Sprazzi di luce sulla Grande Guerra – Parte 5 di 20

Sprazzi di luce sulla Grande Guerra

Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana

La Guerra d’Italia 1915-1918

Frat.i Treves Editori, Milano 1932

Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.

La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.

Parte V di 20

Val di Puartis. “Il comunicato ufficiale del 13 ottobre 1915 illustrava le due giornate di battaglia sulle Alpi Carniche; il comunicato del 15 ne parlava di nuovo rilevandone l’importanza. Il Bollettino del 13 diceva: “In Carnia il giorno 11 e 12 il nemico tentò un attacco del nostro fronte dal Monte Pal Piccolo a est del Passo di Monte Croce Carnico, al Monte Salinchiet sul torrente Pontebbana.

Dopo intensa preparazione di fuoco di artiglieria cominciata il giorno 11 e durata tutta la notte successiva e parte del 12, nel pomeriggio di questa giornata l’avversario lanciò colonne di fanteria all’assalto delle nostre posizioni alla testata del torrente Chiarsò. Il baldo contegno delle nostre truppe, l’efficace fuoco di artiglieria, mitragliatrici e fucileria e felici controffensive da noi spinte nei settori laterali dal Pal Grande al Pal Piccolo e dal Monte Pizzul al Monte Salinchiet valsero, dopo lunga lotta, a ricacciare sul cader del giorno l’avversario infliggendogli perdite gravi”. E il Bollettino del 15 dichiarava: “Nuclei nemici rimasti annidati nella zona boschiva del Lodinut, alla testata del torrente Chiarsò sono stati nella giornata del 13 efficacemente battuti dai tiri di artiglieria e di fucileria e fatti segno ad attacchi di nostri drappelli che hanno preso anche alcuni prigionieri.  Vale la pena di riprodurre qui fedelmente una lunga, particolareggiata, interessante corrispondenza inviata dalla valle del Chiarsò al Corriere della Sera che pubblicava il 3 novembre:

“Effettivamente importante è stato quivi il successo dei nostri. Gli austriaci padroni dello sperone di montagna che s’incunea alla confluenza del Chiarsò con la Cercevesa, con forze preponderanti, avevano tentato un attacco vasto e violento, che permettesse loro di guadagnare la destra della Cercevesa, la riva sinistra del Chiarsò, per affermarsi quindi sulle pendici dello Zermula e del Dimon. Ma tutti gli assalti del nemico furono rotti; ed esso non solo fu ricacciato su per le pendici di Lodin che aveva tentato di discendere, ma l’importante posizione del Passo di Lodinut, che durante l’attacco del 14 settembre era passata in mano agli austriaci, è tornata in nostro possesso. E questo in particolar modo è il vantaggio delle due giornate di lotta.

“Un mese prima, sulle stesse pendici, per il possesso di questo passo e della vetta del Lodin, s’era svolto uno dei più aspri combattimenti di alta montagna. Gli austriaci avevano attaccato su tutto il fronte di 40 chilometri, con violenza indicibile, con assalti furibondi ripetuti instancabilmente fino a notte. Avevano preparato l’offensiva delle fanterie con un attacco di artiglieria pesante durato tre giorni. Per caratterizzare l’intensità del fuoco nemico in quelle settantadue ore, basti dire che, su un tratto di fronte della lunghezza di 100 metri e della profondità di 50, furono contati 6000 proietti di diversi calibri. Fu in questo combattimento che, a Pal Piccolo, colpito in pieno da una granata, morì il triestino Ruggero Fauro.

“Ma non fu a Pal Piccolo, né a Pal Grande, né al Pizzo Avostanis che l’azione si spiegò con la maggiore intensità: fu più a oriente, dalla sella pittoresca di Promosio al valico di Val di Puartis. Il nemico, evidentemente informato che su questa parte del settore, per il cambio delle truppe, s’era avuto un provvisorio assottigliamento della cortina difensiva, concentrò il massimo sforzo e portò qui il colpo più violento.

