Grande Guerra. Le occasioni perse. Parte 2 di 2

Nell’insieme non si può dire che il nostro Esercito fosse ben comandato, tanto meno ai sensi di una organizzazione unitaria. Numerose furono le circostanze in cui l’incapacità dei responsabili vanificò l’eroismo dei Combattenti e provocò fra le schiere attaccanti perdite altissime. Prendiamo in esame le situazioni di incertezza, di ritardo nell’assumere decisioni.

Come rende noto A. Freiherr von Lempruch (Ortles. La guerra tra i ghiacciai e le stelle, Itinera Progetti, Bassano 2005), un ritardo determinante si verificò per la presa del Monte Pasquale (m 3557), importante punto di osservazione in direzione di Forno e della Val Furva. Nel resoconto si legge che “Gli italiani una volta di più come spesso accaduto in precedenza, erano arrivati troppo tardi”. Così sul fronte della 4a Armata, come asseriscono L. Viazzi e A. Adreoletti (Con gli Alpini sulla Marmolada 1915-1917, Mursia, Milano 1977), “l’indecisione dei nostri comandi e la lentezza con la quale le truppe giunsero ai confini bloccarono ogni nostra iniziativa sul fronte della 4a Armata”. Fu lo stesso generale Krafft von Dellmensingen a dichiarare: “Se gli italiani, sfruttando il loro vantaggio, avessero marciato allo scoppio delle ostilità di sorpresa e contemporaneamente sul Tirolo, essi avrebbero potuto occupare senza difficoltà tutta la regione fino al Brennero”.

Tanto per estrapolare sul filo cronologico, mi viene da sottolineare: Non è forse quel che avrebbe fatto Garibaldi nel 1866 se non fosse stato brutalmente fermato nella sua apoteosi di vittoria per la liberazione del Trentino? Ancora sulla 4a Armata: Robert Striffler (Guerra di mine nelle Dolomiti, Ed. Panorama, Trento 1994) ricorda che “Gli ambiziosi piani del Comando italiano si infransero sulla linea di resistenza del Tirolo principalmente a causa del modo di procedere troppo titubante e metodico della 4a Armata. Oggi si dà generalmente per scontato che un assalto risoluto avrebbe sfondato le deboli difese austriache, se fosse stato portato immediatamente dopo la dichiarazione di guerra”.

Ancora il 4 e il 5 giugno 1915 il gen. Nava stava studiando come rafforzare le proprie posizioni, non come forza d’urto, ma creando le condizioni per opporre una barriera difensiva a un probabile atto di forza degli avversari contro le nostre linee. Fritz Weber (Guerra sulle Alpi 1915-1917, Mursia Ed. Milano 2016) definisce con il termine “enigma” il temporeggiamento e le fatali perdite di tempo imputabili al gen. Nava nel dare corso tardivo all’ordine del gen. Cadorna che prevedeva un subitaneo attacco in direzione di Toblach (Dobbiaco) appena scoccata l’ora della conflittualità. Cadorna aveva ordinato con indiscutibile chiarezza di termini l’occupazione di tutti i punti tra l’Ortles e l’Adriatico che si fossero dimostrati privi o carenti di difese. Ma il primo giorno di guerra trascorse liscio e quieto, senza l’avverarsi di minacce per i più promettenti punti di sfondamento del fronte dolomitico.

Furono necessari 43 giorni – afferma Lorenzo Del Boca (Maledetta Guerra, Piemme Ed., Milano 2015) – anziché i 22 previsti per schierare i primi reparti alla frontiera. Sul territorio di competenza della Zona Carnia (XII corpo d’Armata), al comando del gen. Clemente Lequio, la strada per avanzare era interdetta dalla potenza dei forti di Malborghetto e del Predil. Per passare oltre sarebbe stato necessario un bombardamento ben assestato, ma non si ebbe modo di recuperare un solo pezzo di artiglieria sino a tutto il 12 giugno 1915 quando ormai erano svanite le condizioni adatte per sfruttare l’effetto sorpresa. Come dirò fra poco a proposito dei ritardi da addebitarsi al gen. di Robilant, così si verificò nel caso del gen. Pietro Frugoni il quale, dopo aver occupato la piana di Caporetto, cancellò dai suoi propositi ogni determinazione di proseguire sul terreno della conquista. Così pure nel caso del col. Pirozzi della 1a divisione Cavalleria che, come testimonia Del Boca, aveva ricevuto l’ordine di recarsi sul basso Isonzo per presidiare i ponti di Pieris. Anche per lui il tempo scorse invano, sino al momento in cui i ponti di Pieris non c’erano più perché fatti brillare. 

