Identità (La luce. Lo spazio) puntata 14/16

L’eterno dilemma: l’Anima, “il nome che diamo allo stile opaco oppure caratteristico di ogni individuo, quel «nucleo incomprensibile» che determina come siamo, quindi chi siamo”. Ma questo nucleo incomprensibile è un insieme di princìpi morali e di connotati di personalità oppure è qualcosa di cui possiamo parlare in termini fisici, nel linguaggio del cervello?

Essere coscienti: un organismo possiede stati mentali coscienti se e soltanto se prova qualcosa a essere quell’organismo: se l’organismo prova qualcosa a essere quello che è. Senza la coscienza il problema mente-corpo sarebbe molto meno interessante; con la coscienza esso appare senza speranza di soluzione. Torno su un luogo comune: i robot umanoidi sono capaci di apprendere e di creare nuovi adattamenti nel corso della loro esperienza con l’ambiente… sono coscienti? Provano qualcosa a essere quello che sono? Se la provano come potrebbero trasmetterci la loro emozione? Un cucciolo di cane è sensibile al gioco, cerca il contatto con l’uomo e, dall’insieme dei suoi atteggiamenti, noi crediamo di poter inferire l’esistenza di una coscienza nell’animale: l’ha in qualche modo ereditata con il DNA, almeno nella forma di un programma che si sarebbe attivato con l’intervento di stimoli esterni. Il robot, per altro verso, risponde su canali di comunicazione digitali, rigidi e di limitata innovazione; non possiede autoreplicanti, non parte con un’esperienza codificata dalla specie di appartenenza.

L’emergere della coscienza individuale dalla coscienza della specie è un continuum di un processo a spirale che amplifica la propria curvatura a mano a mano che si sviluppa e, probabilmente, segue un percorso curvato, forse facendo coincidere inizio e fine (che pertanto non esistono) di questo percorso.
(Dalla figura qui a sinistra): Si tratta di uno sviluppo che non procede solo su un piano, ma anche nello spazio tridimensionale e in ogni direzione, formando una complessità infinita di evoluzioni in una sfera che può avere il centro dappertutto e in nessun luogo, priva di limitazione esterna all’espansione. Di quale sostanza potrà essere il centro?

La coscienza di un robot, volendola così chiamare, emerge da un preciso punto zero e prosegue in termini di stimoli esterni e risposte programmate, per un segmento di linea retta sino a un punto terminale dove si annulla. L’esperienza individuale e socio-interattiva di un individuo arricchisce, per accumulazione, sfrondatura e perfezionamento, l’esperienza della specie. L’esperienza di un robot di per sé non esiste, trattandosi di risposte soltanto, magari autoadattanti, ma irrilevanti per un ipotetico processo culturale autonomo della specie. Qui agiscono o, meglio, eseguono i microchips; nell’organismo biologico agiscono i geni.

Il problema del comprendere. La comprensione genera dilemmi; ma “negare la realtà o la portata logica di ciò che non potremo mai descrivere o comprendere è la forma più rozza di dissonanza cognitiva… esistono fatti che non consistono nella verità di proposizioni esprimibili con linguaggio umano. Possiamo essere costretti a riconoscere l’esistenza di tali fatti senza essere in grado di enunciarli e di comprenderli”.

Proviamo a pensare un momento a Phi, il numero infinito che non si ripete mai, detto anche “proporzione aurea”: 1,6180339087. Lo potremmo rappresentare, nella sua irraggiungibilità, con un grafico a curve e triangoli. Qui si deve immaginate che la spirale (linea rossa) prenda origine dall’infinito, quindi si svolge e va a trovare termine nell’infinito: Inizio e fine coincidono.

D’altra parte, se desideriamo mettere alla prova i nostri punti di vista, possiamo pensare a una spirale che non si sviluppa solo su un piano, ma anche nello spazio tridimensionale e in ogni direzione, formando una complessità infinita di evoluzioni in una sfera che può avere il centro dappertutto e in nessun luogo, priva di limitazione esterna all’espansione. Resiste una domanda: Di quale sostanza è il centro di origine?