“Alla vigilia, mentre le artiglierie sconvolgevano i reparti nostri ove non più di due compagnie e d’un plotone di soldati difendevano la posizione, era andato ammassando, dietro la cresta della montagna, oltre quattro battaglioni di truppe fresche. Sbrecciate le trincee, i nostri s’erano sparsi a piccoli gruppi sulla montagna, riparandosi dietro gli addentellamenti della roccia. All’alba gli austriaci apparvero improvvisamente su ciglio del Lodin e in masse compatte si precipitarono giù per la china, contro la nostra ridotta avanzata. (Da tenere presente questa informazione: nell’area di battaglia avevamo a difesa di quel tratto di fronte carnico circa tre centinaia di combattenti, mentre gli austriaci, oltre a numerose truppe di rincalzo, fronteggiavano i nostri alpini e bersaglieri con qualcosa da 3 a 4 mila uomini o più: uno squilibrio di proporzioni che decretò la disfatta inevitabile del presidio di Monte Lodin – Val di Puartis).

“Il comandante la posizione intuì subito la gravità della minaccia; e gettatosi sull’apparato telefonico, volle chiedere a valle che gli venissero mandati rinforzi. Ma nella notte, come succede talvolta in alta montagna, il maltempo aveva interrotto il filo, e ogni congiunzione col Comando del settore era spezzata.

“La lotta si presentava disperata: tuttavia i nostri vollero affrontarla: e combatterono per ore e ore, riuscendo anche ad arginare il nemico. E poiché la sua artiglieria non cessava di rovesciare la rovina sui ripari dei nostri, e per resistere bisognava contrattaccare, esausti, affranti dalla fatica che li teneva legati alla loro roccia da molte ore, andarono alla baionetta. L’urto fu terribile: il nemico arretrò un poco, coprì l’aspra vetta di cadaveri. Nella mischia anche i nostri ebbero una grave perdita: il comandante capitano Muzzo (Musso) cadde crivellato di ferite e cessò di vivere pochi istanti dopo (Mario Musso cadde il 14 settembre 1915, ma morì nel ricovero austriaco di Straniger Alpe il 17). A combattimento finito, il Comando austriaco ne dava comunicazione al nostro e diceva di aver dato al valoroso onorata sepoltura presso la casera alta del Lodin (no, informazione errata, ma bensì in località Straniger Alpe, in territorio austriaco).

“Ridotti a un pugno d’uomini senza comando (in realtà la 21a Compagnia del battaglione “Saluzzo” fu comandata dal Capitano Mario Musso di ripiegare verso Paularo, mentre il capitano restò, ferito mortalmente, al comando di un ridotto numero di Alpini feriti e intrasportabili, a fronteggiare l’avanzata austriaca), esausti, i nostri ripiegarono in buon ordine di alcune centinaia di metri e misero tra loro e il nemico l’ostacolo d’un grande bosco d’abeti – el bosc del muss’ – il bosco dell’asino: dietro a questo, cominciarono a organizzare le nuove posizioni.

“Ma un gruppo, preso di fianco dalle truppe nemiche scendenti dal Col di Puartis (individuabile come Passo Meledis), rimase tagliato fuori prima di raggiungere il bosco che, posto a guisa di cuneo tra il canale detto di Cordin e il torrente Cercevesa, li avrebbe posti in salvo. Pareva che per essi non vi fosse via di scampo: buttati a ridotto (ridosso) d’un canalone, il nemico avanzava già per catturarli. Il momento era d’una gravità tragica. Ma quel gruppo di eroi preferì il sacrificio della vita a quello della libertà; e, seguendo l’esempio che al Freikofel tre mesi prima aveva dato un altro gruppo d’alpini, si lasciò andar giù per la voragine, da un’altezza di alcune centinaia di metri. La fortuna li assistette: si salvarono in buona parte e, avendo potuto riparare dentro a un bosco d’abeti, furono al coperto dalla fucileria del nemico che, giunto al ciglio del canalone, sparava furibondo dietro a loro.

