Teogonia – Parte 2 di 2

Teogonia

Teogonia, ovvero, Genealogia delle Divinità.

Parte II di 2

Torniamo intanto a Zeus, che non pensava affatto a farla finita con le proprie malefatte. Questa volta si invaghì di Europa, figlia di Fenice e di Agenore, re della Fenicia, e sorella di Cadmo. Per poterla rapire, Zeus si trasformò in toro e la portò con sé a Creta. Da Europa e Zeus nacquero Minosse, Radamante e Sarpedonte. Ma poi Europa andò in seconde nozze ad Asterione, re di Creta. 

Arriviamo quindi a Cadmo, figlio del re fenice Agenore, che lasciò il suolo patrio per andare alla ricerca della sorella Europa, rapita da Zeus. Nel corso della sua ricerca, Cadmo si fermò nella Beozia dove si accinse a fondare una nuova città, Cadmea. Rimasto senza compagni, uccisi da un drago, Cadmo sconfisse a sua volta il drago e ne seminò i denti; da questi presero forma uomini armati, cinque dei quali furono i capostipiti dei futuri abitanti di Tebe. Cadmo sposò Armonia, figlia di Ares. In vecchiaia Cadmo e la moglie si ritirarono in Illiria, trasformati in serpenti, simboli di saggezza. 

Sulla scena dell’Olimpo appare Semele, figlia di Cadmo e di Armonia, detta anche Tióne, andata promessa all’instancabile Zeus, sempre in agguato per impossessarsi delle belle fanciulle. Dall’unione di Semele con Zeus fu generato Dioniso, il divino. Il fatto suscitò ovviamente le ire e la gelosia di Era la quale, per vendicarsi, ottenne che Zeus si mostrasse alla propria amante nel suo totale splendore. Così fu e, al cospetto della luminosità accecante di Zeus, Semele fu ridotta in cenere. Ma Zeus volle assicurare la facoltà di vivere al bambino che sarebbe nato. Fu così che Dioniso, fattosi adulto, riuscì a scendere nell’Ade, a liberare la madre Semele e a riportarla sull’Olimpo. Dioniso, una delle più importanti divinità della vegetazione e dei misteri orgiastici, sperimentò una nascita duplice e miracolosa: estratto ancora allo stato fetale dalle ceneri della madre, venne incistato e cucito in una coscia dello stesso Zeus e seguì tutto quello che fu un normale processo di gestazione, fino alla nascita. Si racconta che Dioniso, in età adulta, peregrinasse fino a raggiungere l’India, sostenendo apre lotte contro i Giganti e portando in sposa Arianna, che era stata abbandonata da Teseo. Accompagnato da una schiera gioiosa e danzante di satiri, sileni, menadi, tiadi e baccanti, da Pan e da Priapo, partecipava a riti nel clima dell’ebbrezza orgiastica. I suoi seguaci, vivendo l’esasperazione dei sensi e l’eccitazione che proveniva sia dalle abbondanti libagioni sia dal divoramento delle carni vive e crude delle vittime, raggiungevano l’illusione di aver incorporato l’essenza stessa del dio e di essere diventati una cosa sola con lui. Erano cerimonie religiose deliranti e sfrenate. Il culto di Dioniso, espressione di possenti forze della natura e anche delle più intime esigenze dell’anima, a partire dalla Tracia o Lidia, ebbe ampia diffusione e contribuì a introdurre nella religione il senso del mistero.

In una direzione parallela emergeva la stirpe proveniente da Elio, la personificazione del Sole. Elio era nato dal Titano Iperione e da Tia (o Eurifaessa): sperimentò una copiosa serie di unioni amorose, nella fattispecie con l’oceanide Climene dalla quale ebbe numerosi figli, tra i quali Fetonte; poi con l’oceanide Persi o Perside, dalla quale discesero Eeta e Circe. Si narra che, in Sicilia, Elio possedesse sette armenti di buoi e sette greggi di pecore di 50 capi ciascuno, a raffigurare l’antica suddivisione dell’anno solare in 50 settimane di sette giorni () e sette notti ciascuna. Allorché, all’interno dell’Impero romano perse smalto il paganesimo, il culto di Elio si affrancò a quello cristiano nella condivisione di un monoteismo solare proposto dalla filosofia neoplatonica, dando origine al culto nel dio “Zeus Elio Serapide” delle popolazioni orientali.

