Guerra in Montagna (Con passo leggero sui campi di battaglia – puntata 8 di 15)

Col di Lana

La guerra è iniziata da poco, siamo all’8 giugno del 1915. Sparano le nostre batterie e conseguono un successo iniziale, ma restiamo in attesa. Intanto gli Austriaci scoprono di avere tempo a disposizione, ne approfittano e rinforzano le difese. Soltanto il 15 giugno i nostri generali si azzardano a provocare cauti avanzamenti, ma ancora temporeggiano, nonostante sia evidente la nostra superiorità numerica.
Un primo sventurato tentativo si risolve in un puro disastro, con 230 morti e 930 feriti.
È così che il 20 luglio il gen. Rossi risolve di fermare gli attacchi. Dal 3 al 4 agosto un nostro nuovo attacco viene respinto, nonostante si dica che le nostre forze fossero 10 volte superiori a quelle degli avversari.
Il 15 ottobre 1915 le nostre batterie riprendono i bombardamenti. Il 21 ottobre i nostri contingenti avanzano; li guida il col. Garibaldi, ma i Kaiserjäger li cacciano quando i nostri tentano di superare i reticolati.
Il 22 ottobre infuria un nostro bombardamento per undici ore: con l’attacco a q. 2221 si va profilando una vera strage. La battaglia si prolunga per dieci giorni e si conclude con una nostra vittoria. Per la ferocia degli scontri il Col di Lana verrà ribattezzato Col di Sangue: aveva richiesto migliaia di vittime per la conquista di due devastati punti di appoggio e della guardia avanzata di q. 2221.
Nel mese di novembre 1915 si susseguono alterne vicende: il giorno 7 più di cento pezzi sparano sulle postazioni nemiche; le nostre forze si dice siano trenta volte superiori; attaccano e conquistano la vetta che poco dopo viene di nuovo persa. Dodici compagnie di Fanti e quattordici di Alpini salgono per averne ragione, ma vengono decimate. È la ormai consueta carneficina provocata da attacchi frontali suicidi senza l’ombra di manovra e di precauzione tattica. Il 16 dicembre si sviluppa un altro nostro attacco che dà come risultato altri morti.
Finalmente si decide di passare ad altra strategia che non sia il devastante attacco frontale: il 3 aprile del nuovo anno, 1916, si inizia a scavare una galleria fin sotto la vetta dove si stiva una contromina da 110 kg di esplosivo per eliminare la postazione austriaca. I lavori terminano nove giorni dopo con la creazione di una galleria della lunghezza di 52 metri. Fra il 15 e il 16 aprile vengono sistemati 5.000 kg di nitroglicerina. Intanto la vetta è martoriata dalle nostre artiglierie: 139 pezzi di medio e grosso calibro da due settimane sparano con lo scopo di annientare o danneggiare fortemente i 250 soldati austriaci di presidio; ogni giorno cadono circa duemila bombe.
Il 17 aprile 1916 si verifica una vera e propria tempesta di fuoco: alle ore 11,30 brillano le mine e 115 uomini rimangono sepolti sotto i detriti. Il sacrificio complessivo fra Italiani e Austriaci nella lotta per il Col di Lana fu stimato complessivamente in 18.000 uomini.

Le Tofane

L’8 luglio 1916 le artiglierie italiane bombardarono potentemente le posizioni nemiche di Fontana Negra. Siamo nella zona sottostante alla Val Pusteria, non molto lontano da Cortina d’Ampezzo, una quindicina di chilometri appena verso ovest. Le Tofane si ergono lungo una linea montuosa che parte dalla Marmolada e, prolungandosi verso Nordest, tocca le cime di Col di Lana, del Monte Averau, del Sass di Stria, del Lagazuoi e del Monte Cavallo per inoltrarsi infine in Val Travenanzes.

Il giorno seguente all’azione delle artiglierie si mossero quattro nostri battaglioni che da Cortina puntarono verso la Val di Fanes, poco a Nord della Val Travenanzes, con lo scopo di sfondare il fronte austriaco sulla linea dolomitica. Il conseguimento dell’obiettivo venne però fortemente contrastato dalla reazione nemica. Furono gli Jäger dell’Alpenkorps tedesca a porre impedimento. È da chiarire un particolare: perché le truppe tedesche? Noi non avevamo ancora aperto il conflitto con la Germania, ma soltanto con l’Austria-Ungheria. Avremmo dichiarato guerra alla Germania soltanto il 28 agosto 1916. Tuttavia forze tedesche si erano presentate sui confini dell’Austria con l’Italia assumendosi il compito di contrastare tentativi di infiltrazione. I nostri Alpini fecero di tutto per impadronirsi della Cima Bòs, punto nevralgico della difesa austriaca. L’impresa venne però infranta dalla forte reazione austriaca.

