Scienza-peccato-anatema
Parte I di 3
È un titolo un po’ strano per un articolo che si propone di trattare argomenti scientifici. L’idea e lo stimolo mi sono saltati addosso dopo aver effettuato la lettura di La Letteratura Italiana. “Storia e Testi, vol. 33, Opere di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella (a cura di Augusto Guzzo e Romano Amerio, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1956), testo il cui contenuto riprenderò più avanti.
È stata più che altro la figura di Giordano Bruno a esercitare particolare attrazione sul mio senso di indagine diretto quotidianamente sul non conosciuto. Giordano Bruno è entrato nella Storia della scienza come simbolo di un rivolgimento che ha dato alla ricerca scientifica una svolta decisiva, ma ancora con la richiesta di gravi sacrifici, quello della vita nello specifico, che coinvolse il Giordano Bruno nel pieno delle sue rivelazioni avveniristiche.
Giordano Bruno percorse gli anni del XVI secolo, ma la scienza, a partire dalle conquiste del nostro Nolano, doveva aprirsi alla mente umana soltanto dopo trascorso un altro lasso di tempo per potersi definire con sempre maggiore esattezza. È tuttavia da dirsi che Giordano Bruno ne fu il valoroso e coraggioso precursore, sino al martirio. Dalla metà del suo secolo, il XVI come ricordato, con Leonardo, Copernico, Ferrel, Tycho Brahe e Keplero, gli astronomi puntarono sul ricorso al metodo induttivo-sperimentale che consentì di dare vita alla formulazione di una serie di leggi fisiche, frutto di osservazioni sempre più perfezionate.
Il secolo XVII vide Newton calcolare lo schiacciamento del globo terrestre ai poli; il secolo successivo assistette alla scoperta del pianeta Urano, a opera di A.W. Herschel. Fu di poi Bessel, verso la metà del XIX secolo, a effettuare la prima misurazione della distanza della Terra da una stella visibile nella costellazione del Cigno, calcolandola in dieci anni-luce ossia la distanza percorribile da una fantomatica navicella spaziale, per dieci anni senza soste, alla velocità di trecentomila chilometri al secondo.
Pressoché contemporaneamente a Bessel, troviamo Meyer e Joule nell’enunciazione del concetto di conservazione dell’energia, e Urbano Le Verrier con la sua scoperta del pianeta Nettuno. Subito appresso vediamo Léon Foucault mettere in azione il pendolo per comprovare il moto di rotazione del nostro Pianeta. Di lì in poi le nuove scoperte si accavallarono a ritmo crescente, non solo in ambito astronomico, ma altresì per altri rami del conoscibile, come l’informatica, la comunicazione, la medicina, i sistemi di terapia e prevenzione, solo per limitarmi ad alcuni nel vasto complesso dell’attività umana.
Le conquiste accennate non ebbero però sempre un carattere continuativo; anzi, nel lungo corso dei secoli subirono un arresto definibile nel senso di una inspiegabile “soluzione di continuità”, che sarà oggetto di analisi specifica nel prosieguo della presente trattazione. Questo, per il mistero, neppure tanto occulto, ma mai considerato nella sua portata storico-evolutiva sul progredire o meno della scienza astronomica, di una interruzione paradossale nell’uso della ragione.
Dopo questa osservazione, per non lasciare in sospeso la mia stessa descrizione dei fatti o, meglio, per portarmi a passi graduali verso una spiegazione valida delle conquiste acquisite dalla scienza oppure perse per strada, ritengo necessario creare un percorso che parta da molto lontano e ci conduca ai tempi attuali o, almeno, sino all’epoca della cosiddetta “Rivoluzione Copernicana”.
Da assidue quanto meticolose ricerche antropologiche veniamo a sapere che già cinquantamila anni prima di Cristo l’uomo di Neanderthal si dedicava a compiere rudimentali calcoli sui cicli astronomici. Vero segno che la curiosità e la voglia di sapere si appropriarono delle menti umane con una frequenza e un anticipo cronologico che non ebbero sosta.
Ma non andiamo troppo lontano, finiremmo per perderci. Mi accontenterò, allora, di visitare l’epoca segnata dai Presocratici (VII-VI secolo a.C.), dai contemporanei di Socrate e dai Postsocratici (IV-I secolo), sino all’avvento del sistema tolemaico. Sarà come minimo sorprendente constatare quanta strada fu percorsa da questi antichi ricercatori per arrivare ad acquisire conoscenze che ancora stavano per i più nell’immaginazione o nei calcoli cabalistici. E non avevano telescopi né cannocchiali, né lenti di ingrandimento: soltanto gli occhi e la nuda osservazione, corroborata dall’apporto di potenti ipotesi e congetture, non disgiunte da credenze coltivate in ambito religioso.
