Ma CHI? – Parte 1 di 2

Ma CHI?

Parte I di 2

Ecco il mondo in cui viviamo, questa “bella d’erbe famiglia e d’animali”, sorprendente nel suo presentarsi, nel funzionamento delle sue componenti, terrificante per il carattere devastante con il quale sfoga le proprie velleità astrali. È un bel mondo, non c’è che dire, ricco di scene naturali piacevoli a vedersi e interessanti a porsi sotto analisi. Ma anche portatore di terrore, di lutti, di distruzioni, di un mare di sofferenze per le persone e le intere popolazioni colpite da terremoti, da alluvioni, da climi siccitosi, da carestie, da distruzioni laviche, da tsunami, da frane ed erosioni costiere, da meteoriti indisciplinati in caduta libera e così via.

Tutto insieme, se vogliamo limitarci agli aspetti piacevoli che il nostro mondo è in grado di offrirci, allora fermiamo l’attenzione sulle meraviglie che cadono sotto i nostri occhi: un fiore che sboccia, che si trasforma in frutto, un’ape concentrata a svolgere un lavoro sistematico, capace di costruire la propria dimora secondo regole geometriche di assoluto rigore e fedeli al principio di economia e di redditività, una Luna che torna a crescere e a ridursi seguendo cicli precisi e prevedibili, il moto degli astri e delle galassie nel vuoto cosmico, la danza vorticosa delle particelle negli spazi atomici e nucleari, le interazioni fra le grandi Forze della Natura e altro ancora.

Da sempre gli uomini, a partire da epoche assai lontane, si sono fermati ammirati o terrorizzati, di fronte all’avverarsi di eventi estremi e inconsueti: sarebbe bastata un’aurora boreale oppure un’eclissi di luna o di sole a farli reclinare di timore con le ginocchia a terra. A un certo punto della storia evolutiva l’uomo avvertì il bisogno di attribuire l’avverarsi di fenomeni naturali incomprensibili e dall’aspetto minaccioso, portatori di sventura, a un essere più grande e più potente di loro, ma pur sempre dalle fattezze umane, che si sarebbe dovuto temere, implorare e propiziare con sacrifici vistosi per accattivarsene la complicità e la protezione.

Poi il pungolo scientifico portò gli uomini, una parte più perspicace degli uomini, a indagare fino a poter dare una spiegazione accettabile a ciò che di strano andava accadendo nel loro ambito vitale. Fatto questo, non intravidero più la necessità di adorare una divinità per assicurarsi i suoi favori; allora la misero un po’ per volta da parte, fino al giorno in cui se ne scordarono per sempre. Rimase qualcosa di quelle antiche credenze, perché gli uomini non erano riusciti ad allontanare da sé definitivamente una paura che dimostrava di essere inestinguibile: quella della morte, della fine di tutto. Ci fu allora chi, con inusitata scaltrezza, approfittò di questa situazione, di questo stato mentale, di questa disposizione emotiva, di questo atteggiamento alla credulità adducendo, a dimostrazione del tutto, la presenza viva di un’Entità spirituale, super-potente, origine di ogni cosa, dispensatrice di salvezza o di condanna a seconda della via intrapresa dai singoli nel seguire o meno i canoni, divenuti religiosi per antonomasia, proposti e imposti dai loro maestri.

Nacquero così le religioni, impiantate – tutte – su un fondo metafisico inarrivabile e, in quanto tale, accettabile soltanto per fede. E fede bisognava averla e coltivarla, se non si voleva andare verso la condanna per un tempo illimitato.

Non vedo di buon occhio, personalmente, il credo adottato dalle religioni, preferisco parlare di religiosità, un termine più affine alla ricerca continua della verità, allo sforzo di procedere con la propria mente e con le proprie forze, affrontando ostacoli nell’ammissione pure degli inevitabili errori che una corsa di questo genere reca con sé. Allora rimando la mia attenzione alle meraviglie che la Natura ci offre, sostandovi con ammirazione estrema e con animo “turbato e commosso”.

