Identità (La base neurale della coscienza) puntata 15/16

Ho iniziato questa lunga serie di riflessioni attorno al concetto di identità personale, dell’autoconsapevolezza, della coscienza del mondo e di sé appellandomi al pensiero di un illustre filosofo italiano, Emanuele Severino. Poi ho proseguito sull’itinerario prescelto portando le mie soggettive considerazioni nell’ambito delle varie problematiche sorte e discusse nel corso della dissertazione sulla scia dei numerosi interrogativi emergenti dalla riflessione in ambito di esistenza materiale e psicologica dell’essere umano su questo amato e tormentato Pianeta.

In modo simile desidero chiudere (per modo di dire, perché una vera e propria chiusura non sarà mai data) il discorso intrapreso riportando il pensiero di due augusti personaggi dello studio e delle teorizzazioni tessute sul corpo degli argomenti ontogenetici trattati. Sto parlando del filosofo John R. Searle e della sua opera La Mente citata nello specifico, insieme al neurologo Francis Crick e al suo lavoro La scienza e l’anima. Inizierò da quest’ultimo.

La base neurale della coscienza. Sembrerebbe una strana combinazione di due punti di vista apparentemente contrastanti su un argomento così sfuggente come può essere quello che ambisce a definire in termini accessibili che cosa si intenda quando si fa accenno alla coscienza. Vedremo però che le due direzioni speculative contribuiscono di gran lunga, con i mezzi che sono loro propri, a procedere sulla strada della conoscenza scientifica, nella mesta considerazione dei limiti ai quali il passo dirige.

Crick fa precedere la propria trattazione sulla coscienza da due citazioni. Una riguarda proprio John Searle il quale aveva affermato che “Non più di qualche anno fa, sollevare l’argomento della coscienza durante la discussione sulle scienze cognitive era un gesto generalmente considerato come una forma di cattivo gusto”. La seconda citazione riporta una valutazione assai perentoria di Stuart Sutherland: “La coscienza è un fenomeno affascinante e al tempo stesso elusivo: è impossibile specificare che cosa sia, che cosa faccia, o perché si evolse. Su di essa non è stato scritto niente che valga la pena di essere letto”.

Eppure, per quel che mi riguarda, mi sono appassionatamente cimentato nella lettura dei volumi sopra citati anche se, come prevedevo, non ho trovato risposte definitive, ma molti più interrogativi. D’altra parte lo steso libro di Francis Crick, La scienza e l’anima (Rizzoli, Milano 1994, traduzione di Isabela Blum), pone un’ampia serie di punti interrogativi che lasciano il lettore perplesso e un po’ insoddisfatto. Difficile, dunque, da metabolizzare il procedere inquisitivo adottato da Crick, difficile da capire, specie nel corso di alcuni periodi, non solo per il lettore, ma anche per l’autore stesso che non esita a sottolineare i propri limiti di comprensione. Porto soltanto alcuni esempi estrapolati dal testo: “Una spina dendritica è una struttura molto elaborata, e noi siamo ben lontani dall’averne compreso completamente la funzione” e, nell’atto di descrivere una dinamica particolare dell’attività encefalica, “Il modo esatto in cui ciò avviene deve essere ancora scoperto… Una funzione che ancora non abbiamo compreso… Le nostre conoscenze sono ancora incomplete… dopo trent’anni di ricerche non conosciamo ancora con certezza…”.  Allorché riferisce del cervello che deve servirsi di una popolazione di neuroni nel controllo di una risposta comportamentale, Crick afferma: “Come ciò avvenga non è ancora compreso esattamente… I dati in nostro possesso non sono del tutto chiari”. E, infine, una espressione di grande sincerità: “Se pensate che io stia cercando a tentoni una pista nella giungla, avete proprio visto giusto”.

