L’Italia chiamò – Parte 1 di 3

Considerazioni sulla “fede” dei soldati nei confronti della guerra

5° “Non ammazzare!” – Ma in guerra è lecito e doveroso, dunque la legge umana può disporre dei comportamenti in deroga alla Legge divina, dunque la Legge marziale riesce a superare e vanificare la Legge divina, scavalcandone l’autorità assoluta!


(Da: Ettore Villa: “Vita di guerra”, Gaspari Editore, Udine, 2008):

“… se taluno avanzava qualche timida domanda per sapere quando e contro chi saremmo scesi in campo, la risposta non variava mai: «Non sta a noi di saperlo. Noi dobbiamo soltanto essere addestrati e pronti».”

“Gli effetti dei contrasti interni erano funesti e non ci predisponevano certo a gridare evviva la guerra. Del resto, andare alla guerra secondo noi voleva dire obbedire e nulla più che obbedire, già che non poteva esserci consentito nessun altro atteggiamento”.

Il saluto ai partenti, maggio 1915: “… donne che singhiozzavano, altre che lanciavano invettive contro la guerra.”

“… vedo ancora le bionde fisionomie di due giovanissimi ufficiali freddati dal mio moschetto, quasi a bruciapelo.”

“Quando alfine potemmo raggiungere la trincea, che più non era se non un cumulo di sassi e un cimitero di corpi straziati, respirammo un po’, benché sfiniti, benché con il viso e il corpo schiacciati contro terra. Eppure, anche così bocconi e avviliti, anche con le mani e la divisa talora imbrattate di cervella umane, ci fu possibile difendere il settore. Alcuni soldati morirono per aver alzato lievemente il capo allo scopo di poter addentare una galletta; altri, nel momento in cui la mano stava per sganciare la borraccia, ebbero trafitto il braccio; vi fu infine chi, vinto dallo strazio e dalla sete, si espose, noncurante di farla finita per sempre.”

“Così appiattati ci parve di essere più che altro oggetto di curiosità da parte del nemico, il quale… non sparò: singolare forma di cavalleria che talora veniva praticata in guerra. Eppure sarebbe bastata una sola bomba a mano perché di noi non si parlasse più.” “…tentammo più volte di collocare almeno una vedetta in un punto di osservazione qualsiasi, ma ogni sforzo risultò vano: i nostri cadevano tutti, a uno a uno, inesorabilmente trafitti al capo.”

Natale 1915: “Gli austriaci vollero darci prova di vedere ancora in noi, nonostante tutto, uomini della loro stessa fede religiosa, partecipando ad un singolare sciopero d’armi, che durò fino al giorno dopo, e uscendo finanche dalle trincee per abbracciare, in qualche caso, coloro che avrebbero poi continuato ad essere loro nemici… Non so se agli effetti della disciplina militare e degli obiettivi di guerra che bisognava raggiungere, essi fecero bene; so soltanto che se gli uomini che presiedono alla sorte delle nazioni, si nutrissero un po’ più dei sentimenti che furono comuni ai combattenti italiani e austriaci nel primo Natale di guerra, la pace – grande mito – regnerebbe forse sulla terra.”

Fine 1915: “Gli austriaci cadevano a decine, mietuti dall’inesorabile falce della morte e nonostante il terribile destino, continuavano a venire avanti, ondata dietro ondata… non si poteva non simpatizzare per quelle valorose truppe nemiche che davano una così fulgida prova di sprezzo della vita.”

3-4 luglio 1916, a quota 93 e 121: “… baluardo di tutta la difesa nemica dal San Michele al Timavo… Le truppe della brigata Cremona… furono pressoché massacrate sotto i reticolati della famosa quota… ancora oggi [1932] penso che la semplice conoscenza delle più elementari norme della strategia dovesse essere sufficiente a dimostrare tutta l’assurdità di un attacco isolato e frontale contro quota 121.”

“… lascio immaginare con quale fiducia nell’esito finale dell’azione uscimmo dalle trincee… non contro un baluardo di quel genere si dovevano far cozzare tante vite generose… Gli orrori della guerra… li pagammo con il sangue della nostra migliore gioventù.”

“Anche gli austriaci disertavano… ma per ragioni del tutto differenti. I cechi, gli slovacchi, i rumeni, i serbi, gli italiani per una superiore ragione irredentistica.”

“Povera fanteria, così eroica e talora così maltrattata… le lunghe giornate di attesa nel fango delle trincee, le resistenze a oltranza tra macerie fumanti e brandelli di carne, gli assalti fermati da barriere di caduti sui reticolati, le travolgenti avanzate, l’arsura e la sete che erano talvolta più paurose della morte stessa.”

A metà maggio 1918. “In quel tempo gli austriaci… dimostravano di voler fraternizzare con noi… abilissimi ufficiali, i quali, truccati da semplici vedette, dovevano intraprendere familiari conversazioni con i nostri soldati, lanciare loro qualche regalo”… “L’austriaco, al quale avevo promesso il giorno prima una risposta, non tardò a sorridermi. Io dovetti invece stringere i denti per soffocare gli umani sentimenti… Da una feritoia invisibile partì dunque un colpo di moschetto e il disgraziato cadde riverso con un occhio traforato.”