Soffermiamoci un attimo sul dilemma dei punti di vista diversi dell’esperienza. Cinque persone guardano una tigre in gabbia. La persona A prova una certa esperienza che le altre quattro persone non possono conoscere, neppure se vedessero dentro il suo cervello i processi mentali e le rappresentazioni che vi si attivano. Sentire di avere un’esperienza è una cosa unica, incomunicabile, anche se le cinque persone possono supporre di provare una sensazione simile di meraviglia-apprensione-stupore. Posto che si tratti solo di stupore, tutte le cinque persone vedono e sentono la stessa cosa o hanno imparato a vedere e a sentire una condivisione? Vedo una macchia rossa: sono certo che gli altri vedano il rosso come lo vedo io? Certo, c’è una lunghezza d’onda nella banda dei colori, che è da tutti condivisa, ma questa lunghezza d’onda significa che altri vedano il “mio” vedere rosso? Altri esseri pare percepiscano i colori in modo diverso da noi: le api distinguono bene pochi colori; per i rimanenti percepiscono qualcosa come sarebbe per noi una mistura di tinte tendente al grigio. Se la mia coscienza potesse vagare fuori di me e partecipare delle esperienze di un’altra persona, usando quel suo cervello, vedrei ancora la tigre come la vedo ora? Già, tutti siamo convinti che la tigre ha la testa a un’estremità e la coda all’altra, e ha quattro zampe e queste stanno di norma sotto il corpo; ma le coordinate “estremità-quattro-sotto” e così via significano che tutti intendiamo “oggettivamente” la stessa cosa? Il termine “largo” in spagnolo ha il significato di “lungo” in italiano, ma tutti, spagnoli e italiani, conosciamo la differenza della difficoltà di guida automobilistica su una carreggiata larga o su una stretta, tutti conosciamo la sensazione di un tempo cronologico che ci appare lungo o breve, al di là della terminologia di referenza. Il mondo è quello che vedo io e che credo di condividere in un insieme di rappresentazioni con gli altri, oppure io e gli altri tutti proiettiamo rappresentazioni soggettive e, in quanto soggettive, originali e differenti, sulle quali ci riconosciamo, alle quali diamo un nome e una referenza oggettiva accostandole a un oggetto illusorio che ognuno di noi ha creato nella propria rappresentazione per avere un riferimento, per orientarsi nella vita, ma che non c’è?

C’è chi sostiene: creiamo il mondo. Bene, ma perché dobbiamo crearlo? Forse che non ci basta il mondo delle nostre rappresentazioni, quei noumeni o cose in sé che Kant giudicava irraggiungibili e che per Schopenhauer possono essere colti con grande sforzo di introspezione? Abbiamo bisogno di qualcosa fuori di noi, qualcosa che siamo riusciti a materializzare, a oggettivare per poterci orientare nel nostro cammino? Il noumeno, la cosa in sé ci terrorizza? Perché? Ci deve proprio soccorrere un mondo illusorio… la cacciata dall’Eden? La rappresentazione che ho io della tigre, dunque, può essere soltanto la mia rappresentazione e, in quanto tale, unica. Anzi, se su sei miliardi di persone una soltanto avesse la mia identica rappresentazione della tigre, se questa rappresentazione fosse perfettamente sovrapponibile come due poligoni uguali, io e quella persona creeremmo lo stesso mondo e dovremmo coincidere come entità creatrici. Forse questo caso non si verifica mai: Ogni rappresentazione è unica. Quella che io chiamo coda, all’opposto della testa, di quel colore che ha, può avere tutt’altra referenza spaziale, cromatica, morfologica per un’altra persona: lei vede la tigre, ma la vede in quanto crea una propria rappresentazione che può essere qualcosa di completamente estraneo all’essenza della rappresentazione che io creo. Semplicemente concordiamo, senza darcene ragione, sulla equireferenzialità delle nostre diverse rappresentazioni e, anche, delle nostre rappresentazioni non soltanto figurali ma anche emozionali, reattive.

