Analisi e studio su
AA.VV. – A cura di Henri Charles Puech
Storia del Cristianesimo
Giuseppe Laterza e Figlio S.p.A., Roma-Bari 1976-1983
Parte VI di 7
Uno sviluppo sorprendente
Da parte del potere imperiale, per ottenere l’asservimento dei cristiani alla logica politica, si ricorse in casi particolari alla persuasione mediante costrizione. Da parte delle fasce cristiane si guardava alle autorità imperiali con ammirazione, con riconoscimento per i favori ricevuti insieme a una evidente docilità di sottomissione. In seno alla politica imperiale si dava invece l’avvio a quel fenomeno cui fu affibbiato il nome di “cesaropapismo”, con riferimento alla supremazia dell’imperatore sull’intera organizzazione ecclesiastica. Era un po’ come se l’imperatore avesse potuto dire: Io vi ho creati in potenza e prosperità e a me dovete la vostra sudditanza.
Questa supremazia, però, non andò bene ad Agostino, dottore e santo della Chiesa cattolica, il maggiore rappresentante della Patristica occidentale, che si inalberò per evitare che la Chiesa diventasse una dipendenza dell’Impero.
Passiamo al secolo IV, dove troviamo un rapido aumento del numero dei vescovi e la decisa sottomissione della gente lavoratrice delle campagne, che veniva, come già accennato, reclutata tramite la predicazione e il culto dei miracoli. La Chiesa stava celermente perfezionando il proprio assetto organizzativo: apparve la figura del “papa”, denominazione assunta da Damasio I, (37° vescovo di Roma, 305-384, papa della Chiesa cattolica dal 366 fino alla sua morte. È ricordato per aver promosso la lingua latina nella liturgia e per aver commissionato a San Girolamo la traduzione della Bibbia – la Vulgata – in latino).
Le cose andavano avanti bene, ma non abbastanza, a considerare le aspettative coltivate. C’era sempre una nuova rifioritura delle eresie contro le quali la Chiesa mise in atto la persuasione, non priva del ricorso a metodi violenti. In quanto a persuasione, la Chiesa giocava altresì sulla sensibilità del popolo nella organizzazione di pellegrinaggi in luoghi sacri e nel culto dei martiri e delle reliquie che li ricordavano.
Ora trasferiamoci al V secolo, verso la fine del quale troviamo Clodoveo (fu “il primo sovrano germanico che abbia abbracciato la fede cristiana – anno 498 o 506. Fu il primo re franco a unificare i Franchi, cambiando la forma di governo da un gruppo di piccoli re al governo di un singolo re e assicurando che la regalità fosse trasmessa ai suoi eredi) che, dalle lontane terre germaniche, si convertì al Cristianesimo. Clodoveo, nato intorno al 466, morì nel 511.
Qui giunti, incappo in una storia che ha dello straordinario, nel senso che pare la riedizione di quanto accadde con Costantino, all’incirca trascorsi quasi due secoli: la conversione al Cristianesimo, per opera dell’intercessione del sempiterno “Dio degli Eserciti”. La storia, tratta da Gregorio di Tours, Storia dei Franchi, Mondadori, Milano 1981, merita di essere seguita nei particolari.
“La regina non smetteva di pregare perché Clodoveo arrivasse a conoscere il vero Dio e abbandonasse gli idoli. Eppure in nessun modo egli poteva essere allontanato da queste credenze, finché un giorno, durante una guerra dichiarata contro gli Alamanni, egli fu costretto per necessità a credere quello che prima aveva negato sempre ostinatamente. Accadde infatti che, venuti a combattimento i due eserciti, si profilava un massacro e l’esercito di Clodoveo cominciò a subire una grande strage. Vedendo questo, egli, levati gli occhi al cielo e con il cuore addolorato, già scosso dalle lacrime, disse: ‘O Gesù Cristo, che Clotilde predica come figlio del Dio vivente, tu che, dicono, presti aiuto a coloro che sono angustiati e che doni la vittoria a quelli che sperano in te, io devotamente chiedo la gloria del tuo favore. Perché ho invocato i miei dei ma, come vedo, si sono astenuti dall’aiutarmi; per questo credo che loro non posseggano alcuna capacità, perché non soccorrono quelli che credono in loro. Allora, adesso, invoco te, in te voglio credere, basta che tu mi sottragga ai miei nemici’. E dopo aver pronunciato queste frasi, ecco che gli Alamanni si volsero in fuga, e cominciarono a disperdersi. Egli, sospese le ostilità, parlò all’esercito e, tornando in pace, raccontò alla regina in qual modo meritò d’ottenere la vittoria attraverso l’invocazione di Cristo. E questo fu nel quindicesimo anno del suo regno.
