“Insania”-“Amentia”: adversus “Humanitatem” – La stoltezza umana contro il senso di Umanità

Abbiamo mai pensato a soppesare il termine “intelligenza”? Se ne fa un uso spropositato nella corsa a raggiungere nuovi risultati di conoscenza scientifica e di applicazione tecnologica. Lo assumiamo come un dato di fatto, una cosa che ci è connaturale e di cui neppure ci vien da preoccuparci più di tanto. Eppure quella parola racchiude in sé significati così pregnanti e reconditi che pochi riescono a scoprire. Qualsiasi dizionario che prendiamo alla mano ci può coprire il capo di definizioni. Le più usuali recitano: facoltà di conoscere, di comprendere, di intendere, capacità di stabilire rapporti sia sul piano sensoriale sia su quello intellettuale-concettuale, capacità di adattarsi a situazioni nuove e insolite, di risolvere problemi con l’invenzione di mezzi adeguati allo scopo. Si potrebbe allungarne la collana, il campo di indagine si mostra molto vasto, ma fermiamoci qui.

C’è poi l’opposto di questo termine, che è la negazione di tutto quel che s’è appena detto e che appare come un andare “fuor di testa” in assoluto. L’umanità – i Latini la definivano anche con hominum genus – trascina con sé il suo “anti” come i protoni con gli antiprotoni, come la materia con l’antimateria e via di questo passo. Sta al singolo, sta alle comunità la scelta da accordare all’uno o all’altro di queste allocuzioni polari. Hominum genus, infatti, in molti casi si accompagna al suo contrario, alla sua negazione ossia, detto ancora alla latina, a insania, ad amentia che stanno a indicare una sorta di tarlo incistato per demolire le facoltà intellettuali sino anche a farle scomparire del tutto.

Che cosa c’entra questo guazzabuglio di parole con ciò che la penna mi porta a scrivere? Ecco il punto: il nostro Pianeta e le intelligenze che lo abitano. Parlo di intelligenze superiori, le nostre, quelle del genere umano. Perché di intelligenza, a vari gradi di funzionalità, di espressione e di consapevolezza si può parlare anche per altre forme viventi, nei primati in prim’ordine, ma mi voglio trattenere soltanto sulla nostra specifica intelligenza di esseri umani, quella che è strettamente collegata alla responsabilità dei comportamenti. Si dice che gli animali si comportano per istinto e che alla base dei loro atti volitivi altro non esista che un codice di leggi naturali, di norme ferree alle quali essi, senza neppure pensarci, sono strettamente vincolati. Le loro scelte sono quelle del momento, dell’ora e qui, del problema contingente che consente o meno di superare un ostacolo, delle conseguenze e degli stimoli immediati. Non vado al di là di questo; gli animali non prevedono, sebbene in certi frangenti siano capaci di orientarsi in rapidi calcoli che facilitino il raggiungimento dello scopo, ma poi non pianificano, non impostano strategie di movimento a lungo termine. E forse, proprio per questo, immagino che siano felici, almeno più felici di noi. Però, è anche da dirsi che felici, o almeno un po’, o almeno un poco di più, potremmo esserlo, ma da quanto ci è dato di appurare pare proprio che la felicità sia una chimera per noi, forse non la cogliamo per partito preso o per inerzia, e non la cerchiamo. Perché siamo ammalati, ghermiti dai tentacoli di un cancro famelico che ci consuma, più o meno lentamente, sino alla nostra estinzione. Siamo succubi di una paranoia perenne, vediamo nemici dappertutto e, dove non ci sono proprio, li andiamo a creare con fantasticherie più o meno illogiche, illusorie, per lo più assurde. Una ridda di nemici alberga in noi stessi: avidità, spinte maniacali, presunzione di onnipotenza, disprezzo per l’altrui esistenza, tutti ben radicati nel nostro cuore.

