Teogonia – Parte 1 di 2

Teogonia

Teogonia, ovvero, Genealogia delle Divinità.

Parte I di 2

La cultura classica, greca e romana, prima che sopraggiungesse il Cristianesimo a portare un messaggio di fede completamente nuovo, coltivava la credenza in uno sviluppo della genìa comprensiva di numerosi soggetti, alcuni dei quali davano origine a divinità unendosi con Entità dello stesso sangue e occupando talvolta una posizione genealogica doppia, come sposa-sorella, madre-figlio e così via. Capita anche il caso di alcune divinità che appaiono più di una volta, in luoghi, situazioni, momenti dilatati nel tempo, a difetto della successione genealogica, resa peraltro assai instabile, ma anche sovrapponendosi e fondendosi in una medesima personalità. Potevano essere divinità pure o umani particolari per virtù o valore oppure, ancora, semidei ossia persone terrestri dotate di una personalità divina. Nell’insieme di questi soggetti si intrecciano storie, miti e leggende di uomini e di dei.

La Teogonia canta la nascita dell’Universo e il progressivo apparire degli dèi. Interessante diventa scoprire il complicato intreccio di parentela dal quale dipendeva il presentarsi agli uomini di personalità divine. Il contesto effettivo degli incontri e delle apparizioni di esseri superiori fu concentrato nel Monte Olimpo. L’autore di questa fantastica architettura celeste è il famoso Esiodo che scrisse, appunto, un’opera intitolata Teogonia, attorno al VII secolo a.C., esprimendosi nella forma descrittiva mitologica di una lingua greca antica. Esiodo fu la prima personalità poetica riportabile alla storiografia greca. Originario di Asera, nella Beozia, come è da congetturare, si pensa avesse terminato la propria vita ad Asera, da cui furono prelevate le sue ceneri e traslate a Orcomeno, dopo la distruzione della sua città.

A partire dunque dall’Olimpo veniamo a sapere, dalla descrizione di Esiodo, che, prima di tutto ciò che c’è, esisteva soltanto una massa primigenia e confusa della materia entro la quale, a un certo punto – diremmo noi – in assenza delle categorie di spazio e di tempo, si generò una primitiva separazione degli elementi che portò infine all’apparizione del Cosmo e degli Esseri viventi. L’eco che traspare da questo specchio descrittivo riesce anche a trasportare la nostra attenzione alle teorie elaborate ai nostri tempi, quelle che, in forza dell’Era di Planck, diedero luogo alla librazione della luce, alla trasparenza dell’Universo e alla formazione dei mondi. Formidabile intuizione di Esiodo.

La Teogonia di Esiodo prende inizio dalle forze, in principio l’estensione del Caos e prosegue additando l’emergere di una folta schiera di esseri celesti, guidando l’interesse a conoscere, sino alla venuta sulla scena di Zeus, il re degli dèi. Da Caos vennero generati Erebo, a presidio degli Inferi, e Notte. Da quest’ultima nacque Eros, figlio e sposo di Notte, che rappresentava il principio predominante della creazione del Cosmo.

Da Caos e Notte prese origine Gea (o Gaia, la Terra), la quale diede vita, per un processo partogenetico, a Urano, la divinità che personifica il Cielo. Un aspetto della tradizione qualifica Urano come figlio e sposo di Gea, con la quale generò Rea, madre della terra, poi i Titani (6 maschi: Oceano, Ceo, Crio, Iprione, Giapeto, Crono; e 6 femmine: Tia, Rea, Temi, Mnemosine, Tebe, Teti), gli Ecatonchiri, divinità dalle cento mani, giganti mostruosi (Cotto, Briarco, Gie) che aiutarono Zeus a vincere i Titani, poi Crono, e i Ciclopi, che personificavano i fenomeni atmosferici (Argei, Brontei, Steropi, rievocanti il lampo, il tuono, la tempesta).

Nel timore di essere spodestato della propria signoria sul mondo, Urano precipitò nel Tartaro i propri discendenti. Ma Crono (Saturno), il figlio più giovane fra i Titani, simboleggiante l’età dell’Oro, spinto dalla madre, evirò Urano servendosi di un falcetto. Il sangue di Urano schizzò fino a posarsi sulla Terra rendendo possibile l’esistenza dei Giganti e delle Erinni (Aletto, Tesifone, Megera, dea della vendetta), mentre dalla spuma che circondava i suoi genitali si formò Afrodite.