Quasi un paradosso, ma duro da accettare: se la tigre mi azzanna e mi sbrana io finisco di creare rappresentazioni, in quanto cervello biologico. Quindi la tigre non c’è più, perché la proiezione oggettivante cade con lo spegnersi della rappresentazione. Si dice che continua a esserci per gli altri che, in preda al panico, si danno alla fuga: già, stanno continuando a condividere la creazione di uno scenario condiviso per non smarrirsi. Forse aveva ragione Schopenhauer quando sosteneva che desiderio e privazione sono fonte di dolore e di noia; l’individuo può sottrarsi al desiderio e contemplare le Idee che sono essenze poste fra l’energia creatrice della Volontà (impulso cieco di energia vitale) e il mondo delle rappresentazioni; L’unico valore del mondo, secondo la sua impostazione filosofica, è il nulla della sua negazione. Ma, ancora, perché questa spinta a creare rappresentazioni di un mondo illusorio condiviso?

Quando dico “Io” mi riferisco a una persona? A un processo? A una struttura dentro il mio cervello? Oppure “io” è una qualche essenza inafferrabile che sente ciò che succede nel mio cervello?

“Alcune delle idee più fantastiche – l’elettrone solitario di Wheeler che tesse l’Universo o l’interpretazione di molti mondi della meccanica quantistica di Everett o l’ipotesi di Dawkins che noi siamo macchine per la sopravvivenza dei nostri geni – sono state avanzate in tutta serietà da scienziati eminenti… Arrivare a capire la mente richiederà probabilmente nuovi modi di pensare che, sulle prime, saranno tanto scandalosi quanto la sconvolgente ipotesi di Copernico o la bizzarra pretesa di Einstein che lo spazio stesso possa essere curvo”.

Vagando nell’infinito (considerazioni del tutto personali di chi scrive). Tanto per tornare ai robot. Un lungo passo indietro: mentre vado di penna, siamo nel maggio 2001, si comunica che hanno scoperto la sede dell’Io: sarebbe nella corteccia prefrontale, nella parte destra. Dunque allora, se è così, una ipotetica lobotomia che scardini quella zona individuata come sede dell’Io che cosa lascerebbe nella persona? Un individuo senza individualità? Un essere autoreplicante incapace di autoriconoscersi? Ma, questo Io, poi, che cos’è? Una manciata di neuroni integrati in un sistema vivente? Un’entità che emerge a poco a poco e impara a differenziarsi da altre entità? Io so di essere… penso, dunque sono. Prima non c’ero, e non pensavo; non pensavo, e non c’ero. La memoria cosciente, quella illuminata dal fluire vitale quotidiano è sorta piuttosto tardi dopo il momento della nascita fisiologica. Forse perché non ricordiamo, ma le esperienze, nel tempo, hanno una diversa chiarezza e un diverso spessore alla luce della nostra conoscenza e per il nostro comportamento attuali. Siamo soliti ricordare bene ciò che è successo pochi attimi fa, un po’ meno bene gli eventi e i loro dettagli che appartengono a ieri, a due o più giorni addietro; più volgiamo a ritroso nel tempo, più ci rendiamo conto di aver smarrito una serie di dettagli per ciò che vorremmo ricordare e non ci accorgiamo di aver perso la memoria di episodi interi. Ma quel che accadeva quando avevamo uno o due mesi di vita, quello proprio non lo rammentiamo (almeno a livello conscio, però c’è da considerare l’attivarsi di una memoria cellulare). Memoria, esperienze, sensazioni, informazioni, percezioni, apprendimento: tutto un insieme di facoltà e processi che emergono a un certo punto, si organizzano e fanno sì che noi crediamo di esperire un Io, di essere.