Per conquistare la Cima Bòs non restava altro che sbarazzarsi della guarnigione austriaca che dalla conformazione rocciosa del Castelletto ne impediva la progressione. Si passò allora a scavare una galleria che venne armata con una potente carica di esplosivo, si parlò di 35.000 chilogrammi di gelatina. La notte fra il 10 e l’11 luglio furono azionati i detonatori. Il mattino presto dell’11 luglio 1916 si udì un rombo furioso e il Castelletto andò in frantumi. Una Valanga di dimensioni impressionanti si abbatté cancellando la fisionomia del possente torrione.
Nei pressi del Castelletto, quasi adiacente alla parete Ovest della Tofana di Rozes, a oltre 2600 metri di altitudine era un enorme masso denominato il Sasso Misterioso, una sorta di fortilizio naturale tenuto dai Kaiserjäger e che i nostri soldati non riuscirono a prendere.

La Marmolada

Il complesso della Marmolada era fermamente in possesso degli Austriaci già nell’aprile del 1916. Sulla Forcella così detta a “V” per via della sua conformazione orografica sul fianco della cima più elevata del massiccio, era di stanza un gruppo di quindici Fanti capeggiati dal tenente Rosso Flavio.
Il 26 settembre 1917 scomparvero tutti, sepolti dalle macerie di una devastante mina fatta brillare dagli Austriaci. Il ten. Flavio Rosso era riuscito, con i suoi Fanti, a togliere agli Austriaci il possesso di una galleria, poco prima dello scoppio detonato sulla Forcella a Vu, che seppellì i quindici Fanti del 51° regg. Fanteria, con il loro comandante.
Nella controparte austriaca la figura di spicco era rappresentata da una guida alpina, il ten. Leo Handl alla cui esperienza e al cui ingegno furono tributati i lavori faraonici di gallerie costruite sotto la coltre di ghiaccio con lo scopo di sorprendere i nostri soldati e farne strage. Si dice che avesse approntato una rete di cunicoli lunga complessivamente una dozzina di chilometri.
Un apprezzamento da fonte nemica: “Qui come ovunque gli Alpini si rivelarono autentici soldati di razza, uomini valorosi e cavallereschi”.
I nostri Caduti sacrificatisi nella serie di questi agguati da galleria e di brillamento di mine superarono il numero di 240 e appartenevano tutti al 51° reggimento Fanteria della brigata Alpi.

La tragedia del Monte Cimone

Gli Austriaci si erano impossessati del Cimone fin dal 15 maggio 1916. Il 20 luglio 1916 gli Italiani bombardano per 18 ore con 40.000 granate, ma gli attacchi a terra vengono respinti dagli Hessen e dai Rainer. La vetta del Monte Cimone, nei pressi di Arsiero sull’altipiano di Asiago, era stata presa agli Austriaci sin dal 23 luglio 1916, dopo i drammatici avvenimenti della Strafexpedition, ma a costo di grandi sacrifici. Il 23 luglio gli Alpini scalarono la parete Sud; avvistati dagli avversari, svilupparono sul posto un furioso corpo a corpo e riuscirono a raggiungere la vetta. Trascorsi due mesi, però, dopo insistenti tentativi la sommità fu riconquistata dagli Austroungarici in concomitanza con la detonazione di una mina di inaudita potenza. Già il 4 agosto con un coraggioso contrattacco gli Austriaci erano potuti ridiventare padroni della vetta, ma la furia e la potenza delle nostre artiglierie ben presto li aveva ricacciati sulle linee di partenza. Per i nostri avversari ora non restava che una soluzione da prendere, quella di far saltare all’aria la cima con tutti i difensori italiani, anche per rivalersi del disastro provocato dalla mina italiana tre mesi prima sul Col di Lana. Subito dopo l’esplosione si mise in moto l’artiglieria italiana per contrastare la presa della vetta da parte del nemico. Molte furono le vittime, sia da parte italiana sia da parte austriaca, anche fra i feriti dello scontro precedente, giacenti a terra. Il 4 agosto gli Austriaci scalavano la parete Est e conquistavano a loro volta la cima, ma ancora una volta vennero ricacciati dalla nostra artiglieria.

