i propri figli si ubriacassero di vino per dimostrare che erano veramente figli suoi.

Gorizia veniva usata dalle signorie tedesche a proprio vantaggio, ma esisteva l’opinione opposta, quella che poneva Gorizia come località appartenente al territorio italiano, già solo a considerare la fisionomia orografica che la circondava. Ne dimostrarono la vocazione italiana alcuni atti di potenti: fu Carlo V, attorno al 1520, a considerare italiana la contea di Gorizia; fu l’arciduca Ferdinando a contendere, nel 1615, gli atteggiamenti ostili di Venezia in direzione dell’Isonzo con lo scopo di conquistare Gorizia e Gradisca. L’Austria, pur mantenendo il dominio su Gorizia, procedeva a mutare forma ai confini italiani.

A un certo punto della Storia si videro sorgere, nei dintorni di Gorizia, sulle alture prospicienti, case e vie di accesso. Con l’inizio del secolo XVI l’Austria cercò di opporsi alle pretese veneziane in merito ai confini delle Alpi Giulie, procedendo a soverchiare le residenze italiane sovrapponendo loro etnie di provenienza straniera. Ma a Gorizia affluivano genti di alta capacità culturale e pratica, capaci di convertire le usanze degli stranieri. Si diffuse largamente il ricorso al parlare italiano. L’Austria reagì a questo processo di italianizzazione, arrivando a vietare, nel 1556, la redazione di atti pubblici in lingua italiana (divieto che fu rinnovato nel 1727), fino al decreto emanato da Ferdinando II nel 1626, che ribattezzava i goriziani in nomi veri, naturali, antichi tedeschi. Persino le scuole in lingua italiana furono interdette, nel 1694, agli studenti goriziani.

Il processo di germanizzazione voluto dalle autorità straniere procedette con l’istituzione, nel 1776, di scuole pubbliche tedesche gestite da insegnanti provenienti da Vienna. Nel caso della vita pubblica, dal 1787, non si sarebbe più dovuto ricorrere alla parlata italiana, situazione questa che perdurò fino al 1790.

Terminava il secolo XVI che l’idea che Gorizia fosse una città italiana albergava nella mente di molti, tanto che ricercatori storici abbinavano la derivazione del nome dalla latina Noreia o Noritia. Le autorità della Chiesa germanica e l’Ordine di Malta dicevano espressamente che i goriziani avevano le proprie radici in contesto italiano e non germanico. Nel 1660 l’imperatore Leopoldo I ne attestava l’italianità autentica. L’anno 1848 vedeva ancora Gorizia in mano agli Austriaci, ma in Gorizia fervevano membri di una maggioranza borghese, a difesa dell’italianità della città: erano menti profonde, quali il Rismondo, Graziadio Ascoli, il Reggio e Carlo Favetti. Quest’ultimo nel 1849 pubblicò il Giornale di Gorizia che fu tempestivamente messo al bando dal maresciallo Radetzki. Ci furono deportazioni verso l’esilio, tra cui quella del Favetti, ma la popolazione inneggiava al Tricolore esponendolo sulla fontana di Piazza Grande. In un secondo tempo la Bandiera italiana apparve sul Monte Calvario. Si ebbero dimostrazioni a opera di goriziani come il Brumat, il Tabai, il Mulich, il Dorese, lo Iansceg.

Nel 1868 gli sloveni tentarono un’azione che reclamava il Friuli orientale come terra slovena. Furono appoggiati dal Governo austriaco che muoveva fortemente per ottenere la snazionalizzazione di Gorizia. I goriziani dovettero lottare assiduamente per difendere la propria italianità dalle pretese slovene, come accadde nel 1890. Ma cinque anni appresso il Tribunale dell’Impero costrinse il Comune di Gorizia ad accettare l’istituzione di una scuola slovena, ottenendone reciso rifiuto. Ne seguì il sequestro delle entrate che affluivano all’erario comunale di Gorizia, cosa che costrinse il Comune ad accettare l’apertura di una Scuola Slovena; sennonché gli iscritti si ridussero ad appena cinque scolari, fatto che indusse a chiudere la Scuola.

Nel corso del primo decennio il Governo, valendosi della costruzione di nuovi collegamenti ferroviari, fece arrivare a Gorizia 400 famiglie di ferrovieri, quasi tutte slave, alcune tedesche. In Gorizia si istituirono Scuole medie slovene. Nel 1900 si contavano 4.700 slavi contro 16.100 italiani, ma nel decennio successivo la popolazione slava decretò un indiscusso incremento. Alle elezioni del 1913, tuttavia, gli italiani ottennero la maggioranza.

La giornata del 1° maggio 1914 segnò una vicenda sanguinosa negli scontri con i provocatori stranieri. C’era allora una via che, partengo da Gorizia e attraversando la Valle del Frigido, si portava al valico della selva del Piro sulle Alpi Giulie, la via che prese il nome di via romana. Lungo essa, il 9 agosto 1916, la Cavalleria italiana batteva a tergo il nemico in fuga.

