Investire sul futuro umano – Un Ministero per la Famiglia

La Famiglia, prima fucina educativa. Possiamo ben dire che la madre (o più in esteso la figura materna), prima soggettivazione dell’ambiente stimolante, dopo la nascita fisica del suo bambino lo fa nascere una seconda volta, psichicamente e affettivamente. Il bambino, alla nascita, comincia ad apprendere sollecitato in massima parte dalle intonazioni e dalle modulazioni del linguaggio della madre. Gli stimoli materni quali il linguaggio, i movimenti, il sorriso, più che nella loro quantità sono determinanti per la qualità. Come prima risposta a diverse forme di sollecitazione, già all’età di tre anni si può notare nei bambini una enorme diversità nell’uso del linguaggio, anche se il comportamento non dà segni di essere molto differenziato. Diventano più precoci nella padronanza del linguaggio i bambini ai quali si parla molto. Ma non solo è importante parlare molto; ciò che conta è la disponibilità a fornire sempre chiare spiegazioni sul senso e sul valore di ogni affermazione. Non è il tipo di estrazione sociale o culturale a imporre forzosamente uno stato di deprivazione nell’educazione del bambino, ma la qualità stessa della relazione educativa famiglia-bambino. I bambini più ricchi nel linguaggio sono anche più promettenti in quanto a qualità intellettive; le loro madri hanno sempre parlato molto, ripetendo le parole, spiegando instancabilmente; in questo senso esse hanno rivestito il ruolo di maestra a tutti gli effetti. Se un bambino molto piccolo è stato deprivato, all’età di un anno appena darà a intravedere già le prime differenze; e queste con il passare del tempo tenderanno a consolidarsi.

Il rallentamento mentale è sempre la conseguenza principale di un adattamento iniziale dell’organismo ai condizionamenti ambientali. Bambini cresciuti in condizioni di quasi assoluta mancanza di stimolazione socializzante hanno spesso dimostrato una fondamentale incapacità di recupero. Quando nasce, un bambino è un essere intellettualmente privo di informazioni, ma nello stesso tempo possiede un cumulo di potenzialità enormi allo stato latente, in attesa di essere sviluppate. Da questo momento inizia il ruolo della famiglia e, in particolar modo, della “figura materna”, indirizzato al pieno sfruttamento del potenziale di sviluppo. Soprattutto nel corso del primo anno di vita il bambino è sensibilissimo all’ambiente, in particolar modo all’aspetto umano di esso, che si esprime attraverso gli atteggiamenti dei componenti la famiglia. Quando, nel caso ottimale, è posto nelle condizioni di esercitare la propria curiosità e la propria iniziativa, il bambino dimostrerà sorprendentemente di essere in grado di scoprire da solo la soluzione di problemi molto complessi. Questo fatto basta a sottolineare l’indicibile capacità di adattamento a situazioni mutevoli esistente nel bambino, e questo è l’aspetto che a maggior ragione deve essere coltivato di fronte alla prospettiva di un mondo in evoluzione galoppante che richiederà sempre più perfezionate capacità di adattamento.

Errori nell’educazione. È risaputo che la prima “sfida” con la quale il bambino attorno ai due anni di vita si mette per la prima volta a confronto con l’onnipotenza dell’adulto non rappresenta altro che una fase del normale sviluppo della personalità. Con tale atteggiamento il bambino mette effettivamente a dura prova la nostra capacità di pazienza e di comprensione. Se la nostra risposta sarà una reazione di collera, ci vorrà molto poco perché il bambino si accorga del nostro lato debole e ne approfitti in avvenire per vulnerarlo con maggiore audacia. La risposta violenta all’aggressività infantile, se considerata nella sua forma esasperata e usuale, può dimostrarsi destrutturante per la personalità in sviluppo.