Ciò che sorprende, procedendo fra le pagine dell’opera stesa in chiave neurobiologica, sono la complessità, la straordinaria architettura neurofisiologica dell’encefalo umano, la sua funzionalità fedele a un misterioso progetto che Crick traduce con il termine “evoluzione” e gli scopi che il cervello raggiunge nel complesso della personalità umana. Nel corso della lettura, infatti, ci si imbatte sovente con declamazioni del tipo “L’evoluzione ha provveduto in modo che…”, “I nostri geni che si sono evoluti dall’esperienza dei nostri lontani progenitori…”. Crick fa menzione, parlando di trasmissione sinaptica, delle spine dendritiche, piccolissime diramazioni localizzate nei punti di passaggio del flusso eccitatorio fra le sinapsi e i corrispondenti dendriti, sostenendo che esse siano “un’invenzione fondamentale dell’evoluzione biologica” per far sì che il segnale in entrata possa godere di una elaborazione con il massimo di sofisticazione. Ancora, “L’evoluzione ha costruito il suo edificio… La natura lavora in modo particolare… l’evoluzione potrebbe aver escogitato un piccolo strattagemma…”. Sono tutte affermazioni, queste, che riportano a un soggetto pensante, dotato di intenzionalità e capace di superare l’incidenza di un improbabile “caso”. Il termine “invenzione”, poi, non può fare a meno di lasciare immaginare di avere a che fare con una persona integrata in uno stato sia fisiologico sia psicologico.

Nella prefazione all’opera si legge che quanto è fatto oggetto di spiegazione ossia il “mistero della coscienza” è accompagnato dal tentativo di spiegarne gli aspetti più reconditi in termini rigidamente scientifici. Lo scopo posto dall’autore è quello di “descrivere a grandi linee la natura generale della coscienza”. Crick propone una “particolare strategia di ricerca” che aiuti a capire che cosa avviene nel cervello umano nel momento in cui il soggetto vede determinati oggetti o situazioni, nel tempo stesso in cui avvalora seriamente uno “studio sperimentale della coscienza”.

Come dare una spiegazione scientifica della mente? – si chiede Crick. Ebbene, così risponde enunciando l’idea che “la nostra mente – il comportamento del nostro cervello – possa essere spiegata come l’interazione fra le cellule nervose (e altre cellule) e le molecole a esse associate”. Riferendosi al proprio lavoro di ricerca, Crick asserisce che il cervello non sia stato progettato da una mente superiore, ma che sia sostanzialmente “il prodotto finale di un lungo processo di evoluzione mediante selezione naturale”, in altre parole “un prodotto della Natura e della Cultura”. Crick pone da subito in essere la nozione di rete, secondo la quale il comportamento del cervello non ha sede nelle sue parti separate: i suoi neuroni, o cellule nervose, non sono i veri protagonisti delle azioni umane, mentre è “la contemporanea e intricata interazione di molti di essi che può portare a risultati così meravigliosi”. Benché il desiderio di conoscere in modo dettagliato la funzione della materia cerebrale possa limitarsi a un’illusione, è tuttavia possibile cercare di fare luce sui principi generali che stanno alla base di sensazioni e comportamenti complessi generati dall’interazione delle numerose parti che ne compongono la struttura.

Crick sostiene che il cervello dell’uomo si sia evoluto in prima norma per gestire il corpo e le interazioni che esso stabilisce con il mondo reale percepito. Egli cita spesso Johnson-Laird (studioso particolarmente interessato all’auto-riflessione e all’auto-consapevolezza) nel suo postulare un sistema operativo del cervello capace di elaborazione a un livello superiore: sarebbe questa stessa elaborazione a corrispondere in modo preferenziale alla coscienza; una funzione peculiare che, nei termini usati da Crick, pone il cervello nella sua prerogativa di produrre una “descrizione simbolica a livello superiore”. Crick cita ancora il prof. Ray Jackendoff della Brandeis University nella sua definizione che la mente debba essere considerata alla stregua di un sistema biologico capace di elaborare le informazioni in entrata.

Puntando l’occhio interrogativo sulla definizione di “Io”, Crick sostiene che l’Io individuale non sia altro, in larga misura, che “la risultante del comportamento di una vasta popolazione di neuroni”. Seguendo questa concezione si va ad accertare che ogni copia dell’informazione genetica ereditata dai propri genitori sarebbe formata da un insieme di geni, stimati nel numero di centomila, che per la maggior parte avrebbero la funzione di codificare le istruzioni di per sé indispensabili alla sintesi di una proteina.