Dopo la conquista italiana di Gorizia erano le “Leipziger Neueste Nachrichten” ad affermare: “A Gorizia il nemico ha conquistato innegabili successi. La situazione peggiorerebbe per i nostri alleati se le truppe italiane riuscissero ad avere successi decisivi nel settore di Monfalcone, come si propongono, giacché persino dal mare agiscono con artiglierie. Non ci nascondiamo che sono venuti giorni critici per l’Esercito dell’Isonzo dei nostri alleati e che la situazione è grave”. Il Corriere della Sera del 10 agosto 1916 si sprecava in elogi all’Esercito e al generale Cadorna, acclamandolo come primo artefice della grande vittoria. Cadorna, come scriveva il giornale, intendeva dare un nuovo volto, a noi favorevole, al saliente trentino e alla frontiera cadorina; voleva che si tenesse saldamente con una difensiva aggressiva la frontiera carnica; voleva togliere all’avversario la linea dell’Isonzo con un’azione che avrebbe avuto come perno il Monte Nero. Conscio che il nostro Esercito era inferiore a quello austriaco per disponibilità di cannoni, mitragliatrici e munizionamento, Cadorna contava soprattutto sull’elemento sorpresa. Il Corriere della Sera inneggiava inoltre ai successi ottenuti dai nostri attaccanti: “L’Esercito nostro rinchiuse gli austriaci a Tolmino, varcò l’Isonzo a Plava, si serrò addosso alla testa di ponte di Gorizia, scalò il ciglione del Carso, dovunque vincendo difficoltà incredibili di terreni, insidie e ostacoli terribili di difese artificiali”. Le lodi all’indirizzo di Cadorna confluirono nell’attribuzione al medesimo di “animatore d’energie morali e militari” attraverso quel suo mirabile saggio di psicologia d’arte militare che è “l’ammaestramento tattico e l’attacco frontale” (sennonché sarebbe venuto Caporetto a smentire dolorosamente tale convinzione)

Il Comando Supremo italiano comunicava l’11 agosto 1916: “Perseverando con crescente vigore nel violento attacco iniziato il giorno 9 nel settore di Monte San Michele e di San Martino, le valorose truppe della 3a Armata conquistarono tutte le fortificatissime linee nemiche sul Carso, fra il Vipacco e Monte Cosich. I nostri occuparono Rubbia, San Martino del Carso e tutto il pianoro di Doberdò e raggiunsero la linea del Vallone fino a Crni Hrib”. Gli austriaci resistevano sul San Gabriele e sul San Marco. Il 12 agosto i nostri combattenti dell’XI corpo d’Armata occuparono Opacchiasella facendo 270 prigionieri, requisendo 3 cannoni da campagna e numerose munizioni d’artiglieria. “Nella notte sul 10 l’avversario iniziava lo sgombero delle posizioni”. Come la difesa del Carso di Doberdò si appoggiava al San Michele, la difesa del Carso di Opacchiasella si appoggiava a settentrione alla quota 212 di Nad Legem (= Bosco Superiore). Le truppe della nostra 23a divisione, che già avevano scalato le pendici occidentali di Nad Legem, si impadronivano della groppa, con un bottino di 1565 prigionieri di cui 57 ufficiali e la presa di due cannoni. Più vicino a Opacchiasella si trovava la seconda linea austriaca.

A est di Nad Logem (quota 212) fu sfondata un’altra poderosa linea di trinceramenti nemici, con la cattura di 800 prigionieri, dei quali 12 ufficiali. Il Comando Supremo confermava il 14 agosto: “L’artiglieria avversaria bombardò ieri gli abitanti nelle alte Valli del Chiarsò e del Cordevole”. Scontri favorevoli ai nostri sul Monte Pecinka, sul margine settentrionale del Carso, in zona Santa Caterina e San Marco a est di Gorizia fruttarono 353 prigionieri dei quali 11 ufficiali”. Il 16 agosto sul Carso furono catturati un centinaio di prigionieri dei quali 4 ufficiali.

Il 16 e 17 agosto si continuava a combattere sul basso Isonzo, sul Carso, presso Tolmino, nell’alto Cordevole, sull’altipiano di Tonezza. Il 18 agosto sul fronte tridentino, nella zona del Tonale, in Val di Ledro, in Valle di Rio Freddo sul Posina, nella Valle dell’Adige. Il 19 agosto l’artiglieria tuonava su tutto il fronte. Il 20 agosto in Val d’Astico, sull’Altipiano di Asiago in Val d’Assa, sulle pendici di Monte Zebio, nella zona di Plava. E così di seguito per tutto il mese di agosto.

I combattimenti persistevano anche sul fronte alpino. Sul Monte Piana gli austriaci occuparono la vetta settentrionale (2317 metri), mentre gli italiani dominavano la vetta meridionale (2324 metri). Fra le due correva una strozzatura sulla quale si verificarono gli scontri. I nostri riuscirono a impadronirsi di un forte trinceramento austriaco oltre la Forcella di Valle Castrati, facendo una trentina di prigionieri con un ufficiale.