Riprendo il senso delle mie riflessioni precedenti, sulla scia anche di qualche mente eccelsa: Giordano Bruno, Copernico, Galileo e il nostro venerabile Zichichi. Ossia intravedo qualcosa di estremamente mirabile in tutta la precisione che governa le trasformazioni di varia foggia osservabili nel corso dell’esperienza quotidiana e la colloco idealmente all’interno di un incontestabile piano d’azione ossia di un progetto studiato meravigliosamente in tutti i suoi particolari. I motivi di ordine e di sequenzialità presenti nel Tutto che si evolve non sfuggono a una mente instancabile, che si chiede in continuazione molti “perché?”

Non sappiamo, ma immaginiamo, dove il nostro Sistema Solare venga trascinato dalla Via Lattea in moto vorticoso, come meta prossima, verso la galassia compagna di Andromeda e, con essa, in direzione di ammassi localizzati in prospettiva molto oltre la costellazione della Vergine e per altre derive nel vuoto cosmico. Appena appena ci balena alla mente un barlume del come si stiano attuando tutte queste trasformazioni e neppure ne intravediamo da lontano il perché. Ci sarà pure uno scopo?

Se c’è un progetto, come appare verosimile, se c’è un progettatore che l’abbia ideato, costui deterrà anche la spiegazione di ciò che ha voluto, l’obiettivo che si è posto di raggiungere. Qualcuno gli ha accollato un nome: il Demiurgo. Ebbene atteniamoci pure a questa denominazione, per non smarrirci nell’uso inflazionato del termine “Dio”.

Ora mi viene in mente che potrei proporre un itinerario ideologico, sulle orme di ciò che fin qui ho esposto: quello di inscenare un avvenimento, di simulare una sequenza di creazione. Voglio allora prendere per oggetto di questo esperimento surreale il corpo umano, più precisamente una delle sue parti fondamentali, il cuore. Mi informo e ricavo alcuni dati che mi spiegano che cos’è il cuore e quale sia il suo funzionamento.

Nella specie umana il cuore è un muscolo cavo del volume approssimativo di un pugno serrato. Occupa la parte mediana della gabbia toracica, collocato anteriormente fra i due polmoni, all’altezza dello sterno. Il cuore è costituito da due parti non comunicanti fra di loro: la parte destra contiene sangue non ossigenato e la parte sinistra sangue ossigenato, entrambe formate da due cavità: gli atri in alto e i ventricoli in basso. I ventricoli sono formati da pareti spesse e hanno forma conica con base in alto e vertice verso il basso, Nella parte superiore si trovano due orifizi, uno per ciascuna dele due parti. Si tratta dell’orifizio atrio-ventricolare che mette in comunicazione l’atrio con il ventricolo attraverso una valvola che impedisce al sangue, nel suo fluire, di tornare indietro ossia nell’atrio. La valvola atrio-ventricolare destra presenta tre cuspidi, per questo si chiama tricuspide; quella di sinistra ha solo due cuspidi e porta il nome di valvola mitrale. Alla base dei ventricoli si aprono orifizi che immettono il sangue in circolo: a destra il sangue non ossigenato si immette nell’arteria polmonare e a sinistra il sangue ossigenato fa il proprio ingresso nell’arteria aorta. Anche questi orifizi si avvalgono del funzionamento di valvole così dette semilunari, che hanno il compito di impedire al sangue di refluire tornando nei ventricoli in seguito all’impulso di contrazione cardiaca.

Le valvole mitrale e tricuspide si attivano grazie alla regolazione impressa da una serie di sporgenze presenti sulla superficie interna dei ventricoli, chiamate colonne carnose, che attivano la regolazione attraverso brevi legamenti tendinei. Gli atri sono formati da pareti più sottili rispetto a quelle dei ventricoli e assumono una forma che ricorda un cubo. Agli atri affluiscono i dotti venosi ossia la vena polmonare a sinistra e la vena cava inferiore e superiore a destra.

Allorquando il nascituro si trova ancora nel grembo materno, il suo cuore, non dipendendo esclusivamente da un’attività propria, ma lavorando in sinergia con l’organismo materno, è fatto in modo che non ci siano le separazioni organiche descritte, in quanto che i due atri comunicano fra di loro e così pure avviene per i due ventricoli.