“Aveva voluto seguirci, per curare la salute delle anime, padre Salsa, dell’Ordine dei Domenicani, nostro cappellano militare; ma ora egli intendeva partecipare all’azione… – Padre Salsa – dissi, un attimo prima dell’azione – riempia la sua cacciatora di bombe a mano, e al comando di quei trenta uomini già pronti, a un mio cenno apra il fuoco contro il saliente nemico e lo sospenda solo quando saremo rientrati. Mi avviai quindi a salutare il collega austriaco del piccolo posto.” … “Tra gli ufficiali, padre Salsa assolse stupendamente il compito affidatogli…”.

Sotto i tiri delle bombarde. “Morirono così sotto quei colpi spaventosi, molti combattenti, i cui corpi vedevamo prima sparire e poi ricadere a pezzi intorno a noi, insieme con schegge di granata e sassi.”  

Disciplina e comando. “Le truppe e gli ufficiali subalterni avevano bisogno di comandanti severi ma ragionevoli, premurosi, umani… avere a che fare con gente squisitamente umana e coraggiosa.”

“Quanti comandanti di compagnia, per esempio, avrebbero tolto volentieri le spalline a sottotenenti e tenenti per darle a dei sottufficiali o a dei caporali, e quanti colonnelli non avrebbero meritato di comandare neppure una compagnia…” (Da Ettore Viola, La disfatta di Caporetto)

Le cause. “Quando io rivedo con gli occhi della mente la compassionevole linea di difesa che da Ciginj proseguiva più a nord, fino all’altezza del Vodil, non posso non rendermi conto della principale causa che ha determinato Caporetto. Alle nostre spalle, alta e ripida, si ergeva una catena di montagne le cui balze il nemico poteva tranquillamente dominare con tiri di sbarramento e tutti noi, a Ciginj, non eravamo che dei poveri diavoli nascosti in tane vulnerabilissime che il nemico avrebbe potuto colpire quando e come avesse voluto, specie nei momenti di buona visibilità…. Nelle incresciose giornate di Caporetto, travolte e demoralizzate in queste assurde posizioni, le nostre truppe o non poterono risalire le montagne o le risalirono nel più gran disordine; ragione per cui quelli che dovevano essere i baluardi insormontabili della nostra difesa di seconda linea, si trovarono improvvisamente sguarniti di truppe… ma nel caso specifico gli ufficiali sapevano, purtroppo, che, a tanta distanza dalla vetta e sotto gli immancabili tiri di sbarramento, un ordine di tale natura avrebbe avuto lo stesso significato di un «si salvi chi può!».”…

“Anche quelle trincee di pianura erano completamente dominate dal nemico come, del resto, tutte quelle altre che, proseguendo sulla sinistra dell’Isonzo, tagliavano le pendici del Vodil e del Merzli, senza raggiungerne le vette, che rimanevano in saldo possesso degli austriaci. Lo schieramento da Ciginj al Merzli lo chiamarono offensivo. Era un modo qualsiasi per giustificare l’imprudente occupazione. Chi in guerra si propone di attaccare, deve prima di tutto mettere le dipendenti truppe nello stato d’animo di poterlo fare; potrà quindi agire servendosi di mezzi idonei a raggiungere lo scopo. Ma da Ciginj al Merzli, e specialmente da Ciginj alle prime rampe del Vodil, le truppe, sia per le loro condizioni di inferiorità strategica, sia per i disagi di una zona umida e malsana, erano da lunghi mesi in uno stato d’animo tutt’altro che aggressivo; ed i mezzi erano inadeguati per una qualsiasi azione offensiva… Per contro, se non avessimo mai occupato quelle posizioni o le avessimo abbandonate non appena si rese evidente che non sarebbe stato possibile proseguire oltre, in caso di necessità nessuno avrebbe potuto impedirci di occuparle e di superarle attraverso una energica azione di sorpresa. Tutto ciò avrebbe offerto a noi l’enorme vantaggio di non permettere al nemico di aggiustare i suoi tiri contro bersagli facili, ma di costringerlo a fronteggiare truppe in movimento che avrebbero potuto difendersi meglio per la maggiore ampiezza del campo di battaglia, i dislivelli, le anfrattuosità, i naturali mascheramenti e la forzata disparità di allineamento. Ma da Ciginj al Merzli, distando le opposte linee alcune centinaia di metri, e talora qualche chilometro, tutti i vantaggi non potevano essere se non dalla parte di chi era in grado di schierare le fanterie e le artiglierie in posizioni dominanti. Il Capo che in guerra incorra nell’errore di mantenere una sola ora più del necessario uno schieramento offensivo non difendibile in caso di attacco o di contrattacco, non può assolutamente essere considerato un grande stratega… non sarebbe stato possibile difendere, da un eventuale attacco nemico, la linea da Ciginj al Merzli. Ci si accorse, sì, dell’errore commesso, ma troppo tardi e quando si pensò di porvi riparo, la pressione nemica era già incontenibile… Caporetto fu dunque determinato, in gran parte… dalla cattiva ubicazione delle nostre linee di difesa, favorevoli, tra l’altro, al lancio di gas asfissianti da parte del nemico e poi dal fatto che, una volta delineato l’attacco, non si seppe né ordinare tempestivamente la evacuazione delle posizioni avanzate di Ciginj, del Vodil, del Merzli e della Conca di Plezzo, né impiegare tempestivamente le riserve dell’esercito. Il morale delle truppe c’entra pure… non come causa determinante… Erano pochi i soldati inquinati di sovversivismo…”.

Immagine di copertina tratta da iwm.org.uk

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