Undicesima Battaglia dell’Isonzo (Con passo leggero sui campi di battaglia – puntata 12 di 15, parte a)

Nel corso di tutta la Prima Guerra Mondiale avevamo 81 Divisioni da 12 a 15 mila uomini cadauna, su 3 Brigate con 4 Battaglioni.
L’undicesima dell’Isonzo fu l’ultima battaglia offensiva scatenata dal Comando Supremo italiano con a capo il Generale Luigi Cadorna e si protrasse dal 17 al 29 agosto, dal 4 al 12 settembre e dal 17 al 18 settembre 1917. Si svolse sul fronte orientale coinvolgendo massicciamente la 2a e la 3a Armata.

La 2a Armata comprendeva 302 battaglioni dei quali 11 erano di Alpini, 2.850 mitragliatrici, 181.200 fucili, 3.579 fra pezzi d’artiglieria e bombarde. Era formata da 20.113 ufficiali, da 645.601 uomini di truppa con l’aiuto di 114.183 quadrupedi.
La 3a Armata aveva 240 battaglioni, 2.258 mitragliatrici, 144.000 fucili per 15.846 ufficiali e 482.298 soldati con 79.205 quadrupedi al seguito.
Erano a disposizione delle forze italiane 29 squadriglie di aerei, una di idrovolanti da ricognizione e 14 sezioni aerostatiche campali.
C’erano poi forze attribuite al Comando Supremo, che portarono l’entità dei Combattenti a un totale di oltre un milione e 245 mila unità.
Da parte austroungarica fronteggiava le nostre due Armate la 5a Armata austro ungarica (Gen. Boroevic) schierata dallo Smogar (nord-est del Monte Nero), escluso, al mare, impiegando 249 battaglioni con 2.092 mitragliatrici, 161.400 fucili e 1.526 pezzi d’artiglieria.
Tra il maggio e l’agosto 1917 furono combattute la X e l’XI Battaglia dell’Isonzo, le ultime due sanguinose offensive dirette da Cadorna. L’ altipiano della Bainsizza fu conquistato, ma la Germania avvertì la minaccia e decise di intervenire. La vittoria della Bainsizza doveva costare all’ Esercito Italiano di lì a poco la ritirata di Caporetto.

Il bilancio del 1916 si era chiuso con un pesante passivo di lutti e rovine per entrambe le avverse coalizioni in guerra e si può ipotizzare che nessuno dei comandanti in capo dei diversi schieramenti potesse credere in una risoluzione del conflitto nel breve termine.
Sul fronte occidentale le immani carneficine di Verdun (offensiva tedesca, dal 21 febbraio a ottobre-dicembre 1916: i francesi persero 350.000 uomini e i Tedeschi 280.000) e della Somme (offensiva franco-inglese dal 1° luglio al 13 novembre 1916; vittoria dell’Intesa, ma con la perdita di 340.000 francesi – 1° uso dei carri armati, 15/9/1916) avevano confermato l’inutilità di cozzare contro posizioni organizzate a difesa. Sul fronte italiano la vittoria di Gorizia, fulminea risposta alla Strafexpedition (15 maggio 1916, Altipiani di Asiago e Tonezza), fece sembrare per un momento che i fanti potessero “rimettere le ali ai piedi”, ma la “linea dei santi”, dal Monte Santo al S. Michele, aveva infranto, dopo la troppo breve illusione, lo slancio offensivo e le tre “spallate” sul Carso, dell’autunno 1916, pur facendo vacillare l’impalcatura difensiva dell’esercito austro-ungarico, l’aveva lasciata in piedi e Cadorna aveva rinunciato a sferrare una quarta offensiva.
Nel campo delle Potenze dell’Intesa mancava sempre il coordinamento degli sforzi, deleteria era la carenza di un comando unico che riuscisse a ottenere che le azioni concorressero, in stretta intesa di tempo e di luogo, verso l’obiettivo finale, la distruzione degli eserciti avversari.
Sotto l’energico impulso del generale Dallolio l’industria bellica si era sviluppata in modo impensato e produceva artiglierie e mitragliatrici, bombarde e fucili, mezzi di trasporto, aerei e soprattutto munizioni. L’addestramento era stato intensificato traendo profitto dalle sanguinose esperienze, erano stati creati speciali reparti di “arditi”; lo sviluppo del fronte e il presentimento che il fronte russo cedendo, consentisse lo spostamento dall’est all’ovest di masse avversarie sempre maggiori, avevano consigliato un notevole aumento di unità, provvedimento che però aveva complicato il già difficile problema dei quadri a ogni livello. All’inizio del 1917, comunque, l’esercito italiano si presentava come uno strumento bellico di ragguardevole consistenza, al quale poteva richiedersi un contributo forse determinante. Dopo quanto era avvenuto nel maggio 1916, e con la “muraglia” degli altipiani di Asiago e di Arsiero, rimasti in mano dell’avversario, Cadorna teneva d’occhio quello scacchiere e voci gli giungevano, da molte parti, della possibilità di una ripetizione dell’offensiva voluta da Conrad (che, sostituito il 27 febbraio dal generale Arz von Straussenburg, nella carica di capo di Stato Maggiore, aveva accettato il comando del gruppo d’armata Tirolo), in concomitanza con un attacco sull’Isonzo. Intanto Nivelle, che aveva sostituito Joffre, venne il 1° febbraio 1917 a visitare il fronte italiano e si disse sicuro di riuscire a battere i Tedeschi; insistette per di più sull’efficacia di un’offensiva contemporanea sul fronte italiano: si era sempre alla teoria degli sforzi paralleli e non convergenti. In aprile, le insistenze di Nivelle perché gli Italiani attaccassero sull’Isonzo divennero sempre più pressanti e Cadorna, convintosi anche che un’offensiva austriaca in Trentino sarebbe stata improbabile, il 19 aprile diramò le direttive per la decima Battaglia dell’Isonzo.

