Zibaldut di idee affastellate
Parte I di 5
Ben lungi dal volermi porre accanto allo “Zibaldone” del grande Giacomo Leopardi, ne ho però preso a prestito il titolo, variandolo a modo mio, perché anche “Zibaldino” già era stato adottato precedentemente.
Il suffisso dut, apposto a parole che si vogliono esprimere nel diminutivo o vezzeggiativo, l’ho preso dalla lingua carnico-friulana, nel cui linguaggio mi sono immedesimato per tributare onore alla donna originaria di quella nobile terra, che mi è stata campagna per la vita, che è stata la mia vita.
Quindi Zibaldut starebbe per Zibald-piccolo ovvero Zibalduccio.
Nell’esposizione che va a seguire mi proverò a ripescare dalla memoria una serie di considerazioni, quandanche raramente legate fra loro, nella funzione di pause del pensiero che si spinge in sofferta ricerca del significato da attribuire a vari aspetti della Natura fisica e psicologica, attraversando spazi di teorie che andranno ad attingere sia a Scuole di Pensiero le più svariate sia alle teorizzazioni formulate da eminenti studiosi. Ne verrà fuori un compendio di idee, sicuramente prive di un ordine logico, proiettate pur tuttavia verso la ricerca del vero, auguratamente prossime a quella che definirei la mia pseudo-filosofia in dimensione debole.
Un aspetto molto visibile e ricorrente riguarderà l’uso del punto interrogativo. Infatti, non andrò incontro alla formulazione di sentenze definitive, anche perché di definitivo nell’analisi che segue nulla si riuscirebbe a trovare. E, d’altra parte, il costruire sentenze inamovibili credo equivalga a un segno di debolezza concettuale. Gli interrogativi saranno un mezzo facile per tenere aperto il discorso inquisitivo, alla ricerca incessante su teorizzazioni nuove e promettenti per una analisi-ricerca fruttuosa. Appariranno senza dubbio alcune affermazioni forti, ma in questi casi si tratterà di constatazioni apodittiche, intercalari e necessarie nello sviluppo del discorso. Parimenti farò ricorso abbondante alla particella avverbiale “forse” nella sua funzione dubitativa, per la stessa ragione della non affermazione di norme rigide e immutabili, come sopra citato.
Le considerazioni esposte in sequenza seguiranno, per quanto possibile, un ordine cronologico.
27-08-1999. Luce, teoria corpuscolare/ondulatoria: non si sa bene che cosa sia; alla velocità della luce lo spazio si contrae e si annulla, così il tempo. La luce impiega otto minuti per arrivare dal Sole a noi, viaggia per otto minuti in uno spazio e in un tempo che per lei non ci sono; ci sono solo per noi che formuliamo questa teoria della luce e della sua velocità. La luce non si sposta, essa è. È dappertutto e in nessun luogo in particolare; è sempre e in nessun momento in particolare. I particolari che conseguono e si susseguono li creiamo noi, per capire il mondo. La luce come assenza di spazio/tempo: è l’idea di Dio?
Questo povero granello di polvere sperduto in un’immensità senza confini: qui qualcuno ci ha insegnato che si deve andare avanti a forza di gomitate, di calpestate, con gli occhi bendati e il cuore spento e ci ha detto che questo si chiama progresso.
L’impulso sessuale: ma c’è proprio dappertutto e spinge ogni creatura a fare sempre, periodicamente, la stessa cosa, investendola di un imperativo che invade le viscere e la mente insieme; miracolo dell’oxitocina – ma qualcuno mi piegherà mai lo scopo?
Non si può pensare a qualcosa che si identifichi con l’infinito? I pitagorici credevano che i numeri fossero forme celesti delle cose. Qual è il numero più grande? … posso sempre fare +1 e il processo non avrà fine. La stessa situazione si pone per i numeri periodici, dove i decimali non conoscono un termine. È l’idea dell’essere dell’infinito, non della conoscenza dell’infinito.
29-08-1999. Bertrand Russel dice che siamo diventati molto intelligenti, anche troppo intelligenti, ma siamo anche malvagi; e questa mescolanza di intelligenza e malvagità è alla radice dei nostri guai. Karl R. Popper sostiene (Conjecturesand Refutations, London 1969) invece che noi siamo buoni, forse un po’ troppo buoni, ma anche un poco stupidi; ed è questa mescolanza di bontà e di stupidità che è alla radice dei nostri guai.
Io penso che siamo entrambe le cose: dipende dalla cultura che abbiamo assimilato, dall’educazione che abbiamo ricevuto e dalla situazione specifica nella quale ci troviamo. È malvagio in modo irrazionale e istintuale chi si fa travolgere dalla passione. È malvagio modo razionale e istituzionale chi ha incontrato l’opportunità di acquisire potere. Chi sa controllare le passioni e rifugge il potere fa la parte del buono-stupido, perché non ha altra alternativa: dategli il sapore del potere e vedrete di quale stoffa è la sua bontà-stupidità.