Crono andò sposo alla sorella Rea e, dopo aver procreato sei figli (Zeus, Estia, Era o Giunone, Ade, Posidone, Demetra), preso dal timore di venire da essi a sua volta spodestato, si diede a divorarli. Ma, quando giunse il turno di Zeus, fu Rea a ingannarlo, perché avvolse in fasce una pietra e la porse a Crono, in sostituzione di Zeus. Quest’ultimo, divenuto adulto, affrontò il padre e lo costrinse a rigurgitare i figli inghiottiti, poi lo ricacciò nel Tartaro insieme ai Titani che si erano messi dalla parte di Crono.

Esiste tuttavia un’altra versione che, ponendo Crono a divinità suprema dell’umanità, al tempo dell’età dell’Oro, sostituito da Zeus, regnò sulle Isole Beate, oltre i confini i della Terra, sedi degli uomini immortali. Dei figli di Crono si viene a sapere di una intricata successione.

Partiamo da Zeus che, unendosi con Rea (Giunone, o con Alcmena), generò Ebe, personificazione della Giovinezza fiorente, ma anche Ercole ed Efèsto. Dall’unione di Efesto con Gea nacque Erittonio, re di Atene. Fra altri figli di Crono spicca Demetra (Madre Terra), genitrice di Persefone, che personificava la forza generatrice della Terra. Persefone era nata da Demetra e da Zeus e fu rapita da Plutone-Ade. Con l’Orfismo, il culto di Demetra, unito a Core e a Trittolemo, la triade eleusina che, al seguito di Rea, figlia di Urano e Gea e sorella di Crono, diede luogo alla Triade Eleusina, in cui appaiono, in una versione parallela, Persefone, Core, Orfeo e Trittolemo, lasciò promesse per una vita eterna e felice, preannunciando alcuni aspetti del Cristianesimo. Rea, identificata con Cibele, spesso fu confusa anche con Gea, nello specifico essendole stato attribuito il parto di Zeus.

Uno degli altri figli di Crono, Posidone, unitosi a Medusa, diede origine a Pegaso, poi a Bellerofonte, alla cui origine fu posto anche Glauco, figlio di Sisifo e di Merope. Aveva la passione dei cavalli, da impegnare nelle corse. Nutriva le proprie cavalle con carne umana, ma un triste giorno furono le stesse sue cavalle a travolgerlo, divorandolo nel corso dei giochi funebri istituiti in onore di Pelia. Era stata Afrodite a fare impazzire le cavalle. Figlio di Posidone e di Tiro, Pelia fu il personaggio che impose a Giasone la conquista del Vello d’oro, ma quando Giasone fece ritorno in patria, furono le stesse figlie, Anfinome ed Evadne, a uccidere il padre.

La Teogonia si sofferma poi su due coppie: una è quella di Nereo e Doride, l’altra quella composta dai sopra nominati Urano e Gea. Dalla prima coppia nacque Climene, una Ninfa Nereide e dalla seconda furono originati Giapeto (uno dei Titani), Crono e Rea. Estraendo da queste due coppie i nomi di Climene e di Giapeto (considerato il capostipite del genere umano), che Zeus precipitò nel Tartaro insieme agli altri Titani, veniamo a sapere che dalla loro unione promanarono quattro dèi: Menezio, Epimeteo, Prometeo e il Titano Atlante. Su questa linea di trasmissione celeste si mostrano altre quattro figure: Pleione (Etra), Teti, Esperide e, ancora, Atlante. Etra, indicata, secondo una versione della tradizione, amante di Egeo re di Atene, o di Posidone, diede alla luce Teseo. Di qui generarono le Iadi (Coronide, Faia, Fesula, Cleea, Eudora), e le Pleiadi (Maia, Asterope, Elettra, Taigeta, Alcione, Merope, Celeno).

Teti era una Neride, madre di Achille. Zeus e Posidone se la contendevano, ma una profezia diceva che il nascituro sarebbe stato più forte del padre. Allora Teti fu data in sposa al mortale Peleo.

