Sprazzi di luce sulla Grande Guerra
Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana
Frat.i Treves Editori, Milano 1932
Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.
La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.
Parte XII di 20
La propaganda del ministro Boselli dal settembre 1916 all’ottobre 1917
“Il 12 dicembre 1917 nel Reichstag germanico il cancelliere Bethmann-Hollweg sorse ad annunziare e formulare una proposta di pace, già stata preparata diplomaticamente e politicamente”. La proposta, tratta dal testo originale francese, diceva: “Le quattro Potenze alleate propongono d’entrare sin da ora in negoziati di pace. Esse sono persuase che i proponimenti che vi apporteranno, garanti dell’esistenza, dell’onore e del libero sviluppo dei loro popoli, sarebbero essenziali come base per ristabilire una pace durevole”.
Spese di guerra. Il 4 dicembre 1917 il ministro del Tesoro, Carcano, delineava la situazione finanziaria italiana del momento. Le spese effettive avevano raggiunto la cifra, nell’esercizio 1915-1916, di 3.260 milioni e le spese di guerra erano salite a 7.365 milioni, per un totale di £. 10.625 milioni. Le entrate effettive ammontarono a 3.734 milioni, oltre a quelle dovute all’accensione di debiti, ossia al movimento di capitali per 6.123 milioni. Cifre di molto superiori a quelle registrate nel novembre 1914, che davano per le entrate 2.917 milioni e per le spese reali 2.871 milioni, per un attivo di 46 milioni.
Nel bilancio 1915-1916 pesarono spese di 37 milioni richieste dal terremoto del 13 gennaio 1915, di 12 milioni per opere pubbliche, di 11 milioni per occorrenze, di 29 milioni per spese di cambio, di altri 16 milioni e mezzo al Ministero poste e telegrafi, di un milione per il credito agrario in Sardegna, di 32 milioni per il bilancio della guerra in Libia, di oltre 50 milioni per il bilancio delle Colonie. Nella gestione di bilancio 1915-1916 “al Ministero della Guerra furono assegnati 6 miliardi e 990 milioni, dei quali 444 milioni per sussidi alle famiglie bisognose dei militari richiamati. Al Ministero della Marina vennero assegnati 375 milioni. Nell’insieme, per le spese di guerra, furono posti a disposizione delle due amministrazioni militari 7 miliardi e 365 milioni”. Altre spese: 255 milioni per interessi e spese di emissione dei titoli per i tre prestiti nazionali, di buoni del Tesoro all’estero, di buoni triennali e quinquennali. Inoltre: 34 milioni per la difesa della Colonia in Eritrea, per l’assistenza ai connazionali rimpatriati e per i pescatori dell’Adriatico.
Le entrate provennero: per un miliardo e 71 milioni dal secondo prestito nazionale; per 3 miliardi e 964 milioni dal terzo prestito nazionale; per 2 miliardi e 179 milioni da buoni speciali del Tesoro all’estero; per 454 milioni da buoni del Tesoro triennali e quinquennali; per un totale di 7.668 milioni, “ma l’ausilio effettivo recato al bilancio 1915-1916… si riduce a 6 miliardi e 21 milioni. ‘In definitiva’, la gestione dell’esercizio 1915-1916 si chiudeva con una differenza passiva di 762 milioni e mezzo”. La gestione patrimoniale dello Stato nel rendiconto generale del 1915-1916 denunciava un peggioramento di 6.788 milioni.
Nel bilancio per il 1916-1917 a carico delle due amministrazioni miliari nel complesso furono stanziati 4 miliardi e 715 milioni, “dei quali 4 miliardi e 500 milioni alla guerra, ivi compresi 315 milioni per sussidi alle famiglie bisognose dei richiamati e 215 milioni alla Marina”. Tenuto conto dei vari titoli di credito per far fronte alle crescenti esigenze della guerra, la previsione di spesa dovette essere aumentata di 285 milioni e, ancora, di oltre 31 milioni per assistenza ai connazionali rimpatriati, per la difesa della Colonia eritrea, per i soccorsi ai pescatori dell’Adriatico e dei laghi di Garda e d’Iseo in conseguenza del divieto di pesca, per gli orfani di guerra, per i mutilati e invalidi di guerra.
