“L’Italia che va male a scuola” – 1) Presentazione

L’Italia che va male a scuola: uno strano modo davvero di scegliere un titolo per una raccolta di considerazioni su come funziona l’istituzione scolastica nel nostro Paese e su che cosa essa riesce a offrire ai propri utenti. C’è anche l’Italia che va bene a scuola, certo, ma non è quella ovviamente la parte che desta preoccupazioni. Queste provengono dalla constatazione che noi ci collochiamo molto indietro, mediamente, rispetto a una grande maggioranza di Paesi europei ed extraeuropei, su una scala che misura le competenze culturali dei quindicenni. Forse è il caso di andare un po’ a fondo della questione e di pensarci su seriamente.

Le riflessioni che vanno a seguire vogliono essere un tentativo di assumere dalle macroanalisi elaborate attorno alla panoramica scolastica italiana alcuni dati allarmanti per trasporli in un ambito più ristretto, quello cioè che vede lo svolgersi della vita quotidiana in tutti i suoi risvolti, quasi un pianeta irraggiungibile da parte di chi osserva soltanto dall’alto o da una certa distanza.

Se partiamo dalle grandi finalità che muovono il discorso sull’analisi del sistema scolastico ci si rivelano sin troppo evidenti gli obiettivi strategici a cui dobbiamo approdare (la maggior parte dei dati è tratta dalle indagini PISA/OCSE e dalla consultazione dei periodici pubblicati a cura dell’Associazione Treellle di Genova): incrementare e rivalutare la professionalità dei docenti, restituire dignità e attrattiva alla professione docente, creare possibilità di sviluppo e di carriera per chi dimostra maggiori meriti e capacità realizzative, scoraggiare dal dedicarsi all’insegnamento chi non dimostra di avere adeguati requisiti, attraverso una selezione iniziale di tipo orientativo e opportuni provvedimenti a fronte di situazioni insostenibili nel corso della carriera. Fin qui, facile a dirsi; ma con l’adozione di quali strategie? E a chi l’iniziativa di queste realizzazioni?

Parliamo di educazione scolastica e subito si affaccia alla mente la situazione tremendamente attuale. Proviene da Eurostat, nei comunicati del 29 giugno 2021, che l’Italia si classifica penultima tra i Paesi Ue per quanto riguarda la quota laureati. Il 29% si colloca nella fascia di età 25-34 anni. Tale indice è superiore solo alla Romania che conta il 25%. Il riferimento statistico è per l’anno 2020. Il nostro Paese è ancora lontano dalla media europea e dall’obiettivo che Bruxelles si è prefissato ossia di far salire al 45% entro il 2030 la media dei giovani che ha completato l’istruzione universitaria. È delle ultime ore, mentre scrivo, la rivelazione della situazione-Scuola come si presenta attualmente in Italia. Sono informazioni diffuse dall’agenzia Cgia il 18 luglio 2021: “Con 543 mila giovani che nel 2020 hanno lasciato la scuola dopo la licenza media, l’Italia ha una dispersione scolastica otto volte superiore ai ‘cervelli in fuga’ e si colloca al terzo posto nell’Unione Europea con il 13,1% di abbandono scolastico”.

Dire e fare

Per capire come funziona l’istruzione scolastica in Italia partirò dalla rilevazione di alcuni dati che tratteggiano l’andamento generale, quello che può essere rilevato nella “media” dei comportamenti, che dà, quindi, un’impressione di fondo e assai vaga di ciò che sta accadendo nella realtà scolastica a noi prossima.

Tutto questo come preambolo a una serie di indagini circostanziate che seguiranno, quando proverò a calarmi nella realtà dei fatti inerenti alla vita della scuola. Indagini che vogliono assumersi l’impegno di gettare maggiore comprensione su che cosa succede nel nostro pianeta-scuola e prefigurare qualche indirizzo d’azione per la realizzazione del quale valga seriamente la pena di spendere energie, tempo e intelligenza.