“La lotta sulle pendici del Lodin, e sulle frane della Creta Rossa, continuò incessante da allora. Non ebbe più la violenza del primo giorno, fu invece per tre settimane una guerriglia implacabile, e, più che altro, una lotta di sentinelle e di esploratori, una battuta di contrabbandieri. Gli austriaci premevano il nostro fronte disteso da Costa Alta alla Creta Rossa; ma erano incapaci di venire avanti. Avevano però potuto portare durante la notte, in posizioni coperte, alcuni cannoni fino al limite del bosco del muss’, di dove aprirono il fuoco su Paularo.

“Il comunicato dello Stato Maggiore, con schiettezza mirabile, non ha taciuto quest’atto di violazione del nostro territorio che fu effettivamente un proditorio attacco, privo di alcun interesse militare, contro povere case che non ospitavano un soldato e non nascondevano un fucile.

“Ai nostri i rinforzi da parecchi giorni erano intanto giunti. I cannoni con volontà irriducibile portati su dove non ci sono strade, attaccarono alla loro volta: i pezzi nemici, individuati, si dovettero ritrarre; e tutta la linea nemica, per la nostra intensificata attività, dovette essere modificata, corretta, portata via via più indietro.

“Gli austriaci tentarono allora di nuovo l’attacco. Le loro trincee distavano ora mezzo chilometro dal limite del bosco che avevano raggiunto il 14. La situazione, quindi, era divenuta per essi assai più difficile: per attaccare, dovevano attraversare quasi 600 metri di terreno scoperto, sul quale indubbiamente le nostre mitragliatrici li avrebbero trattenuti.

“Ricorsero perciò a una tattica non rapida, ma che appariva di risultato sicuro. A distanza di alcuni minuti, nell’ora del mattino in cui la nebbia in alta montagna confonde e nasconde le cose, uno a uno balzavano fuori dalla loro trincea e di corsa raggiungevano il bosco ov’erano al coperto.

“Ripetendo la manovra per molte e molte ore, gli austriaci riuscirono, a varie riprese, ad ammassare al coperto del “Bosco dell’Asino” alcune centinaia di uomini: ma in numero troppo esiguo per attaccare, mal sostenuti dalla propria artiglieria, invariabilmente venivano fermati sulla soglia del bosco da cui tentavano di avviarsi all’assalto.

“Il tentativo e il sacrificio vani si ripeterono per vari giorni.

“Nelle giornate dell’11 e del 12 ottobre l’attacco si ripeté, ma questa volta in grandi masse. Vennero avanti gli austriaci in colonne profonde, con violenza serrata. Da cinquanta ore il loro cannone – con tiro indiretto – addentava le nostre trincee; da cinquanta ore tutto il ciglione delle Alpi Carniche, dal Peralba allo Zermula, avvampava tra una nebbia fine fine che si levava dalle vallate del Degano, del But, del Chiarsò. Il nemico tentava evidentemente di ripetere la mossa di un mese prima. Attaccava dimostrativamente su tutto il fronte, con maggior frastuono là dove meno tendevano i suoi sforzi, ma con maggiore violenza là dove – sotto l’urto poderoso di forze superiori – tentava di aprirsi un varco.

“Anche questa volta l’offensiva principale era diretta contro la testata del Chiarsò, contro la distesa del Cercevesa, e tendeva ad affermarsi e a irradiarsi sulle pendici settentrionali del Dimon. Giù per i canaloni verticali delle vallate tributarie del Tagliamento, per due giorni e due notti il boato del cannone si sprofondò, si ripercosse instancabilmente a parecchi chilometri di distanza. Poi la fiumana dei nemici si rovesciò sui nostri, si avventò con furore. Le colonne di fanteria profonde e serrate erano precedute da una cortina di fuoco d’artiglieria che tentava di spazzare la strada. Artiglieria di tutti i calibri. Si vide persino tirare col 305 contro gruppi insignificanti di soldati.

“I nostri, dinanzi a un attacco, che pareva dovesse soverchiarli, non si mossero. L’ordine del Comando era di non sparare. I battaglioni nemici venivano innanzi, uscivano dal bosco allo scoperto, si guardavano un momento attorno tra l’incerto e l’attonito, pareva fiutassero se il vento avesse sapore d’insidia; poi, rinfrancati, avanzavano.