Già qui, pur nella consapevolezza della mia ignoranza in merito, intravedo un garbuglio di possibilità interpretative nell’uso stesso dei termini adottati da Crick: mi riferisco ai geni, supposto che esistano nella loro definizione scientifica, che codificano le istruzioni in arrivo. Che cosa significa di preciso la parola “codificano” nella situazione data? E perché e in quale modo tali istruzioni sarebbero così essenziali perché si verifichi la sintesi di una proteina? Istruzioni venute così, piovute dal cielo? Quali arcane direttive guidano il verificarsi di questi processi? Che cosa o chi ne è l’artefice? Possiamo risalire a una causa prima o dobbiamo credere che tutto ciò avvenga spontaneamente senza l’intervento di una volontà sovraordinata? Sono interrogativi che mi hanno accompagnato nel volgere delle dissertazioni esplorate nelle puntate precedenti e rappresentano l’obiettivo, almeno al momento irraggiungibile, dei miei interrogativi filosofici in ambito esistenziale. Tutto ciò perché mi trovo a ogni istante a fare i conti con una realtà percepita nei suoi connotati per lo più apparenti, ma di tale complessità da impedire all’indagine puramente scientifica di stabilire certezze, quand’anche minime e provvisorie. D’altra parte, immagino, lo stesso Crick si sarà posto il dilemma di alcune questioni irrisolte: quando valuta il cervello come il prodotto finale di un lungo processo di evoluzione mediante selezione naturale ossia un prodotto della Natura e della Cultura, egli personifica quasi questi termini “evoluzione, selezione, Natura e Cultura” e li riveste di un carattere aprioristico e per così dire trascendente, qualcosa che si avvicina all’idea di divinità onnipotente. Non sfiora questo tasto, Crick, ma ne comunica la parvenza. Parrebbe che quei quattro termini fossero di per sé in grado di trasformare una volontà in atto, verso un obiettivo dichiarato, ma l’Autore non approfondisce certamente il loro valore semantico, intrinseco, vuoi anche empirico.

Nel suo stretto campo d’azione, mentre ricorda che ogni tipo di proteina si presenta con una propria struttura molecolare definita con precisione assoluta, conglobando al suo interno una quantità enorme di atomi, forse anche centinaia di migliaia, in stretta connessione reciproca e tali da fare della molecola l’elemento base della vita, costruite con precisione atomica, Crick non disdegna dall’ammettere che “siamo di fronte a un miracolo chimico racchiuso in uno spazio ridottissimo, evolutosi nell’arco di miliardi di anni grazie alla selezione naturale”. Qui Crick fa uso addirittura del termine “miracolo” già dato all’ostracismo da ogni scienziato materialista, ossia di qualcosa che non è accessibile al nostro metro di ragionamento e, come spesso vi ricorre, del termine “evoluzione” al quale, come già accennato, ascrive ogni addebito e, per così dire, ogni responsabilità nel tentativo di spiegare ciò che della realtà esterna riusciamo a percepire. Crick offre un’ampia descrizione della meccanica che dirige i processi sviluppati dal nostro Sistema Nervoso Centrale e lo fa con tale dovizia di termini e con tale meticolosità da lasciare il lettore stupefatto, quasi incredulo ma intimamente meravigliato di fronte alla complessità dell’argomento trattato e alla palese difficoltà di immedesimarvisi e di addivenire a una comprensione esaustiva.

Nei confronti che a lungo tempo sono stati fatti fra computer e cervello, Crick si inserisce sostenendo la non somiglianza fra i due. Il PC lavora in modo seriale ed è programmato per la soluzione di problemi su una scala generale. Il cervello, per contro, lavora in parallelo, adibendo le sue varie componenti specializzate a trattare tipi di informazione diversi, quand’anche si avvalga di sistemi attentivi che sono in qualche modo di natura seriale, attivi a un livello superiore nei confronti della elaborazione in parallelo. Sul piano della struttura e della funzionalità c’è da osservare che il PC è un prodotto della progettazione attuata da menti umane, mentre l’evoluzione del cervello è dovuta al ciclo di selezione naturale.

