Sprazzi di luce sulla Grande Guerra – Parte 13 di 20

Sprazzi di luce sulla Grande Guerra

Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana

La Guerra d’Italia 1915-1918

Frat.i Treves Editori, Milano 1932

Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.

La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.

Parte XIII di 20

Dalle vittorie della Bainsizza a Caporetto

Il 31 agosto 1917 il Times scriveva: “Il fattore dominante della guerra, in questo momento, è il magnifico successo ottenuto dagli italiani sul medio Isonzo e sul Carso. Vittoriosi, gli italiani hanno spazzato impetuosamente il grande altopiano della Bainsizza e le loro facce guardano in direzione di Lubiana. Nessun teatro di guerra offre maggiori promesse che quello italiano, e su nessun altro il nemico è più vulnerabile”. 

Il Daily Express così dichiarava: “A noi inglesi le vittorie italiane offrono particolare soddisfazione, poiché antichi vincoli ci uniscono alla nobile Nazione”. Il colonnello Repington rilasciava una dettagliata analisi della situazione: l’artiglieria austriaca aveva pezzi da 104 fino a 381 mm. Era circa la metà della forza austriaca a essere dislocata sul Carso, dal Vipacco al mare, dieci divisioni. Repington sottolineava la vittoria italiana con la conquista della linea austriaca di Corite e di Selo in direzione della linea austriaca sullo Stari Lokva e a sudest del Dosso Faiti, aggirando la destra austriaca. Anche i giornali russi commentavano la vittoria italiana per il valore che rappresentava a favore della Russia e della Romania. 

Dopo la perdita del Monte Santo, gli austriaci consideravano come perduto il San Gabriele, dopo che le artiglierie italiane lo avevano isolato per impedire l’arrivo di rinforzi. Il maggiore Moraht scriveva sul Pester Lloyd parlando dei progressi tattici conseguiti dagli italiani i quali “puntando da Descla, hanno avanzato verso est, hanno occupato il Monte Santo e adesso premono da sudovest contro il massiccio di Bate. I difensori si trovano in una difficile situazione. Nel settore del litorale i nemici (italiani) hanno conquistato Selo e la loro ambizione mira a scuotere la potente posizione dell’Hermada”. A queste notizie si aggiungevano le osservazioni del generale Cadorna sul Bollettino del 5 settembre: “Sull’Altopiano di Bainsizza conseguimmo vantaggi conquistando una importante posizione a sudovest di Okrogio… Nella giornata furono fatti prigionieri 86 ufficiali e 1602 uomini di truppa”.

Il giornale inglese Daily Chronicle scriveva l’8 settembre 1917: “Noi non potremo riconoscere mai abbastanza il valore veramente splendido delle imprese che gli italiani hanno compiuto. Il terreno sul quale ora combattono è uno dei più difficili di qualsiasi fronte… la brillante opera dell’ultimo mezzo mese non è stata meno fruttuosa dei nostri maggiori successi in Francia e nel Belgio. L’Italia ha vibrato all’Austria-Ungheria uno dei più risoluti colpi che essa abbia sinora sofferto”.

Intanto l’11 settembre i nostri resistettero ai continui attacchi austriaci sulla Bainsizza e a nordest di Gorizia, nei tentativi austriaci di riprendere il San Gabriele, ma respinti dalla nostra 11a divisione. Gli austriaci avevano temuto la perdita del San Gabriele, il punto dal quale si apriva l’ampia Valle del Vipacco che, per gli austriaci, avrebbe significato l’abbandono di Trieste e del mare, ma più probabilmente gli austriaci si sarebbero limitati a retrocedere in parte soltanto. Però per gli austriaci la perdita del San Gabriele sarebbe apparsa nella luce di una questione di prestigio. Per gli italiani la caduta del Monte Santo “era la condizione essenziale per l’assalto al San Gabriele. Non fu possibile agguantare di slancio tutta la posizione formidabile”, ma si riuscì a intaccare le difese nemiche provocando nelle forze austriache un logorio continuo e intenso. L’avanzata italiana procedeva sulla Bainsizza, fruttando la cattura di 17 ufficiali e di oltre 400 combattenti austriaci, a onore della brigata Sassari.

Nella notte del 16 settembre gli austriaci ritentarono di riprendersi le posizioni perdute, ma furono respinti lasciando ai nostri 73 prigionieri, di cui due ufficiali. Il 25 settembre la brigata Sassari irruppe sull’altopiano della Bainsizza facendo 400 prigionieri, di cui 17 ufficiali. Il Bollettino Cadorna del 1° ottobre parlava di una successiva incursione avversaria sulla Bainsizza, respinta come per le precedenti: “Il numero dei prigionieri fatti nelle azioni offensive in questi ultimi tre giorni ascende a 2.018, di cui 63 ufficiali. 