Illusioni? Forse un po’, ma con buone probabilità non del tutto. Certo è che, lo devo premettere, l’introdursi in un mondo così complesso come è quello dell’insegnare oggi ai giovani conduce, per necessità, a toccare certi gangli nervosi la cui reattività può essere fonte di dolore, di malessere. Eppure non mi sembra possibile proseguire sulla vecchia via continuando a produrre ingenti sforzi e inventando mosse acrobatiche, spesso anche molto originali, per dissimulare una verità che non si vuole conoscere né si vuole condividere.

Entro dunque in un territorio conosciuto e ignoto, sofferto e amato, temuto e cercato, dove non ho altro che la parola per portare un po’ più lontano il pensiero che alberga nella mia mente. La parola, questa cosa così diafana, sfuggente, incostante, infedele, ma anche abusata, bistrattata, fraintesa, sfruttata e prostituita, che scivola via e ritorna, si occulta, fa capolino e ti inganna, si traveste per non farsi riconoscere, si trucca, si camuffa, si trasforma, riappare, schizza maligna di qua e di là e tu la rimproveri aspramente per non essere stata capace di esprimere ciò che senti scorrere in te e che va reclamando la luce dell’intendere. Come Odradek, l’essere balzano e inafferrabile uscito dall’immaginazione di un sofferente Franz Kafka. La parola, dunque, capace di alimentare, assopire, scuotere, stimolare, distruggere, illudere, tediare, trascinare, tradire, impedire, creare. La parola che quasi sempre, per rappresentarsi, attraversa e supera a gran fatica una palude, raccogliendo e recando con sé sul suo cammino spunti di significato inattesi. Perché è facile incorrere in errore quando si crede di essere sciolti nella manipolazione della parola. Come dice Bertrand Russel (L’analisi della mente, 1970), qualche volta è necessario abbandonare la fiducia riposta nelle parole e atteggiarsi invece a contemplazione dei fatti così come li possiamo cogliere attraverso le immagini, perché si dà anche il caso che chi possiede una visione relativamente diretta dei fatti spesso non riesce a tradurla in parole, mentre chi è molto abile nell’uso delle parole ha di solito smarrito l’attitudine alla visione. Si può definire in questi termini la palude in cui corre il rischio di perdersi la parola.

Ma, lasciate per favore che segua il percorso intrapreso in modo sincero, con gli occhi spalancati. Questo mi consentirà di vedere più da vicino, forse di spogliare la realtà di qualche radice parassita, forse di corrodere le fondamenta di un mito. Non per gusto disgregante, tutt’altro. Sto parlando della Scuola: cercare di asportare le incrostazioni che si porta addosso, dunque, a una a una, per scoprire il suo vero volto, per ammirarla, per rispettarla e amarla di più.

Potrà sembrare, allora, che la parola si spinga in qualche occasione un po’ troppo oltre quelli che sono i limiti nei quali sarebbe prudente contenerla. Talune affermazioni potranno essere interpretate come indelicate, inopportune, inadeguate e ci sarà anche chi potrà avere la sensazione che qualcosa che verrà detta gli appartenga, qualcosa che ha dell’indesiderabile. Ma non ci sarà, in ogni caso, alcunché di allusivo o di accusatorio o di offensivo; non rientra nelle intenzioni dell’argomentazione. Nessuno, pertanto, se ne abbia a male se il tono del discorso subirà, in qualche occasione, flessioni all’apparenza poco gradevoli.

La situazione generale

È giovedì 4 aprile 2013, leggo su Televideo del mattino: “Settis: incominciare dalla cultura. Non ci si può concentrare solo sul debito pubblico ma «bisogna ricominciare dalla scuola e dalla cultura, come recita anche la Costituzione». Intervenendo a Napoli alle «Giornate per la cultura» lo storico dell’arte Salvatore Settis dà la sua ricetta per «uscire dal momento di incertezza che l’Italia sta attraversando». Un concetto che Settis ribadisce anche a proposito del lavoro che stanno svolgendo i ‘saggi’ scelti dal Presidente della Repubblica. «Non si parla mai di cultura – sottolinea – non se ne è parlato neanche in campagna elettorale, ma è da qui che bisogna ricominciare».”

Gea: Vedo che vuoi partire deciso, con la lancia in resta.

Geo: O così o niente, girare intorno non serve.

Gea: Che cosa ti sei messo in testa? Vuoi creare una rivoluzione culturale?

Geo: Fatta in un certo modo, perché no!?

