“L’Italia che va male a scuola” – 9) Appendice

Gea: Un buon ammiraglio bada bene a che la sua nave sia perfetta in ogni particolare.
Geo: Mi pare giusto, e doveroso!
Gea: Ma non basta. Non è sufficiente curarsi dell’efficienza del proprio apparato operativo nelle sue varie articolazioni di struttura. Non è tutto se le preoccupazioni si limitano al perfetto funzionamento del naviglio.
Geo: E che altro?
Gea: Credo tu ne convenga: tutto ciò che gli sta attorno e che può condizionare in un senso o in quello opposto la direzione della rotta da seguire e la garanzia nel raggiungere la meta prefissata.
Geo: Comprendo. Il clima, il microclima, le correnti superficiali e di profondità, le turbolenze, la forza del mare, i venti, eventuali improvvisi ostacoli, l’incrociarsi di altre rotte e quant’altro.

Bene, ma qui parliamo di Scuola. Iniziamo allora dall’interno, dalla nave che veleggia al largo. Tutto ha inizio con una ricerca dispiegata in casa OCSE, nella quale sono impegnati una trentina di Paesi, ma l’Italia non c’è: ci sarebbe dovuto aspettarselo, direbbe più di uno. Ma, mi domando da subito, le proposte avanzate vengono prese in considerazione da qualcuno? Si fa qualche sforzo per tentare di tradurle in realtà? Eppure il discorso interessa, oltre all’utenza che attende una risposta ai propri bisogni di formazione culturale, una popolazione veramente estesa di operatori che annovera al proprio interno un milione di insegnanti e diecimila dirigenti per approssimazione.

Se parli seriamente con alcuni di questi operatori della Scuola ti accorgerai ben presto che vanno a dipingere una situazione poco rasserenante: studenti che non hanno voglia di studiare, che vorrebbero il “sei” politico senza batter ciglio, che se la ridono quando sussurri loro, a buona distanza, che la vita è una lotta per conquistare significati e per progredire nella conoscenza consapevole.

Neppure possiamo addossare tutta la colpa a questi giovani dall’atteggiamento disincantato quando sappiamo bene che la nostra Scuola, oggi, procede alla deriva in una situazione di non-governo dove si perdono di vista gli obiettivi più genuini di quello che dovrebbe essere un sano processo educativo.

La così tanto declamata autonomia delle scuole, peraltro, ha semplicemente svolto il ruolo di scaricare sui singoli istituti la responsabilità di ciò che non funziona nel sistema, in modo non molto dissimile da come usava atteggiarsi lo Stato Maggiore dell’esercito con i militanti in guerra dopo Caporetto. Già, perché stiamo proprio ripercorrendo, in ambito diverso ovviamente, le strade di Caporetto. Là dove difettavano gli equipaggiamenti, il vestiario, il vitto, l’addestramento e il sostegno dei quadri ufficiali, era qualcosa che si riflette oggi, in una luce nuova, nella cattiva volontà di andare a fondo dei problemi, nella sottovalutazione delle falle che si sono create e che continuano a crearsi all’interno del tessuto socio-culturale e dell’istruzione scolastica, nella convinzione sempre più incallita – e marcatamente ipocrita – che le scuole debbano cavarsela da sole ricorrendo all’arte non appresa di far miracoli o, detto all’italiana, di sapersi arrangiare, che vuol dire molte cose, vista anche la feroce riduzione, arrivata alla soglia del 70%, dei finanziamenti che l’autonomia andava destinando agli istituti scolastici.

L’anomalia che caratterizza un andamento così scomposto va a ripercuotersi su quanto il Dirigente è tenuto a fare nella propria Scuola, ma sappiamo bene, anche qui, che a lui sono ascritte funzioni di taglio esclusivamente organizzativo e amministrativo. E degli studenti, e della loro crescita culturale-educativa chi si deve interessare? Sta chiuso nella stiva, il dirigente, prigioniero più o meno onorato, ha tutt’al più accesso alla sala comando, ma non deve sfiorare neppure con un dito le leve direzionali; s’interessa del naviglio, mentre quanto accade attorno lo riguarda ben poco, non perché sia lui a volerlo, ma perché si sta spostando con una pesante palla di piombo legata al piede.

Per paradosso, chi osservasse con un po’ d’attenzione dal di fuori, non tarderebbe ad avvedersi del profilarsi di una scuola che non si riconosce in una propria e ben definita identità culturale e progettuale. – Ma dove va, in fin dei conti, questa nave? – Tante belle idee, tanti buoni propositi, progetti e progettini come scialuppe di salvataggio lanciate allo sbaraglio, e tanta confusione. Poi ci chiediamo perché i giovani non vogliono più studiare, perché prendono in odio la scuola, perché mai non siano in grado di trovare un senso che porti con sé un minimo di valore riconosciuto né sappiano scoprire significati in quel che sono chiamati a fare.