Dove è possibile collocare i “neuroni della consapevolezza”?

Crick riprende un punto di vista espresso da Philip Johnson-Laird secondo il quale il cervello sarebbe dotato di “un sistema operativo le cui attività corrispondano alla coscienza”. Crick si chiede quale possa essere il “correlato neurale della coscienza” e ipotizza che “la coscienza corrisponda al particolare tipo di attività di un raggruppamento transitorio di neuroni”.

Crick crede che dipenda dalla consapevolezza il fatto che il cervello decida quale interpretazione attribuire a un percetto ed esprime “il forte sospetto che la memoria a brevissimo termine possa costituire un aspetto essenziale della consapevolezza”. Egli crede che, in assenza della memoria a brevissimo termine non sia possibile essere coscienti. Nel momento di analizzare la struttura del cervello Crick suppone per ipotesi che le attività degli strati corticali superiori siano in larga misura inconsce, mentre quelle degli strati inferiori corrisponderebbero, almeno in parte, alla coscienza. “Una caratteristica di un «neurone della consapevolezza» è che probabilmente la sua scarica è spesso il risultato di un processo decisionale”.

Torniamo, senza averlo espressamente voluto, sul problema del misterioso e ineffabile ma pur sempre chiamato in causa “agente” di tutto questo gran lavoro fra neurone e neurone, visto che si parla di un processo decisionale, sino a tentare una definizione peraltro inconcepibile di consapevolezza.

Nel richiamare la presenza delle oscillazioni gamma si può arrivare a ipotizzare che “i neuroni che simbolizzano tutti i differenti attributi di un singolo oggetto (forma, colore, movimento) colleghino tali attributi scaricando in modo sincrono”. Oltre ancora, Crick e il suo collaboratore Koch pensano “che questa scarica sincrona che segue il tempo di un’oscillazione gamma possa essere il correlato neurale della consapevolezza visiva”. Poi ecco entrare in scena il talamo dato che, come si esprime Crick, “la consapevolezza richiede l’attività di varie aree corticali, come pure quella del talamo, proprio come un direttore d’orchestra ha bisogno di tutti gli orchestrali per produrre della musica”.

La coscienza, dice Crick, è associata ad alcune attività neurali, ma solo alcune aree corticali sono in grado di esprimere la coscienza; questa dipende in modo cruciale dalle connessioni che collegano il talamo alla corteccia. La coscienza c’è soltanto quando determinate aree corticali sono interessate da circuiti riverberanti (nei quali i singoli neuroni che costituiscono un circuito neuronale chiuso provocano eccitazione nei confronti del neurone successivo, garantendo la continuità di circolazione dell’attività elettrica all’interno del circuito nella sua totalità). Se un giorno si potrà comprendere fino nei dettagli quale sia la base neurale della coscienza, si potrà allora indagare su quale sia la natura generale della coscienza e quali siano i vantaggi che la coscienza assicura all’organismo a cui si accompagna. Crick sostiene tuttavia che i dettagli della natura soggettiva della coscienza siano difficili o anche impossibili da stabilire, e questa affermazione lascia intravedere un terreno ancora tutto da scoprire e irto di ostacoli da superare nell’arduo tentativo di definire che cosa sia in realtà la coscienza. Soltanto quando ci sarà rivelato in modo veritiero il funzionamento del nostro cervello potremo “descrivere con una certa approssimazione le nostre percezioni, il nostro pensiero e il nostro comportamento”. È il concetto che Crick definisce con il binomio “Ipotesi straordinaria” secondo la quale noi, per riuscire a comprendere noi stessi, dobbiamo prima capire come funzionano le nostre cellule nervose e quale sia la natura delle interazioni stabilite fra le stesse. L’Ipotesi straordinaria definisce l’individuo come “la risultante del comportamento di una miriade di cellule nervose e delle molecole in esse contenute”, stabilendo così che “tutti gli aspetti del comportamento cerebrale sono da ascriversi all’attività dei neuroni” e, pertanto, lo scopo della scienza si risolve nello “spiegare tutti gli aspetti del comportamento del nostro cervello”.

Immagine di copertina tratta da Vecteezy.

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