19-09-1999. Le religioni sono costruzioni concettuali frutto del bisogno culturale di categorizzare. Ogni esperienza, ogni evento che cadono sotto i nostri sensi, se non vengono categorizzati e inseriti in una matrice significativa, passano oltre, non vanno a far parte del patrimonio percettivo oppure stanno in disparte, dando segno della loro presenza e dell’esistenza, e incutono paura. Quest’ultimo è il caso delle idee che si formano attorno al Soprannaturale, alla continuità o meno dopo la morte del corpo, al senso dell’esistenza propria individuale. Queste idee, connaturate alla capacità umana di concettualizzare, lasciate libere a sé sono devastanti per la logica dell’equilibrio mentale; non possono essere spiegate o verificate o confutate con una logica deduttiva, essendo dominio del metafisico (K. Popper); vengono pertanto tratte induttivamente e conducono inevitabilmente, inesorabilmente all’idea di un Dio primo ed eterno il quale, tuttavia, non è definito nella sua individualità o non-individualità, nei suoi limiti o non-limiti. Le religioni sorgono per creare un Dio indefinibile, inimmaginabile, ma raggiungibile in una realtà o dimensione non-terrena: la categoria delle categorie di tutte le cose. Morendo, ci annientiamo in Dio e torniamo a rivivere oppure dormiamo un “sonno eterno” il che equivarrebbe a dire non svegliarsi mai più.
La mia consapevolezza dell’ora e qui, in queste categorie di spazio-tempo anch’esse frutto della nostra creazione, sarà ancora? Tornerà? Come e in quale forma o funzione tornerà? O non sarà mai stata? È allora parte di una grande illusione? Ma perché questa illusione? Chi l’ha voluta? Con quali piani? Oppure è un altro frutto delle nostre creazioni? C’è qualcuno che ne potrebbe spiegare il perché? Le religioni raccolgono il metafisico e lo pigiano in anguste categorie apparentemente comprensibili: superata la paura di Dio e della morte, dell’ignoto, del vuoto.
Il serpente che si morde la coda… l’Universo che torna su se stesso… una curvatura infinita di spazio, tempo, causalità. Tutto ciò lo possiamo categorizzare? Ci stiamo tentando, per darvi un senso, per crearvi una cornice che lo renda accessibile alla nostra capacità di percezione, per capire, tentare di iniziare a capire che cos’è questo nostro credere di sentire di essere qui e ora, circondati da un mondo che ci sforziamo di conoscere e che vogliamo disperatamente dotare, rivestire di significato. La nostra mente si è evoluta, è fatta in modo che ha costantemente bisogno di definire le cose in base a significati, è portata necessariamente a categorizzare.
26-09-1999. Un’idea originale del primo punto, anche se il significato legato alla parola “punto” riporta a qualcosa di intangibile, che non c’è nella realtà, ma che si riduce a una creazione concettuale, a un’ipotesi. Il punto, infatti, non ha dimensioni fisiche né geometriche, non può essere rappresentato graficamente, né misurato né collocato in una qualche parte specifica dello spazio. Il punto, estrema riduzione/atomizzazione di ogni luogo geometrico sensibile, non può avere definizione alcuna. Posso dire “il triangolo è una figura piana chiusa e delimitata da tre linee rette che si intersecano vicendevolmente sullo stesso piano”. Ma poi devo definire che cos’è un piano, e cos’è una linea. Difficile trovare una definizione, ma più facile ne è la rappresentazione grafica. Con il punto sono impossibili entrambe le cose, salvo che si ricorra alla pura immaginazione e si decida di rappresentare il punto con un segno sulla carta, come per dire “metto un punto qui” (A). Poi segno altri tre punti equidistanti (B – D)) a guisa di cerchio. Quindi rappresento il cerchio coprendo le distanze fra un punto e l’alto con l’inserimento di altri punti equidistanti sia dal centro del campo sia dai precedenti punti, fra i quali il successivo punto viene inserito. Quanti punti devo mettere per avere il cerchio? O forse è meglio chiedersi quanti punti devo segnare perché la mia capacità percettiva arrivi a conoscere la gestalt di un cerchio? È evidente che, a partire da quattro punti, con i quali posso riconoscere la struttura di un quadrato, per andare a otto con l’intuizione della figura di un ottagono, di lì in poi più raddoppiamenti di punti eseguo, più mi allontano dall’intuizione di poligono e mi avvicino a quella di cerchio. Ma quando finirò di raddoppiare i punti? Risposta: mai, per il motivo che essi non hanno spazio e non occupano uno spazio. Il punto è un’astrazione, il cerchio è un’astrazione, ogni figura è un’astrazione che io tento di rappresentare graficamente per ri-conoscerla. Un cerchio riconduce di per sé all’idea di infinito: i punti possono diventare 16, 32, 64, 128…; ogni volta che raddoppio divido anche a metà la distanza che c’è fra due punti consecutivi. Quando finisco di fare la metà della metà della metà, della…? Mai, la risposta viene da sé: è l’immagine di asintoto, sempre presente in queste speculazioni; vedi anche, a proposito, i paradossi di Zenone.
