Rombon, rupe maligna

Il Rombon o Veliki Vrh, con i suoi 2.208 metri di quota, in Slovenia sul versante occidentale del torrente Koritnica (Coritenza) che discende dal Passo del Predil e affluisce nell’Isonzo poco a Sudest di Bovec (Plezzo), fu teatro di aspri scontri dall’inizio della Grande Guerra sino agli eventi di Caporetto. Conteso fra le forze italiane e austriache, impegnò i Combattenti in sanguinose battaglie per la sua conquista. La sua era un’importanza di ordine strategico in quanto dominava l’intera Conca di Plezzo, punto nevralgico dal quale muovere per la conquista di territori occupati dall’avversario.

Primo anno di guerra. Nella prima metà del mese di agosto 1915 alcuni reparti del IV corpo d’Armata italiano s’inoltrarono, occupandola, nella Conca di Plezzo. Avanzarono e riuscirono a conquistare il Vratni Vrh e la Planina Krnica che sorgono a ovest del Rombon. Poco lungi dal Rombon si ergeva l’elevazione del Monte Cukla. Il 23 agosto il battaglione Ceva del 1° Alpini era sul Cukla, a Sudovest del Rombon; il battaglione Val Ellero aveva raggiunto la località di Planina Goricica e i Bersaglieri si trovavano ormai a Plezzo. Per quattro giorni entrò in azione la nostra artiglieria per preparare l’assalto degli Alpini che con due battaglioni mossero verso la cima del Rombon; la raggiunsero e riuscirono a tenerla in pugno per poco tempo.

Era il generale Mario Nicolis Di Robilant, al comando del IV corpo d’Armata (nominato capo della 4a Armata nel settembre 1915) a muovere per occupare la cima del Rombon il 27 agosto 1915. Prima di decidere l’arrampicata al Rombon era tatticamente necessario prendere possesso della cima del Monte Cukla (m 1767), ottimo caposaldo per l’organizzazione e la conduzione di una missione d’assalto. Fu proprio quel 27 agosto che due battaglioni di Alpini, il Bes e il Val d’Ellero, tentarono la presa della vetta, ma furono ricacciati. Il 27 agosto 1915 aveva termine il primo tentativo per la conquista del Rombon, che causò perdite per 47 morti, 43 dispersi e 128 feriti. Nel corso delle operazioni accadde agli Alpini del battaglione Pieve di Teco come sarebbe accaduto ai Granatieri di Sardegna sul Cengio l’anno che andrà a seguire: alcuni Alpini della 3a compagnia presero la determinazione di lasciarsi cadere nei precipizi piuttosto che essere fatti prigionieri. Ancora due giorni appresso il tentativo fu ripetuto ma la cattiva sorte continuò a perseguitare gli Alpini. La corsa verso la conquista del Rombon si ripeté l’11 settembre. Se le cose fossero andate secondo le aspettative, per le nostre formazioni si sarebbe aperta la porta per spingersi oltre, nella Val Koritnica, ma la fortuna non arrise ai loro tentativi. Il Cukla rappresentava una meta ambita nondimeno per gli Austriaci i quali, annientandovi le nostre posizioni di resistenza, avrebbero avuto buon agio a mantenere la sicurezza della vigilanza rappresentata dagli insediamenti sul Rombon.

Il 1916 fu un anno terribile per i nostri soldati nella zona delimitata dai monti Cukla e Rmbon. Il Cukla, all’inizio del febbraio 1916, era in mano agli Alpini, forti del posizionamento di una batteria da montagna. Gli Austriaci premevano per riconquistare le posizioni che erano stati costretti a cedere nell’agosto del 1915. Dalla 44a divisione partirono i Fucilieri del 1° reggimento carinziano. Si era al 12 febbraio 1916 allorché il tenente austriaco Hans Mickl guidò la propria compagnia formata dai Gebirgschützen della Carinzia nello scontro contro i nostri Alpini che presidiavano la cima e le pendici del Cukla. Giunti silenziosamente a ridosso del presidio italiano, i Fucilieri sorpresero gli Alpini nel sonno. Si scatenò una lotta feroce fra le insidie della neve, del ghiaccio e degli strapiombi, ma alla fine gli Austriaci ebbero ragione della partita, trascinando in prigionia anche 83 (altre fonti parlano di 124) nostri soldati, prendendo a loro volta il possesso della cima. Doveva essere, quella, la giornata che avrebbe aperto una serie di scontri dolorosi e sanguinosi, dall’una e dall’altra parte dei contendenti. Gli Alpini dei battaglioni Pieve di Teco, Exilles e Bassano provarono a tentare contrattacchi ripetuti che perdurarono fino al 20 febbraio, ma non ottennero risultati positivi: lasciarono sul campo quattrocento circa dei propri commilitoni.