Il Bollettino del 29 agosto, emanato dal Comando Supremo, rendeva nota la lotta accanita ingaggiata dai nostri alpini per la conquista del Monte Cauriol a 2495 metri, con la cattura di una trentina di austriaci insieme a un ufficiale. Il Cauriol era un importante punto d’appoggio e consentiva di installare un efficace osservatorio per il dominio sulla strada delle Dolomiti in direzione di Predazzo, Moena, Passo del Pordoi, Livinallongo e per il dominio della via di Valle Travignolo, punti importanti dai quali passavano i rifornimenti per le linee austriache.

Il 30 agosto il Comando Supremo italiano comunicava: “Alla testata del Rio Felizon (Boite) reparti di fanteria e alpini con brillante attacco espugnarono forti trinceramenti nemici sulle pendici nordovest di Punta del Forame e in fondo valle catturando 117 austriaci, dei quali tre ufficiali.

Dalle Relazioni del Comando Supremo italiano per i mesi di giugno-luglio-agosto 1916

“Nella giornata del 16 giugno 1916 l’offensiva veniva risolutamente iniziata all’ala destra della nostra linea sull’Altipiano di Asiago. Ivi il gruppo alpino al comando del ten. col. Stringa, composto di reparti dei battaglioni Saccarello, Monviso, Valmaira, Argentera, Cenischia, Morbegno, Bassano e Sette Comuni, assaliva ed espugnava le forti posizioni nemiche di Malga Fossetta e di Monte Magari, prendendo più di 300 prigionieri, una batteria da montagna su 6 pezzi, 12 mitragliatrici, armi varie e munizioni. Il giorno 18 gli stessi alpini, coadiuvati da reparti del 32° Fanteria, conquistavano la Cima di Isidoro, sull’orlo settentrionale dell’Altipiano, e prendevano al nemico altri 300 prigionieri e alcune mitragliatrici”.

Cimone. “In Valle Astico, di capitale importanza fu l’espugnazione del Monte Cimone, caposaldo della difesa nemica in quella zona. Tra il corso dell’Astico, il Posina e il Vallone di Rio Freddo si erge ad altitudine superiore ai 1000 metri l’Altipiano di Tonezza di cui il Monte Cimone rappresenta il vertice meridionale. I fianchi dell’altipiano dirupano con pareti ripide e rocciose, alte da 500 a 800 metri sul fondo delle valli che li delimitano e sono superabili per pochi aspri sentieri. Le operazioni per la conquista del monte consistettero in un attacco frontale, movente dalle balze di Monte Caviojo e in un duplice aggiramento lungo le direttrici del Rio Freddo e dell’Astico. L’attacco frontale condotto con grande valore e tenacia dal battaglione alpini Valle Leogra e da reparti della Brigata Novara, riusciva il mattino del 24 luglio, dopo trenta ore di accanito combattimento, a espugnare la fortissima vetta del monte. Successivi violenti contrattacchi nemici, di cui particolarmente intenso quello lanciato la sera del 31 luglio, furono costantemente respinti dai nostri, che inflissero all’avversario gravissime perdite”.

La mattina del 29 giugno 1916 gli austriaci attaccarono con i gas le postazioni fra il Monte San Michele e San Martino. All’ala sinistra della nostra fanteria (45a divisione), una colonna comandata dal colonnello di Stato Maggiore Badoglio muoveva all’assalto del possente baluardo di Monte Sabotino, chiave della difesa di Gorizia. Superate d’un sol tratto le linee nemiche, in 40 minuti i nostri attaccanti raggiunsero la quota 609, culmine del Sabotino. L’avanzata proseguì rapida verso l’Isonzo, e a sera i nostri avevano già aggiunto la linea di San Valentino – San Mauro, lungo le falde orientali del Monte Sabotino. Sul Monte Podgora la Brigata Cuneo dell’11a divisione sfondava di primo impeto le potenti difese nemiche, superava la cresta di quell’altura e raggiungeva l’Isonzo all’altezza di Grafenberg.

Il 21 agosto 1916 una nostra colonna avanzata in direzione di Cima Cece, conquistava l’importante altura di quota 2354. La notte del 23, con violento attacco di sorpresa, il nemico riusciva a riprendere la posizione, ma un nostro successivo contrattacco lo ricacciava definitivamente. Intanto, più a sud-ovest, reparti di alpini dei battaglioni Feltre e Monte Rosa, sostenuti da una batteria da montagna, iniziarono l’attacco della cresta montuosa alla testata del torrente Vanoi (Cismon-Brenta) e riuscivano la sera del 27 agosto a espugnare l’alta cima del Cauriol.

Nella giornata del 3 settembre il nemico sferrava due violenti attacchi. I valorosi alpini del battaglione Valle Brenta, arrestato ogni volta con il fuoco l’impeto degli assalti, irrompevano infine dalle trincee e alla baionetta disperdevano l’avversario infliggendogli gravissime perdite. Tra il 22 e il 25 agosto nostri reparti di fanteria e di alpini conquistarono forti posizioni sulle pendici della Tofana Terza e nel Vallone di Travenanzes.

Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

Lascia un commento