Identità (La luce. Lo spazio) puntata 13/16

Vedo la luce nel mondo in forma di immagini colpite dalla luce e riflesse dal mio sistema visivo verso le unità percettive. Nel vuoto cosmico vedo la luce solo se essa incontra i miei occhi; se le volto le spalle non la vedo; eppure la luce è dappertutto, è in movimento, è un segnale lungo che viene ripetuto senza soluzione di continuità; ma essa rivela se stessa agli organi recettivi della persona soltanto se incontra un corpo materiale.

Come ci insegna la fisica moderna, lo spazio non è qualcosa di indipendente dagli oggetti e dalle masse che vi sono situati. L’esistenza dello spazio è determinata da quei corpi; dove essi non sono, dove regna il nulla – in senso materiale – là cessa di esistere anche lo spazio, annichilendosi. Consideriamo il Big-Bang come un’esplosione (meglio, un’espansione violenta) che si verificò simultaneamente ovunque, riempiendo fin dal principio tutto lo spazio (Steven Weinberg 1977). L’Universo esplode dunque, nascono il tempo e lo spazio. Forse poco meno di 14 miliardi di anni fa (le stime più recenti parlano di 13 miliardi e 831 milioni). Prima, nient’altro che il nulla (che cos’è il nulla?); solo, forse, energia (E = mc2): luce e materia in un punto senza dimensioni, di valore infinito. Dopo appena 1/100 di secondo dal Big-Bang si sviluppa una temperatura di 100 miliardi di gradi. L’Universo si espande lanciando tutt’intorno elettroni, positoni, neutrini, fotoni (luce). L’espansione, dopo 1/10 di secondo, porta la temperatura a 30 miliardi di gradi, a 1 miliardo di gradi dopo 3 minuti. I limiti si espandono, in ogni direzione, creando ulteriore spazio che possa contenere l’Universo stesso. Poniamo che l’espansione si arresti a un certo punto. Di lì in poi, che cosa succede all’esterno dei limiti raggiunti? C’è ancora spazio disponibile oppure no? C’è un “esterno”?

Disegno a lato: il punto centrale rappresenta il Big-Bang. Da lì in poi, che cosa succede nel punto indicato con A? Possiamo immaginare esserci un punto? C’è ancora spazio oppure no? Allora rimane soltanto il vuoto, lo spazio creato e riempito di luce invisibile perché privo di oggetti materiali. Il vuoto esiste nello spazio, non al di fuori. Ma, che significa dire al di fuori? Oltre i limiti dello spazio c’è il nulla; e, poi, che cos’è il nulla, se non la rappresentazione mentale di tutto ciò che non c’è, una non-rappresentazione? È possibile rappresentarsi la possibilità di una non-rappresentazione? La nostra mente travalica le dimensioni spazio-vuoto-universo?

Dualismo. Forse è il caso di cambiare il punto di vista, smettere di pensare in modo “dualistico” e iniziare a vedere l’Universo come una totalità priva di confini, in cui le cose fluiscono l’una nell’altra e si sovrappongono, senza margini o categorie chiaramente definiti. La tesi monistica è molto affascinante ma difficile a considerarsi, e questo per via della nostra natura. Tutta la nostra vita è un susseguirsi di sensazioni permeate da dualismo. Incomincia con due gameti sessualmente individuati, poi due cromosomi, x e y; poi la replicazione cellulare; poi l’incistamento della blastula sulla parete uterina; poi l’apporto di nutrimento dall’organismo materno; poi due entità fisiche collegate da un cordone ombelicale; poi la nascita al mondo esterno; poi il bisogno di apporti esterni: cibo, calore, tatto, sensazioni, consolazione; poi la nascita psicologica: l’uscita dall’unità monotropica e la percezione che io sono un altro, separato e diverso dal seno che mi ha nutrito – la cacciata dall’Eden, la seconda cacciata. Da qui inizio a percepire di essere un “me” in mezzo ad altri “sé” e continuerò costruendo via via sul mio cammino una realtà dualistica. Là dove la vita si restringe e finisce per immettersi in un cunicolo sempre più stretto e buio, là ha origine il terrore della morte. Morte come perdita, come ultima cacciata, tragica e orribile: le prime cacciate avevano molto a che fare con l’oblio dal quale a poco a poco stavo emergendo; l’ultima mi sprofonda nell’oblio finale, ripieno di pre-consapevolezza; una cacciata che sposta i miei occhi all’indietro perché non mi avveda del vuoto che sto per affrontare e che sta per terrorizzarmi.