Il 30 settembre, Arnaldo Fraccaroli (giornalista, scrittore e commediografo, corrispondente nella guerra 15/18) scriveva sul Corriere: “Due combattimenti di azione locale… uno sulle insanguinate muraglie del San Gabriele; l’altro sul margine meridionale dell’altopiano della Bainsizza… Sul San Gabriele… noi tenevamo le zone occidentali del Veliki Krib, e il comando della Sella di Dol… Noi avevamo la cima più alta, a 526 metri: gli austriaci resistevano su tutta la zona che digrada… Da sotto la punta 526 gli austriaci tenevano ancora tutto il versante del Veliki fino al nastro della strada di Ravnica… Venerdì mattina, quattro nostre grosse pattuglie di arditi uscirono dalle trincee e in silenzio si avvicinarono alle prime trincee nemiche… Arrivarono all’improvviso sui piccoli posti, eliminarono i difensori, poi scavalcarono d’impeto i ripari, e si rovesciarono al di là, nelle brevi trincee, all’imboccatura delle caverne” nelle quali sgominarono gli austriaci. Con lancio di bombe a mano e con l’uso di lanciafiamme i nostri arditi facevano piazza pulita della fanteria che alle loro spalle avanzava. Sgombrarono tutta la zona fino alla strada che da Sella di Dol portava alla Sorgente. L’incursione durò quattro ore, e i lati settentrionali e orientali del Veliki Krib furono nelle mani italiane. Ne seguì il contrattacco austriaco che durò per tutta la giornata. Quando gli austriaci stavano sistemandosi a difesa su una linea arretrata, i nostri arditi e la nostra fanteria ripresero l’irruzione.

“Altri reparti nostri, della brigata Venezia e della brigata Tortona, scalano le pareti del monte… La difesa si fa rabbiosa. Si accendono scontri dappertutto. Ma la resistenza è vinta. Tutto il monte è preso. E un migliaio di prigionieri!”. L’azione vittoriosa venne ripetuta dalla brigata Tortona fra la quota 800 e le colline a sud di Podlaka. Si fecero alcune centinaia di prigionieri, in maggior parte ruteni e slavi, con alcuni magiari, che l’Austria aveva prelevato dal fronte di Galizia. Gli austriaci tentarono un successivo attacco il 2 ottobre sul San Gabriele, ma furono respinti, lasciando nelle mani degli italiani 78 prigionieri e un ufficiale. 

Caporetto. Il 23 ottobre 1917 il Bollettino Cadorna così si esprimeva: “Ieri, in Cadore, le nostre posizioni sul Monte Piana (sul lago di Misurina) vennero fortemente attaccate da reparti austro-germanici. L’avversario, dopo aspra lotta, fu ributtato con gravi perdite”. Si dava la prima conferma della presenza di truppe tedesche sul fronte italiano. “Per oltre 20 giorni la frontiera austro-svizzera era stata chiusa e non si era riaperta che il 23… La ferrovia austriaca e quelle ungheresi erano state impegnate per il trasporto di truppe tedesche provenienti dal fronte est e, a quanto pare, anche dai Balcani… La Gazette de Lausanne, parlando dei preparativi austro-tedeschi, aggiungeva che, dato il periodo di chiusura della frontiera svizzera, trasporti considerevoli di truppe erano avvenuti attraverso la Baviera e il Tirolo nella direzione del Trentino dove unità austro-tedesche sarebbero state sostituite quasi interamente da corpi tedeschi… i tedeschi avrebbero inviato in questo settore da due a tre corpi d’Armata completi. Altre unità tedesche sono state trasportate verso i settori della Carnia e del Cadore lungo la Pusteria. 