Allora la regina comanda di nascosto al santo Remigio, vescovo della città di Reims, di presentarsi, pregandolo d’introdurre nell’animo del re la parola della vera salute. Giunto presso di lui, il vescovo cominciò con delicatezza a chiedergli che credesse nel Dio vero, creatore del cielo e della terra, che abbandonasse gli idoli, i quali non potevano giovare né a lui né ad altri. Ma Clodoveo rispondeva: ‘Io ti ascoltavo volentieri, santissimo padre; ma c’è una cosa: l’esercito, che mi segue in tutto, non ammette di rinunciare ai propri dei; eppure, egualmente, io vado e parlo a loro secondo quanto m’hai detto’. Trovandosi quindi con i suoi, prima ch’egli potesse parlare, poiché la potenza di Dio lo aveva preceduto, tutto l’esercito acclamò all’unisono: ‘Noi rifiutiamo gli dèi mortali, o re pio, e siamo preparati a seguire il Dio che Remigio predica come immortale’. E annunziano queste decisioni al vescovo, che, pieno di gioia, comandò che fosse preparato il lavacro. Le piazze sono ombreggiate di veli dipinti, le chiese sono adornate di drappi bianchi, si prepara il battistero, si spargono profumi, ceri fragranti diffondono aromi particolari e tutto il tempo del battistero è soffuso d’una essenza quasi divina e in quel luogo Dio offrì ai presenti la grazia di sentirsi posti fra i profumi del paradiso. Allora il re chiede d’essere battezzato per primo dal pontefice. S’avvicina al lavacro come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica. Così il re confessò Dio onnipotente nella Trinità, fu battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e venne segnato con il sacro crisma del segno della croce di Cristo”.
In un lungo periodo successivo, di fronte alla minaccia ventilata dai Bizantini, dai Musulmani e dai Longobardi, si succedettero una serie di mosse politiche che portarono, verso la metà del secolo VIII, alla concessione al papa di alcuni territori, per un accordo stipulato con i Longobardi. Fu il primo abbozzo della formazione di quello che sarebbe diventato lo Stato Pontificio.
Ma ancora ombre si stendevano sul ritmo di crescita della Chiesa cattolica: da una parte non si rinunciò, per il raggiungimento dei propri fini, al ricorso a metodi violenti; da un’altra parte emergevano casi di vescovi e sacerdoti di bassa lega e di comportamento malvagio, per i quali la violenza era un attributo ben noto. Ancora sotto l’egida di Carlo Magno il ricorso alla violenza era d’uso comune, espresso con la distruzione delle usanze naturali dichiarate eretiche, con i battesimi forzosamente imposti, con il terrore che invadeva chi si fosse dimostrato ostile ai dettati della Chiesa. Per di più fra il clero andava generalizzandosi la triste devianza alla simonia. Folta affluenza di cortigiani al servizio del papa, mentre a un grado inferiore una schiera di cardinali ossessionati dall’avidità, dal potere, dal prestigio, per raggiungere il possesso dei quali non disdicevano l’insinuarsi in intrighi. Arrivò a dominare la scena lo sfarzo, costosissimo e senza risparmi, in certi casi accompagnato alla dissolutezza. Quando poi la sede di papato fu trasferita ad Avignone, secolo XIV, proprio ad Avignone il centro assunse il ruolo di un imponente centro finanziario, dove usura e affarismo andavano per la maggiore.
A queste deprimenti notizie, Puech aggiunge che, in un clima diventato impossibile, le numerose carenze denunciate fra il clero per il dilagare dell’ignoranza, dell’immoralità e della mancanza di una guida sicura da parte dei vescovi, non accennavano a diminuire. I predicatori che entravano nei contesti umani, per convincere, non sapevano altro che fare uso della superstizione, della pratica della stregoneria, del ricordo risvegliato dal terrore della morte.