Per l’undicesima Battaglia riprese il progetto della precedente con la variante che l’offensiva sarebbe stata combattuta contemporaneamente su tutto il fronte di attacco; ma sempre con l’intendimento di agire a cavallo della valle del Vipacco (circa 40 km a nord-est di Trieste). Era contemporaneamente raccomandata la conquista dell’Hermada, il caposaldo che sbarrava la strada di Trieste. Il 1° luglio, il generale Capello divenne comandante della II armata che, sparita la “zona di Gorizia”, si estendeva dal Vipacco al Rombon sull’alto Isonzo. Il suo dinamismo o forse ancora di più il desiderio di agire con un proprio disegno strategico lo portarono a falsare gli intendimenti del generalissimo (Cadorna). Egli spostò gradatamente da sud verso nord il centro di gravità dell’operazione.
Capello, mosso da enorme fiducia in se stesso, dalla propria ambizione, dal desiderio di offrire qualcosa di suo, di personale, al Paese, giocò alquanto nell’interpretazione di quanto gli era stato ordinato e prese la mano al superiore, al punto di considerare obiettivo principale la testa di ponte di Tolmino e di far passare in secondo piano la marcia su Ternova, che era invece il compito fissato per la sua armata. All’alba del 19 agosto i quattro Corpi della 3a Armata attaccarono dal Vipacco al mare, sul Carso, in concomitanza con l’VIII corpo che agiva nella conca di Gorizia: combattendo strenuamente conseguirono notevoli progressi. Specialmente il XXIII corpo (gen. Diaz) penetrò in profondità verso Selo, nell’intendimento di raggiungere le posizioni di Brestovica e Lokva e poi volgersi a sud e concorrere all’attacco frontale del bastione dell’Hermada, attacco sostenuto dal XIII corpo.
L’Hermada da lungo tempo era divenuta una fortezza gigantesca, era la chiave di volta del fronte dell’Isonzo, l’“indomabile bestia” che doveva resistere. Su mille metri di linea si avevano trenta chilometri di trincee, camminamenti, ripari, osservatori blindati, dozzine di caverne, nidi di mitragliatrici e artiglierie su artiglierie.
L’Hermada resistette e vani risultarono gli assalti delle fanterie italiane che muovevano dalle loro linee in certi punti distanti non più di 40 metri da quelle austriache.
Il 29 Cadorna ordinò l’arresto dell’offensiva, ma la 3a Armata, con la sua pressione continua, evitò che l’avversario potesse trasferire le sue riserve sul settore della 2a Armata.
Reparti di Genieri gettarono ponti e passerelle sull’Isonzo, battuti dal tiro delle batterie e delle mitragliatrici. Splendido l’ardimento dei Fanti e degli Alpini che forzarono il passaggio del fiume, di fronte al nemico, a un certo punto ridotti a servirsi di un solo ponte, quello di Dopplar e di una stretta passerella.

Ogni attacco, la sera del 25, viene arrestato e respinto. In sintesi, sul fronte della 2a Armata si era ripetuto, a fronte rovesciato, quanto era avvenuto durante la Strafexpedition: le ali avevano resistito, il centro aveva ceduto, ma non era stato sfondato. Il Comando Supremo, il 26 agosto, diede l’ordine di sospendere l’azione e lo rinnovò perentoriamente e definitivamente il giorno 29.