Che cosa c’entra in tutto questo il robot? Già, il robot! Ma io mi chiedo: perché tutto questo insieme di processi evolutivi/involutivi, perché questa meteora effimera che chiamiamo vita, perché qui, ora, a scrivere queste sciocche considerazioni, anziché essere altrove, fare altro, essere altro? E perché Io? Posso immaginare che, in questa grande confusione che è la non conoscenza travestita da barlume di presunzione di conoscenza che crediamo orgogliosamente di sfoggiare, forse non importa proprio che cosa pensiamo e perché pensiamo. Forse siamo stati programmati così, per fare questo e quello e per decidere di non fare altra cosa. Se c’è un CHI che ci ha programmato, certo non ha programmato me come individuo, ma deve aver pensato inizialmente a un percorso evolutivo nel quale io e altri abbiamo giocato un ruolo su una scacchiera di cui non conosciamo lo scopo ultimo né i percorsi obbligati. Ci chiediamo continuamente quale sia lo scopo della nostra esistenza individuale, ma molto più pressante sarebbe la domanda rivolta a sapere a che cosa serve questa cosa che definiamo “evoluzione”. Forse questo CHI ha impostato un programma inserendovi un’intelligenza cosmica che, nell’ammasso incommensurabile del caos, avrebbe via via applicato un sistema di leggi e di regole le quali, per sfrondature successive, avrebbero portato a comprendervi sistemi di vita, di operatività, di consapevolezza. Tutto questo succede, ora e a partire da qualche centinaia di milioni di anni, sul pianeta Terra. Una briciola invisibile in un Universo perso nell’ignoto, inafferrabile, inconcepibile, ineffabile. Tutto intorno: vuoto, freddo, meccanismo. Per trovare un altro pianeta con vita? Chissà dove… chissà quanti… senza nulla sapere l’uno di ciò che accade agli altri. E quando, fra sette miliardi di anni, poniamo, il nostro Sole, trasformato in una supernova, invaderà la Terra e la farà semplicemente evaporare, tutto ciò che l’evoluzione è stata e ha comportato, in centinaia di milioni di anni, ecco all’istante annientato, qui dove si è realizzato con grande fatica e pericolo, senza effetto alcuno sulle dinamiche del restante Universo, come se non fosse mai stato. E, allora, a parte questo nostro pianeta dove la scintilla effimera della vita è scoccata, ieri appena, e già sta per esaurirsi, ci sarà qualche angolo dell’Universo dove si produce evoluzione biologica, mentale, sociale, tecnologica di livello tale da lasciare un segno, da portare con sé un significato per la globalità intera di ciò che è? Oppure tutto si riconduce a una forma di esistenza che è soltanto apparente e che vuole essere una sola, particolare, necessaria espressione di un più complesso sistema di dimensioni a vari livelli di consapevolezza, verso l’acquisizione (per chi e da parte di CHI?) di una consapevolezza senza limiti?