“Furono lasciati venire i nemici a qualche decina di passi; poi, come se le posizioni fossero comandate tutte da un unico filo elettrico, nello stesso attimo avvampò il fuoco da un capo all’altro della linea difensiva: e le mitragliatrici distesero il loro ventaglio di piombo. La scena cambiò all’istante: i battaglioni avanzanti furono fermati e sbalzati alcuni metri indietro. Un ostacolo invisibile da prima, si andò, con rapidità impressionante, levando dal terreno: un ostacolo di cadaveri che disegnò sulla verde distesa la riga oscura d’una trincea improvvisata.

“Passò nell’aria, sul miagolìo della mitraglia, il grido lacerante dei nemici caduti. Poi coprirono i lamenti e le implorazioni le grida rauche, rabbiose, incitanti, degli ufficiali austriaci. Ma la massa oscura non si mosse.

“S’udì allora, lassù, dove il nemico era più rado, un comando alto e secco: “Fuoco!”. E una mitragliatrice austriaca crivellò di colpi, per alcuni secondi, le terga dei propri soldati. Fu come una bestia recalcitrante sotto una scudisciata. La massa levò i fucili, fece fuoco, e lentamente si mosse.

“Allo stesso punto di prima, come se ponessero piede su una zona minata, gli avanzanti vennero fermati dal nostro fuoco e si abbatterono fulminati. Alcuni, che qua e là riuscirono tuttavia ad avanzare, presi di mira dai fucili, non poterono neppure arrivare dinanzi alle ridotte nostre.

“E invano i sopravvenienti, coprendo i larghi vuoti, tentavano di infondere nella massa un movimento di veemenza che fosse capace di portarla d’un balzo al di là di quei 20, di quei 30 metri d’inferno. L’ostacolo era insormontabile. Infine, qua e là sul fronte, la compagine nemica cominciò a sgretolarsi; un’ultima raffica di piombo la squassò tutta, e il ripiegamento, prima parziale, poi via via comunicato a tutta la linea, s’iniziò, senza che il Comando ne avesse dato il segnale.

“Fu il momento nostro. Le artiglierie ripresero a rombare. E la rotta fu segnata su tutta la profondità del fronte nemico, da Costa Alta alla Creta rossa, dalla casera di Lodin alla Val di Puartis.

“La notte nebbiosa, illune, passò tranquilla. Nostre squadre, spintesi in battuta dentro ai boschi di Lodin e Lodinut, ne uscivano con gruppi di austriaci catturati in attitudine sospetta. L’interrogatorio di questi servì a sventare una sorpresa che all’alba dal bosco di Lodinut doveva avventarsi sulle nostre posizioni e inchiodarsi all’immobilità per permettere al grosso di riprendere l’offensiva.

“E prima dell’alba fummo noi ad attaccare. Il bosco del Lodinut, squassato prima dall’artiglieria, fu invaso e frugato da capo a fondo. Si lottò palmo a palmo, corpo a corpo, e il nemico fu nostro o della morte. E nostro, da un capo all’altro, fu il bosco.

“Il fronte di difesa, avanzando verticalmente, raggiunse di nuovo il passo di Lodinut: la punta austriaca sul Lodin, ristretta, circoscritta, serrata dalle baionette italiane, cessava di essere una minaccia sul ciglio del canale d’Incarojo”.

“… l’azione alla frontiera carnica aveva presentato maggiore significato per le condizioni in cui si era svolta, per l’intensità che aveva avuto, l’ampiezza del fronte impegnato (circa una ventina di chilometri d’estensione), per l’accurata preparazione che l’aveva preceduta”.

Il 18 ottobre 1915 le nostre truppe occupavano Brentonico. Nell’alto Cordevole i nostri conquistarono la quota 2249 a nord-est del Sasso di Mezzodì e il contrafforte discendente al torrente tra Sorasnaz e Ornella, espandendo così il dominio sulla conca e sulla strada delle Dolomiti. Conquistarono anche i contrafforti a occidente della Vetta del Col di Lana dove gli austriaci si erano asserragliati. Nella zona del Falzarego conquistarono il Sasso di Stria che dista 4 chilometri dal Col di Lana.