Luciano Viazzi (Le Aquile delle Tofane, Mursia, Milano 1974) sottolinea l’incongruenza del comportamento esibito dal gen. Nava al comando della 4a Armata, il quale “non si mosse per niente, mentre sarebbe stato opportuno e abbastanza facile tentare lo sfondamento delle non ancora ben assestate difese austriache. Non ritenne neanche di far occupare posizioni quasi sguarnite che avrebbero poi facilitato la nostra ulteriore avanzata contro gli sbarramenti fortificati”.

Ancora Luciano Viazzi ricorda l’ordine emanato da Cadorna il 27 ottobre 1917 e consegnato a Nicolis di Robilant perché nel medesimo giorno procedesse a ritirare la 4a Armata schierata sulla linea di resistenza a oltranza nella previsione di un imminente ripiegamento. Fu un ordine preso davvero poco sul serio, tanto che Cadorna, trascorsi due giorni, fu costretto a richiamare il di Robilant presso il Comando dello SME in Treviso e a disporre che la 4a Armata si portasse in zona Piave-Grappa nei pressi di Vidor. Trascorsero altri due giorni, ma di Robilant era ancora restio ad abbandonare le posizioni acquisite sul Cadore. La ritirata della 4a Armata, come ara stato disposto da Cadorna, si verificò soltanto il 2 di novembre ossia con sei giorni di ritardo, con la facile conseguenza che truppe austriache e tedesche trovarono tutto il tempo e tutta la possibilità di muovere verso la Valle del Vajont e di coronare la propria avanzata con la cattura di migliaia di prigionieri italiani e di numerosi armamenti. Tutto questo si sarebbe potuto evitare se soltanto il gen. di Robilant avesse ottemperato tempestivamente, come era suo dovere, agli ordini del Comando Supremo.

Una osservazione simile a quella testé riportata la troviamo in Enrico Camanni (Il fuoco e il gelo, Ed. Laterza, Roma 2014), dove l’autore apre la scena che vede i nostri che “vanno alla guerra convinti di cogliere lo straniero di sorpresa e scacciarlo rapidamente oltre confine”. Ma non avevano fatto i conti con il tempo perso e con l’aver sottovalutato le potenzialità difensive-offensive dell’avversario. Sarà anche qui lo stesso comandante dei Deutsches Alpenkorps a constatare quanto sarebbe stato facile e remunerativo per gli Italiani portarsi avanti con decisione subito dopo la dichiarazione di guerra. Sarebbero riusciti a impadronirsi di ogni area contesa. Era ciò che gli stessi Austro-tedeschi temevano e di cui attendevano il verificarsi, ma poi furono essi stessi a rimanere oltremodo stupiti “nel veder passare due e più settimane senza che si muovessero”. Enrico Camanni cita un’osservazione avanzata da Glaise Horstenau e che menziona il nostro Esercito il quale, se fosse riuscito nei suoi tentativi di penetrazione, “non solo l’Isonzo e Trieste sarebbero stati perduti, ma tutto il sistema difensivo degli Imperi Centrali sarebbe stato squarciato in un punto dei più pericolosi”. Poi fa intervenire il gen. Caviglia con questa sua valutazione della situazione nella giornata del 23 agosto 1917: “si presentò in quel giorno la possibilità di far cadere Tolmino da una parte, l’anfiteatro goriziano, il Carso e Trieste dall’altra ma “La lezione che noi non abbiamo dato il 23 agosto agli austriaci, la dette a noi il 24 ottobre di quell’anno la 14a Armata austro-tedesca”.

Josef Aichinger (Le Alpi Giulie e Carniche durante la Grande Guerra, Ed. Saisera, Udine 2004) sottolinea il modo precipitoso dimostrato dagli Italiani nella volontà irrefrenabile di raggiungere gli obiettivi prefissati per la conquista di Trento e Trieste. Ma non si accorsero di stare perdendo l’occasione opportuna che avrebbe messo nelle loro mani la Carinzia con la presa di Villach al di là del confine. Questa impresa avrebbe segnato una conquista di notevole importanza strategica in quanto con Villach sarebbe stato a nostra disposizione il più importante nodo ferroviario delle Alpi Meridionali, dal quale sarebbe stato possibile creare una decisiva interruzione al collegamento Maribor-Fortezza, con danno sostanziale per i rifornimenti austriaci alle prime linee di confine. Successe dunque che lasciammo congrua disponibilità di tempo agli Austriaci perché riuscissero a potenziare e a fortificare la linea di confine che per i nostri attaccanti sarebbe diventata una roccaforte pressoché impenetrabile e generatrice di immani sacrifici ai danni delle nostre truppe nel tardivo e vano tentativo di mettere piede nella Carinzia.