Il 5 maggio 1916 gli Austriaci esercitarono un fortunoso colpo di mano sul Rombon, nel corso del quale riuscirono a catturare un centinaio di Alpini con due mitragliatrici. Subito dopo la perdita del Cukla la nostra artiglieria, come era consuetudine rispondere allo smacco subito, concentrò una formidabile serie di tiri sulla cima del monte conteso. Il 10 maggio 1916 la 24a divisione italiana sferrò l’attacco al Cukla con un bombardamento di preparazione e con la susseguente avanzata di quattro battaglioni alpini. Preceduti dagli Alpini del battaglione Saluzzo con in testa il colonnello Luigi Piglione, i nostri Combattenti riuscirono a riguadagnarne la cima. Ancora atti eroici e ancora caduti sulle chine rocciose del Cukla, ma infine la meta fu raggiunta dai battaglioni Saluzzo e Bassano. Si sviluppò ancora un feroce corpo a corpo con altri morti, ma alla fine i bosniaci furono costretti a cedere, con la perdita di 250 uomini, quasi la metà tratti in prigionia. Per gli Alpini il bilancio fu più grave: 534 Caduti, fra essi anche il comandante del battaglione Saluzzo, tenente colonnello Piglione, insignito con Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Giunse il 17 maggio 1916 allorché la divisione Fucilieri continuò ad accanirsi contro i nostri difensori del Rombon; inviò truppe d’assalto che ebbero ragione, dopo aspri confronti a fuoco, dei difensori appartenenti alla 24a divisione italiana; le perdite furono molte per i nostri, si parlò di 559 uomini fra i quali si contarono 224 prigionieri. Intanto l’apparato difensivo austriaco del Rombon passava dal 1° Fucilieri carinziano da montagna al 4° reggimento bosniaco.

A ridosso del mese di maggio 1916 i Gebirgschützen del tenente Mickl dovettero abbandonare il Cukla per via di una pioggia terribile di proietti dirompenti sparati dalle artiglierie italiane. Da non sottovalutare, nell’insieme dello svolgersi dei fatti su uno scenario più allargato, la necessità che incombeva sulle decisioni del generale Conrad del disporre di forze adeguate all’invasione – la Strafexpedition – dell’Altipiano di Asiago.

Nel settore tra Caporetto e il Passo del Predil operavano le forze agli ordini del generale Krauss. Fu qui che emerse la figura del generale Konrad Krafft von Dellmensingen, considerato il primo fra gli esperti tedeschi in materia di guerra sulle montagne. Krafft era capo di Stato Maggiore della 14a Armata austro-tedesca comandata dal generale prussiano Otto von Below. Poteva contare su 5 divisioni austro-ungariche e su 7 tedesche a lui affidate. Come forza d’assalto aveva scelto il I corpo d’Armata comandato dal generale Alfred von Krauss con la responsabilità della linea discendente dal Rombon al Monte Nero. C’era qualche analogia fra il generale austriaco Krauss e la coppia dei nostri Lequio (nella foto a lato)-Douhet (il cui caso ho trattato in un articolo precedente: A Cadorna quei due non piacevano, pubblicato il 18-08-2021). Nell’uno e nell’altro caso erano sorte discordie con i rispettivi capi in gerarchia: Cadorna da una parte e Conrad von Hötzendorf dall’altra. In quanto a Krauss, benché avesse dato prova della propria primazia in ambito di decisioni strategiche quando si trattava di attuare una potente azione di sfondamento sulle Alpi e lungo le valli per la conquista della pianura italiana, il suo carattere schietto e onesto non faceva comodo alla corte dell’imperatore e pertanto la sua personalità era avversata, ciò che attirò su di lui gli atteggiamenti destabilizzanti del suo oppositore Conrad.

A metà settembre 1916 era ancora sulla scena il Monte Rombon, altura critica per le mosse strategiche della 2a Armata italiana. Fin dal precedente mese di aprile il Rombon era tenuto saldamente dal 4° reggimento bosniaco. Fu il IV corpo d’Armata (gen. Cavaciocchi) a doversela vedere con il 4° reggimento comandato dal tenente colonnello Leo Kuchynka al quale ubbidivano soldati di varia provenienza: serbi, croati, musulmani. Quel giorno, il 16 settembre 1916, doveva segnare una data dai risvolti quanto mai dolorosi per i nostri Alpini. Per la terza volta prodigarono tentativi pesantissimi per la riconquista del Rombon. Quel 16 settembre le bocche da fuoco del IV corpo d’Armata tuonarono all’unisono sin dalle prime ore del mattino dalle falde del Rombon e dalla Conca di Plezzo. Immediata fu la risposta effettuata dalle batterie del tenente Kuchynka contro le posizioni del Cukla. Ne pagò le conseguenze il battaglione Ceva che lasciò inermi sul campo di battaglia 29 dei suoi effettivi, compresi il comandante di battaglione e il cappellano militare.