Quasi 75 milioni si sono aggiunti al bilancio per oneri vari a ministeri. Altri 610 milioni furono impiegati per spese richieste dall’occupazione in Libia. Complessivamente la spesa per l’esercizio 1916-1917 il 3 novembre 1916 ammontava alla cifra di 8 miliardi e 982 milioni. In quanto alla situazione dell’esercizio in corso, il ministro del Tesoro, Carcano, aggiungeva che allo stato attuale la situazione presentava un disavanzo di 4.860 milioni e nel movimento di capitali una differenza attiva di 1.598 milioni per una differenza passiva di 3.362 milioni, assicurando che “A siffatta deficienza si è provveduto e si continua a provvedere con mezzi di tesoreria, con operazioni all’estero, e più specialmente mediante l’emissione di buoni del Tesoro”. Riferendosi poi all’esercizio finanziario di previsione per il 1917-1918, il ministro Carcano comunicava la necessità di un aumento di 499 milioni sulla spesa reale. Di tale cifra ben 373 milioni sarebbero stati necessari per coprire l’aumento delle spese effettive “quasi esclusivamente rappresentato dai maggiori oneri conseguenti dalla guerra”.
Per l’esercizio finanziario a venire si presumeva fossero disponibili su 3 miliardi e 455 milioni di entrate principali nella previsione di 3 miliardi e 338 milioni. “Il credito dei risparmiatori, che al 1° luglio 1915 era di un miliardo e 861 milioni, è asceso a 2 miliardi e 122 milioni” nella previsione che a fine 1916 sarebbe arrivato a 2 miliardi e 200 milioni. “Ed è pur degno di nota che siffatti risultati si debbano specialmente al risparmio da parte delle classi agricole femminili; poiché la donna in Italia ha mostrato, durante questa aspra guerra, un’insperata forza di volontà e una sublime virtù di sacrificio”.
Per i dodici mesi dal novembre 1915 al 31 ottobre 1916 si poteva “desumere il movimento di cassa per le spese di guerra in circa 9 miliardi ossia a una media mensile di spesa per 750 milioni”. Con riferimento alle condizioni economiche del Paese, nel secondo anno di guerra, Carcano riferiva: “Si lavora di più, si produce di più, si risparmia di più. Ognuno sente il dovere di cooperare efficacemente, nell’interesse della collettività; ognuno comprende l’intima connessione dell’economia colla finanza, e della finanza con la guerra; ognuno vede la necessità di intensificare la produzione e il risparmio, per poter fornire allo Stato, all’Italia, i mezzi per vincere”.
I depositi a risparmio nel 1916, il 30 giugno erano saliti a 7 miliardi e 902 milioni, puntando verso quota 8 miliardi. Preoccupante il rincaro dei generi alimentari che, importati nel 1914 per 478 milioni, nel 1916 richiesero una spesa di circa un miliardo e mezzo. Nella necessità di far fronte alle spese di guerra fu d’obbligo aumentare la circolazione di biglietti bancari: “per conto dello Stato la circolazione dei biglietti bancari da 2.069 milioni al 31 dicembre 1915, crebbe nei mesi successivi, per effetto specialmente degli acquisti di derrate alimentari e di materiali da guerra, fino a raggiungere 2.472 milioni a fine ottobre”.
Il ministro Carcano concludeva la propria dissertazione, convinto di aver “non solo enunciato, ma altresì dimostrato chiaramente, come la nostra finanza sia buona e salda, e come anche le condizioni economiche del Paese, fatti relativi riflessi e confronti, si possono dire confortanti”.
Il fattore “energia” per la guerra. Il 5 dicembre 1916, alla Camera, il ministro dei Trasporti, Arlotta, forniva “una nozione chiara e precisa della situazione del nostro Paese in relazione all’approvvigionamento del carbone”. Il ministro dell’Industria, del Commercio e del Lavoro, De Nava, comunicava che “La produzione delle miniere inglesi era andata diminuendo fino del dodici per cento. L’Inghilterra aumentava il suo consumo per la guerra. La Francia, che aveva avuto una parte dei territori delle sue miniere invasi, ricorreva all’Inghilterra e otteneva l’impegno di una larga provvista. L’Inghilterra cominciava d’altro canto a ridurre l’esportazione verso i Paesi neutrali, principalmente verso l’America del Sud, e scarseggiava anche l’importazione in Italia”. Il Governo inglese assicurò di soddisfare tutto il fabbisogno per l’Italia, favorendo l’Italia nel sottrarsi agli acquisti di carbone dall’America del Nord.