Da tale pregnanza di amentiae scaturiscono i conflitti, i disaccordi, le guerre, e qui cadiamo in un circolo vizioso allorché ci coglie la smania di attribuire un senso ai conflitti armati che, da quando l’uomo è uomo, hanno infiammato secoli di storia e portato nulla più che distruzione e dolore. Le guerre: contro un nemico dichiarato, presunto o immaginato, da eliminare irrimediabilmente. L’insania, la demenza politica dell’homo sapiens sapiens sono e sono state, in definitiva, la causa maggiore di tutti i mali precipitati sulle spalle di milioni di creature innocenti e pacifiche. Perché? Soltanto perché si è lasciata via libera al manifestarsi e all’accrescersi a ritmo esponenziale della follia di una persona, avallata, giustificata, sostenuta e glorificata da una cerchia ristretta di conniventi i quali, dal persistere e dal calcificarsi di quella follia, avrebbero tratto enormi vantaggi personali. La dinamica perversa è subito circoscrivibile: il numero uno sa aggredire a parole, sa galvanizzare gestualmente la folla, o almeno è quello che siamo indotti a credere. Il modo di disfarsene, se dà fastidio alla collettività, è quello di metterlo a tacere, con le bune maniere certamente, di sottoporlo a cure psichiatriche se si pone il caso e di tenerlo lontano dalle piazze dove era solito declamare in sproloqui dal timbro roboante.

Proprio così? Ma no, esiste un modo migliore per mettere a profitto l’occasione. È ciò che pensa un manipolo di delinquenti in cerca di spazio alle ambizioni personali: lo assecondiamo, urliamo con lui, ne facciamo un mito agli occhi della folla. E, allora, cerimonie altisonanti, fasti, tutta un’organizzazione di propaganda battente, sostenuta da apparenze vistose nell’arte di erigere strutture sfarzose e monumentali, e il gioco è fatto. Là dove non si riesce a convincere c’è sempre modo di ricorrere alla forza, alla violenza, alla coercizione più cieca. E la folla esulta, almeno quella parte che è stata abbindolata e costretta a stare al gioco. Le si dipinge dinanzi agli occhi la figura minacciosa di un nemico da distruggere con ogni mezzo e la si getta a marcire nelle trincee e a spegnersi negli attacchi della morte.

Chissà quanti, forse pochissimi fra noi, avranno immaginato il risorgere di una guerra nel nostro tempo. Eppure oggi c’è, con un’apparizione funesta avveratasi il 24 febbraio 2022 e c’è portata da una nazione i cui sudditi poco più di cent’anni fa morivano di fame, mentre ora hanno capito quale sia l’andazzo delle cose e vi si sono uniformati in men che non si dica. Siamo al solito punto delle fosche contraddizioni: ricchezze buttate da una parte e dall’altra. Mentre la guerra di invasione in Ucraina costa alla Russia una montagna di rubli, alcuni dei sudditi fedeli se la spassano sguazzando nel denaro. Ne fanno fede casi eclatanti scoperti proprio in casa nostra. Il 6 marzo, in piena crisi di guerra, si teme per le forniture di gas russo, ma ci rassicurano che ogni giorno, attraverso l’Ucraina, ne arrivano qui da noi 109 milioni e mezzo di metri cubi, e personalità potenti in questo settore dei rifornimenti vivono gli ozi di Capua in terra italiana. Sappiamo che la Guardia di Finanza ha “congelato” nel porto di Sanremo un maxi-yacht della lunghezza di 52 metri e del valore di 50 milioni di dollari. È proprietà del magnate russo dell’energia Ghennady Timchenko, amico di Putin, proprietario di Volga Group e socio di Novatek. Congelata pure una villa, proseguono le fonti di informazione del 6 marzo, in Costa Smeralda, del magnate russo-uzbeko del gas Alisher Usmanov. Congelati, ancora, immobili al magnate Soloviev: immobili di lusso per circa 8 milioni. Stessa sorte nel porto di Imperia per un’altra imbarcazione di Alexei Mordashov, del valore di 65 milioni di dollari. Un altro grande del Paese comunista per antonomasia emerge da un provvedimento di congelamento emanato dalla Guardia di Finanza nell’ambito delle misure assunte nei confronti dei magnati russi iscritti nella lista nera dell’Unione Europea. Si tratta questa volta dell’oligarca russo Andrey Igorevich Melichenko possessore dell’imbarcazione “Sy A” del valore di circa 530 milioni di Euro, considerata come lo yacht a vela più grande del mondo, con i suoi 142 metri di lunghezza e con un’altezza pari a quella di uno stabile di otto piani, annessa piattaforma per l’atterraggio di elicotteri. C’è chi gode perché la propria Nazione è diventata ultraricca e c’è chi muore sotto le bombe che la ricchezza ha consentito di produrre. Se questo è un mondo! Se questa è intelligenza!

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