Soprattutto è da attribuire alla figura materna educatrice una delle più grandi responsabilità nel delicato compito della formazione ontologica, e nello stesso tempo l’ineffabilità della sua opera. Indubbiamente ella dovrà possedere una vasta preparazione culturale alimentata da una sostanziale disponibilità affettiva. Senza queste condizioni, la più grande e la più delicata impresa che mai si possa immaginare, sia che la vogliamo chiamare formazione della personalità sia formazione e direzione dell’intelletto sia nascita delle facoltà mentali, sarà piuttosto affidata alla sorte. Al momento dell’apparizione del linguaggio sarà molto dannosa per un ulteriore arricchimento del medesimo, per la formazione di capacità logiche, per una più ampia estensione dell’esperienza, la posizione di genitori che considerino un peso il fatto d’intessere un dialogo con il bambino in ogni occasione da lui posta o di rispondere magari ripetutamente a reiterate domande con l’accortezza di fornire risposte chiare, esaurienti. Così pure sarà condizionante il mancato apporto di stimoli specificamente tecnici e materiali attraverso i quali il bambino potrebbe trovare la normale risposta alle proprie esigenze esplorative e di apprendimento.

L’origine della vita affettiva del bambino. La vita affettiva ha origine dal rapporto emozionale madre-bambino sin dal primo giorno di vita. La base dello scambio affettivo e dei futuri rapporti sociali risiede nella prima percezione esterna che ha per oggetto il volto della madre. Questa percezione si verifica in quanto durante la poppata gli occhi del bambino e quelli della madre s’incontrano. Le prime modalità di comunicazione tra madre e bambino sono espressive, intenzionali seppure non ancora a doppio senso. Tutta l’espressione della vita affettiva adulta dell’individuo trova la propria origine nel rapporto con l’oggetto d’amore primario, la madre. Nei primi mesi di vita il bambino esternalizza e interiorizza oggetti fantasmatici parziali buoni e cattivi che convergono e si fondono nella madre. La quantità di piacere ricevuto dalla madre consente l’internalizzazione nel Super-Io (o istanza morale) dell’oggetto buono capace di frenare il sadismo primario e autodistruttivo.

All’origine della vita affettiva il bambino ha bisogno di soddisfazioni istintive adeguate le quali, animandosi nella presenza buona garantita dalla madre, permettono al bambino di vivere testimoniando la presenza stessa nel mondo. L’esperienza primaria di piacere è offerta dalla madre e rappresentata dal suo volto. Verso il terzo mese di vita, infatti, il bambino ha bisogno di vedere il volto della madre non più soltanto per il soddisfacimento del proprio impulso di fame, ma come un bisogno di presentificazione umana, di inveramento. In tutti i casi il bambino si apre alla vita sotto la spinta dell’emozione accesa in lui dal contatto con la madre. Ha qui origine il tessuto emotivo della vita umana che è la condizione indispensabile per arricchire la vita espressiva. Lo sviluppo del bambino sarà armonico quando egli sarà capace di passare dal principio di piacere al principio di realtà, rinunziando all’immediato appagamento delle sue pulsioni istintive grazie a un processo di interiorizzazione dell’immagine materna e di identificazione con lei.

L’identificazione e la proiezione di oggetti fantasmatici buoni e cattivi trae origine dalla fase orale e si esprime più tardi nelle pulsioni istintive di esplorazione dell’ambiente. Mentre in precedenza l’immagine del proprio volto per il bambino aveva il valore dell’immagine del volto della madre, ora essa viene distinta e diventa come lo specchio del volto degli altri. Si verifica l’estraniazione di un Sé percepito in quanto oggetto e confrontato allo specchio con un Io percipiente in quanto soggetto.

La frustrazione infantile precoce o carenza di cure affettive, di amore materno, agisce direttamente e, nei casi gravi, in modo irreversibile, sulla maturazione della vita affettiva del bambino attraverso meccanismi somatici e psichici: alterazione del ritmo respiratorio; insufficienza di ossigenazione; incompleta maturazione nervosa e neurovegetativa; alterazioni ormonali e vitaminiche; stati di angoscia-panico; aumento della morbilità; difficoltà nella capacità di concettualizzazione del tempo; ritardo nel linguaggio; estinzione delle capacità relazionali. La frustrazione infantile precoce può, in alcuni casi limite, porsi all’origine di personalità dissociate, delinquenziali, schizofreniche, di stati psicopatici, dell’alcoolismo, di malattie psicosomatiche. Pure la formazione caratteriologica subisce una deformazione.