Il cuore, perché siano consentite la propria funzionalità e conservazione, si trova protetto da un involucro fibroso che ha avuto il nome di pericardio e, al suo interno, presenta un rivestimento formato da una membrana sottile e liscia, detta endocardio. Fra le due componenti si trovano le conformazioni cardiache vere e proprie che costituiscono il muscolo cardiaco, con il nome di miocardio. A loro volta le componenti dell’organo-cuore sono mantenute in vita grazie all’apporto di due arterie, le coronarie destra e sinistra, provenienti dall’aorta. Le vene coronarie portatrici di sangue non ossigenato si immettono nell’atrio destro, per condurre il sangue alla purificazione nei capillari polmonari. I nervi che si innestano nel cuore sono una derivazione del plesso cardiaco che origina i nervi vago e simpatico.

Come funziona il cuore? Funziona come organo propulsore che utilizza le pressioni provenienti dalle contrazioni delle sue cavità e regolate in modo tale che il sangue possa scorrere a senso unico, in direzione irreversibile, transitando da ambiti con pressione maggiore ad altri con pressione minore. A tali contrazioni è stato dato il nome di sistole nelle fasi di contrazione e di diastole nelle fasi di rilassamento o di riposo. Hanno inizio nel momento in cui il sangue passa dalle vene agli atri, per poi immettersi nei ventricoli. I due atri si contraggono simultaneamente e lo stesso vale per i due ventricoli che hanno la contrazione successiva a quella degli atri.

Questi impulsi cardiaci sono dovuti a un sistema di conduzione intrinseco del cuore, adibito ad assicurare un’autonomia di contrazione a seguito degli impulsi provenienti dal Sistema Nervoso estrinseco ossia dal plesso cardiaco, che trasmette al cuore le eccitazioni provenienti dai centri nervosi superiori e capaci di condizionare l’ampiezza e la frequenza delle contrazioni, in risposta alle richieste avanzate dall’organismo nel suo complesso.

Il cuore, come è noto, non pulsa sempre allo stesso ritmo. Questo dipende dalla presenza di patologie febbrili, dai momenti che accompagnano la digestione, da quando si cammina con passo spedito, da quando si è colti da particolari emozioni di una certa intensità, da ansia, da paura, da rabbia o furore. Nei neonati il cuore arriva a pulsare al ritmo di 115-120 battiti al minuto primo e, nell’adulto sano, di 70 fino a 90 pulsazioni e oltre. C’è un caso particolare, quello chiamato del “cuore d’atleta” allorché il cuore di un atleta sistematicamente allenato, essendo propriamente un muscolo, viene alimentato in forma privilegiata per gli sforzi che è chiamato a produrre. Come un normale muscolo si ipertrofizza e apprende a rallentare il ritmo di pulsazioni che, a riposo e scevro di fatiche, può scendere a 38-40 pulsazioni al minuto o anche meno. Mi soffermo nell’ammirazione di questa architettura mirabile e mi stupisco di fronte a tanta perfezione e a tanta congenialità creativa.

E ora, che ho cercato di mettere in risalto alcuni misteri del corpo umano, quelli che riguardano la funzione cardiaca, per entrare più profondamente in argomento mi ci proverò a gettarmi in una simulazione facilitante l’esemplificazione di quanto realmente avviene. Siamo talmente abituati ad assistere alle più svariate trasformazioni e meccanizzazioni biologiche presenti in Natura, che ormai nulla più ci sorprende, nulla ci fa esprimere meraviglia, proprio quando non ci accorgiamo che tutto l’avverarsi in noi come organismo biologico e intorno a noi nel novero di una complessa fenomenologia naturale, è un compendio di miracoli di cui non sappiamo rappresentarci la paternità: è tutto un miracolo, e noi prendiamo questo tutto come fosse un atto dovuto della Natura, senza punto farci più caso. Siamo asserviti a un processo di assuefazione: ciò che in un primo tempo colpiva la nostra sensibilità o soltanto la nostra recettività diventa consuetudine e arriva persino a lasciarci indifferenti.

Ora sto pensando a quel Demiurgo indaffarato nel creare cose materiali e nel dare loro un corso vitale. Non voglio fare qui distinzione fra un Essere Assoluto superiore a ogni cosa e uno Spirito che, per aver ceduto a un impulso alla ribellione, si è piegato facendosi promotore di un moto di superbia e si è allontanato dal Vero, mantenendo per sé la facoltà di chiamare in essere corpi materiali con i quali popolare i mondi creati, anch’essi, dal nulla.