Con il 1400, si può dire, l’Europa inizia un percorso di risveglio delle menti che la porterà lontano. Un risveglio da un sonno – potremmo dire ipnotico, non spiegabile altrimenti – che si prolungava ormai da quasi quindici secoli.
I Presocratici (VII-VI secolo)
Presocratici furono quegli studiosi che diedero forma agli embrioni della filosofia sistematica, così denominati perché il loro pensiero precorse gli insegnamenti di Socrate, il sommo pensatore vissuto ad Atene dal 469 al 399 a.C.
I presocratici affrontarono inizialmente il problema cosmologico: la natura appare ai Presocratici come un tutto vivente, che trae la sua origine da un principio primo; questa natura però presenta due facce autentiche, perché è al contempo essere e divenire, unità e molteplicità, realtà indivisibile e frazionata in atomi, sostanza e legge, sensibilità e ragione.
Eccoci allora a Talete (640 o 625 – 548 o 545), uno dei sette Sapienti dell’antica Grecia, la cui idea era che la Luna non fosse distante dalla Terra quanto il Sole, inserendo dunque fra gli astri il concetto di distanza e di prospettiva. Talete ne trasse la conclusione che la Luna sarebbe potuta transitare fra la Terra e il Sole, causando il fenomeno dell’eclissi, cosa che si avverò il 28 maggio dell’anno 585.
Un discepolo di Talete, Anassimandro, vissuto fra il 610 e il 546 a.C., arrivò a coniare la definizione di infinito e di eterno, chiamandolo più propriamente “l’indeterminato”. Postulò che la vita fosse emersa dal fango marino.
Anassimene 586-528, ultimo rappresentante della Scuola di Mileto, discepolo di Anassimandro, riconduce tutto all’elemento aria che si muove come un gigantesco respiro dando origine al fuoco se più rarefatta, all’acqua e successivamente alla terra se più condensata. Anassimene ricerca il principio nell’aria, non solo nel suo significato meteorologico, ma anche in quello di spirito vitale, di anima.
VI-V Secolo
È di questo tempo l’asserzione di Pitagora (570-496) di Samo (si trasferì da Samo a Crotone, poi a Tebe, a Creta e in Egitto), secondo la quale la Terra è di forma rotonda e si trova sospesa nello spazio. Pitagora fu il primo a immaginare un’impostazione eliocentrica del sistema solare: 10 pianeti che ruotano attorno a un fuoco comune.
Senofane (VI-V secolo, 565-470), nato a Colofone (Asia Minore, Mare Egeo), l’abbandonò nel 545 0 540 a causa dell’invasione dei Persiani (546) e viaggiò molto. A lui si attribuiscono: la denuncia della grossolana ingenuità dell’antropomorfismo religioso; l’affermazione vigorosa dei caratteri che convengono alla divinità secondo la ragione, cioè l’essere unica, ingenerata, autosufficiente, capace di mandare tutto a compimento con la sola forza del pensiero; e, infine, la fiducia nell’uomo come autonomo indagatore della verità.
Un piccolo passo ancora e arriviamo a Eraclito (535-475) per il quale il mondo è fuoco, esistente da sempre e non creato, si accende e si spegne in eterno dando origine a tutte le cose (panta rhei, tutto scorre). Eraclito propose tra essere e non-essere uno stadio intermedio, il divenire, asserendo, in opposizione a Parmenide, che l’unità dell’essere ha origine proprio dalla sua molteplicità: l’unità è nel divenire cioè nella fusione dei due opposti, essere e non-essere. Per Eraclito ogni cosa tende a trasformarsi nel suo contrario.
Un nome di grande fama emerge fra i tanti, ed è quello di Parmenide della Scuola di Elea, vissuto fra il 520 e il 440 a.C. (o 541-450). Seguace di Senofane, sostiene l’immutabilità dell’Essere unico e nega ogni mutamento.
Difesero le posizioni di Parmenide i suoi due allievi, Zenone (495-430, i paradossi, la freccia che non raggiunge l’obiettivo) che sosteneva l’immutabilità di tutte le cose e Melisso: il primo approfondendo la problematica del linguaggio, il secondo sviluppando l’argomento dell’essere nella sua assolutezza sostanziale.
Di Melisso di Samo, in particolare, vissuto nel V secolo, nato verso il 470 circa a.C., riferisce Aristotele asserendo che tradì l’insegnamento di Parmenide introducendo l’idea dell’infinità dell’Essere. Il suo pensiero è uno sviluppo delle posizioni di Anassimandro e di Senofane. L’Essere è un infinito e si identifica, come eterno presente, con l’intero Universo. Essere e Natura coincidono in una unità onnicomprensiva, in seno alla quale le cose singole si dissolvono.