Una fra i discendenti di Elio e Perside (Perseide) era Pasifae, andata sposa a Minosse, re di Creta, diventata madre di Fedra e di Arianna (mortale). Accadde che Pasifae si fosse innamorata di un toro bianco di eccezionale bellezza che Posidone, per una maledizione di Afrodite, le aveva inviato. Pasifae avvicinò il toro camuffandosi, nascosta in una vacca di legno che Dedalo aveva appena costruito per lei. Dall’unione con il toro nacque il mostruoso Minotauro.

Arianna, sorella di Fedra, di innamorò di Teseo al quale provvide un filo da svolgere nel percorso lungo il Labirinto, per ritrovarne l’uscita dopo aver compiuto la missione di uccidere il Minotauro. Andata a buon fine l’impresa, Teseo fuggì da Creta con Arianna, ma a Nasso l’abbandonò, tornandosene ad Atene, e finì la propria vita precipitando in mare da una rupe. Si credeva che Arianna si fosse gettata in mare, presa dalla disperazione o, secondo un’altra versione, fosse andata sposa a Dioniso. 

Tornando a Minosse, c’è da dire che generò un buon numero di eroi e di eroine, fra i quali si ricordano Deucalione, Glauco, Androgeo, Arianna, Fedra, e che si perse in molti amori, come con Scilla e con Procri (figlia di Eretteore di Atene e Prassitea e sorella di Creusa, Orizia e Ctonia). Il figlio Androgeno era stato ucciso dagli Ateniesi; Minosse, per vendetta, impose loro di sacrificare al Minotauro sette giovani e sette giovinette per ogni tempo stabilito. Nell’Oltretomba Minosse, per il suo senso di giustizia, ottenne il compito di giudicare i morti.

Riappare a un tratto la figura di Gea la quale, unitasi con Ponto (il Mare), generò Nereo, altra divinità marina. Dall’unione con Gaia diede l’esistenza a Taumante (il meraviglioso, di bellissimo aspetto, simile a divinità maschili olimpie, come Apollo, Ares o Ermes). Gaia, ancora, generò, dal rapporto con Tartaro, il gigante Pallante, reo di aver tentato di violentare Atena. Da Gea e Ponto prese vita anche Forco, dio marino. Questi, sposata la sorella Ceto, trasmise l’esistenza alle Graie (Enio, Penfredo, Dino) e alle Gorgoni (terribili mostri femminili: Medusa, Steno, Euriale; tramutavano in pietra chi avesse osato fissarle con lo sguardo), nelle sembianze di cigni. Nella loro storia subentra Persèo che, alla caccia di Medusa, le costrinse a rivelare la dimora delle ninfe Stigie che avrebbero garantito buon esito all’impresa.

Gea o Gaia (la Terra) era un’antichissima divinità personificante la forza generatrice della Terra. Nell’Attica era considerata madre del capostipite Erittonio. Confusa nel mondo greco con Rea, poi con Cibele e Demetra, presso i Romani venne assimilata a Tellus e, di riflesso, a Cerere. Qui si presenta un’altra entità, fra il divino e il fisico, chiamata Tartaro, nato da Gea e da Etere, divinità primigenia; ma anche luogo dove venivano condannati a subire le pene esseri primitivi e mostruosi, divini o semidivini, come i Titani e i Ciclopi, o eroi che avevano offeso gli dèi, come Tizio, Tantalo, Sisifo, Salmoneo, Issione. Il Tartaro era considerato il recesso estremo dell’Ade dove i colpevoli soffrivano di acute torture. Tartaro-divinità, unitosi a Gea, generò Tifone, un mostro alato con cento teste di drago. Unitosi a Echidna diventerà padre di Cerbero, di Otro e dell’Idra di Lerna.

