VIVERE  NELLA  SCUOLA – Parte 3 di 5

Analisi e studio su
Anna Maria Nada Patrone

VIVERE  NELLA  SCUOLA

Insegnare e apprendere nel Piemonte del tardo Medioevo
Torino, Paravia, 1996

Parte III di 5

La professione del maestro: un’occupazione precaria e difficile

  1. Il reclutamento.

La ferma e il licenziamento del maestro dipesero ovunque esclusivamente dagli organi collegiali, in particolare della credenza. Nell’ordine del giorno era posta in discussione la questione riguardante l’imprescindibile necessità della presenza di un buon maestro, idoneo alla formazione di onesti cittadini e abile nell’insegnamento. Il maestro ideale avrebbe dovuto essere maturo, ma non troppo anziano. Per evidenziale l’esigenza della comunità di disporre di un maestro bonus et idoneus, dietro versamento di un salario a rate, si sottolineano l’impegno e la preoccupazione delle autorità comunali per la formazione della gioventù locale, formazione che coinvolgeva gli interessi totali dell’intera comunità. Era l’atteggiamento mentale prettamente ‘piccolo borghese’, tipico del ceto mercantile, medio e medio-alto che nel Trecento aveva ormai nei consigli comunali un buon numero di propri ‘deputati’ che si erano venuti ad affiancare ai rappresentanti del tradizionale ceto dirigente, costituito prevalentemente da grandi proprietari terrieri. Gli uomini nuovi del comune rappresentavano infatti il gruppo sociale che usufruiva in misura maggiore della scuola pubblica ed erano individui che badavano al sodo: a loro realisticamente importava soltanto di avere figli avvezzi alla disciplina e all’obbedienza, preparati a sbrigare abilmente gli affari per una carriera pubblica, delegando al maestro ogni responsabilità nel settore educativo.

La presentazione nelle assemblee consiliari della richiesta di ferma per un nuovo maestro non appare ovunque formulata nello stesso periodo dell’anno, ma in tempi diversi. Tale domanda, tuttavia, viene sempre avanzata con un’urgenza che si accompagna a una completa mancanza di organizzazione e di programmazione, dovuta forse anche alle ristrettezze finanziarie pubbliche. La fretta era una prassi comune.

Nel caso si dovesse cercare un nuovo insegnante, la questione non era tanto quella di trovare un altro responsabile della scuola, in quanto gli aspiranti sembrano sempre in esubero rispetto alla domanda, quanto di reperirne uno adeguato, con poche pretese finanziarie e nello stesso tempo con una buona preparazione.

I maestri che già esercitavano, o che erano solo ripetitori, venuti a conoscenza della disponibilità di un incarico, potevano autocandidarsi. La domanda era fatta con un’istanza scritta, ponendo in evidenza i meriti e l’erudizione, senza mai far cenno allo stipendio, aspetto che sarebbe stato discusso in seguito. Le richieste di assunzione erano composte secondo uno schema abbastanza fisso, elaborate con espressioni prolisse e ampollose, farcite con molteplici citazioni di autori, volte quindi a dimostrare la buona cultura del candidato. Domande di tal fatta, di conseguenza, non potevano essere facilmente congegnate da un maestro mediocre. Cisì si diffuse l’esigenza di uno schema che potesse venire copiato e che costituì un vero e proprio ‘genere letterario’, rientrando nelle regole epistolografiche del tempo.

In altri casi era la buona reputazione di un maestro a promuoverne la scelta. Normalmente venivano delegati alla scelta del maestro generici funzionari comunali, nella loro qualità di rappresentanti del popolo. Altre volte potevano essere designati il clavario o supposti competenti indicati come consulenti tecnici. Più frequentemente si trattava di funzionari addetti alle pubbliche finanze quali i sindaci o il massaro, cioè l’amministratore dell’erario e responsabile del pubblico bilancio. La scelta del docente doveva essere ancor meno selettiva quando veniva affidata ai ‘rationatores’, coloro cioè che rivedevano i conti della pubblica spesa (supervisori dei conti) e che, nei loro colloqui con il futuro maestro si preoccupavano più dell’aspetto economico che del funzionamento della didattica.

Talvolta la nomina del rettore della scuola può essere considerata clientelare, in quanto influenzata dall’ingerenza di famiglie potenti, esercitata con maggiore o minore arroganza.

I contratti di ferma dei maestri erano compilati dai notai dopo complesse e certo estenuanti contrattazioni fra le due parti. I patti erano in ogni caso strutturati sul modello di quelli dei salariati. In tali scritture si può rilevare una notevole minuzia descrittiva riguardo alle modalità e ai tempi di pagamento dello stipendio, alla durata dell’anno scolastico, ai privilegi e ai doveri del maestro e al suo impegno didattico a tempo pieno. Viene invece rivolta una scarsa attenzione alle tappe del ‘curriculum’ scolastico degli scolari, lasciate all’arbitrio del maestro.