Quanto detto riporta a Baruch Spinoza 1632-1677 con la sua espressione Deus sive Natura, ponendo una distinzione: la Natura naturans ossia l’essenza di Dio e la Natura naturata che è l’insieme delle modificazioni della sostanza tramite gli attributi, come derivazione dall’essenza di Dio. – Il richiamo è anche per il pensiero di Giordano Bruno 1548-1600: nel mondo naturale si può ritrovare la presenza del divino che si identifica con tutta quanta la realtà naturale, da cui l’intuizione dell’infinità della natura e dei mondi). In realtà Melisso approfondì alcune teorie parmenidee, sostenendo l’unicità e l’immobilità dell’Essere vero, contrapposto al mondo sensibile, molteplice e in movimento. Melisso dimostrò che l’infinità spaziale e quella temporale fossero strettamente connesse, lasciando intravedere le geniali intuizioni elaborate da Einstein. L’Essere incorporeo si pone al di là del tempo e dello spazio, infinitamente esteso e sempre identico a se stesso
Contemporanei a Socrate (V-IV Secolo)
Anassagora (500-428) rinuncia a una visione onnicomprensiva del cosmo, si svincola dalla ricerca del “principio” e valorizza la ricerca empirica: non le “leggi del ciclo” ma le relazioni complesse che connettono fra loro le cose ci portano a un’autentica comprensione del cosmo. Fu accusato di empietà perché negava che il Sole e la Luna fossero dèi. Pose come origine di tutte le cose un numero infinito di semi. Affermò che nulla nasce e nulla viene distrutto: la nascita si configura come una mescolanza e la distruzione come separazione. In ogni cosa c’è una particella di tutte le cose (fa ricordare il bosone di Higgs, che ne annunciò la scoperta il 4 luglio 2012 al CERN di Ginevra. Nel 2013 valse il premio Nobel per Peter Higgs e François Englert). Anassagora ammise l’infinita divisibilità della materia. Al di sopra di tutto pose l’intelletto, inteso come la materia più leggera e più sottile, dotata di forza motrice e di conoscenza. All’inizio era il caos, poi venne l’intelletto che diede origine a tutte le cose.
Empedocle (483-423). Filosofo eclettico, ispirato al pensiero di Eraclito, di Parmenide e di Pitagora, ritorna alla teoria eraclitea delle trasformazioni. Radici del mondo sono l’acqua, il fuoco, l’etere e la terra e ognuna di esse è una, infinita e immutabile nello spazio e nel tempo. In ogni singolo ente si riscontra una mescolanza di queste radici in porzioni diverse, ma sempre presenti con tutte le loro proprietà. I quattro elementi si combinano generando le cose con un processo continuo e senza fine. Empedocle sostiene che i quattro elementi non subiscono cambiamenti, ma che la realtà è sottoposta a continue trasformazioni e nulla rimane mai identico a se stesso. Le forze che operano sui quattro elementi sono l’Odio e l’Amore, concepiti come forze attive.
Filolao (470-390) fu il pensatore più illustre del Pitagorismo del V secolo. Riteneva che la Terra rivestisse un ruolo marginale nel sistema solare, attribuendo invece la massima importanza a un “fuoco centrale”, chiamato Hestia, ovvero la sede di Zeus, centro dell’attività cosmica. Due secoli prima dei calcoli di Eratostene (276-196 a.C. o 284-192), egli sostenne un modello non geocentrico dell’Universo. Al centro dell’universo vi era dunque un grande Fuoco attorno al quale ruotavano dieci astri in senso antiorario: la Terra, l’Antiterra, la Luna, il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e il Cielo delle stelle fisse. Fu il primo a valutare in modo esatto la lunghezza della circonferenza terrestre.
Leucippo di Mileto (460-370) rivoluziona le concezioni sull’Universo: introduce la teoria atomistica e meccanicistica (ripresa e rielaborata da Democrito e da Lucrezio 98-55). C’è mutamento, ma esso è prodotto da un combinarsi e separarsi di particelle piccolissime, gli atomi (indivisibili). L’accettazione del vuoto è sicuramente l’intuizione più importante di Leucippo.
Democrito (dal 470/457 al 360/350). Riporta tutto l’esistente alla meccanica che si sviluppa fra gli atomi. Discepolo di Leucippo, pare abbia derivato la concezione atomistica da Anassagora che aveva concepito la realtà materiale come divisibile all’infinito in particelle diverse tra loro per qualità. Concepisce la realtà come un discontinuo (vedi Pitagora), formata da atomi indivisibili dotati di moto spontaneo e che, nel vuoto, danno luogo a formazioni diverse. Gli atomi, increati ed eterni, come è eterno il moto che li agita, sono uguali fra loro, ma differiscono per forma e dimensioni. Anche l’anima è costituita di atomi di natura ignea: è diffusa in tutto il corpo con il quale si dissolve al momento della morte.