I vescovi preservavano la propria incolumità fisica attraverso la minaccia di pene severe e pesanti, cosa che fu all’origine di un crescente potere e di una più ampia posizione di prestigio a loro favore. Il popolo, per siglare la propria fede, non doveva pensare ad altro che a presenziare attivamente ai riti sacri e alla pratica dei sacramenti. La vita religiosa trovava nuovi spazi per esprimersi, anche attraverso una nuova concezione architettonica nella costruzione dei templi. La sottomissione dei fedeli veniva sancita attraverso il riuso di atteggiamenti feudali, come quello corrispondente alla preghiera con le mani giunte.
Il nuovo millennio faceva capolino con la promulgazione di riforme, attuata da Gregorio VII, il pontefice che lanciò la scomunica all’imperatore Enrico IV, sino a metterlo in ginocchio, sancendo in tale forma la superiorità del potere spirituale sul potere temporale.
Una nota oscura risuonò sui fronti della Chiesa cattolica con l’Inquisizione che, dal secolo XIII, fece uso libero persino della tortura. Un inasprimento di intolleranza fu espresso nei confronti degli Ebrei, sino alla loro relegazione in ghetti riservati. Costituiva elemento di maggiore controllo sul sapere popolare l’obbligo ad accostarsi, almeno una volta all’anno, alla confessione auricolare che, oltre a sovvenire alla remissione dei peccati, portava in sé il carattere dell’acquisizione di non rare utili confidenze.
Ma intanto le ricchezze di cui la Chiesa cattolica poteva vantarsi e godere andavano in crescendo, tanto da collocare la Chiesa stessa nella fascia dei primati per la detenzione del reddito su scala europea. Era ovviamente il popolino a procurare il gettito quotidiano di ricchezza: se i fedeli si fossero rifiutati sarebbero incorsi in gravi punizioni, tali la scomunica e il rifiuto alla sepoltura con la benedizione religiosa.
I secoli XIV e XV riesumarono una vecchia deformazione della gerarchia ecclesiastica ossia quella relativa alla compresenza di due e persino tre papi in combutta fra loro, al soglio pontificio. Tristi vicende si verificarono nel XV secolo allorquando le lotte fra l’antipapa di Basilea e il pontefice romano si protrassero per quasi un ventennio.
Il secolo XVI portava in auge l’insorgere di un grave quanto delicato problema, quello delle indulgenze vendute in Europa con la promessa sicura di remissione di tutti i peccati, in cambio di un’offerta di denaro nella misura richiesta. L’introito sarebbe servito a ristrutturare la basilica di San Pietro in Roma. Fu davvero una bella trovata: non costava un centesimo alle casse della Santa Sede e la povera gente si comprava la salvezza garantita dell’anima con quell’offerta indebita. Si oppose a questa pratica falsificatoria Martin Lutero, con la pubblicazione delle sue 95 Tesi, attirandosi per questo la scomunica nell’accusa di eresia.
Il secolo XVI continuava con le solite turbolenze generate da discordie sui vari “Credo”, soprattutto fra cattolici e protestanti. Contrasti che incrudelirono, sino al punto di conformarsi come guerre di religione, in particolare dopo che Francesco I di Guisa aveva fatto massacrare, a Vassy, il primo marzo 1562, numerosi protestanti (aveva aiutato il papa Paolo IV nella lotta contro gli Spagnoli, tentando nel contempo di impadronirsi del trono di Napoli). Il secolo XVI assisteva anche alla separazione della Chiesa d’Inghilterra, al cui vertice si poneva Enrico VIII, dalla Chiesa di Roma, con la conseguente caduta di ogni privilegio giurisdizionale della Chiesa cattolica su quella anglicana.
Enrico VIII, tuttavia, non ributtò tutto del dogma cattolico; anzi, promulgando la così detta “Legge dei sei Articoli” nel 1539, ratificò la dottrina di transustanziazione, la comunione sotto una sola specie, le messe per i defunti, la confessione auricolare, i voti e il celibato. Sull’argomento transustanziazione, che trasformava il pane e il vino in corpo e sangue di Gesù Cristo, si sollevarono forti obiezioni che furono a capo di violenti dissidi e del sacrificio di numerose vittime.