Lì nei pressi del Monte Rombon si elevava una quota minore, per l’occasione chiamata “Romboncino”, che fu interprete delle azioni di quella giornata. Erano le posizioni austriache ad aver subito gli effetti deleteri del bombardamento italiano nella zona circostante al Romboncino. I tre battaglioni italiani, preceduti dal Ceva, si stavano muovendo in avvicinamento quando, tra la nebbia opprimente, furono scoperti dai bosniaci della 3a e della 4a compagnia i quali iniziarono con un fuoco tremendo contro i nostri e la cima del Romboncino non fu per noi ancora a portata di mano; dopo un’ora di sbalzi in avanti e di soste per rispondere al fuoco furono fermati e costretti a ripiegare con perdite pesantissime, quasi una decimazione, tanto che sulla cima del Cukla riuscì a fare ritorno appena un quinto delle truppe partite all’assalto. Ancora un ulteriore tentativo appena trascorsi due giorni, ma il IV corpo d’Armata non riuscì a sfondare. Ad aggravare la situazione concorsero pure le forze della natura che andava seminando le così chiamate “morti bianche” ossia portate dalle valanghe di neve strapiombanti dalle irte pareti.

Il 28 settembre 1917 Krauss aveva già pronto un preciso piano di attacco: non inutili dispendi di energie per scalare pareti impervie e pericolose che avrebbero richiesto tempo e fatiche oltre ragione. Egli pensava a un attacco sferrato dalla LIX brigata da montagna della 10a Armata austro-ungarica contro la località di Sella Nevea (m 1190), che avrebbe aperto il transito per la Val Rio del Lago e per la successiva discesa lungo il Canale di Raccolana, ma prevedeva contemporaneamente anche l’avanzata della CCXVI brigata sul Rombon, affidando al colonnello von Spiess la conquista del valico di Sella Prevala (m 2067); erano le manovre architettate per garantire il successo a favore del I corpo d’Armata, soprattutto nella sua ala destra.  Il generale Krauss, da grande stratega quale dimostrò di essere, vedeva sempre un passo più avanti rispetto alle valutazioni fatte da altri in linea di massima.

Fu così che, anche in quel 24 ottobre 1917, prefiggendosi di risparmiare un inutile logorio delle proprie truppe proprio sulla Sella Prevala dove conosceva perfettamente l’indole e il coraggio degli Alpini che la presidiavano, pensò fosse migliore soluzione quella di evitare la Sella Prevala, scivolando più a Sud per imboccare la Valle di Resia e raggiungere l’abitato di San Giorgio seguendo la direzione che procedeva da Uccea al Nische (Monte Nisca, m 1454). Con questa manovra intendeva costringere le truppe della “Zona Carnia” (XII corpo d’Armata, divisioni 26a e 36a) a cedere, impedendo loro di sfuggire al pericolo per una improbabile ritirata. Era ottimista il generale Krauss, perché alle sue dipendenze erano pronte unità temibili: la 3a divisione di Fanteria Edelweiss comandata dal generale Heinrich Wieden von Alpenbach, la 22a divisione fucilieri Schützen di Graz agli ordini del generale Rudolf Müller e la 55a divisione del generale principe Felix Schwarzenberg. A quest’ultima divisione fu affidato il compito di primaria importanza: sarebbe dovuta penetrare tra le forze difensive italiane nella zona delimitata dalle alture dello Javoršček e del Monte Nero per superare quindi l’Isonzo all’altezza di Caporetto.

Pur tuttavia Krauss non si sentiva abbastanza tutelato per affrontare un attacco in forze, dunque avanzò richiesta presso il comandante della 14a Armata austro-tedesca, von Below, onde ottenere una divisione da aggiungere alle tre in organico. Von Below rispose affermativamente. Ora il generale Krauss poteva disporre di un notevole contingente armato che, rinforzato da sette battaglioni Jäger tedeschi di riserva, concorse a formare la divisione Jäger germanica, comandata dal colonnello von Wodtke, investita del compito di appoggio e di rinforzo all’ala destra della 14a Armata austro-tedesca.