Una frustrazione infantile lieve e ben dosata è invece utile all’equilibrato sviluppo dell’affettività. Il danno appare quando si tratti di una sostanziale mancanza di adeguate cure materne. In tal caso il danno è irreparabile e spesso devastante per la stessa persona fisica, soprattutto qualora si tratti del primo anno di vita.

Il bisogno della madre. Esperimenti di vario genere hanno dimostrato che i legami affettivi hanno inizio da particolari sensazioni fisiche. Tuttavia la madre è tale per suo figlio non soltanto per una pura presenza fisica e assistenziale, ma in particolar modo per la sua disponibilità psicologica. Il bisogno della madre va inteso nel senso di un bisogno di stimolazioni intelligenti che una madre accorta è in grado di offrire al suo bambino. Già dall’inizio della venuta al mondo il bambino subisce una contaminazione del carattere da parte del carattere della madre. Ne consegue un incoraggiamento o una repressione di determinate tendenze innate. Il periodo più determinante per lo sviluppo delle competenze individuali è stato indicato fra i 10 e i 18 mesi di età. In questo periodo di tempo la figura materna va creando una determinata situazione di stampo neurologico nel suo bambino, tale da poter influenzare tutto il resto della sua esistenza. Il ruolo della madre si fonda su una capacità di organizzazione dell’ambiente stimolante e su una disponibilità di consulenza rivolta alle normali richieste del bambino. Tali atteggiamenti materni saranno della massima importanza per incoraggiare la curiosità del bambino. I rapporti con gli altri e la capacità di amare saranno influenzati dal tono della relazione diadica primaria. Questi rapporti si esprimeranno verso i tre o quattro anni quando il bambino, incoraggiato dolcemente e gradualmente ad abbandonare lo stato di prevalente dipendenza dalla madre, si aprirà a un mondo più riccamente stimolante.

Nell’usare il termine madre, tuttavia, occorre tener presente che, al di là del primissimo rapporto diadico madre-bambino, concorrono all’educazione del bambino, in misura assai determinante. il padre e tutti i membri presenti all’interno della costellazione familiare. Ne deriva la grave necessità di educare a loro volta i genitori soprattutto, ma anche chi concorre all’evento educativo, in linea con il loro delicatissimo e urgente quanto responsabile compito; educare, nel senso stretto di equipaggiare delle competenze necessarie a svolgere il compito altamente educativo, i responsabili chiamati in causa.

Se vogliamo parlare di rinnovamento dell’educazione, di riforma, dobbiamo considerare come punto di partenza del condizionamento educativo la stessa figura materna, prima ed essenziale maestra e, di concerto, i componenti la costellazione familiare.

Dato per certo che la presenza della madre riveste la massima importanza nei primi mesi di vita, all’incirca nel primo anno di vita del bambino, per l’organizzazione dell’Io, per l’apparizione e lo sviluppo del linguaggio, dopo questo periodo, in concomitanza con l’evoluzione dei rapporti oggettuali maturata dal bambino, sarà necessario promuovere l’apporto di sollecitazioni provenienti da una cerchia di esperienze via via più ampia. Allorquando il bambino si impossessa delle primissime ed embrionali forme del pensiero astratto, vale a dire subito successivamente all’apprendimento della deambulazione, la possibilità di ampliare l’arricchimento delle esperienze prende sempre più consistenza. Alle stimolazioni del linguaggio, intese in particolar modo come ripetizioni e chiarificazioni a richiesta, è di grande utilità addizionare altre stimolazioni che, sotto l’aspetto di attività ludiche, concorrono alla definizione di capacità superiori specifiche: l’attenzione, la memoria, l’intuizione, l’immaginazione, la percezione intelligente, l’azione deliberata, l’attività pratica. È necessario tener presente che ognuna di queste attività non va mai intesa come una costrizione all’azione o una imposizione di qualità, ma nel senso espressamente del “giocare insieme” fra genitori e bambino e deve essere proposta nei momenti di più favorevole accettabilità da parte del bambino.