Una foresta che muore; io sono sempre l’ultimo albero a morire; una foresta di affetti, di sentimenti, di figure nelle quali ho riposto e fatto crescere i miei sentimenti. Un albero dopo l’altro li vedo cadere, si fa il vuoto attorno a me. Cadono e lasciano all’abbandono i miei affetti che rimbalzano su di me come per ritrovare una dimora, ma sono spogli, freddi, muti, logori.

Una gerarchia anche per la consapevolezza. L’uomo ha cercato affannosamente di costruire macchine capaci di simulare la propria attività mentale, magari simili in tutto a se stesso. Ha perfezionato generazioni di robot in questo senso. Ma non è stato ancora in grado di attribuire ai propri robot stati intenzionali (convinzioni, desideri, intenzioni ossia una teoria della mente). Nel programmare l’Intelligenza Artificiale l’uomo non ha fatto altro che seguire e applicare istruzioni formali per la manipolazione di simboli formali. Viene da pensare: l’uomo può costruire una macchina intelligente, ma comunque dotata di un’intelligenza che non arriverà mai a eguagliare quella del suo creatore: per natura, per funzionalità, per limiti di espansione, per dotazione di coscienza, per arbitrio e decisionalità. Allora può esserci una gerarchia: noi non potremmo mai eguagliare l’intelligenza del nostro creatore, sebbene la nostra intelligenza si collochi a un livello qualitativamente e strutturalmente del tutto diverso da quella dei robot. Ma, poi, dove culmina questa gerarchia? E dove ha avuto inizio? C’è un inizio? C’è un culmine? E oltre, prima e dopo? Ci sono un oltre-prima-dopo? È una regressione all’infinito?

Riprendo una disquisizione già trattata in precedenza. Un robot si logora e, quando non funziona più, va al macero. Anche i suoi programmi. Un disco rotto va al macero, con tutti i suoi solchi; e la musica che conteneva in potenza? Rimarrà? Dove? In quale forma? Avrà una forma? Oppure è una semplice dimensione impercettibile in attesa di un canale, di un veicolo in un’altra dimensione con essa compatibile, per manifestarsi? E allora perché non dovrebbe aver credito la concezione circolare di passato-presente-futuro? L’oblio prima della nascita e l’oblio dopo la morte potrebbero essere qualcosa simile a quella dimensione, dove la consapevolezza mia, come consapevolezza-tutto o consapevolezza cosmica, continua a fluttuare in attesa di rimanifestarsi in altre forme? E allora io, questo io che sento me in me, posso essere stato, fra un oblio e l’altro, in altre forme, e lo sarò ancora, all’infinito? Un dualismo illusorio, proiettato in uno svolgimento continuo. Non ricordo chi sono stato, in chi sono stato, forse non rammento, se il tempo è anch’esso un’illusione creata per qualche motivo in questa dimensione, chi sarò. La dottrina dell’anamnesi, in Platone: forse qualche intuizione verosimile Platone l’aveva già avuta. Quel che sappiamo con maggiore certezza, probabilmente, è che esiste un processo, che questo richieda o no tempo e spazio, e che questo processo a noi pare interminabile (l’idea di male, demonio, inferno) e incomprensibile (l’idea di cacciata, di abbandono). In questo senso, nella concezione circolare intendo, posso pensare alla mia continuità consapevole dopo la morte fisica, giacché tutta la storia della conservazione dei geni e della replicazione organica non mi riguarda più di tanto. Ma sarà comunque una continuità consapevole, se lo sarà, della quale io, che sto pensando ora e qui, nulla potrò sapere?