Il 23 settembre gli Austriaci scavarono una camera di scoppio e la riempirono con 14.200 kg di esplosivo. La vetta saltò in aria lasciando una buca di 50 metri di diametro. In risposta al brillamento per mano austriaca si sviluppò un devastante fuoco dell’artiglieria italiana contro la vetta. Restarono purtroppo uccisi molti feriti italiani.
Si racconta che il 24 settembre 1916 i nostri avversari avessero proposto la stipulazione di una tregua per soccorrere i feriti e per recuperare le salme dei caduti. Si calcolava che sulla vetta del Cimone si trovassero ancora una quarantina di soldati italiani intrappolati nelle caverne e impossibilitati a uscirne, a sentire dalle implorazioni di aiuto che da colà provenivano. Gli Austriaci si sarebbero mossi per prestare i soccorsi più urgenti, sennonché le nostre artiglierie che tempestavano la cima del Cimone per annientare il presidio nemico impedirono ogni movimento. Avvenne infatti che il Comando d’Armata italiano non accettasse la proposta; anzi, per tutta risposta ordinò di proseguire con il bombardamento. Ancora alla sera di quel 24 settembre si udivano le grida di aiuto, fattesi più disperate: poteva trattarsi di un centinaio di soldati bloccati, da come testimoniarono i commilitoni tratti in salvo. Soltanto sedici feriti riuscirono a essere tratti fuori dalle macerie.
Trascorsero altri due giorni e le grida di aiuto non avevano cessato di raggiungere l’esterno, ma ancora la zona era crivellata dai colpi degli shrapnel che facevano indietreggiare le squadre di Rainer partite per portare i soccorsi. La situazione non mutava ancora il 28 di settembre. Sopraggiunta la notte, furono liberati dalle macerie dodici soldati italiani, all’ultimo delle loro energie vitali. I nostri avversari, nonostante tutto, riuscirono a trarre in salvo ancora otto altri militari italiani addirittura il giorno 2 ottobre, dopo otto giorni di privazioni e terribili sofferenze. Gli Austriaci resteranno sul Cimone fino alla fine della guerra.
Questa era la guerra, il terribile mostro che, partorito dalla mente di pochi, servì a distruggere intere generazioni di gente onesta e lavoratrice. Come ribadisce Vittorio Brunello, ex Direttore del periodico l’Alpino, “… l’Italia è entrata in guerra per volontà del governo e del re, il parlamento ha ratificato. Il Paese non voleva la guerra…” (da l’Alpino n° 8, Settembre 2020, Lettere al Direttore, pag. 7).

Dolomiti

Fra il 3 e il 4 luglio 1915 l’Austriaco Sepp Innerkofler con 4 scalatori tenta di salire alla vetta del Paternkofel, tenuta da tre Alpini. Viene colpito a morte e sepolto sulla vetta dove rimane per due anni.
Il 17 settembre 1915 gli Alpini conquistano l’ultima delle Tofane, la Tofana di Rozes.
Nel corso del 1916 gli Alpini ricacciano gli Austriaci fino a Fontana Negra. Resta da prendere cima Bòs e lo si può fare, come ricordato, solo minando il Castelletto occupato da una guarnigione austriaca. L’azione è necessaria per aprire la via all’Alta Val Travenanzes. A Fontana Negra cade il gen. Cantore. L’11 luglio 1916 brillano 35.000 kg di gelatina: vengono sepolti dai detriti ventiquattro Austriaci, ma ne restano incolumi molti di più.

Alpi Carniche

Al comando della Zona Carnia, dal Monte Peralba al Rombon, era il gen. Clemente Lequio il quale aveva a disposizione 31 battaglioni, 13 batterie a cui si aggiungevano 24 batterie e 15 battaglioni del IV corpo d’Armata di Plezzo.
A Est del passo di Monte Croce Carnico si profilano tre cime assai contese per la loro posizione di accertata importanza strategica: il Pal Piccolo, il Freikofel e il Pal Grande. Dall’inizio del conflitto armato, gli Alpini si batterono in una lotta durata due anni e mezzo, ma molte furono le occasioni perdute a causa degli indugi e della eccessiva prudenza che determinavano le decisioni dei comandanti.
Dalla parte opposta del Passo si erge il Monte Cellon: La cima Ovest era occupata dagli Alpini, mentre la cima Est era tenuta dagli Austriaci.
Il 18 giugno 1915 il maresciallo austriaco Simon Steinberger tentò una sortita sulla cima Ovest, invano; ci provò Franz Weilharter che venne colpito a morte. Il 25 giugno Steinberger riuscì infine a guadagnare la cima Est del Cellon.