Fatti di notevole gravità erano dovuti alla mancanza di navi, per cui si rendevano necessarie le requisizioni per una prima necessità, quella del trasporto dei cereali necessari all’alimentazione della popolazione. All’interno del Paese si sarebbe dovuto provvedere a una disciplina rigida e severa del consumo di carbone, mediante un’equa distribuzione per i fabbisogni e a una notevole economia nei consumi. In alternativa al carbone si consigliava di fare uso della legna. “Circa l’impiego delle ligniti… la produzione delle ligniti nel 1914 fu di 778.000 tonnellate, nel 1915 salì a 939.000 e per quest’anno si prevede la produzione di 1.400.000 tonnellate… si potrebbe avere nel 1917 una quantità che si avvicini ai 2 milioni di tonnellate. De Nava sollecitava alla “sostituzione del gas, o di altro combustibile, al coke”.
Il Senato fu convocato per fine dicembre 1916; con l’approvazione della proroga dell’esercizio provvisorio si considerò anche la proposta austro-tedesca di pace. Il ministro dell’Agricoltura, Giovanni Raineri, affermava che nel secondo semestre 1916 “se noi sommiamo le cifre per i mesi dal luglio al novembre dello scorso anno, abbiamo che l’importazione è stata di 6.050.000 quintali in cifra tonda; se sommiamo le importazioni degli stessi mesi di quest’anno abbiamo 6.550.000 quintali”. Comunicava poi che nel 1913 l’importazione delle farine era poco più di 15.000 quintali, nel 1915 era di 78.428, nel 1916 era, già a fine novembre, di 1.167.000 quintali, la maggior parte importata dall’America. E aggiungeva: “Noi acquistiamo attraverso Londra con difficoltà che sono eguali per tutti i Governi alleati. La prima di queste difficoltà è data dalla deficienza della produzione mondiale granaria; la seconda dalla deficienza mondiale del tonnellaggio di fronte alle necessità della guerra… parlando soltanto del grano, dirò che l’abburattamento (separazione con lo staccio – buratto – della farina dalla crusca, azione dello stacciare) dell’80 per 100, dal Gabinetto precedente fu portata all’85”. Raineri proponeva poi, come già si faceva in Inghilterra, di ricorrere alle miscele di pane mescolando alla farina di grano le farine di orzo e di avena, residui del riso o della farina di granoturco.
Il ministro del Tesoro, Paolo Carcano, aggiungeva: “… mi consenta il Senato che… dica esattamente quali sono i debiti causati dalle spese di guerra che non sono già coperti dalle entrate effettive del bilancio. L’esercizio 1914-1915 ha lasciato una somma di Lire 2 miliardi 835 milioni, non coperta da entrate effettive; l’esercizio 1915-1916 ha lasciato una deficienza, causata sempre dalle spese di guerra e non coperta da entrate effettive di 6 miliardi e 891 milioni. Sono in complesso 9 miliardi e 726 milioni… abbiamo già assicurato una somma di circa 900 milioni per nuove entrate, in virtù dei provvedimenti tributari già adottati. È quindi evidente che abbiamo già preparato tutti i mezzi per pagare gl’interessi non solo di tutti i debiti contratti e di quelli che andiamo accendendo, ma che c’è ancora un supero di alcune centinaia di milioni, vale a dire son pronti i mezzi bastevoli per fronteggiare parecchi miliardi di debiti nuovi”. Sul deficit di bilancio influiva anche il fattore “cambio”: “Il disagio dei cambi e delle monete dipende da un complesso di cause, tra le quali… lo sbilancio dei pagamenti tra l’Italia e l’estero: al quale sbilancio, oltre l’eccesso delle importazioni di fronte alle esportazioni… contribuiscono anche i noli altissimi…”.