Siamo ancora all’interno del naviglio, or dunque, non abbiamo ancora gettato l’occhio a quel che accade là fuori. Vedremo. E intanto, dentro casa, andiamo scoprendo un vastissimo panorama di malcontento in chi, in prima persona, lavora nella scuola. Quante volte s’è detto del clima di assoluto garantismo e di beneficenza a pioggia di cui godono – così si crede da certe parti – i lavoratori della scuola! Con la conseguenza scontata che il livellamento dei diritti e dei riconoscimenti (non parliamo ancora dei doveri, dovremmo trasferirci su un altro pianeta!), voluto per evitare discriminazioni, si è poi rivelato come fattore di primo spicco proprio per creare discriminazioni: abbiamo persone capaci, animate da grande volontà, ricche di idee e di iniziative, che dopo qualche entusiastico slancio seguito da sterili risultati abbandonano e tirano i remi in barca, tanto per non continuare ad essere viste e trattate come gli scemi del villaggio. Traggo e riporto pari pari un’affermazione che ho letto su TreeLLLe (di precedente citazione), perché la ritengo fondamentale in una prospettiva di lunga portata educativa: “Un paese che non sa dare certezze professionali a coloro cui affida i propri figli, si prepara ad avere figli senza certezze, giovani adulti incapaci di crescere, sfiduciati prima di mettersi alla prova”.

Disaffezione, scoraggiamento, rassegnazione fatalistica. Ecco gli atteggiamenti che vanno prevalendo fra chi si interessa dei problemi della Scuola a fronte dei problemi sociali, economici e politici in genere. – Caporetto continua? – C’è tutto un insieme di valutazioni parziali che concorre a creare la convinzione attorno ad un’immagine di Scuola incapace di camminare con l’evoluzione, con i cambiamenti rapidi che quasi travolgono la vita quotidiana di ognuno. Gli stessi insegnanti, che della Scuola sono i pilastri e la linfa vitale, percepiscono attorno a sé una sorta di abbandono, diventano giocoforza diffidenti, distaccati, pensano in qualche modo a sopravvivere, privati della speranza di poter guardare un po’ più lontano.

Più lontano, colà ci conduce l’anelito per un rinnovamento che, stando come stanno le cose, avrebbe forse più le caratteristiche di un cataclisma che non di un cambiamento adeguatamente monitorato. Ho anche detto dell’OCSE. Sì, è vero, l’OCSE riserva un particolare riguardo ai problemi urgenti che premono sull’istruzione scolastica. Ha varato, nel giro degli ultimissimi anni, una serie di progetti mirati al potenziamento dell’operato di chi si trova alla guida dell’apparato e della struttura nel suo complesso, puntando in prima istanza a convergere le energie dei vari attori verso il conseguimento di risultati più gratificanti per gli studenti e verso la scoperta di percorsi che possano rendere facile e attraente l’apprendimento scolastico, a iniziare dall’intesa professata per attirare, formare e incoraggiare nel loro ruolo una schiera di insegnanti di qualità. È inutile nascondercelo ancora: abbiamo ragazzi che farebbero cose grandi se solo qualcuno li aiutasse a vedere un senso in ciò che loro viene richiesto; abbiamo quadri insegnanti che farebbero prodigi se soltanto fossero concesse loro l’opportunità, la certezza e la dovuta considerazione nel portare avanti progetti di eccellenza rimasti finora sospesi per aria. Sì, perché si parla tanto di teoria, ma fra questa e l’atto c’è di mezzo più che il mare. Tanti progetti vengono sciorinati ogni anno, e poi? Chi può porsi come garante di un cambiamento che sia una riappropriazione vera dei valori culturali ed educativi della più alta ambizione e del più profondo rispetto? Qualcuno la bacchetta magica ce l’ha, e sono gli uomini politici. Questi, con poche mosse e indolori, potrebbero mutare in breve le sorti verso cui è gettata la Scuola; sono essi a detenere quel potere che, unito a determinazione, onestà, intelligenza e chiarezza di vedute, potrebbe far approdare il naviglio a porti promettenti in arricchimento culturale. Chiarezza di vedute, ho accennato, ma anche lungimiranza di idee, che sono l’opposto dell’immobilismo politico, del vezzo mal usato di anteporre in assoluto il possesso del posto alla tutela dell’interesse pubblico, della cecità e della sordità intenzionali ai problemi enormi che gravano su tutti i fronti del nostro bel Paese. L’uomo politico, se onnipotente non è, ha a disposizione comunque una gamma di possibilità di azione estremamente variegata e ampia, la sua posizione è per così dire sovraordinata alle dinamiche in sviluppo, tanto da consentirgli di prendere in considerazione la nave che procede e, contemporaneamente, spostare l’interesse su ciò che le accade attorno. Anche all’interno dell’inviolabile cerchia familiare dove, come ho sottolineato in più occasioni, si giocano i destini degli uomini di domani, dove si preparano i giovani alla vita e li si equipaggia dei requisiti emotivo-affettivi, intellettivi, culturali, sociali e comportamentali che saranno indispensabili per una convivenza serena e di intelligente progresso su ogni gradino della scala sociale e, diciamolo senza reticenze, planetaria.

Immagine di copertina tratta da <a href="http://<a href="https://www.vecteezy.com/free-photos">Free Stock photos by VecteezyVecteezy

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