Ancora Fritz Weber, riferendosi alla regione del Tirolo, ne sottolinea l’aspetto di minaccia per l’integrità territoriale italiana poiché la linea di confine si protendeva con un saliente spinto sino alle sponde settentrionali del Lago di Garda, in prossimità della Val di Ledro. Sarebbe stato essenziale, per l’Esercito italiano, smontare quella possibile minaccia gettandosi con tutte le proprie forze contro le difese austriache del Tirolo Meridionale. Un solo attacco portato avanti con decisione nella primavera del 1915 sarebbe bastato per consegnare nelle mani degli Italiani quella parte di territorio. Avvenne tutto il contrario e i nostri Combattenti furono costretti ad affrontare undici Battaglie dell’Isonzo, a battersi con sacrifici incalcolabili nelle lotte di trincea e di corpo a corpo, a perdere un numero spropositato di compagni sotto le raffiche delle mitragliatrici austriache e sotto i colpi delle loro bocche da fuoco.

Come conclusione di una Campagna di guerra erroneamente condotta restò a Cadorna il timore profondo di un’irruzione nemica proprio dal Tirolo, come infatti si verificò l’anno successivo alla dichiarazione di guerra con la Battaglia degli Altipiani sferrata dal gen. Conrad a metà maggio del 1916. Weber cita ancora il terribile confronto armato sul Col di Lana attaccato sanguinosamente dagli Italiani senza successo nei mesi di luglio-agosto 1915 e, con brillamento di mina, il 17 aprile 1916. Il possesso del Col di Lana rappresentava un indiscusso vantaggio per il dominio che avrebbe assicurato sul traffico sviluppato tra il Pordoi e il Falzarego. Anche qui gli Austriaci potevano stare piuttosto tranquilli dopo che, trascorsa un’intera settimana senza aver avvistato l’avanzare di truppe italiane, ebbero a constatare che era scaduto il tempo, per le nostre formazioni, di conseguire un successo immediato e che una conquista quasi a portata di mano due o tre settimane prima si era trasformata in un’impresa dai mille risvolti pericolosi, che richiese l’affinamento di strategie d’attacco costate molto sangue e molti sacrifici. Conclude Fritz Weber: “Il metodo tattico del conte Cadorna e il comportamento temporeggiatore dei suoi generali privarono le armi italiane di tutti i vantaggi di cui avrebbero potuto fruire per la loro superiorità numerica e di materiali”.

Dove le cose non andavano per il verso giusto.

Alle deficienze degli Alti Comandi, alle indecisioni, alla mancanza di coordinamento fra le parti si aggiungeva, nella sua forma obsoleta di combattimento, la tattica dello sfondamento frontale che fu all’origine di una valanga di morti inutili e assurde. Da Robert Striffler (Guerra di mine. Monte Cimone, Ed. Panorama, Trento 2002) ricavò dati che potrebbero risultare poco poco gonfiati, proprio perché filtrati dalla valutazione dell’avversario. Si parla, nel corso della Campagna di Primavera sull’Altipiano di Asiago, del battaglione Alpini Vicenza, un battaglione di sfondamento nei pressi di Folgarìa, che era partito all’attacco con i suoi circa mille uomini, dei quali fecero ritorno non più di 150-200. In altre condizioni non si riuscì a evitare la morte dei nostri soldati per asfissia prodotta da gas letali. Successe, ad esempio, sul Monte San Michele il 28 giugno 1916 quando quattro brigate della nostra Fanteria furono attaccate con i gas e abbandonarono inermi sulle erte scoscese quasi 6.450 uomini. Il generale Emilio Faldella fornisce altre informazioni su questo doloroso evento: all’alba del 29 giugno sul San Michele morirono circa tremila uomini in seguito all’attacco delle forze austriache con gas asfissianti “per l’insufficienza delle maschere e per la sorpresa che ne impedì l’uso.

