Una lettera di alcuni anni fa, mai spedita

Caro Papa Francesco,

Sono pienamente in linea con la tua esortazione “Parlate chiaro!”. Amo seguire questo consiglio, ma non sempre le circostanze del momento mi consentono di portare a termine ciò che voglio dire e che vorrei realizzare. Persino Lui, che diffondeva un messaggio ricco di trascendenza e di virtù, fu messo a tacere con tre chiodi infamanti conficcati nelle membra. Che potremo fare noi, miseri, pur volendo batterci contro la morale imperante del secolo, che premia i violenti, i farabutti, i ladri, i traditori della fiducia e della natura umana? Guardiamoci solo attorno: guerre incessanti che portano stragi e sofferenze atroci fra bambini e inermi senza colpa, profittatori dal linguaggio diabolico che si avventano con protervia sui deboli, sui bambini ancora, per soddisfare le proprie sporche individuali brame libidinose, la propria sete di violenza e di supremazia a ogni costo. 

L’impotenza, poi, delle famiglie e delle istituzioni educative nel delicato compito di formare carattere e personalità nelle giovani generazioni. Sì, perché la Scuola, in primis, è chiamata, fra gli altri compiti, a dare impulso negli alunni alla crescita di una sana coscienza morale, civile e civica. Come si fa, quando poi i ragazzi, tornati fra le mura domestiche, accendono la tivù e ti vedono scene da sarabanda selvaggia come quelle scoppiate nell’Aula del Senato non solo occasionalmente? Come si fa, quando si viene a sapere di trascorsi di fatta delinquenziale in persone portate ad alti livelli di responsabilità in contesto civile e politico, lasciate dipoi libere di ciarlare nei limiti che un’ipocrisia mal dissimulata pone al senso comune di tollerabilità? 

Oggi, che i nostri lidi fioriti vengono sempre più facilmente sconvolti da devastanti “bombe d’acqua”, quanto mai salutare sarebbe, qua e là, una caduta a pioggia di “bombe di onestà e di altruismo disinteressato”. Abbiamo fame, abbiamo sete, tutti, di onestà e di giustizia.

Ti vorrei citare Arthur Schopenhauer, pur sapendo di non trovarti in tutto e per tutto sulla stessa lunghezza d’onda del suo pensiero filosofico. È, Schopenhauer, un pessimista incorreggibile, ma la sua convinzione che il mondo in cui viviamo sia il regno dell’errore, follia e malvagità, egoismo e ingiustizia, fa non poca presa sul mio personale retaggio culturale. Pure per il filosofo tedesco è pressante il concetto educativo più allargato che discende dalle tue parole “Parlare chiaro”. E allo stesso modo è puntuale la preoccupazione per ciò che l’educazione, a questo riguardo, riesce, con i propri mezzi, a compiere: “Nell’educazione si crede di promuovere la morale degli alunni presentando loro la rettitudine e la virtù come fossero generalmente osservate nel mondo; quando poi l’esperienza, spesso con grave danno, insegna loro che non è così, la scoperta che i maestri della loro gioventù furono i primi a ingannarli può esercitare influssi più dannosi sulla loro propria moralità che se i maestri avessero dato loro un primo esempio di sincerità e onestà e avessero detto chiaramente – Il mondo è a mal partito, gli uomini non sono come dovrebbero, ma non lasciarti sviare e sii tu migliore -”.

Già, è un bel dire, parlare chiaro, l’equivalente del disilludere chi ci segue imbarcandosi su un naviglio di carta sballottato fra i marosi di un mare in burrasca. E la burrasca è questa, per limitarci soltanto al nostro Bel Paese. L’anno scorso si sono contati 5.100 casi di bambini, di cui la maggioranza femmine, vittime di reati. Negli ultimi dieci anni i casi sono aumentati del 56%: maltrattamenti in famiglia (+87%), abbandoni (+94%), abusi sessuali (+42%, l’82% per le bambine). Al 411% arriva il numero delle vittime di minore età sfruttate nella pornografia, nel novero delle quali le bambine raggiungono la triste percentuale dell’80%. 