Difetto di munizioni: il consumo era stato superiore a ogni previsione: dal 18 agosto ai primi di settembre (quando si cessò di combattere anche sul Monte Santo) gli Austriaci avevano sparato 1.500.000 di colpi di piccolo calibro, 250.000 di medio calibro, 22.000 di mortai e non minore era stato il consumo da parte italiana.
Le perdite furono gravissime: gli Austriaci denunciarono 10.000 morti, 45.000 feriti, 30.000 dispersi, 28.000 ammalati, oltre 150 pezzi d’artiglieria; gli Italiani lamentarono 40.000 morti, 108.000 feriti, 18.000 dispersi. Ma si poterono vantare notevoli vantaggi territoriali. L’impalcatura difensiva austriaca, che aveva appena vacillato sotto le “spallate” dell’autunno 1916, ora scricchiolava paurosamente, tanto che il Comando in capo dovette confessare all’alleato tedesco di non ritenersi in grado di sostenere un nuovo scontro difensivo.
La Germania avvertì la minaccia e decise di intervenire massicciamente.
Cadorna, dopo poco più di venti giorni, già il 18 agosto è pronto per la prima offensiva che inizia con l’ennesima battaglia dell’Isonzo (è l’undicesima), con obiettivo la conquista di Monte Santo e una parte dell’altopiano della Bainsizza.

Quest’offensiva è la più imponente lanciata dall’esercito italiano dall’inizio della guerra; che però dura poco più di tre settimane (si concluse il 15 settembre), senza ottenere risultati decisivi, ma molto modesti rispetto alle aspettative, costato molte vite umane (165.000 uomini fra morti e feriti), che contribuì ad abbassare ancora di più il morale delle truppe; le stesse che dopo poco più di un mese saranno chiamate a subire un’altra offensiva a Caporetto.

Negli accordi di Parigi della fine di luglio gli Alleati avrebbero voluto da noi due grandi offensive, una nell’agosto e l’altra nell’ottobre. Non si poté acconsentire, a motivo della scarsità di munizioni e di uomini di complemento. Sarebbero occorsi almeno tre mesi per ricostituire i due milioni di colpi di medio e grosso calibro.
Per noi le difficoltà derivavano dal terreno aspro, rotto e coperto, dalla limitata possibilità di vista e di tiro della zona e dal fiume che non offriva punti favorevoli di guado.
Nella zona di Gorizia risiedeva la 3a Armata, comandata dal Duca d’Aosta Emanuele Filiberto di Savoia, secondo Duca d’Aosta (1869-1931), primogenito di Amedeo di Savoia (1845-1890), primo Duca d’Aosta e re di Spagna, figlio terzogenito di Vittorio Emanuele II (la Casa di Aosta è un ramo cadetto di Casa Savoia). La nostra disponibilità di armamento si aggirava su 46 divisioni e 1.700 pezzi di artiglieria di medio e grosso calibro: 18 divisioni e 850 pezzi nella Zona di Gorizia; 20 divisioni e 700 pezzi per la 3a Armata; 4 divisioni e 150 pezzi per il Gruppo Centrale; 4 divisioni di riserva per il Comando Supremo.
Nel 1917 fu diffusa la voce che la nostra prossima grande offensiva sarebbe stata sferrata in giugno per ingannare gli Austriaci e trattenerli sulla fronte Giulia. Stavamo infatti per portare un’offensiva sull’Altipiano di Asiago e dovevamo scongiurare un trasferimento di truppe austriache dall’Isonzo al Trentino.
La 2a Armata – comandata dal Gen. Capello – si sarebbe dovuta muovere verso Ternova e la Bainsizza, a est di Gorizia.
La 3a Armata avrebbe dovuto attaccare su tutta la fronte, puntando a sfondare a sud e al centro, alla conquista dello Stol a nord e del Monte Hermada a sud.
L’artiglieria aveva 2.731 pezzi in tutta la fronte, più 1.540 bombarde (tipi di lanciabombe per la guerra di trincea, adatti a scompigliare i reticolati).

Gli Imperi Centrali, per la vittoria, avrebbero dovuto battere rispettivamente: la Francia per mano della Germania (per riscattare Verdun) e l’Italia per intervento dell’Austria. Ma l’Austria necessitava di un milione di soldati che non aveva e la Germania temeva un risveglio della Russia e un intervento degli USA.
Per noi era necessario che rinascesse una seria minaccia dai Carpazi e contemporaneamente sferrare una decisiva offensiva sull’Isonzo dopo che gli Austriaci avessero inviato truppe nei Carpazi.
Ciò che gli Austriaci temevano di più era un’offensiva italiana di sorpresa sul Carso e la perdita di Trieste.
Nei circoli militari austriaci era tenuto in grande considerazione l’alto Comando italiano per i progressi conseguiti nell’industria bellica. Ufficiali austriaci prigionieri esprimevano lusinghieri giudizi per i nostri ufficiali, ardimentosi e fonte di esempio alla truppa. Ma anche erano stupefatti in negativo per il fatto che noi mandavamo gli attaccanti al macello e non costruivamo caverne per la difesa.
Le truppe di fanteria austriache, tra morti e feriti avevano perso i 2/3 almeno degli effettivi iniziali.

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