Del Titano Atlante si diceva che avesse generato tremila maschi (i Fiumi) e tremila femmine (le Oceanine). Si riteneva anche che da questa progenie provenissero le Iadi, le Pleiadi e le Esperidi, che derivarono da Espèride (Egle, Aretusa, Espera), figlia di Espero, la quale sposò suo zio Atlante e partorì sette femmine, le Atlantidi, dette anche Esperidi. Queste, aiutate dal drago Ladone, vegliavano sui pomi d’oro che Gea aveva donato a Era il giorno in cui andò sposa a Zeus. Le Esperidi furono strappate dalla loro patria da Busiride, re dell’Egitto, ma liberate da Eracle che le restituì al loro padre Atlante il quale, per riconoscenza, gli diede in dono l’insegnamento dell’Astronomia.

Abbiamo poi tutta una miscellanea di personaggi regnanti sull’Olimpo, per i quali non è cosa semplice una collocazione genealogica. Farò cenno a qualcuna di queste formazioni. La prima comprende Ebalo, Batea e Testio. Dall’unione di Ebalo con Batea originò Tindaro, re di Sparta. Spodestato dal fratello Ippocoonte, Tindaro trovò protezione presso il re Testio dell’Etolia; ne sposò la figlia Leda dalla quale, secondo una prima versione, ebbe due figli, Castore e Clitennestra. Gli fu consegnato il trono d i Sparta da Eracle, dopo che quest’ultimo aveva ucciso Ippocoonte con i suoi dodici figli.

In quanto a Clitennestra, essa andò sposa ad Agamennone e diede ella luce quattro figli: Ifigenia, Elettra, Oreste, Crisotemi. Corrente la guerra di Troia, Clitennestra ebbe rapporti adulteri con il cugino Egisto, con l’aiuto del quale uccise Agamennone e la rivale Cassandra a guerra finita. Oreste operò la vendetta, mandandola a morte insieme a Egisto.

Accadde che di Leda, figlia di Batea e di Testio, lo stesso Zeus si invaghisse, al punto da trasformarsi in cigno per unirsi con lei. Da Leda originarono due uova giganti che diedero vita, come annuncia una seconda versione, a due coppie gemellari: Castore con Clitennestra e Polluce con Elena. Zeus, instancabile, si avventurò in altre unioni. Per meglio specificare, diciamo che Zeus, oltre a girovagare per l’Olimpo in cerca di giovani amanti, era considerato come la personificazione dell’elemento luminoso. Secondo l’ordinamento gerarchico in contesto religioso, divenne il nume supremo, padre e sovrano temuto dall’infinit varietà degli dèi, regolatore onnipresente del volgere della vita del mondo e degli uomini. Si credeva fosse nato a Creta. Abitava le vette dei monti, in particolare dell’Olimpo, ma era nascosto da nubi perenni. Non era sottomesso ad alcuna altra potenza, se non a quella del Fato.

Sottratto al padre Crono dalla madre Rea, venne allevato di nascosto in una grotta del Monte Ida, in Creta, dalla ninfa Adrastea che lo nutrì con il latte della capra Amaltea. Divenuto adulto, spodestò il padre sostituendolo sul trono dell’Olimpo, che difese con successo dalle minacce dei Titani e dei Giganti. Sposò Era, ma i suoi rapporti si moltiplicarono con altre divinità e con donne mortali, per conquistare le quali assumeva le sembianze di un congiunto o di un animale. Amò la dea Maia che gli diede dei figli: Ermete e Latona. Con quest’ultima, Zeus si unì e generò Apollo e Artemide (la Luna). Amò poi Mnemosine, dalla quale discesero le Muse, quindi ancora Temi, Dione, Demetra e un discreto numero di Oceanine e di ninfe.

Ora parliamo di Apollo: nacque nell’isola di Delo e nella sua età infantile fu portato dai sacri igni nel paese degli Iperborei. Al suo ritorno, ormai adulto, affrontò la prova dell’uccisione del Pitone, il grande drago figlio della Terra, che aveva insidiato Latona, la madre di Apollo. Il suo compito era quello di punire la violenza e la superbia e, su questa linea, con le sue saette mortali trafisse il gigante Tizio, anch’egli reo di aver insidiato Latona, e numerosi altri avversari. Fu Apollo a imprimere alla freccia scoccata dall’arco di Paride la direzione giusta per colpire il tallone di Achille.