Per tutto ciò l’educazione rappresenta l’unica e fondamentale leva di potere per assicurare un futuro che sia un futuro accessibile alla nostra progenie.

Nel parlare di educazione è da farsi il punto su due semplici ragioni. La prima è che ai tempi nostri si sono allentate certe richieste di acculturazione e di sensibilità emozionale che nel rapporto educativo non possono mancare se non si vuole cadere nel superficialismo e nel banale. Se dobbiamo da un lato abbandonare idee di autoritarismo o, all’opposto, di permissività oltre i limiti ovvero di lassismo, ugualmente ci corre l’obbligo di stabilire un clima continuativo di autorevolezza con i nostri ragazzi, perché in esso si riescano a scoprire e ad apprezzare significati indispensabili per un vivere operoso, efficace e soddisfacente. Noi vediamo oggi che alla maggior parte dei nostri giovani siamo riusciti a far credere di essere venuti al mondo per godere, per essere serviti, per avere tutto e subito, per primeggiare su tutti e su tutto. Chimere, queste, che prima o poi si riveleranno in tutta la loro ambiguità, facendosi responsabili di reazioni anomale da parte di alcune personalità deboli ed emotivamente meno attrezzate. Con il mondo che ci casca addosso e con le difficoltà che vanno moltiplicandosi sotto tutti gli aspetti dovremo invece insegnare ai nostri figli che essi stanno camminando lungo un sentiero con passi faticosi per raggiungere auspicabili gradi di autoaffermazione, ma anche che il Pianeta su cui sono apparsi non è altro che una palestra di vita nei suoi aspetti più critici e un banco di prova per le capacità di adattamento e di lavoro verso il miglioramento degli stessi sistemi di vita e di sopravvivenza. La società in cui viviamo ha assoluto bisogno di esperti dell’educazione dei bambini-ragazzi-giovani, e questi esperti dovrebbero in primo luogo identificarsi con le figure genitoriali. Ma i genitori sono sempre esperti nell’educare i figli o il più delle volte procedono per sentito dire, per prove ed errori, per intuito, per abitudine, per approssimazione? Si studia a lungo per diventare pilota, così per conseguire il dottorato in ingegneria, in medicina, in chirurgia e via dicendo; ma si consumano anche lunghe ore di apprendistato per ottenere l’idoneità a operare a seconda della professione intrapresa. Pensiamo forse che il lavoro dei genitori sia meno importante e meno pregiudiziale, per le conseguenze che ne possono derivare, di quello di un pilota, di un ingegnere, di un medico, di un chirurgo? Soltanto perché non se ne vedono gli effetti immediati? Ma poi il tempo che scorre arriva infine a dare ragione di quanto detto. Non tolleriamo errori da parte di professionisti come quelli citati nell’esempio, ma restiamo inerti se in qualche famiglia addirittura si finisce con il fare male il proprio lavoro di educatori e a forgiare personalità con forti distorsioni affettive e comportamentali: distimie di varia natura e atti illeciti. Mandare i genitori a scuola per imparare a fare i genitori? Potrebbe essere un modo di dire, ma non lo è soltanto, in quanto dovrebbero essere gli stessi genitori a richiedere assistenza e aiuto nello svolgere il mestiere più difficile e più delicato al mondo, e la politica dovrebbe essere pronta a venire loro incontro con l’organizzazione di veri e propri corsi di formazione in funzione soprattutto preventiva.