Le azioni per il possesso del settore Cukla-Rombon ripresero vigore allorché, nell’ottobre 1917, furono tre battaglioni di Rainer e uno del 4° reggimento Kaiserjäger, appartenenti a una brigata della divisione Edelweiss, all’apice della poderosa offensiva che stava dilagando con impressionante rapidità da Tolmino a Plezzo, a spingersi sulle erte del Rombon con l’impiego di truppe scelte. Il 24 ottobre 1917 all’ombra del Rombon erano gli Schützen del 26° reggimento austriaco ad avanzare nelle prime ore del mattino. Si trattò di un attacco sanguinoso che s’infranse contro le robuste difese della linea italiana, anche per l’ostilità, in quell’infausto 24 ottobre, delle condizioni meteorologiche che non risparmiarono violente bufere di neve, ricoprendo di una insidiosa patina di ghiaccio le rupi impervie del Rombon. Due giorni appresso, tuttavia, furono i nostri difensori a vedersela a mal partito, soprattutto per le difficoltà a ricevere rifornimenti e rinforzi. Ad approfittare della situazione furono i Salisburghesi che riuscirono a guadagnare terreno catturando forse un migliaio dei nostri e spingendosi fino al Vratni. Il 28 ottobre, infatti, anche i valorosi Alpini che mantenevano il controllo sulla Sella Prevala, punto d’inizio della discesa verso il Canale di Raccolana, furono costretti, dopo furibonda lotta, a cedere di fronte alla pressione esercitata dagli avversari in un ambiente apocalittico, dove un freddo glaciale, tempeste di neve e ghiaccio e insidie del terreno accrescevano a dismisura le difficoltà di resistenza.

Il 25 ottobre 1917 le erte del Rombon furono teatro di aspri e costosi scontri in cui si spensero molte vite umane. Fu la divisione Edelweiss ad avere la meglio sugli Alpini. Fu anche la prima volta che contingenti austriaci subissero perdite di notevoli dimensioni. Ne patì in effetti gli effetti devastanti il 2° reggimento Fucilieri tirolesi ossia i Kaiserschützen. Il capofila dell’attacco al Rombon, tenente Franz Janowitz, dello stesso reggimento, perse la vita in quel frangente.

Il 30 ottobre 1917 la 10a Armata austriaca e la LIX brigata da montagna raggiungevano Resiutta lungo il Canal del Ferro che discende da Tarvisio, nei pressi di Moggio Udinese, mentre il Comando di brigata si era insediato a Chiusaforte, Est di Moggio e allo sbocco del Canale di Raccolana. Più a valle, alla Stazione per la Carnia, si trovavano due battaglioni Jäger. Da Resiutta si diparte verso Sudest la Valle di Resia; percorrendola verso monte si incontra il primo centro abitato, San Giorgio: qui si era stabilita al momento la colonna austriaca Mollinary. Il giorno di Caporetto avanzavano velocemente la 22a divisione Schützen e una parte della 3a divisione Edelweiss spingendosi all’interno della Conca di Plezzo per far cadere le difese italiane che sbarravano il passaggio per la Stretta di Saga, il valico che da Saga sull’Isonzo segue il corso del torrente Uccea e che consente la discesa a Sud verso Tarcento e Tricesimo. La parte rimanente della 3a divisione Edelweiss fu intercettata dagli Alpini che presidiavano le pendici del Monte Rombon e fu costretta a sostare. Sulla Stretta di Saga, per altro verso, successe qualcosa di malaugurato: l’abbandono delle posizioni difensive gestite dal generale Arrighi. Tale decisione, molto discussa nella fase di ricognizione post-Caporetto, fu causa immediata dell’isolamento nel quale finirono per trovarsi i nostri reparti schierati sul Rombon, e anche quelli che si trovavano sul settore meridionale dell’Isonzo, fra cui parte della 43a divisione del generale Farisoglio. Lo stato di isolamento significò enormi difficoltà e spesso assoluta impossibilità a rifornire i nostri soldati di viveri, munizioni e rinforzi; una situazione disperata, dunque, alla quale dovette seguire un forzato ripiegamento che non trovò altra via di transito se non quella aspra e insidiosa dell’attraversamento del massiccio di Monte Canin per tentare la discesa verso il Canale del Ferro. Fu persino troppo facile, per il generale Krauss, oltrepassare la Stretta di Saga il 25 ottobre 1917 e spingersi in territorio italiano. Con la disfatta di Caporetto gli Austriaci non trovarono via aperta in ogni caso per la loro improvvisa avanzata. Fu proprio sul Rombon che incontrarono una resistenza pervicace. Ebbero a che vedersela con lo sbarramento effettuato dagli Alpini che procurarono loro numerose perdite e l’affievolimento della loro velleità di conquista.