Apollo possedeva una bellezza fisica straordinaria, che lo spinse in numerose avventure amorose. Era il dio dei pastori, dele greggi e delle messi. Dal simbolo del delfino, animale a lui sacro, Apollo si faceva patrono della navigazione. Venne considerato personificazione della luce, ma anche dio della musica e della poesia. Dio festoso di un popolo sereno, indovino e guaritore, Apollo nascondeva la potenza segreta dei canti magici e degli incantesimi. Sotto le radiose apparenze della gaiezza e del canto, introdusse i Greci nel mondo dell’Ignoto, mostrandosi come il più misterioso degli dèi.

Apollo, dall’unione con la musa Calliope, diede origine a Orfeo, poeta e musico della Tracia, che con la sua lira incantava tutti, persino gli esseri inanimati. Orfeo sposò Euridice, ma questa fu morsa da un serpente e morì. Orfeo scese allora nell’Oltretomba per riaverla e riuscì a commuovere con il proprio canto Ade e Persefone. Euridice gli fu restituita, ma a una condizione: che Orfeo non si fosse voltato per guardarla. Il desiderio era troppo forte: Orfeo si voltò a guardare la sua amata, e con questo la perse per sempre. La tradizione dice che Orfeo morì fatto a pezzi dalle Baccanti.

E arriviamo così alla seconda terna di nomi annunciata, quella che annoverava Temi, Zeus ancora, e Callisto.

Temi era una Titanide, figlia di Urano e di Gea, analoga o identica a Gea, capace di fare profezie. Con lei si unì il solito famigerato Zeus che generò le Ore e le Moire. Emi rivestì in un primo tempo il carattere ctonio, relativo alle antichissime divinità (Zeus ctonio, Ade, Plutone, Demetra, Ecate, le Erinni) di origine preellenica, delle terre e delle forze potenti e misteriose che le sovrastavano. Le divinità ctonie rappresentavano la vita sulla Terra, la morte e la rinascita. A loro veniva dedicato il culto delle sette orfiche, credenti nell’immortalità e nella rinascita. Successivamente Temi venne considerata dea dell’Ordine e dell’Equilibrio cosmico, del Diritto e della Giustizia. Da Zeus e da Temi prese origine, in particolare, Astrea, che risiedeva fra gli uomini durante l’età dell’Oro, in quanto personificazione della giustizia. Ma Astrea non sopportava l’ombra delle colpe commesse dai comuni mortali. Si indignò sino ad abbandonarli e salì al cielo. Qui fu trasformata nella costellazione della Vergine.

In quanto a Callisto, era una ninfa dell’Arcadia, compagna di Artemide (la figlia di Latona e Zeus, sorella di Apollo). Fu amata da Zeus, dalla cui unione nacque Arcade. Ma Artemide, contrariata e irritata dal fatto avvenuto, la trasformò in orsa. Contro di lei si scagliarono pure Era, morsa da gelosia, e lo stesso Zeus che temeva le si riversasse addosso la collera di Era. Quando Arcade, figlio di Callisto, incontrò l’orsa, non sapendo del sortilegio si preparò per ucciderla, ma intervenne una forza superiore che trasportò nel cielo sia Callisto sia suo figlio Arcade, entrambi trasformati nelle costellazioni dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore.

Nel proseguire sulla linea evolutiva contrassegnata dalla Teogonia ci incontriamo con Danae, figlia di Acrisio, re di Argo, e di Euridice (o Aganippe). Il padre Acrisio, intimorito dal verdetto di un oracolo che aveva predetto la sua morte per mano di un discendente, imprigionò Danae in una torre. Ci penso ancora l’onnipresente Zeus che ebbe un rapporto amoroso con Danae, sotto la forma di una pioggia d’oro, Ne nacque Persèo. Acrisio affrontò la situazione richiudendo Persèo e sua madre in una cassa che poi buttò in mare. Danae incontrò il compagno Polidette, re dell’isola di Serifo (oppure Pilumno, re di Ardea) creando la linea discendente che porterà a Turno di Ardea, re dei Rutuli.

Persèo fu l’eroe che abbatté Medusa e liberò Andromeda dalle insidie del mostro marino, facendola sua sposa. L’oracolo si avverò e Persèo, nel corso di una gara, lanciò il disco che andò a colpire il nonno Acrisio, uccidendolo. Andromeda, figlia di Cefeo, re d’Etiopia, e di Cassiopea, fu salvata dalle ire del mostro marino da Persèo che cavalcava il destriero alato, Pegaso.

Immagine di Copertina tratta da AtCorfu.

Lascia un commento