Nonostante circolasse fra le Chiese una richiesta, un bisogno di unità, la Chiesa cattolica costituì un’eccezione, ancora chiudendosi in sé, come trapela dalle conclusioni del Concilio di Trento nel 1563. L’affare della nomina dei vescovi era ancora competenza dell’imperatore. Ne proveniva l’apparizione di numerosi vescovi-conti, possessori di ingenti beni terreni, allorquando le nomine avvenivano per interessi familiari e di casta, a vedere in certi casi dalla giovane età considerata: sedici, undici anni.
I disordini e i conflitti armati intercorsi nei secoli XVI e XVII lasciarono via aperta, fra il clero, al cedere a reiterati disordini, come la dedizione eccessiva al vino e le devianze sessuali. I regnanti, tuttavia, sapevano discriminare e dirigere la propria scelta sugli ecclesiastici di estrazione nobiliare o simili. Si perpetuava così ancora la dicotomia, già constatata, fra l’alto clero e la sua rappresentanza più bassa e umile.
Verso la fine del XVII secolo l’evoluzione del pensiero arrecò basilari stravolgimenti nella considerazione delle Verità rivelate. Il significato intimamente religioso della Chiesa cattolica andava affievolendosi e della Chiesa stessa i nuovi studi facevano un ricettacolo di miti. Il sentimento religioso si andava via via svuotando dell’anelito puro alla trascendenza, scadendo a mera abitudine e opportunità.
Con l’avvento della Rivoluzione francese la Chiesa attraversò un periodo di profonde sofferenze a motivo delle persecuzioni atroci e delle privazioni dei beni acquisiti. Furono anni neri per la Chiesa, che si protrassero per tutto il XVIII secolo, sino alla stipulazione liberatoria di una serie di concordati con la parte politica della società.
Da una parte la Rivoluzione aveva messo in luce le proprie debolezze, tanto che si dovette ricorrere al sostegno di un’autorità più garante, e questa fu rappresentata da una Chiesa ancora stabile sui propri principi, affidabile per il mantenimento della compattezza in una società dai valori già vacillanti e insicura. Si ripeteva l’antica edizione del Costantinesimo, allorché la potenza imperiale, gravata da problemi insormontabili, per non perdere i propri requisiti di potenza primaria, fu costretta a tendere la mano a quello stuolo di cristiani che andavano acquisendo all’interno del tessuto sociale sempre maggiore credibilità.
Il prestigio che promanava dal peso ieratico della figura papale già nel XVI secolo fece conferire a un papa, Alessandro VI, il ruolo di arbitro nelle decisioni per la spartizione fra Nazioni delle terre conquistate nei nuovi continenti. Il papa andava investendosi di autorità assoluta che si sarebbe estesa su tutto il clero mondiale, a muovere dalle deliberazioni assunte in seno al Concilio Vaticano I del 1869-1870 con la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale. Al termine del XVI secolo l’espansione della parola evangelica aveva raggiunto dimensioni amplissime, anche a seguito della spinta attuata dal movimento di conquista coloniale in altri continenti.
Il secolo XIX vedeva l’accrescersi di buona lena dei bilanci gestiti dalla Chiesa cattolica. L’Opera per la Propaganda della Fede aumentò i propri averi in modo impressionante, rispetto alla valutazione iniziale del 1822, di 61 volte dopo appena 14 anni di 147 volte dopo 20 anni. Nel 1970 già aveva in mano la disponibilità di oltre 33 milioni di dollari destinati alla propaganda della fede cattolica.
Ora è tempo di concludere, sebbene una conclusione appetibile si presenti di atto ancora molto remota. Ma vale la pena provarci. Stringi stringi, sono arrivato a collocare le notizi riferite nell’analisi del testo di Puech sino a sintetizzarle in tre categorie di valutazione, chiamiamole così: quella dei fattori che giocarono, nel corso della Storia del Cristianesimo, in forma sfavorevole allo sviluppo del pensiero religioso in dimensione catechetica; quella dei fattori positivi di origine interna all’organizzazione ecclesiastica; e quella dei fattori positivi che dall’esterno hanno influito sul processo di crescita della teoria cristiano-cattolica.
Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