Le api tornano al luogo fisico nel quale si trovava l’alveare se sposti quest’ultimo anche solo di pochi metri. Sono programmate per formarsi mappe territoriali con un orientamento indelebile, persistente: tornano al luogo fisico originario, non trovano l’alveare, si agglomerano sul terreno e finiscono per perire. Ma se di sera tardi, quando tutte le api sono nell’alveare, le addormenti con fumigazioni di nitrato di ammonio, le api perdono completamente in memoria le informazioni del precedente orientamento; puoi spostare l’alveare: il mattino seguente, alla prima uscita, rifaranno i voli rituali di orientamento come se fosse uno sciame collocato per la prima volta in un nuovo sito. Sono per così dire mnesticamente rinate e, pertanto, sentono l’impulso a riprogrammare il loro cervello con nuove mappe e schemi di orientamento spaziale. Forse qualcosa del genere succede a noi quando entriamo e quando usciamo da questa vita. Ricordiamo soltanto ciò che abbiamo potuto esperire e controllare fra questi due poli opposti dell’oblio: la durata della nostra vita. Per le api, comunque, che lo sappiano o no, importa soltanto portare nettare, polline, propoli all’alveare: questo è il primo scopo, il più immediato, per questo sono attratte da alcune sensazioni fra le quali spiccano, forse, il colore e la forma dei fiori; è lo scopo più legato agli impulsi immediati. Scopo ulteriore, ma meno consapevole, è la crescita e la moltiplicazione della colonia, vale a dire nutrizione, allevamento, difesa dai predatori; scopo ancora più lontano, la cui consapevolezza sfugge alle api, è il mantenimento di un ordinato ciclo ecologico che comporta impollinazione completa e accurata soprattutto. Non sappiamo se le api si interroghino su uno o su alcuni livelli di consapevolezza. Sappiamo che noi lo facciamo e che ci procuriamo enorme sofferenza nell’accorgerci che possiamo andare dovunque con le nostre domande, sempre finendo per vedersi allontanare da noi le risposte. “Patior ergo sum!”: forse è questo il punto; è una vera impresa nascere per un bambino, è macchinoso uscire dall’uovo per un piccolo di tartaruga, è difficile praticare un’apertura nel bozzolo per una farfalla; tutto esige sforzo, fatica, determinazione, sofferenza, anelito alla trasformazione.

Forse noi viviamo l’intera vita nello sforzo di rompere il bozzolo. Forse pochi ci riescono: trasformeranno il loro modo di conoscere. Altri resteranno nel bozzolo e rinsecchiranno: trasformeranno soltanto la propria materia organica.

L’immagine a lato, ostica veramente a interpretarsi, vorrebbe dare una parvenza di rappresentazione del concetto. La x centrale inscritta nel piccolo cerchio starebbe per l’Io che acquisisce consapevolezza grazie a una rete di esperienze nello spazio e nel tempo; un cervello costruito ora e qui manca di questa rete e, pertanto, di consapevolezza.

Riprendendo i termini dell’Intelligenza Artificiale, per certi versi non troviamo alcuna differenza fra i robot e noi. Entrambi ci comportiamo com’è nostro solito perché così siamo stati programmati. Il robot fa certe cose che non ci saremmo aspettati, ma tutte rientrano nel suo spazio di programmazione formale; il programmatore ha ideato tutto ciò; il fornitore della macchina utilizza le competenze programmate, ma sa anche che al di là di questo campo il robot non prenderà alcuna altra iniziativa: non esiste l’input nel sistema fisico di simboli in esso introdotto. Noi, per altro verso, se di programmazione vogliamo continuare a parlare, siamo stati programmati con un grado di libertà in più, quello che ci autorizza a trovare alternative inedite, a creare nuove possibilità, a frugare nell’immaginazione, a sforare i confini delle nostre potenzialità. Se, poi, c’è un limite a tutto ciò, non lo sappiamo, ma certo si tratterebbe di un limite al di qua del quale si è verificato un salto di qualità, di strutturazione e di funzionalità rispetto a quanto noi stessi siamo riusciti a programmare con l’I.A. I simboli elaborati da un calcolatore seguono esclusivamente un percorso sintattico, ma non anche semantico: quest’ultimo appartiene a noi, alle nostre intenzioni, alla nostra teoria della mente. Se vediamo nel calcolatore un ordine intelligente di sequenzialità formali, possiamo soltanto dire che è un ordine imposto dal programmatore e che soltanto quest’ultimo è detentore e depositario di intenzionalità. Il calcolatore può essere paragonato più a un treno che va dove lo portano i binari. La mente umana è più simile al vagare di un pipistrello che nel volo notturno aggiusta continuamente la propria direzione di rotta in relazione alla disposizione degli ostacoli fisici e all’interno di una gamma di possibilità a 360 gradi. Sostenere, come talvolta si sente dire, che la mente sta al cervello come il programma, nel calcolatore, sta allo hardware è fuorviante, per tre validi motivi: a) porre la dovuta distinzione fra il programma e la sua realizzazione conduce alla conseguenza che lo stesso programma potrebbe avere una quantità di realizzazioni bizzarre, prive di qualunque forma di intenzionalità; b) il programma è puramente formale, mentre gli stati intenzionali non lo sono: essi sono definiti nei termini del loro contenuto, non della loro forma; c) gli stati e gli eventi mentali sono letteralmente un prodotto del funzionamento del cervello, mentre il programma non è un prodotto del calcolatore. Il calcolatore simula: per fare questo ha bisogno di un ingresso e di un’uscita adeguati e, in mezzo, di un programma che trasformi il primo nella seconda. Ciò che il calcolatore fa si riduce piuttosto a una manipolazione di simboli formali: dopo che è stato programmato non si può neppure parlare di elaborazione delle informazioni; il calcolatore è limitato alla manipolazione di simboli formali, nel senso che accoglie le informazioni in entrata, le trasforma sino a emettere informazioni in uscita.