Sulle disavventure di tifone abbiamo due versioni: secondo la prima, venne colpito da Zeus con un fulmine e precipitato nel Tartaro; la seconda dice che Tifone si scontrò con Zeus e riuscì ad averne ragione: si impossessò della folgore che era il distintivo di Zeus, al quale recise i tendini per nasconderli poi in una caverna. Sennonché Ermete e Pan, o forse Cadmo e Apollo, li ritrovarono nel loro nascondiglio e li riportarono a Zeus il quale, per vendicarsi, scaraventò Tifone sotto le pendici dell’Etna. La compagna di Tifone, Echidna (la Vipera) era un mostro favoloso originario della Cilicia. Figurava per metà donna e per metà serpente, proveniente dalla coppia Crisaore-Calliroe o da quella più conosciuta per le citazioni precedenti, di Gea-Tartaro.

Con Tifone, oltre ai tre figli citati, Echidna generò altri esseri mostruosi, come la Chimera, la Sfinge e il Leone di Nemea. Cerbero, uno dei tre, era stato comandato a guardia degli Inferi per impedire il ritorno a chi vi fosse entrato. Aveva la figura di un cane con cento o cinquanta teste, con la coda di drago e teste di serpente lungo la spina dorsale. Si irritava fortemente contro i vivi che volevano forzare l’entrata negli Inferi, come il caso di Piritoo e Teseo nel tentativo di liberare Persefone. Fu domato soltanto da Eracle, che riuscì a metterlo in catene.

L’Idra di Lerna appariva anch’essa come un mostruoso serpente acquatico, provvisto di numerose teste e di un soffio che provocava la morte. Fu uccisa da Eracle nella seconda delle sue fatiche. A Eracle fu di aiuto il nipote Iolao, il quale distruggeva con il fuoco le teste appena recise da Eracle, impedendone la rigenerazione. 

Eracle (Gloria di Era), detto Ercole in contesto latino, era la personificazione della forza e del valore. Come s’è detto nel primo resoconto della situazione riguardante la Teogonia, si pensò che Eracle fosse figlio di Zeus e di Alcmena, moglie di Anfitrione. Protagonista di incredibili imprese fin dai primi istanti della vita, Eracle fu oggetto delle ire di Era che lo fece impazzire, al punto che Eracle arrivò a uccidere la moglie Megara, figlia di Creonte, e i suoi stessi figli. Per espiare la propria colpa, Eracle si sottopose per dodici anni a prove pesantissime, le dodici fatiche, dal compimento delle quali acquisì l’immortalità.

Allorché indossò la tunica inviatale da Deianira, che aveva sposato, ma poi lasciata per unirsi con Iole di Ecalia, Eracle avvertì che stava sopraggiungendo la propria fine. Fece accendere un rogo sul monte Eta e si gettò tra le fiamme. Gli dèi lo trassero con sé e gli donarono Ebe come sposa.

Con la prodezza e gli eventi tragici trascorsi da Eracle, lascio questa truce compagnia di divinità mostruose e perfide, non trovando a disposizione altro materiale da analizzare. Abbandono il discorso intrapreso, infarcito di ripetizioni, di probabili imprecisioni e di sviste interpretative per la complessità delle cose da ricordare e da riportare nei dovuti spazi. Certo è che gli antichi godevano di una fantasia sfrenata nel credere, o nell’atteggiarsi a credere, quanto sopra esposto. Non penso tuttavia fossero così lontani dal preconizzare una realtà che si è protratta per secoli e millenni, intrisa di veleno mortale ai giorni nostri, se soltanto ci disponiamo a osservare le sofferenze, le sopraffazioni, le ingiustizie sociali, i soprusi, le disuguaglianze di fondo, lo sfruttamento delle risorse e delle intelligenze, la deprivazione dell’essenziale, i genocidi dilaganti. In una parola, un mondo ancor sempre dominato da divinità potenti, altezzose, malvagie e vendicative.

Immagine di Copertina tratta da Picryl.

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