Spostiamoci sull’Isonzo e proviamo a seguire le stime riguardanti le perdite subite dal nostro Esercito, tenendo a esempio le informazioni suggerite da un altro storico della parte nemica, John R. Schindler (Isonzo, LRG, Gorizia 2002). Siamo nella fase di Caporetto, esplosa il 24 ottobre 1917. Alla fine di novembre, dichiara Schindler, ossia dopo un mese di lotta disperata delle nostre truppe in ripiegamento, l’Esercito italiano aveva perso qualcosa come 800 mila soldati tra morti, feriti e prigionieri. Alla fine della guerra, dalle cifre riportate sul libro di Schindler, considerata una forza di 5 milioni e mezzo di Combattenti italiani, i 2/3 di loro furono messi fuori combattimento per morte sul campo, per ferite, per lesioni assai gravi o per essere stati fatti prigionieri. Le perdite per la sola 3a Armata italiana furono di circa 1.269.000 soldati, fra i quali oltre 140 mila trovarono la morte in battaglia. Fra gli Alpini si contarono 166.881 perdite, metà per morte. L’Isonzo concorse a mietere un numero smisurato di vittime, qualcosa che per l’Esercito italiano si avvicinava alla cifra di un milione e 100 mila soldati, soprattutto nel corso dell’11a battaglia che si portò via il 95% di quegli sventurati, appartenenti per la maggior parte alla Fanteria.

Ci fu persino chi si interessò a tristi rilevazioni statistiche (La Grande Guerra a cura di Marco Ruzzi, Ed. Primalpe) che diedero per scontata una lugubre serie di cifre: una media giornaliera di perdite pari a 1.220 soldati nel 1915, a 1.670 nel 1916 e a 2.155 nel 1917. Il grande Conflitto mondiale si concludeva, nel 1918, annoverando la presenza di 220 mila invalidi, un milione all’incirca di feriti, 345 mila orfani per la maggior parte figli di contadini. La sola provincia di Cuneo – la cito per un doveroso senso di appartenenza – perse nel corso di tutta la guerra 12.250 ragazzi che, relativamente alla popolazione stabile, rappresentarono circa 19 morti su mille residenti, oltre a tremila mutilati e a 1.682 orfani. Nella battaglia di Vittorio Veneto, per finire, perdemmo circa 36.500 uomini.

L’Isonzo ci tramanda cifre raccapriccianti nell’andare a enumerare i Caduti italiani lungo le sue sponde. Nel 1915 si combatterono le prime quattro battaglie che, nella durata di sei mesi, procurarono al nostro Esercito perdite di 246.400 uomini, dei quali 66.000 morti (da Emilio Faldella, la Grande Guerra. Le battaglie dell’Isonzo, Nordpress Ed., Chiari, Brescia 2004).

Il 1916 assistette alla deflagrazione di altre cinque battaglie, dalla quinta alla nona nel periodo marzo-novembre. Nella quinta battaglia dell’Isonzo contammo le perdite di 253 ufficiali e di 5.121uomini di truppa (Faldella, cit.), senza che siano comprese in questo computo le vittime degli scontri in azioni offensive lanciate dai nostri avversari, vedi gli attacchi al Rombon, al Mrzli, al Vodhil e altri ancora, e le vittime per lo scoppio di mine. Su questo settore offensivo giunge a proposito un commento assai realistico rilasciato dal generale Faldella: “Consideriamo pure un inutile dispendio di vite l’offensiva che, durante la settima battaglia dell’Isonzo, fu effettuata dal IV corpo d’Armata nel settore del Rombon (conca di Plezzo) e sul Vrsic (Monte Nero), che non ottenne risultati e costò perdite relativamente gravi”. Si persero, in quell’occasione, 1.620 uomini, di cui 278 morti.