Il 19 ottobre 1915 l’Italia dichiarava guerra alla Bulgaria, alleata agli Imperi Centrali. Era la 25a dichiarazione di guerra del primo Conflitto mondiale.

L’offensiva italiana era continuata il 19 ottobre nella Conca di Brentonico, nella Valle di Livinallongo e nella zona del Falzarego, fino alle Giudicarie dove i nostri conquistarono la Cima Palone facendo prigionieri 4 ufficiali e 80 uomini di truppa. A nordest del Sasso do Stria i nostri avevano preso il Piccolo Lagazuoi (2779 m) dominando così il Passo di Valparola.mm

“Su tutto il fronte ardeva la battaglia italiana… l’offensiva italiana erasi propagata dal Trentino alla Carnia, dalla Carnia al mare. Prima Cima Palone, poi Monte Melino nelle Giudicarie, erano stati occupati. In Carnia drappelli irrompevano in Val Fella danneggiando le difese nemiche. Nella Val Seisera che dalla testata di Val Dogna scende in Val di Fella tra Uggowitze Saifnitz a occidente di Tarvis, forti nuclei nemici venivano sbaragliati”.

Dal lunedì, 18 ottobre, ruggiva il cannone sul fronte dell’Isonzo, da Caporetto al mare, a preparare l’assalto. E la mattina del giovedì 21 ottobre, dopo quella terribile preparazione, l’assalto era stato sferrato. “All’avanzata italiana gli austriaci avevano opposto un forte bastione ai fianchi delle due sole porte esistenti, Tolmino e Gorizia difese dalle colline di Santa Lucia e di Santa Maria l’una, e l’altra dal Sabotino e dal Calvario (Podgora).

“Scendendo dalla vetta del Monte Nero gli alpini serravano già il nemico sul crestone di Luznica verso lo Sleme… fanti, bersaglieri e alpini erano riusciti ad appollaiarsi sotto la vetta del Mrzli a poche decine di metri da una monumentale trincea – il trincerone – scavata nella roccia. Il 21 ottobre il trincerone era espugnato… reparti nemici erano stati annientati e dispersi, 1184 soldati e 25 ufficiali fatti prigionieri: risultato di una sola giornata di lotta su un fronte non arrivante ai 10 chilometri”.

Il 22 ottobre tra la Val Seisera e la Val Fella di cui la Seisera è tributaria, gli austriaci avevano perso circa due battaglioni e mezzo e i nostri 426 soldati morti. Sul Carso, il 21 e 22, facemmo prigionieri 3218 austriaci di cui 85 ufficiali. “Progrediva l’attacco anche sul Piccolo Javorcek sopra la Conca di Plezzo, a oriente di Plava, sul Podgora, sul Sabotino e sul Mrzli, e di pari passo la lotta sul Monte Cristallo.

Il Corriere della Sera del 2 novembre 1915 dava notizia dei successi ottenuti: “… la conquista di posizioni ritenute formidabili, l’espugnazione di trincee blindate, come il trincerone del Mrzli. Le alture di Santa Lucia, le difese del Calvario (Podgora), il trincerone del Sabotino, le posizioni carsiche più avanzate. Il tratto di fronte dove la lotta si fece più vigorosa e la resistenza più tenace fu quello da San Michele al Monte Sei Busi. L’attacco dei battaglioni cominciò la mattina del 21. I primi battaglioni mossero all’attacco verso le 10 antimeridiane. La mattina del 22 l’attacco fu ripreso per tempo: già alle 9 l’attacco al San Michele si coordinava con il colpo portato al villaggio di San Martino. La conquista assoluta di Cima Fredda (Mrzli) sarebbe stata sufficiente a dominare lo sbocco della Valle di Tominski che, per il rifornimento di tutte le appendici del massiccio del Monte Nero, era per gli austriaci di importanza assoluta, di necessità vitale”.

Nella zona del Monte Altissimo un nostro reparto dovette sostenere l’urto di un attacco austriaco. Aveva una missione da compiere, quella di attirare l’attenzione degli austriaci per rendere possibile altre mosse in atto sull’Altissimo. Era il mattino del 24 allorché i nostri vennero aggrediti da lanci di shrapnel. Quando stavano per essere sopraffatti, ecco giungere in soccorso colonne di alpini e del Genio che misero in fuga gli assalitori. “La comparsa dei valorosi alpini era stata accolta da grida di gioia dalla colonna dei volontari”. Insieme occuparono le trincee che gli austriaci, assaliti di fronte e di fianco, avevano abbandonato.