Monte Peralba

È il giugno 1915, da poco iniziate le operazioni di guerra. I caporali austriaci Rudolf Fellner e Ludwig Lipoth riescono a prendere la vetta del Peralba. Gli Alpini sono appostati poco sotto: Fellner si cala con una corda e ne fa strage gettando su di loro bombe a mano.
Fra il 7 e l8 agosto 1915 gli Alpini espugnano una posizione che nei primi giorni di guerra avrebbero potuto occupare senza combattere. È una situazione incresciosa che si ripete su molti fronti, dove il temporeggiamento assunto dai nostri comandanti aveva impedito di conquistare facili posizioni, lasciando al nemico il tempo necessario per organizzarsi e reclamando ingenti sforzi e spargimento di sangue nei tentativi tardivi di conquista.

Pasubio

Posizione: il Monte sorge a Sud di Trento, Ovest di Cimone, Sudovest di Valdastico, Est di Vallarsa.
Il Pasubio vide impegnati in lotta 40 mila uomini per quasi due anni, disposti su due fronti piuttosto ravvicinati, cosiddetti il Dente italiano e il Dente austriaco, divisi soltanto da una selletta. Il 24 maggio 1915, primo giorno di conflittualità, viene occupato dagli Alpini.
Il 2 luglio 1916 divampa un feroce scontro che causa fra gli Italiani 2.600 tra morti e feriti, più 300 prigionieri in mani austriache. Alpini e Kaiserjäger tirolesi sono appostati a pochi passi di distanza gli uni dagli altri. Il 17 luglio i Kaiserjäger prevalgono, ma subito dopo sono annientati dalla nostra artiglieria. L’episodio si ripete nella medesima edizione tre giorni dopo. Il 10 settembre si accendono altri scontri feroci: gli Alpini vengono ricacciati sulle posizioni di partenza.
Il 9 ottobre si scatena una tempesta di fuoco per far crollare il fronte fra l’Adige, l’Astico, Asiago e il Brenta. Il bombardamento si prolunga per ben dieci ore, seguito da sette battaglioni alpini che si lanciano all’attacco contro i Kaiserjäger. Ne proviene una mischia sanguinosa con confronti corpo a corpo. Si combatte per il possesso di una vetta coperta di cadaveri, prevalgono i Kaiserjäger.

L’attacco decisivo da parte italiana viene disposto con sedici battaglioni di Fanteria e Alpini. Nei giorni 19 e 20 ottobre parte l’ultimo assalto dei Kaiserjäger, “ma gli Alpini si dimostrarono anche in questa circostanza tenaci e valorosi soldati”. Le perdite ammontano a circa quattromila uomini.
La lunga serie di scontri lascia infine posto alla guerra di mine che si protrarrà fino al 13 marzo 1918, senza che ne provengano risultati tangibili.
Come se non bastassero le insidie fra uomini nella ricerca, da una parte e dall’altra, dei modi più efficaci per demolire l’avversario, nel solo inverno 1916/1917 imperversarono rovinose valanghe che travolsero circa 20 mila soldati causando molte vittime della morte bianca.

Piccolo Lagazuoi

Sul Piccolo Lagazuoi le operazioni belliche presero forma di guerra di mine. Nel mese di luglio del 1916 gli Austriaci scavarono una galleria. Il lavoro richiese alcuni mesi di notevoli sforzi e il 14 gennaio 1917 erano pronte 2 camere da mina a circa 200 metri sopra la cengia dove stavano gli Alpini. Dal Monte Averau gli Italiani tiravano con le artiglierie per contrastare il lavoro, ma gli Austriaci riuscirono ugualmente a portare 24.000 kg di esplosivo con cui armarono le gallerie.
Il 2 maggio 1917 una potente esplosione si levò in aria facendo precipitare sulla cengia dei nostri una massa di detriti pari a 130.000 metricubi: duecento Alpini, travolti da quella valanga di rocce, vi persero la vita.
Come sempre succedeva in questi casi, pronta giunse la risposta della controparte: era il 20 giugno allorché gli Alpini scavarono a loro volta una galleria per 1.100 metri di lunghezza e la minarono con 33.000 kg di gelatina. Al momento del brillamento della carica caddero molti Kaiserjäger. Seguì l’assalto degli Alpini sulla cima, ma senza esito. Allora gli Austriaci ne approfittarono per scavare un’altra galleria pressandovi all’interno 4.000 chilogrammi di ecrasite: era chiara l’intenzione di eliminare quel che restava della cengia sottostante. Si contarono altri morti, ma nulla di sostanziale veniva risolto. Verrà Caporetto – 24 ottobre 1917 – a porre fine alla battaglia di mine: aveva termine una lotta durata due anni e mezzo senza che si fosse pervenuti a qualche conclusione.

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