Sella Prevala.

Il valico della Sella Prevala porta con sé una storia che ha notevole attinenza con quella dei fatti di guerra verificatisi sul Rombon, sempre a muovere dalla dolorosa disfatta del 24 ottobre 1917. Ad analizzare la situazione circa l’abbandono della Sella Prevala da parte delle nostre truppe è stato il comandante del IV corpo d’Armata, generale Cavaciocchi il quale si era prefigurato, per la migliore soluzione del problema posto dal ripiegamento, un retrocedere sempre con le armi alla mano e combattendo contro l’avversario che stava incalzando, cosa che avrebbe consentito alle truppe italiane che presidiavano la regione del Rombon l’attraversamento della Sella Prevala e la discesa verso il Canale di Raccolana per congiungersi agli schieramenti della  “Zona Carnia” di stanza a Chiusaforte e lungo il Canale del Ferro. Era infatti proprio verso la Sella Prevala che gli Austriaci puntavano con estrema decisione, perché su quel valico sapevano che avrebbero avuto maggiore facilità nel cercare di sbarrare la via d’uscita dei nostri reparti.

A notte del 27 ottobre 1917, erano le ore 2,30 allorché pervenne al Comando della “Zona Carnia” l’ordine di ritirata con direzione verso il corso superiore del Tagliamento. Il 27 ottobre si continuava a combattere nella zona dominata dal Monte Rombon. Era sorto il mattino quando subimmo violenti attacchi da parte della LIX brigata austriaca da montagna sulla Sella Nevea, poco a Nord della Sella Prevala, e della CCXVI brigata austro-ungarica sulla Sella Prevala. I nostri antagonisti, tuttavia, non riuscirono nel proprio intento perché avversati da una improvvisa e fortissima tempesta di neve che, nelle ore della notte, prese forma di una vera e propria bufera di neve e ghiaccio, causa di numerosi casi di congelamento fra i soldati. I nostri, in definitiva, rimasero saldi sul posto mentre, a valle, la colonna austro-ungarica Mollinary percorreva la Val Fella (o Canale del Ferro) per raggiungere i centri abitati di Raccolana e di Chiusaforte.

Il cedimento degli Alpini sulla Sella Prevala fu dovuto in prima istanza alla bufera, al freddo gelido e alla tempesta di neve che avevano imperversato per tutta la notte del 28 ottobre. Dal generale Krauss pervennero notizie sulla resa di 300 uomini dalle nostre postazioni. Tutta la zona nella parte confinaria della Conca di Plezzo era ormai in mano agli Austro-ungarici: la LIX brigata da montagna (10a Armata austro-ungarica) procedeva per l’abitato di Saletto lungo il Canale di Raccolana in direzione di Chiusaforte, e la CCXVI brigata sistemava le proprie truppe a Plužna e a Saga. Il generale Wieden avanzava a stento per le difficoltà causate dalle forti piogge, dalla fitta nebbia e dalle piene dei torrenti. Il battaglione Schützen della Guardia di Riserva riuscì a prendere possesso, nella Valle di Resia, dell’abitato di Stolvizza, quello che fu la trappola finale per una parte del battaglione Saluzzo in ripiegamento. Correre ai ripari nella disperata ricerca di una via d’uscita dalle insidie crescenti fu per i nostri Combattenti un vero e proprio calvario, nonostante le notevoli azioni difensive dimostrate sul luogo dalla 63a divisione italiana, fino al limite del possibile. Wieden aveva ricevuto incarico dal generale Krauss di impossessarsi di sorpresa dei forti di Chiusaforte. Avanzavano ora rapidamente sia gli Jäger sia gli Schützen della Guardia di Riserva lungo la Valle di Resia.  L’obiettivo era quello di portarsi al più presto sul Canal del Ferro, ma soltanto dopo aver avuto ragione del possente sbarramento imposto dalla 63a divisione italiana nelle adiacenze di Chiusaforte. Si era combattuto aspramente nei pressi di Resiutta, dove il torrente Resia si getta nel Fella, ma gli Jäger della Guardia ebbero la meglio. La LIX brigata austro-ungarica da montagna, insieme a un battaglione di Feldjäger, riuscì a superare la resistenza opposta dal forte di Chiusaforte. Tutto il Canal del Ferro era caduto sotto il controllo degli Austro-tedeschi e per la “Zona Carnia” (XII corpo d’Armata) non rimase altra via di scampo se non quella che avrebbe condotto verso l’alta Valle del Piave. Era il 30 ottobre 1917.

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