Stiamo vivendo in una dimensione? Proveniamo da altre dimensioni? E se io, individuo, non fossi mai nato? Dovevo forse “necessariamente” nascere? Forse (devo dirlo, quante volte ho usato e quante volte ancora userò questo avverbio di dubbio, ‘forse’, proprio perché sto avviandomi sulla strada della ricerca, cosciente che la certezza non la troverò mai.) tutti coloro che condividono con me questa esistenza sono “me” e io sono “tutti loro”. Non esiste alcuno che non sarebbe dovuto esistere. CHI l’ha voluto e vive in ognuno di noi, per cui ciascuno di noi è tutti ed equivale a CHI. Ma perché esiste CHI? Non poteva non esserci? Se un bambino muore per complicazioni perinatali, è anche lui CHI? Ma la consapevolezza che avrebbe dovuto sviluppare esiste, resta in potenza, si trasferisce? Possiamo prefigurarci il nulla, il mai essere stati, il non essere di ogni cosa? Siamo programmati per conoscere attraverso continui confronti: diciamo di conoscere il caldo perché sappiamo che cos’è il freddo, diciamo di conoscere la felicità (meglio, l’attimo apparente di felicità) perché c’è la privazione e c’è il desiderio, diciamo di conoscere le tenebre perché sappiamo che cos’è la luce. Se noi fossimo nati in un punto così lontano, tra due galassie estremamente distanti da non poterle distinguere, in mezzo al vuoto assoluto e alla privazione assoluta di elementi, di luce, di calore, impediti nel fare confronti di qualsivoglia sorta, quale sarebbe la nostra consapevolezza? Ci siamo, qui e ora, perché siamo immersi in un mondo di forme e sensazioni che ci consentono di operare confronti e di divenire consapevoli di ciò che è più e di ciò che è meno. Perché 13 miliardi di anni fa e poco più ci fu il big-bang? A ritroso nel tempo e nello spazio la massa, così estesa e imponente per quanta conoscenza ne abbiamo, si riduce fino a scomparire. L’equazione E = mc2 quale significato può allora avere? Se la massa si riduce a zero, e così la velocità cinetica, allora posso dire che E = 0. Tutto si trasforma in potenzialità senza limiti? Oppure, oltre la soglia del big-bang si dà un movimento inverso, un’involuzione a contrastare l’evoluzione? L’Universo a fisarmonica, oppure l’Universo che si espande all’infinito; che differenza fa di fronte alla domanda: perché questo divenire e perché c’è?

Dissertazione attorno al significato dell’accumulare. Bene! Se siamo dei robot non abbiamo neppure gran che di scelta o di libero arbitrio a nostra disposizione. La vita che ci è data è disseminata di alternative fra le quali scegliere, direzioni da prendere, diramazioni e bivi che impongono un atto decisionale. Ognuno di noi, in queste ramificazioni di possibilità, finisce per disegnare un tracciato tortuoso che, alla fine dell’esistenza, è quello e proprio quello: era predestinato? Questo tracciato l’abbiamo scelto, voluto, creato noi individui capaci di volizione e di discernimento? Oppure abbiamo scelto un percorso in quanto “per noi” quel percorso era necessario e non poteva essere diverso? Diverso da che? Dall’unico percorso che per me sarebbe stato congeniale, che diamine! Necessario a che? Questo non me lo chiedete; chiedetelo a CHI, ammesso che siate più fortunati di me nell’incontrarne l’ombra, almeno una volta, sulla vostra strada. Ognuno di noi, dunque, vive una vita che era già tracciata: non nelle sue caratteristiche particolari da un artefice attento al suo evolversi nello spazio e nel tempo; no, l’artefice, o CHI, o chiamatelo come volete, sai cos’avrebbe potuto fare? Ecco, esattamente questo: creare un programma evolutivo, inserirvi leggi generali le quali contenessero in sé, intrinsecamente, ordini e informazioni più particolari e un principio autoregolativo che avrebbe smistato, regolato, modificato, innovato e magari stravolto, all’occasione, quegli ordini e quelle informazioni; poi avrebbe detto: “Vai avanti”, senza pensarci più, perché in quel progetto avrebbe continuato a vivere la sua intelligenza, come un innesto su un arbusto. E noi che crediamo di essere padreterni! Avete mai pensato di che cosa riempiamo questo nostro percorso esistenziale? Sì, perché è giocoforza cercare di riempirlo. Pigrizia e necessità possono essere individuali come i due estremi che condizionano i comportamenti di tutti i viventi animali. L’animale soddisfatto ama impigrire e, se può, alla pigrizia dedica parecchio del suo tempo vigile. Ma, poi, subentrano ora l’una ora l’altra tante necessità, di per sé orientate alla sopravvivenza: la fame, la paura, l’impulso erotico fra le principali. Se ha fame, l’animale non può scegliere di scordarsi del cibo; se ha paura, non può fare a meno di fuggire o di attaccare; se l’impulso erotico dà una scossa alle sue esplosioni ormonali, non può esimersi dal cercare un partner per accoppiarsi. Per l’uomo la cosa va un po’ diversamente. Anch’egli ama impigrire ma ciò che lo differenzia dagli altri animali è che l’uomo non si gode la pigrizia quando è soddisfatto, almeno nella norma, per il semplice fatto che la sua soglia di soddisfazione non è biologicamente determinata, ma è spostata continuamente in su e in giù dall’intensità delle sue aspirazioni e dalla voce della sua volizione. Ecco che, allora, l’uomo si dà da fare e si agita più del necessario per accumulare beni che gli consentiranno di vivere più a lungo e più in profondità la pigrizia che lo attende. Attributi come avido-prepotente-malizioso-ingannatore-mentitore-traditore-violento-tracotante-sprezzante-indifferente-insensibile e via ancora fino a che si vuole, ben si adagiano sul modo di manifestarsi di gran parte, e pare una parte crescente, del comportamento umano. Il desiderio di accumulare diventa così, per un condizionamento onto e filogenetico, una componente essenziale della natura umana.