Di questo periodo si ricorda la Strafexpedition durante la quale, a partire dal 15 maggio 1916 fino al 18 giugno perdemmo 76.122 uomini di cui 6.187 morti (Faldella). La controffensiva italiana che si sviluppò protraendosi fino al 24 luglio ottenne pochi risultati, ma lasciò ancora sul campo di battaglia un numero di vittime quasi simile a quello testé riportato per il primo mese di lotta sugli Altipiani. La battaglia vittoriosa per la conquista di Gorizia, seguita alla liberazione degli Altipiani di Asiago dall’irruzione escogitata e attuata dal generale austriaco Conrad, terminò il 16 agosto 1916, ma si contarono perdite per 51.221 combattenti dell’Esercito italiano (Faldella). Le successive battaglie dell’Isonzo, dalla settima alla nona, causarono fra le nostre truppe perdite complessive di 77.312 uomini, di cui 9.936 morti (Faldella). A un certo punto i nostri Combattenti si trovarono nelle condizioni di non poter più affrontare il nemico: erano finite le munizioni e si dovette decidere per la sospensione della sesta, della settima e dell’ottava battaglia e lasciar scorrere alcune settimane senza ricorrere alle armi. Fu una fortuna per i nostri avversari che ebbero tutto il tempo di organizzarsi e di rafforzarsi riducendo pertanto a zero i risultati ottenuti in precedenza dalle nostre truppe. Dice ancora, a questo proposito, il generale Faldella: “Il difetto maggiore dell’esercito italiano fu sempre la deficienza di addestramento a tutti i livelli della gerarchia… e per questo grave difetto pagammo cospicui tributi di sangue”. Lo stavano a dimostrare, in quel lasso di tempo, gli insuccessi conseguiti dal nostro Esercito sul Pasubio dove, in seguito a due attacchi sferrati dai nostri fra i mesi di settembre e ottobre 1916, subimmo la perdita di altri 5.505 uomini, dei quali 747 morti (Faldella). E ne fu esempio eloquente l’operazione offensiva lanciata sulle Alpi di Fassa dove, ancora, non era sufficiente la dotazione di artiglieria e di munizioni e dove perdemmo circa diecimila uomini. Una valutazione perentoria del generale Faldella: “Causa prima dell’insuccesso fu l’insufficienza delle artiglierie e soprattutto delle munizioni, per la generale penuria che costringeva a economizzare bocche da fuoco e granate a profitto delle riserve da costituire per le grandi offensive”. Il generale Faldella valutò che gli insuccessi fossero sovente dovuti a “difettosa organizzazione, scarsi risultati del fuoco dell’artiglieria, reticolati intatti, ritardata uscita dalle trincee della fanteria, ordini giunti in ritardo”.

L’anno 1917 comprese tre battaglie, per la precisione due di carattere offensivo e l’ultima, la dodicesima, nel senso di una vera e propria disfatta di fronte all’impeto della 14a Armata austro-tedesca. Il 12 maggio 1917 si diede inizio alla decima battaglia dell’Isonzo, con la messa in azione dell’artiglieria e il 14 si spinsero avanti le fanterie. La battaglia divampò feroce dal 14 al 31 maggio lasciando sul campo 111.873 vittime, fra le quali 13.524 morti. Il successivo 4 giugno, in seguito all’attacco degli Austriaci, mosso dall’Hermada, dovemmo prendere atto di altre perdite che raggiunsero il culmine di 21.884 uomini, dei quali 1.400 morti (Faldella). Si contarono poi le perdite subite il 10 giugno 1917, in seguito al fallimento dell’offensiva lanciata dagli Italiani: per i soli corpi d’Armata XX, XXII e XXVI furono di 6.752 soldati fuori combattimento, di cui 652 morti; ma, per errori pesanti di comando che costrinsero i Combattenti a stare esposti al fuoco nemico, in condizioni difficilissime a sopportarsi, la cifra sopra riportata salì a un totale di 23.736 perdite, di cui 3.067 morti (Faldella).

Era stato l’esito dell’attacco lanciato dalle truppe italiane per la conquista dell’Ortigara, mentre un ennesimo errore di comando, questa volta imputato al generale Como Dagna, relativo all’ordine emanato per un contrattacco generale, costò altre perdite il 25 giugno per la 52a divisione che perse 5.969 uomini, di cui 491 morti. Già nel 1916 lo stesso capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Luigi Cadorna, era incorso in un errore dai risvolti drammatici, e ripeté questo comportamento nel 1917: ovvero non seppe o non volle controllare in modo sistematico i comandanti d’Armata, perché credeva di potersi fidare di loro in modo assoluto; tanto che, come sostiene il generale Faldella, alla base delle “cause militari” della disfatta di Caporetto a partire dal 24 ottobre 1917 si pose la mancata esecuzione degli ordini emanati dal generale Cadorna.