I robot e le macchine non sono dotati di DNA, non sono fatti di materiale biologico, non annoverano al loro interno processi biochimici specifici. Si potrebbe anche ipotizzare che l’intenzionalità stia nel DNA. Ma, poi, qual è l’origine del DNA? Mi spingo oltre: chi l’ha programmato e perché? Gli stati mentali, trascinando con sé e sviluppando intenzionalità e autocoscienza, aprono le porte all’infinito: l’immaginazione, il pensiero laterale, le ipotesi, le congetture. In quanto al DNA posso azzardare una definizione al limite del metafisico: un recettore-convertitore biologico di un flusso di energia universale a spirale che corrisponde al “significato” ultimo.

Pensare è molto più che manipolare simboli; è creare pensiero da pensiero, attingendo là dove pareva non esistere idea alcuna, in assenza di input specifici quantificabili. Tutto ritorna: l’elica del DNA che si avvolge su se stessa, le galassie a spirale, i buchi neri al centro delle galassie, la mente universale e l’individualità.

Intenzionalità. Anche il cervello è un calcolatore, ma la sua capacità causale di produrre intenzionalità nulla ha a che fare con il fatto dell’instaurare un programma per calcolatore con la conseguente e concomitante garanzia di avere stati mentali. Qualunque cosa sia ciò che il cervello fa per produrre intenzionalità, questa non può consistere nell’installazione di un programma, perché nessun programma è di per sé sufficiente a produrre intenzionalità.

In quanto all’esperienza soggettiva, essa è dilatabile, influenzata dalle emozioni, capace di mutare il punto di vista, è variamente valutabile a seconda dello stato intenzionale soggettivo e delle informazioni che vi sono state introdotte. Il punto di vista di un calcolatore non è autogestito, a meno che esista un programma via via perfezionato installato dall’esterno. Nell’esperienza soggettiva questo programma è costruito all’interno e applicato all’interno, ricorrendo a risorse esterne/interne. Un calcolatore non programmato non può essere considerato un sistema rappresentazionale. Siamo forse noi programmati per essere autoprogrammati? È questa la funzione del DNA? Acquisire una prima programmazione su un substrato biologico capace di veicolare, trasmettere e modificare i dati iniziali in omaggio perenne al binomio programmazione-progresso?

Qui giunto mi concedo una breve parentesi rilassante, per modo di dire, anche per scrollarmi di dosso il peso di tanti concetti astratti e di difficile metabolizzazione mentale. Propongo allora la Preghiera di uno scettico:

O Seigneur, s’il y a un Seigneur,
sauvez mon âme, si j’ai une âme”

                (Ernest Renan, prière d’un sceptique)

Propongo quindi, sulla scorta di Renan, la Preghiera di uno scettico nella mia interpretazione-traduzione-versione:

“O mio Dio, se c’è un Dio,
salva la mia anima, se ho un’anima.
O mio Dio, fa’ di esserci”

Immagine di copertina: Ernest Renan, tratta da Comitato Fiorentino per il Risorgimento.

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