Prese poi la parola il presidente del Consiglio, on. Paolo Boselli: “Il primo nostro obiettivo è quello di assicurare con ogni maggiore cautela di provvedimenti e di sorveglianza l’incolumità delle truppe alleate che si trovano a Salonicco e in Macedonia…”.
Il 26 dicembre 1916, il Governo austro-ungarico “nel giudicare la nobile iniziativa” per la pace proposta dal presidente americano Wilson, si dichiarava disposto a tenere i negoziati per la pace e per impedire lo scoppio di guerre future. La stessa Germania il 27 dicembre 1916 valutava l’iniziativa di Wilson “con l’amichevole spirito che aveva trovato un’espressione nella comunicazione del presidente”, mostrandosi favorevole a “uno scambio immediato di vedute, con il proporre una riunione per scongiurare l’avvento di guerre future, da tenersi in una città neutrale.
Alle proposte fatte dal presidente degli Stati Uniti aderivano anche Svezia, Norvegia e Danimarca. Ma il 28 dicembre il presidente del Consiglio francese, Briand, riferiva in una nota all’ambasciata degli Stati Uniti: “In realtà l’apertura fatta dalle Potenze centrali non è che un tentativo calcolato allo scopo di agire sull’evoluzione della guerra e di imporre finalmente una pace tedesca… E con piena coscienza della gravità, ma anche della necessità dell’ora presente che i Governi alleati… si rifiutano di prendere atto di una proposta senza sincerità e senza portata… nel momento in cui la Germania parla al mondo di pace e di umanità, essa deporta e riduce in servitù i cittadini belgi a migliaia”. L’Olanda e la Spagna non si uniformarono però alla proposta lanciata da Wilson.
Intanto Benedetto XV proclamava: “Portiamo fisso nell’animo il pensiero di questo orrendo flagello della guerra, come fu provocato dall’iniquità degli uomini… Alla carità vada congiunta la cura a preparare la via della pace… Torni a rettitudine ciò che fu preda di disordine”.
Dal 5 al 7 gennaio 1917 in Roma si teneva una riunione straordinaria della guerra fra gli Alleati, che si concluse escludendo ogni eventualità di trattative per la pace. L’accettazione della proposta di pace avanzata da Wilson, l’11 gennaio 1917, venne inviata dagli Alleati al presidente degli Stati Uniti; conteneva le condizioni di risarcimento e di libertà imponibili agli Imperi centrali per “assicurare la pace sui principi di libertà e di giustizia, sulla fedeltà inviolabile alle obbligazioni internazionali alle quali si è sempre ispirato il Governo americano”. Al presidente americano rispondevano la Germania e l’Austria contestando in gran parte gli addebiti mossi loro.
Il 14 gennaio 1917 a Londra l’agenzia Reuter pubblicava: “I tedeschi tentano di nuovo di respingere sulle Potenze dell’Intesa la responsabilità dello scatenamento della guerra… durante la crisi del luglio 1914, fossero gli Alleati che proposero la Conferenza e fosse la Germania che la rifiutò… Formulata il 26 luglio 1914, la proposta di Conferenza venne respinta dalla Germania all’indomani, cioè il 27 luglio, e non fu che quattro giorni più tardi, vale a dire il 31 luglio, che la Russia dette l’ordine di mobilitazione generale”.
Il ministro degli Esteri britannico, Balfour, il 16 gennaio 1917, comunicava all’ambasciatore d’Inghilterra a Washington: “Tale pace costituirebbe il trionfo di tutte le forze che rendono le guerre certe e le fanno brutali… Attaccando i diritti di un piccolo Stato, la Germania e l’Austria resero la guerra inevitabile. Rubando i territori del Lussemburgo e del Belgio, protetti da trattati, la Germania e l’Austria riportarono i loro primi trionfi… Perciò, pur dividendo il desiderio di pace del presidente, il popolo britannico non crede che la pace sia duratura”, ponendo alcune condizioni: combattere le cause di perturbamenti interni, che la tendenza aggressiva delle Potenze centrali cadesse in discredito; si stabilisse una forma di sanzione internazionale tale da far desistere il più ostinato aggressore.