Un secondo esempio sotteso al concetto di asintoto: ammettiamo che il cerchio nell’immagine abbia origine dal primo punto (quello contrassegnato con A) e che poggi, questo primo punto, sulla linea di base, che è una linea retta. Immaginiamo ora di avere un cerchio formato da 128 punti: avremo sempre poligoni, pur non cessando mai di raddoppiare i punti, anche se, con un numero altissimo di raddoppiamenti, valuteremo senza indugi la configurazione percettiva risultante come un cerchio, mai più come un poligono; ma, allora, qual è il momento di passaggio dal poligono più sfaccettato al cerchio? Da una figura delimitata da linee rette a una formata da una sola linea curva? Esiste il cerchio? Esiste la “curvatura” di una retta che sia altro da un semplice fenomeno percettivo?
Torniamo al poligono di 128 punti e immaginiamo di aumentare di “x” ciascuna delle 128 distanze fra punti contigui. Avremo che il primitivo perimetro (p) sarà diventato = p + 128x. Se operiamo su successive aggiunte (+2x, +4x, +8x, +16x…), l’apparenza della configurazione geometrica di aspetto poligonale a poco a poco, e a un certo punto, svanirà per dare luogo a una ricomposta configurazione di “cerchio”. Tuttavia, con una “x” moltiplicata all’infinito avrò sempre e solo poligoni verso conformazioni infinite e mai e poi mai raggiungerò la figura di cerchio, se non sul canale percettivo. Questo significa che non esistono curvature in geometria, ma soltanto angolature, deviazioni di rotta? Ancora: moltiplicando “x” avrò una dilatazione del poligono, la quale porta i punti, posti lateralmente al punto originario, ad avvicinarsi alla linea di base. Ammettiamo di moltiplicare “x” un certo numero di volte, e poi per un numero superiore e così via. Se, inizialmente, diciamo ancora, con 128x, posso tracciare una linea che congiunga a con b e una che congiunga a con b’ (b e b’ parimenti distanti sia da “a” sia dalla retta di base, otterrò due angoli (y- y’) fra loro di eguale ampiezza. Con l’aumentare di “x” a partire dal nostro ipotetico 128, a mano a mano che “x” aumenta, l’immaginario cerchio si espande, mentre diminuisce l’ampiezza di y-y’. Più aumento “x”, più diminuiscono y-y’. Procedo allora provando a illudermi che, a forza di fare, la linea retta di base e le due rette divergenti si confonderanno alla vista per sovrapporsi e diventare infine una retta sola. Ma se si parla di una sola “retta”, anche il perimetro del poligono, (o il cerchio) è diventato una retta, quindi deve essersi rotto, si è aperto e non genera più un poligono. Assurdo per assurdo, paradosso per paradosso, posso forse pensare che y-y’ si riducano a zero? Con il procedimento descritto, avvicinando le rette divergenti alla retta di base e diminuendo y-y’, posso continuare a fare la metà della metà della metà di… (il “regresso all’infinito” di Popper, e Zenone in compagnia), ma questa operazione non avrà mai fine: come dire che il poligono si espanderà sempre di più in uno spazio-vuoto-contenitore senza limiti. E qui il pensiero si arresta. La curvatura di tempo e spazio (Einstein) avrà qualche implicazione in queste congetture?
La nostra posizione nel disegno delle cose (Allen Wheelis, psichiatra): il corso generale (di un fiume) è la crescita della forma, consapevolezza crescente, dalla materia alla mente alla coscienza.
Evoluzione (Richard Dawkins). A partire dall’acqua, anidride carbonica, metano e ammoniaca si formarono gli amminoacidi, i blocchi costitutivi delle proteine. Le purine e le piramidine sono blocchi costitutivi del DNA. A un certo punto si formò per caso una molecola replicante che contribuì a introdurre nel mondo una “stabilità “di nuovo genere. Errori di replicazione produssero parecchie varietà di molecole replicanti. L’evoluzione, attraverso la selezione naturale, perfeziona e incrementa: la longevità, la velocità di replicazione o fecondità, la precisione nella replicazione o fedeltà di copiatura. E qui si pone una successiva domanda: quale volontà impone alla selezione naturale di essere quello che è? Può essere una legge casuale? Chi ha stabilito che esistesse un caso e che questo contenesse leggi, e quali e quante di queste leggi? È un caso che esista il caso? Una regressione all’infinito?
Immagine di Copertina tratta da Kut.