Accumulare è consistito, sempre, nell’uso degli attributi di cui sopra, e dei loro correlati comportamentali, nell’invenzione di nuove e più efficaci strategie volte a spostare di luogo beni e risorse: uno spostamento lecito/illecito e uno decisamente illecito. Il primo concerne lo sfruttamento delle risorse energetiche e l’invenzione e messa a punto di tecnologie sofisticate. È uno spostamento lecito quando è effettuato in chiave ecologica e tiene conto sia della conservazione degli equilibri naturali sia delle pari opportunità di accesso e di fruizione da parte di tutti. Può diventare più o meno illecito se non tiene conto delle condizioni appena accennate. Decisamente illecito allorché la miopia sconsiderata deliberatamente imposta dall’avidità e dalla brama di potere arriva a sanzionare intere popolazioni provandole del diritto a partecipare al bene comune che la natura mette a disposizione di tutti gli uomini. Il secondo tipo di spostamento proviene dall’ultimo atteggiamento sopra riferito: togliere sempre più a chi vive nell’ignoranza, nell’indigenza, nella malattia (perché, tanto, non avrà forze né forti spinte motivazionali per reagire) e accumulare a vantaggio di poche persone, un gruppo sempre più ristretto che consuma e gode della fetta sempre più grande dei beni naturali. “Ah, se avessi tenuto con cura gli albi a fumetti di quand’ero bambino: Dick Fulmine, Mandrake e Lotar, Pecos Bill, Ciclone, Tex Willer, Gordon, Topolino!”, si sente dire di tanto in tanto da chi è arrivato sulla sessantina o nei pressi. Rammarico per non aver accumulato? Perché? Perché oggi mi sentirei di essere qualcosa in più, perché quelle pubblicazioni potrebbero oggi valere una fortuna sul mercato? Eppure non facciamo altro che accumulare, collezionare, mettere insieme. Noi, quelli della mia generazione intendo, da piccoli collezionavamo i tappi della birra e della gazzosa, poi le figurine dei calciatori, poi sono arrivate le collezioni su album prestampati, con le figurine in vendita, tanto alla bustina che si apriva con una certa emozione: gli animali, gli eroi del Risorgimento (chi non ricorda Ciceruacchio di qua, la sindetociste o come si chiamava di là…): era l’avvio della piccola commercializzazione, del movimento consumistico. Ora c’è chi colleziona idee, chi farfalle, chi francobolli, chi denaro, chi parole, chi consensi, chi apparenze. È tutto un gran darsi da fare. Io stesso, che sto scrivendo, in questo momento forse sto collezionando tentativi, tentativi di capirci qualcosa, che, l’uno sull’altro, hanno già fatto un bel mucchio, ma di null’altro che di un mucchio informe si tratta… Servirà a qualcosa?

Immagine di copertina tratta da Every Eye.

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