I Postsocratici (IV-I secolo)
Eraclide Pontico, 390-310, fu uno dei più geniali astronomi dell’antichità: ammise per primo la rotazione della Terra intorno al proprio asse e precorse l’eliocentrismo di Aristarco.
Aristotele (384-322 a.C.) conferma la forma sferica della Terra per via dell’ombra proiettata sulla Luna durante l’eclissi. È da considerare come una delle menti più vaste che siano mai esistite. Concepiva l’esistenza di Dio, motore e fine ultimo dell’universo, immobile, pura forma e atto puro, pensiero di pensiero. Un corpo organico è soltanto la materia di un essere vivente; il principio della vita, la forma dell’essere vivente, è l’anima. L’anima è l’atto perfetto primo di un corpo naturale organico che ha la vita in potenza.
È anche il tempo in cui Aristarco di Samo (310-230) sostiene la validità del sistema eliocentrico ed elabora un metodo per calcolare la distanza che separa la Terra dalla Luna. Portò a logico compimento la concezione dell’universo di Eraclide (rivoluzione e rotazione dei pianeti). Fu accusato di empietà (come Socrate e Anassagora, V secolo), mentre la sua dottrina, che precorse di 1800 anni quella copernicana (Copernico 1473-1543: nel 1515 cominciò a delineare il sistema eliocentrico), venne ripudiata dagli antichi. È suo il metodo per misurare le distanze tra Sole, Luna e Terra. Aristarco seguiva la concezione atomistica, ma poneva una Mente suprema a muovere le dinamiche dell’Universo. Dovranno trascorrere ben altri diciotto lunghi secoli perché intervenga un Copernico a riprendere l’idea del Sole al centro di un sistema (De Revolutionibus, 1543).
Un altro passo avanti e arriviamo ad Archimede (287-212 a.C.) il quale si avvicina con sorprendente approssimazione al vero nella sua valutazione in circa 47.250 chilometri per la lunghezza della circonferenza terrestre.
Ed eccoci dunque ad Eratostene (276-196) il quale, ponendo in atto un procedimento ingegnoso e pertinente che si basa sulla misurazione di angoli e distanze parziali, stabilisce in circa Km 39.375 la misura della circonferenza terrestre.
Ipparco (200-120) di Nicea (Nicea: SE di Costantinopoli, Lago di Iznik, fondata da Antigonio Monoftalmo con il nome di Antigonia – 316 a.C. – Nicea in onore della moglie di Lisìmaco, uno dei diàdochi o generali per la successione al trono di Alessandro Magno – 356-323 – re di Macedonia), con il ribadire la sfericità della Terra, riesce a perfezionare i risultati conseguiti da Eratostene, stimando la circonferenza terrestre in circa 39.690 chilometri. Rideterminò, seguendo il metodo di Aristarco, la distanza del Sole.
Posidonio (134-50 a.C.) si ingegnò nel misurare la medesima lunghezza; ottenne così una lunghezza di circa 37.800 chilometri. Fu una mente enciclopedica, volta a indagare ogni ramo dello scibile, paragonato solo ad Aristotele.
Nel II secolo a.C. Ipparco di Nicea (200-120), lasciando a parte la concezione eliocentrica dei movimenti celesti, ebbe tuttavia una formidabile intuizione, quella che faceva decadere la consistenza cosmica di una sfera trapuntata di stelle fisse e che poneva queste ultime in uno spazio smisurato a tre dimensioni, lontane le une dalle altre e dall’osservatore in proporzioni assai diverse. Anche in questo caso si dovrà attendere qualcosa come lo scorrere di diciannove secoli perché nell’ipotesi coraggiosa di Ipparco vada a mettere le mani Edmund Halley (1656-1742) con la scoperta dei moti propri stellari. Il vuoto di conoscenza dovette aver avuto inizio subito dopo Ipparco se da lui a Tolomeo (100-178) trascorsero ben tre secoli in cui le menti dei ricercatori parevano tacere.
Dal secondo secolo a.C. infatti, dopo le sensazionali intuizioni di Ipparco di Nicea, sopravviene una stasi di circa tre secoli del pensiero speculativo che porterà a prevalere il Sistema Tolemaico; inizierà una lunga fase di silenzi, lontani dalla elaborazione di nuove ipotesi, dalla ricerca e dalle scoperte, che si protrasse sino al XV-XVI secolo d.C. Il progresso scientifico rimase in sospeso, da Ipparco fino all’adozione del metodo induttivo sperimentale, 1543, per circa 1700 anni.
Nel periodo che si va considerando svanirono come nel nulla, quasi l’effetto di un sortilegio, molte delle conquiste scientifiche acquisite, persino quelle relative alla sfericità della Terra.
Immagine di Copertina tratta da Aleteia.