Il mattino del 23 gli alpini iniziarono le loro manovre d’approccio per stabilire il punto debole della difesa del Vodil. Contrattaccati, i nostri furono costretti a cedere in parte il terreno conquistato. L’indomani, il 24, il nemico imbaldanzito pronunciava due altri violentissimi attacchi, riprese le posizioni perdute il giorno innanzi, ma invano tentò di abbattersi sulle nostre. Invano anche, il ripetuto tentativo mosso sulla sera: gli italiani tentarono di sloggiarli attaccando alla baionetta, ma la resistenza nemica, rifattasi sicura, apparve infrangibile. La notte tra il 25 e il 26 il nemico tentò di sorprenderci con un nuovo violento attacco, ma fu ricacciato e volto in fuga. Il 27 però si ottenne qualche progresso, e vennero espugnate forti trincee che avrebbero spianato la via al decisivo attacco al Monte Vodil, che, il mattino del 28, rimessosi il tempo, venne infatti ripreso con grande vigore. Furono, il 28 e 29 ottobre, le due giornate eroiche di Monte Vodil, una battaglia d’alta montagna che durò 40 ore; qui, furono compagnie di alpini che andarono all’assalto delle posizioni nemiche. Un primo ramo del trincerone austriaco fu invaso e occupato, mentre dalla parte di Tominski agli austriaci giungevano rinforzi. Allorché gli alpini si scuotevano dalla sorpresa, si manifestò subitanea una manovra avvolgente. Il mattino del 29 si organizzò e s’iniziò il nuovo attacco nostro. La baionetta rimosse ogni ostacolo, sconvolse e travolse la linea di difesa, inchiodò sulle mitraglitrici i serventi. E l’ala destra del trincerone fu conquistata, senza colpo ferire. Gli alpini occupavano il centro della grande trincea. Il trincerone occupato sul Mrzli e sul Vodil fu il più formidabile e il più moderno che la nostra avanzata avesse trovato sino a quel momento lungo tutto il fronte: furono contati un migliaio e mezzo di cadaveri nemici.

Si aggiungevano successi sul Col di Lana nell’alto Cordevole, sul costone di Salesei (2200 m), sul Podgora, su Monte San Michele sul Carso, con bottini di armi e prigionieri. Ancora successi si ottennero nella zona di Plava, di Zagora e di Oslavia.

Il generale Boroevic, comandante l’Armata austriaca a difesa della linea dell’Isonzo, confermava che sull’altipiano di Doberdò, il più importante, “la battaglia non era cessata un momento” dal 15 ottobre ai primi di novembre. L’Armata di Boroevic, dapprima 5a Armata, il 18 maggio 1917 fu chiamata, per ordine dell’imperatore Carlo, “Armata dell’Isonzo”. Il 2 novembre Boroevic dichiarava: “Il 28 ottobre l’attacco fu respinto dai difensori; tuttavia, pochi giorni dopo, il 1° novembre, apparvero nuove riserve italiane, due brigate ritirate dal fronte delle Dolomiti e stavolta esse riuscirono a occupare alcune posizioni avanzate. Il 2 e il 3 novembre comparvero altre riserve e furono compiuti nuovi sforzi sovrumani. Podgora, che domina Gorizia, era difeso dal 23° reggimento della Landwehr dalmata, che nel pomeriggio del 2 novembre respinse ben sei attacchi assieme alla sua riserva del 52° reggimento ungherese”. Boroevic fu prodigo di lodi per le nostre truppe: “Non posso trattenermi dal dire che l’eroismo delle truppe italiane è quasi incredibile: persino se i reggimenti perdono tutti i loro ufficiali questo non arresta i soldati dall’avanzarsi all’attacco col più alto disprezzo della morte”.

Immagine di Copertina tratta da Montagne Sottosopra.

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