Sto procedendo alquanto per assurdo, ma questa è la via che ho scelto per avvicinarmi il più possibile ai concetti astrusi che sto per richiamare alla mente. Penso che il Demiurgo da me ipotizzato si sia dato da fare, per un motivo a lui soltanto noto, nel creare realtà fisiche sulle quali dominare. Vado avanti, questa l’evidenza, secondo un tema caro agli gnostici, per i quali esisterebbero due tipi di divinità: quella buona e paterna, dispensatrice di amore, e quella sprizzante odio da tutti i pori.

L’atmosfera si presenta, a ben vedere, intrisa di una sorta di manicheismo, ma così mi va di muovermi. Ammettiamo pertanto l’ipotesi che l’umanità possa essere stata prodotta dal Demiurgo e dai suoi arconti ribelli, ma lasciamo questa distinzione e occupiamoci di ciò che quel Dio avrebbe fatto. Per un semplice atto di volontà avrebbe detto “Sia!”, e vennero in essere i mondi. Poi pensò di dare vita a una creatura he riproducesse la sua immagine, e si fermò più a lungo allorché decise di dotarla di vita.

È a questo punto che provo a impersonarmi nel Demiurgo e a immaginare lo svolgersi del complesso scenico. Così ilo Demiurgo-io inizia con l’immaginare ad alta voce mettendo in atto un pensiero discorsivo ossia a verbalizzare i concetti che la propria mente sta elaborando, e così si svolge il suo colloquio interno:

“Ecco l’uomo, ora che ho disposto tutti i suoi organi mi serve capire come io possa trasmettergli la vita, il pensiero, le emozioni. Be’, per questo ci penserà il suo sistema nervoso al quale ho già dato la possibilità di gustare la vita e che seguirà e tradurrà fedelmente i codici da me impostati, ma che da me non ha ancora ricevuto il via. Devo creare un organo fatto di materia organica, che veicoli il senso di esistere e che lo faccia sistematicamente, senza più la mia presenza vivificante. Gli darò degli ordini e questi ordini li codificherò secondo il farsi di un automatismo. E lui vivrà, continuerà a vivere e a sapere di esserci”.

A questo punto interrompo il soliloquio per apprestarmi a riportare un paragone: sono tranquillo in casa mia e sto assistendo a una partita importante di pallavolo, disputata fra due squadre fra le migliori per aggiudicassi il primato nel torneo. Accade che la squadra A vinca i primi due set (tempi parziali). Per uscire prima della serie deve sconfiggere la squadra B con il punteggio di 3 a zero oppure di 3 a uno o, ancora, di 5 a due. Ebbene, succede che la squadra B, quasi demolita nei primi due set, appena ha inizio il terzo, si porti avanti: da una pesante sconfitta nel set precedente, in poche azioni va a ribaltare la situazione e ne esce con una vistosa ripresa nei confronti della squadra A: con il risultato parziale di 2 a uno. Si procede e la squadra B vince ancora il quarto set e successivamente il quinto, uscendo vittoriosa per 5 a due. Che cosa sia successo lo si può spiegare soltanto con un riferimento alla volontà, alla forza e ai suoi effetti sulla determinazione degli atleti. I componenti della squadra B, per un opportuno intervento dell’allenatore e dopo essersi consultati e guardati bene in viso l’un l’altro, hanno sperimentato l’accrescersi di un atteggiamento specificamente umano, che ha nome “entusiasmo” e l’entusiasmo è stato la carta vincente per uscire dall’immobilismo e reagire, senza più che l’allenatore fosse costretto a intervenire, non ce ne sarebbe stato bisogno; lo stimolo mentale ed emozionale a reagire e a portarsi avanti era ormai penetrato nelle viscere dei giocatori: con l’entusiasmo in corpo quegli atleti sono riusciti a ribaltare una scena critica e a trasformarla in un campo di vittoria.

Ecco, questo è il paragone che ci tenevo a riportare, e il seguito del discorso ne svelerà il senso.

Immagine di Copertina tratta da Wikimedia.

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