Luigi Barzini scriveva il 24 ottobre 1917 sul Corriere della Sera: “Per quattro giorni il bel tempo ha favorito la intensa preparazione nemica… il modo di aggiustare rapidamente i tiri sopra tutti gli obiettivi tattici… Il fuoco si era fatto così intenso che in alcuni settori, specialmente intorno a Tolmino, sul Vodil e sul Mrzli… sulle alture di Jeza e del Passo di Zagradan… pareva che fosse già iniziato il vero bombardamento di distruzione che precede l’assalto… il brontolio delle artiglierie lontane si sentiva sino a Udine… Le rocce immani del Monte Nero apparivano tempestate di colpi… La tranquillità e la normalità sul fronte sono così grandi, che viene quasi fatto di dimenticare fra le truppe che una imponente battaglia si avvicina (in realtà fu sorpresa e panico)… In questa ordinatezza e in questa serenità si sente una non so quale forza incrollabile e superba, una specie di prodigiosa salute morale (!!!)… alle due del mattino il nemico ha aperto il fuoco nel settore del Monte Nero e di Tolmino. Bombardava le prime linee, e più ancora le seconde, e cercava le retrovie, i ponti, i centri logistici, le comunicazioni. Tentava di colpire con i grossi calibri anche qualche paese lontano, come Caporetto e Drezenca… granate a gas lacrimogeni, e proietti tedeschi cospargenti liquidi dalle esalazioni velenose… Il cielo s’era interamente coperto. Alle tre si è cominciato a spargere nell’oscurità profonda della notte il fruscio della pioggia. Sulle creste più alte del massiccio del Monte Nero cadeva un nevischio fine. Verso quell’ora lassù il fuoco nemico è cessato quasi interamente. È continuato più a sud, avanti a Tolmino, fino alle cinque… Alle sei il fuoco ha ripreso… Il coefficiente delle forze germaniche sembra rappresentato dal gruppo di divisioni componente la 14a Armata al comando del generale Otto von Below… idonei alla guerra di montagna. Si tratterebbe in gran parte di uomini del Brandenburg e della Slesia… con dei bavaresi… Ogni divisione ha una brigata di artiglieria, di due reggimenti, e possiede, oltre alle divisionali, numerose bocche da fuoco di medio e grosso calibro… Sul Monte Piana… l’attacco è stato effettuato da un battaglione di Jäger austriaci… Il Monte Piana domina il Passo di Val Popena, che potrebbe essere una via di invasione austriaca per raggiungere la Valle di Ansiei… L’intera linea di battaglia dal Rombon all’altopiano di Bainsizza fu sottoposta a un fuoco efficacissimo di batterie d’ogni calibro”.

Commentando le prime notizie dell’offensiva austro-tedesca, il colonnello Feyler scriveva nel Journal de Genève: “… il settore scelto per l’attacco dai tedeschi lascia supporre una intenzione strategica di fine difensivo piuttosto che offensivo. Si tratterebbe di arginare i progressi degli italiani all’est dell’Isonzo e di ricondurli alle linee di partenza, per liberare l’Austria dall’incubo che l’opprime”.

Il 25 ottobre Luigi Barzini scriveva sul Corriere della Sera: “L’offensiva degli Imperi centrali si è sferrata, impetuosa, piena, accanita… come uno degli sforzi massimi che la coalizione nemica abbia mai tentato in tutta la guerra. La battaglia infuria con inaudita violenza dal Rombon all’Hermada… È dalla testa di ponte austriaca di Santa Lucia che l’impeto avversario preme più fortemente, con tempestivo furore, è intorno al massiccio del Monte Nero che i colpi di maglio dell’assalto hanno creato le vie di penetrazione, è nella Conca di Plezzo che si scatenano sugli sbocchi le ondate di attacco con incessante impetuosità… Noi avevamo quasi tutta una prima linea, raggiunta in movimenti offensivi. Non ci eravamo fermati su posizioni scelte per la difesa, ma su posizioni di investimento, dove la resistenza nemica aveva immobilizzato l’assalto”.  

Nella seduta del 18 dicembre 1917 della Camera interveniva l’on. Pietravalle che commentava: “… Certo non si può parlare di deficienza di forza militare. L’Italia aveva presso Caporetto dieci corpi d’Armata… malgrado ciò il nemico riuscì a passare attraverso un varco che un pugno d’uomini sarebbe bastato a sbarrare. Perché non si tentò una difesa? La colpa è della scarsa organizzazione delle riserve strategiche, dal momento che poche divisioni avrebbero potuto fronteggiare il nemico. In questo è la responsabilità del Comando, e nel fatto dell’immenso ingombro logistico delle immediate retrovie”. 

Nella notte del 26 ottobre, da Roma, l’Agenzia Stefani comunicava: “Da tre giorni ormai, poderose forze austro-tedesche cozzano con estrema violenza contro le nostre linee. Le colonne principali nemiche, sboccando dalla Conca di Plezzo e dalla testa di ponte di Tolmino, hanno travolto, il giorno 24, le nostre linee avanzate, hanno potuto allargare la breccia nella giornata di ieri, e la loro pressione continua fortissima su tutta la linea da Monte Maggiore ad Auzza. Alla testa della Valle del Natisone e a quelle dei suoi affluenti puntano i reggimenti nemici mirando a Cividale, nodo delle comunicazioni del Medio Isonzo”.