Gea: La formica contro l’elefante. Credi che sia possibile cambiare qualcosa? Il sistema è granitico, non si lascia scalfire da nessuno che già sia influente, figuriamoci da te.

Geo: Non ho queste pretese, bado solo a lanciare un messaggio nella speranza che venga colto da qualcuno disposto a parlarne, che si associ a me per esplorare idee nuove, per stimolare riflessione, per aprire piste di pensiero, per accendere e alimentare consapevolezza su punti di vista diversi e sul loro possibile divenire.

Ciò che non si dice o è appena accennato

In casa nostra si usa spesso affermare che, se si disponesse di maggiori finanziamenti, anche la Scuola raggiungerebbe livelli di qualità migliori. È vero, può essere vero. Dalle analisi estese alle Scuole di vari Paesi dell’OCSE, tuttavia, si deduce che un aumento di investimenti finanziari non sempre è accompagnato da un incremento nei risultati scolastici. La Corea, per portare un esempio evidente, con un prodotto interno lordo inferiore del 30% rispetto alla media riscontrata nell’Organizzazione, annoverava studenti capaci di classificarsi fra i migliori. Del tutto specularmente opposte stanno le cose in Italia. Approfondiremo meglio in seguito la questione.

Partiamo da un’osservazione di merito, molto nota e assai dibattuta fra gli addetti ai lavori, comprese le Associazioni sindacali: parliamo di meritocrazia. L’inghippo implicito in tale osservazione risiederebbe nella struttura stessa del sistema scolastico che non è stato dotato di un piano efficace di riconoscimento e di incentivazione.

Se, per fare un rapido esempio, il dirigente valuta il comportamento di un operatore scolastico dotato di iniziativa, serietà, buona volontà, senso del dovere, che accetta di buon grado richieste di lavoro supplementare nel corso dell’anno scolastico, può essere dell’opinione che una parte più cospicua del fondo di Istituto sia accantonata per premiare l’operatore diligente e volenteroso.

No! Interviene qualcuno a sollevare obiezioni, prendono il sopravvento dissidi, rivendicazioni le più fantasiose, contestazioni a oltranza, e la valutazione del dirigente va in briciole. La disputa si risolve in una forma che non conosce alternative: per la maggiore si propone e si decide di distribuire gli incentivi “a pioggia”.

Domanda: a che cosa servono gli incentivi in quest’ottica della distribuzione delle risorse finanziarie? Dove va a finire la discrezionalità decisionale del dirigente scolastico, la sua autonomia in una parola, nell’atto di valutare i meriti individuali dei lavoratori? Quanto ancora potranno resistere l’entusiasmo, la volontà, la fiducia dei lavoratori seri? Si accontenteranno ancora a lungo, costoro, di essere incentivati soltanto con la simpatia del datore di lavoro e con le sue belle parole di lode e di incoraggiamento?

Si diceva di meritocrazia la quale, fra l’altro, dovrebbe generare una sana forma di competizione per chi aspira a migliorare la propria posizione nel volgersi della carriera e ci mette tutta la buona volontà occorrente. Ma noi, in realtà, viviamo in un contesto che non considera i meriti e incoraggia piuttosto a puntare al ribasso, come logica conseguenza dell’interrogativo che si legge sulla bocca di molti: “Ho lavorato sodo, ero sempre presente a ogni appello. Poi mi sono accorto che, al momento del riconoscimento pratico, ero trattato allo stesso modo di “x” che è sempre vissuto nell’ombra, trascinato a rimorchio. Ora che ci ripenso mi domando: ma chi me lo fa fare?”.

Ciò che non si vorrebbe dire

O che si tiene in disparte, facendo finta di nulla, o che si accenna soltanto velatamente e in sordina, limitandosi a riportare le responsabilità delle male sorti che affliggono la scuola, in modo tanto sibillino quanto superficiale, allo strano reggersi del mondo su due gambe che corrono ciascuna in una direzione diversa.

Ho calcato troppo la mano? Chiedo scusa, è vero, sulle ferite bisogna posare la mano con tocco leggero, ma non è cosa che mi viene facile.

Vi aspetto alla prossima puntata che avrà per titolo “Tutti bravi più di noi?”.

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