Non è forse questo un mondo di pazzi? Così mi esprimo al pensiero che proprio il 10 ottobre 2014, rammento, ricorse la Giornata della salute mentale. La morale per l’infanzia e la gioventù, questo è il problema più urgente da affrontare, ma si pensa, oggi, a tutt’altro.

Parlare chiaro, sì, ma questo vuol dire scuotere la tovaglia, liberarla dalle sozzure e rivoltarla. Con quali mani?

Caro Papa Francesco, non solo questo: in tema di parlare chiaro soprattutto, mi spieghi come la pensi tu sulle disuguaglianze sociali? Hai parlato di una Chiesa povera, ma…

Una Chiesa povera…

Si ha notizia di un libro attribuito alla penna del cardinale Gerhard Mueller, il cui titolo suonerebbe “Povera per i poveri. La missione della Chiesa”, al quale fa riferimento Papa Francesco nel sostenere che il denaro, strumento buono qualora sia finalizzato a incrementare le possibilità dell’uomo, diventa fattore di iniquità se asservito alla produzione di tesori per la personale bramosia di ricchezza. Il nucleo delle considerazioni è, ancora una volta, il “bene comune”. Ma il nostro mondo è costruito su tutt’altra logica. La stessa Chiesa, denominata “povera”, poggia i piedi ben saldi su un impero economico da favola e affonda le mani in ricchezze dal valore incalcolabile.

Nonostante tutti i miei sforzi non mi riesce di sciogliere i nodi di cotanta contraddizione. La Chiesa, erede di un Gesù che per una volta sola nella propria vita salì in groppa a un somarello (“Non temere, figlia di Sion: ecco viene il tuo re, seduto sopra un puledro di asina” – Giovanni, XII, 15), come potrebbe mai sussistere se fosse privata dei suoi tesori mondani, dei suoi Istituti, delle sue Multinazionali, delle sue Banche, delle sue molteplici vie di introito, delle sue agevolazioni fiscali, dei lasciti faraonici di molti che con le somme elargite sono convinti di accaparrarsi indulgenze plenarie intervenienti, la salvezza e un posto di felicità nell’aldilà? Come potrebbe sussistere se il suo attributo “povera” cessasse di ridursi a un mero termine lessicale, si trasformasse dunque in specchio di realtà e di verità?

Non sto pensando che i vertici del Vaticano, in ossequio e fedeltà alle sollecitazioni evangeliche (Dài tutto quello che hai ai poveri e seguimi), debbano risolversi a vendere la Cappella Sistina o la statua del Mosè per darne il ricavato ai poveri. No, si tratta di altro.

Vorrei che Papa Francesco rendesse pubblici i bilanci delle ricchezze vaticane che sono l’elemento vitale garante di continuità per la Chiesa cattolica, vorrei poter conoscere nei particolari l’entità e il senso delle entrate e delle spese di quei bilanci e poter accostare tali cifre al vero volto di un mondo di sofferenza percorso da una moltitudine impressionante di affamati e di moribondi. La Chiesa, perfetta unione di uomini di Dio, perfetta restò fin tanto che le parole del Messia furono messe in pratica, fin tanto che le ricchezze si era soliti distribuirle tra i fratelli secondo le loro necessità, quando ancora gli innamorati della Parola di Gesù erano convinti di quanto Egli affermò con le sacrosante e terribili enunciazioni: “Il mio regno non è di questo mondo!”. Parole di cui oggi s’è fatta una parafrasi semantica, irriconoscibili nella loro fisionomia prescrittiva alla luce grigia del nostro mondo scaduto ormai a immagine del “godi subito e più che puoi, prendi e non guardarti attorno, esisti solo tu e sempre così sarà”.

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