Quanto fin qui affermato a illustrazione del ruolo fondamentale della Famiglia nella costruzione dell’assetto sociale allargato vale come preambolo a una proposta di genere politico, la seguente:

Il nostro sistema di Governo è composto da una copiosa serie di dicasteri, ma manca, fra tutti, uno fra i più determinanti per il futuro di una società sana e costruttiva: un auspicabile Ministero della Famiglia. Un ministero che si faccia finalmente carico dei gravissimi problemi che affliggono una parte crescente della nostra gioventù: alcoolismo, droga, violenza, atteggiamenti sado-masochistici, suicidi, rifiuto volontario di applicazione allo studio e al lavoro, prodigalità, insofferenza per i propri simili, intolleranza, prevaricazione e quant’altro. Innanzitutto è necessario che gli addetti alla politica nazionale acquisiscano consapevolezza dell’importanza primaria occupata dall’ambiente familiare quando si parla di formazione della personalità infantile. Educare i figli, non solo allevarli, è il mestiere più delicato e più difficile, ma anche il più promettente per un futuro vivibile della società intera. Figli educati, sensibili ai bisogni degli altri, rispettosi delle regole fondamentali di convivenza e della tutela dei beni dati dalla natura, portatori di Valori fondamentali e di effettiva risonanza umana, amanti della conoscenza e dei sacrifici richiesti per la sua conquista, consapevoli delle proprie possibilità e dei limiti imposti ai propri comportamenti, consci del vero significato del concetto di “libertà” saranno un domani gli artefici di contesti umani, se non proprio felici, almeno soddisfatti del proprio operato e del proprio essere “insieme”.

Un siffatto dicastero, pertanto, dovrebbe essere composto a sua volta da persone con una grande formazione culturale e con una visione assai ampia della realtà in cui la società vive, ossia da pedagogisti, psicologi, sociologi, assistenti sociali e personale specializzato nell’affrontare i problemi attinenti all’età evolutiva. Dovrebbe inoltre provvedere a far sì che nelle famiglie regni un clima educativo saggiamente inteso, garantito da una precedente preparazione e formazione per i futuri genitori, non escluso il monitoraggio sull’evolversi all’interno del clima educativo familiare, in stretta sinergia e condivisione con i responsabili del nucleo familiare, a vantaggio della crescita armoniosa dei figli. Ossia, in parole brevi, lo Stato è tenuto a farsi carico di questa enorme necessità, pregiudiziale per l’intera esistenza e crescita della Nazione. Investire sul futuro umano si dimostrerebbe sicuramente il modo più efficace di produrre le condizioni migliori per un supremo bene sociale.

Un vero e proprio Ministero della Famiglia, dunque, non l’abbiamo. Esiste un “Dipartimento per le politiche della famiglia” alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei ministri: è la struttura di supporto per la promozione e il raccordo delle azioni di Governo volte ad assicurare l’attuazione delle politiche in favore della famiglia in ogni ambito e a garantire la tutela dei diritti della famiglia in tutte le sue componenti e le sue problematiche generazionali. Tale Dipartimento cura l’elaborazione e il coordinamento delle politiche nazionali, regionali e locali per la famiglia e ne assicura il monitoraggio e la valutazione; concorre al finanziamento delle medesime politiche; promuove e coordina le azioni del Governo dirette a contrastare la crisi demografica e a sostenere la maternità e la paternità; promuove lo sviluppo del sistema territoriale dei servizi socio-educativi, la riorganizzazione dei consultori familiari, la qualificazione del lavoro delle assistenti familiari, la riduzione del costo dei servizi per le famiglie numerose; promuove, incentiva e finanzia le iniziative di conciliazione dei tempi di lavoro e dei tempi di cura della famiglia; promuove e coordina le azioni del Governo in materia di relazioni giuridiche familiari e di adozioni nazionali e internazionali; cura l’attività di informazione e di comunicazione istituzionale in materia di politiche per la famiglia; assicura la presenza del Governo negli organismi nazionali, europei e internazionali competenti in materia di tutela della famiglia; fornisce supporto all’attività dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza e del Centro di documentazione e di analisi per l’infanzia e l’adolescenza.

Sono tutti propositi onorevoli, ma nessun parla di una formazione culturale tesa a insegnare alle coppie in attesa come si deve agire per coprire il ruolo di genitori con la massima efficacia e garanzia all’insegna di una crescita armoniosa dei figli a partire dalla nascita.

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