Il 22 gennaio 1917 il presidente Wilson lesse un messaggio concernente la pace: “In qualsiasi discussione intorno alla pace che porrà fine alla guerra si riconosce che la pace stessa deve essere seguita da un’unione di Potenze ben definita, la quale renda virtualmente impossibile che una catastrofe come questa guerra ci opprima di nuovo… Propongo, dunque, che nessuna Nazione debba cercare di estendere la sua politica su qualsiasi altra Nazione o su qualsiasi altro popolo, ma che si debba lasciare a ciascun popolo la libertà di determinare la sua propria politica”.
Il 25 gennaio 1917 il presidente del Consiglio Tisza dichiarava alla Camera ungherese: “… siamo pronti assieme coi nostri Alleati, a fare quanto possa assicurare ai popoli europei una pace durevole”. Anche la Bulgaria, per voce del ministro Radeff, dichiarava l’adesione al messaggio di Wilson. Così pure il Giappone, e così il Partito socialista ufficiale italiano.
Il 30 gennaio 1917 si riuniva a Berlino la Commissione del Reichstag per il Bilancio; il cancelliere dott. Bethmann-Hollweg dichiarava che gli Alleati dipendevano per tutto dai rifornimenti; soprattutto di carbone e minerali; per cui faceva affidamento sulla forza crescente dei sommergibili per distruggere quelle possibilità di rifornimento, quindi continuare a combattere, dopo che gli Alleati avevano respinto le proposte germaniche di pace; assicurava inoltre che l’approvvigionamento di risorse per la Germania era ottimo, e il fronte sicuro.
Il 3 febbraio 1917 gli Stati Uniti rompevano le relazioni diplomatiche con la Germania, non avendo la Germania abbandonato i suoi metodi attuali di guerra sottomarina contro le navi di merci e passeggeri. La rottura delle relazioni diplomatiche con la Germania fu ratificata dal Congresso americano il 7 febbraio 1917. Da parte tedesca la guerra sottomarina continuava: dal 6 al 7 febbraio 1917 Londra segnalava l’affondamento di 22 navi per la distruzione di 52 mila tonnellate.
La Spagna, neutrale, lamentava le difficoltà e l’impedimento al proprio traffico marittimo, venendone compromessa la sua stessa esistenza economica e minacciata la vita dei propri sudditi. Anche l’Olanda si accordava alle proteste contro “l’ostruzione della libera navigazione, come contro l’uso intenzionale dei sottomarini che non si accorda col diritto internazionale”. L’Olanda “considerava la distruzione di navi neutre come la violazione del diritto delle genti e dell’umanità”.
Il 9 febbraio 1917 la Svezia rispondeva alla proposta di Wilson difendendo la propria neutralità, in accordo con la Danimarca e la Norvegia, nella preoccupazione per la libertà nell’uso del mare. La Svizzera, neutrale dal 4 agosto 1914, lamentava le conseguenze del blocco dei porti utilizzati per gli scambi commerciali, si poneva tuttavia a decisa difesa della propria neutralità. Il medesimo atteggiamento veniva adottato dal governo greco. Contro il blocco si schierava anche il Brasile, neutrale. Sulla stessa linea si ponevano l’Argentina, l’Uruguay, il Cile, il Perù, la Cina.
Contro i siluramenti effettuati dalla Germania e dall’Austria-Ungheria, il presidente americano Wilson il 26 febbraio 1917 comunicava al Congresso: “Io non propongo la guerra e non ho in vista neppure alcuna misura che possa condurvi… Nessuna linea di condotta che adotterò e che il popolo adotterà può provocare la guerra, la quale non può essere provocata se non da atti di premeditata aggressione… vi prego di autorizzarmi a dare alle navi mercantili le armi difensive se ciò dovesse essere necessario… Noi non pensiamo soltanto agli interessi materiali, ma piuttosto ai diritti fondamentali dell’umanità… senza i quali non vi è civiltà”.
Il 27 febbraio era il cancelliere tedesco Bethmann-Hollweg a ribadire, a Berlino, nella seduta pubblica del Reichstag, la volontà di continuare a combattere contro l’Inghilterra che con il blocco affamatore credeva di costringere la Germania a capitolare.
Il 7 marzo 1917 da Washington veniva comunicato che Wilson aveva deciso di autorizzare l’armamento delle navi mercantili americane. Intanto i sommergibili tedeschi tra il 15 e il 19 marzo siluravano e affondavano quattro piroscafi nord-americani.