L’avanzata austro-tedesca rappresentava una minaccia contro le retrovie italiane dell’altopiano della Bainsizza. Gli italiani erano dunque costretti a rettificare il fronte, accorciando le linee di comunicazione, per cui fu deciso il ripiegamento su una linea arretrata. Si distingueva per contegno eroico la V brigata Bersaglieri che, con i suoi reggimenti 4° e 21°, da due giorni teneva la posizione del Globocak.

Sul Corriere della Sera del 28 ottobre, con un articolo del 26 così descriveva il fatto di guerra Luigi Barzini: “L’attacco austro-tedesco si è manifestato subito, con insuperabile violenza, sopra otto punti del fronte dalla Conca di Plezzo al San Gabriele. La nebbia ha coperto l’avvicinata delle masse nemiche, che indubitabilmente sono arrivate di sorpresa. Il bombardamento nemico, intensissimo, che era cominciato nella notte verso le due, era cessato fra le tre e le cinque… Improvvisamente, dalle sei alle sette, il fuoco ha ripreso, tambureggiante, su tutta la linea… le fanterie austro-germaniche, in dense colonne, si erano portate sino ai nostri reticolati. Poco prima delle otto è cominciata la mischia, di colpo, senza transazioni. Nella Conca di Plezzo un intero corpo d’Armata… si è gettato lungo la destra dell’Isonzo contro le nostre linee di avamposti dette delle Fornaci a levante di Plezzo e sulle pendici meridionali del Rombon, linee che costituivano l’estrema ala sinistra del fronte attaccato. Il nemico ha colpito per aggirarla e isolarla seguendo con la direttiva dell’attacco il corso del fiume. Le nostre truppe hanno tenuto a bada le masse avversarie incalzanti e si sono appoggiate fortemente allo sbocco occidentale della Conca, al Passo di Saga (la tanto discussa “Stretta di Saga”), fra le falde dei monti, dove l’Isonzo si incanala in una gola, sistemato per la resistenza. L’aggiramento non è riuscito di primo slancio; la difesa è rimasta salda per qualche tempo. 

Pure dalla Conca di Plezzo, alla sinistra dell’Isonzo, un’altra forte colonna ha risalito lo Slatenik, burrone che scende dal Monte Nero, per forzare il Passo di Za Kraju, fra il massiccio del Vrata… e lo sperone roccioso del Krasji, e sboccare così nella Conca di Drezenca… Intanto un posto avanzato del Monte Nero, a oriente, situato sul roccione detto Monte Rosso, era sopraffatto dal fuoco delle artiglierie, e il nemico ha forse potuto proseguire da quel punto verso la sella Kozliak sotto la vetta del Monte Nero… La tattica generale del nemico, favorito dalla invisibilità creata dalla nebbia, è consistita in una infiltrazione di masse nel fondo delle valli. Un corpo d’Armata tedesco ha fatto impeto sui nostri sbarramenti a cavallo del fiume, sulle due rive, li ha forzati di sorpresa e ha percorso la vallata fino a urtare contro lo sperone dello Stol, che si protende a chiuderla sopra Caporetto. Qui la violenza dell’irruzione è diminuita. Una parte delle forze nemiche si è impegnata sullo Stol, e una parte si è diretta verso le gole del Natisone spegnendo il suo impeto e fermandosi alle strette fra le pendici del Matajur e del Mia, dove la difesa è arrivata a fare un argine. Queste masse sboccate da Tolmino, percorrendo la valle, hanno distaccato forti reparti sulla sinistra per salire le balze e impegnare le mostre difese sul ciglione del Kolovrat, al fine di impedirci di ostacolare l’avanzata nel fondo della valle. Combattimenti accanitissimi si sono svolti su tutta la linea di cresta, specialmente al valico di Luico, che è passato successivamente da una mano all’altra… Nel medesimo tempo un corpo austriaco, partito dalla fortificazione della testa di ponte di Santa Lucia, valicava la gola inosservato e occupava le posizioni avanzate fronteggianti, sul costone di Cemponi, e da lì balzava avanti fin sulla vetta del Globocak, rimasta indifesa, e sulle cui falde avevamo postazioni di artiglieria. Ma l’eroica V brigata Bersaglieri saliva poche ore dopo al contrattacco, riprendeva la montagna… e tiene saldamente quell’importante caposaldo che protegge la testata dello Judrio”. 

Immagine di Copertina tratta da Storia e Memoria di Bologna.

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