E arriviamo all’undicesima battaglia che iniziò il 17 agosto 1917 con un terribile fuoco di preparazione sviluppato dall’artiglieria italiana, seguito due giorni appresso dall’attacco delle fanterie. Punto centrale dell’undicesima battaglia fu la conquista della Bainsizza, un’impresa supportata da un immane impiego di risorse, costata altre dolorose perdite che il generale Faldella valuta approssimativamente in oltre 143 mila uomini, da quanto si poté ricavare dai dati offerti dalla Relazione Ufficiale di fine guerra. Ma non è tutto, perché altri sacrifici di vite umane venivano nel contempo imposti dalla lotta armata sul Veliki, sul San Gabriele, sul San Marco. Ancora, nel corso dell’undicesima battaglia, si parlò di gravissimi errori commessi dai Comandi, non ultimo quello relativo “all’organizzazione e alla scelta delle truppe da impiegare” (Faldella).

A concludere la poco incoraggiante rassegna delle offensive italiane sopravviene la dodicesima battaglia che di offensivo proprio nulla poté vantare, essendosi da subito rivelata un disastro per le forze italiane in linea. Volendo riprendere il filo del discorso portato avanti sulle disubbidienze agli ordini del Comando Supremo italiano è da ricordare, in primo piano, la responsabilità affidata al XXVII corpo d’Armata, al comando del generale Badoglio, nel presidiare la linea “Plezia-Foni-Isonzo”, una responsabilità invero non onorata dal comandante del reparto. In più il XXVII corpo aveva ricevuto l’ordine dal generale Cadorna, il 10 ottobre 1917 ossia due settimane prima che si verificasse lo sfondamento di Caporetto, di schierare la maggioranza delle forze a destra dell’Isonzo ma, mentre tre divisioni occupavano una linea di 8 chilometri sulla sinistra dell’Isonzo, sulla destra, a presidiare un fronte di circa 13 chilometri, stava una sola divisione, la 19a, quella del generale Villani che andrà incontro al suicidio per la disperazione sopravvenuta al disastro subito dal suo reparto. Commenta ancora il generale Faldella: “Un’altra fatale trasgressione agli ordini superiori si rileva nello schieramento e nell’impiego dell’artiglierie… Dall’ordine del generale Cadorna di orientare lo schieramento d’artiglieria alla difensiva erano trascorsi ben quindici giorni e non si era fatto nulla!”. Il fatto gravissimo dell’inizio apocalittico della dodicesima battaglia la dice lunga su come veniva gestito l’andamento della guerra.

Siamo sempre al 24 ottobre 1917. Cadorna aveva ordinato con indiscutibile chiarezza che “Le più probabili zone di partenza delle truppe nemiche”, già note ai comandanti di corpo d’Armata italiani, fossero “battute violentemente fin dall’inizio del bombardamento nemico per soffocare fin dall’inizio della sua preparazione lo scatto delle fanterie avversarie, schiacciandole nelle loro stesse trincee di partenza prima ancora che il loro attacco riesca ad essere sferrato”. Erano ordini che non avrebbero lasciato dubbi di interpretazione, eppure l’artiglieria del XXVII corpo d’Armata al momento opportuno rimase inerte. Quando giunsero sui posti abbandonati gli Austro-Tedeschi, trovarono i cannoni con le bocche da fuoco fredde e montagne di proietti non sparati, che fu pure un ghiotto bottino rivolto a nostro danno.

Che cos’è la vittoria, a fronte di 650 mila vite stroncate? Per ogni vita che se ne va, è un universo che si spegne. Non pensiamo che la disfatta cosiddetta di Caporetto abbia messo in fuga i nostri soldati i quali riuscirono a indietreggiare scampando al pericolo onnipresente. I nostri soldati ripiegavano combattendo, episodi dalla parvenza di fuga si verificarono soltanto in minima parte ed erano dovuti allo sbando per mancanza di una guida e di ordini da seguire. Continuarono a confrontarsi a fuoco con gli avversari, i nostri Combattenti, e abbandonarono numerose vite sul campo del confronto armato. A iniziare dal 24 ottobre 1917, primo giorno dell’invasione austro-tedesca, fu fra tutti la 4a Armata a sacrificare 24.700 suoi effettivi (Faldella). I sacrifici si assommavano ai sacrifici e, alla fine di tutto, si fece il conto di quanto ci costò quest’ultima fase della Grande Guerra: contammo circa 10 mila soldati morti, 30 mila feriti, 265 mila caduti in prigionia e 350 mila sbandati. In quanto a materiale bellico lasciammo ai nostri avversari una quantità enorme di attrezzature, fra cui 3200 pezzi d’artiglieria e 1700 bombarde; lasciammo inoltre alla predazione dell’invasore numerosi depositi di viveri e di equipaggiamento.

Immagine di copertina tratta da Turismo FVG

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