Il cancelliere germanico, il 29 marzo 1917, esponeva la propria delusione nei rapporti con gli Alleati: “L’Inghilterra non ha rinunziato alla sua politica di blocco illegale, anzi l’ha di continuo inasprita e ha respinto… la nostra profferta di pace annunziando scopi di guerra che equivalgono alla nostra distruzione e a quella dei nostri Alleati. Ciò posto, ricorreremo alla guerra illimitata dei sommergibili… Il Governo cinese ha rotto i rapporti con noi”.
Wilson parlò al Congresso dichiarando che il Governo tedesco “comunicava che, a datare dal 1° febbraio, aveva intenzione di sprezzare tutte le considerazioni di legalità e di umanità e di servirsi dei suoi sottomarini per affondare tutte le navi che tentassero di avvicinarsi ai porti dell’Inghilterra e dell’Irlanda, sia alle coste occidentali dell’Europa, sia ai porti controllati dai nemici della Germania nel Mediterraneo… La neutralità armata appare ora inutile… Consiglio il Congresso a dichiarare che la recente azione del Governo imperiale tedesco implica lo stato di guerra col popolo degli Stati Uniti… così da costringere la Germania ad accettare le nostre condizioni per por fine alla guerra… Noi non abbiamo nessuna vertenza col popolo tedesco e sentiamo per esso simpatia e amicizia. Non è stato sotto il suo impulso, e nemmeno con la sua approvazione, che il Governo tedesco dichiarò la guerra. Questa guerra tedesca fu decisa come gli antichi conflitti dei tempi passati, quando i popoli non erano mai consultati e la lotta avveniva per gli interessi di una dinastia o per un piccolo gruppo di ambiziosi”.
Il Senato americano il 4 aprile e la Camera il 5 votarono a grande maggioranza la mozione dichiarante l’esistenza dello stato di guerra tra gli Stati Uniti e la Germania. Il 7 aprile il presidente Wilson con proclama dichiarava l’esistenza dello stato di guerra. Il 15 aprile 1917 Wilson rivolgeva un messaggio al popolo americano: “… Noi combattiamo per ciò che crediamo e desideriamo siano i diritti per l’umanità e l’avvenire la pace nella sicurezza nel mondo… Il bisogno principale del nostro Paese e delle Nazioni con le quali cooperiamo è l’abbondante approvvigionamento di viveri”.
Il 25 ottobre 1917, alla Camera italiana, esordiva Sonnino: “La dichiarazione formulata dalla Conferenza di Parigi constata l’irremovibile risoluzione degli Alleati di non deporre le armi prima di aver raggiunto lo scopo essenziale di rendere impossibile il ripetersi di una ulteriore aggressione, quale fu quella di cui gli Imperi centrali portano la responsabilità per avere iniziata la presente guerra. Venne pure stabilito che la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia ponessero fine simultaneamente e in breve tempo alle occupazioni militari che esse erano state obbligate di fare nel territorio dell’antica Grecia, della Tessaglia e dell’Epiro… Inoltre fu stabilito che Francia, Gran Bretagna e Italia mantenessero durante la guerra una base navale e militare nell’isola di Corfù, essendo inteso che l’isola intera resterà sotto la sovranità della Grecia… Una volta che gli Imperi centrali fossero giunti al fatto delle trattative… relative e supposte concessioni che sarebbero disposti a fare sia alla Francia, sia all’Italia, essi Imperi confidano di conseguire senz’altro due risultati: primo, creare dissidi tra gli Alleati… secondo, suscitare vane illusioni nella popolazione assetata di pace… L’invasione del Belgio per parte della Germania violatrice della neutralità che essa stessa aveva garantito, ha fatto retrocedere di secoli tutto il diritto delle genti togliendo ogni valore di garanzia alla parola impegnata… nel caso del Belgio vi è stata un’aperta, specifica, flagrante, scandalosa violazione di ogni legge di guerra e di pace, di ogni più elementare e fondamentale principio, nonché del diritto internazionale, ma della stessa buona fede tra gli uomini, del rispetto alla parola solennemente e liberamente data.
Immagine di Copertina tratta da Woodrow Wilson.