  1. Le verifiche sull’attività del maestro.

Superato lo scoglio della contrattazione salariale, alle autorità comunali si sarebbe dovuto presentare il compito di verificare in qualche modo la buona condotta personale, le attitudini educative e soprattutto la preparazione culturale del maestro. Di norma le fonti non attestano alcuna particolare verifica dal punto di vista professionale e tanto mento alcuna valutazione della reale capacità di istruire ed educare. Per lo più gli si richiedevano genericamente soltanto di ‘bene docere’ e la capacità di imporre agli scolari ordine e disciplina.

Nondimeno, seppure rara, rimane qualche attestazione di verifica sull’idoneità didattica. Dal secolo XV nei consigli comunali si riscontra infatti una sempre maggiore sensibilità alla ‘qualità’ dell’insegnamento. Al Trecento avanzato risalgono le prime attestazioni di prove attitudinali preliminari dell’assunzione del maestro, condotte da notai e medici o dal castellano sabaudo o dai giudici locali.

Più significativi sembrano le ispezioni e i controlli per verificare se l’attività didattica fosse valida. Non soltanto le autorità comunali diventavano più sensibili ad un corretto funzionamento della scuola, ma anche le famiglie degli scolari sembrano interessarsi maggiormente all’azione didattica: divengono sempre più frequenti le proteste dei genitori per le scarse qualità pedagogiche o per l’insufficiente preparazione del maestro (es. a Pinerolo, nel 1474).

Sembra invece assolutamente assente un qualsiasi impegno nel vigilare sulla dirittura morale dei maestri che condividevano pregi e vizi della loro società. Non interessavano i loro litigi, le risse, gli scambi vivaci di ingiurie e neppure la loro integrità di costumi nell’interno della scuola. La moralità degli insegnanti non venne mai presa in considerazione e non sembra aver influito su successive nomine, anche quando essi vennero pubblicamente condannati per gravi trasgressioni sessuali, quali la pedofilia, ampiamente confermata (sodomia).

In realtà dal secolo XV l’omosessualità dilagava in quasi tutti gli strati sociali. Occorre però tener presente che, secondo una forse discutibile tesi di Boswell, proprio dal Quattrocento si deve constatare una maggiore condanna, religiosa e civile, per tale forma di devianza che, invece, sembra essere stata quasi accettata dalla Chiesa stessa sino al Trecento.

  1. Il mercato del lavoro.

Non è facile stabilire quale fosse la durata media di una ferma. Si potrebbe forse osservare che, spesso, l’indeterminatezza cronologica, che traspare da certe formule, fosse finalizzata a lasciare piena libertà alle due parti in causa, ma specialmente alle autorità municipali, di sciogliere il contratto quando sembrasse loro più opportuno.

La durata della ferma era comunque assai variabile: caso limite il rinnovo mese per mese; talora l’atto di assunzione è specificamente valido soltanto per cinque-sei mesi. In genere il contratto era annuale, ma non mancano casi di convenzioni triennali o pluriennali oppure con incarico a vita.

Verso la fine del XV secolo, comunque, pare di poter cogliere una nuova attenzione per la continuità didattica da parte delle autorità municipali che sembrano finalmente rendersi conto che un funzionamento discontinuo della scuola comportava un grave danno. Di conseguenza le riconferme sono più frequenti, anche per lunghi lassi di tempo (a Revello in Valle Po un maestro si fermò per un ventennio, dal 1436 al 1456).

Soltanto dalla metà del secolo XV nei contratti incomincia ad apparire abbastanza frequentemente la clausola secondo la quale il licenziamento o le dimissioni del maestro dovessero essere notificati almeno tre mesi prima della scadenza della convenzione, al fine di concedere al docente il tempo necessario per trovare un altro incarico di insegnamento e, al comune, il tempo di cercare un nuovo rettore.

  1. La durata dell’anno scolastico.

La durata dell’attività scolastica a tempo pieno, per tutti i giorni della settimana (dalle 6 alle 10 ore al giorno), era annuale, senza periodi di lunghe vacanze, anche se si può ragionevolmente supporre che dalla prima estate a tutto settembre la presenza degli scolari diminuisse notevolmente. Molti ragazzi, provenienti da famiglie legate al lavoro agricolo, in primavera abbandonavano la scuola per lavorare nei campi o per andare al pascolo. Sovente, tuttavia, anche i figli delle famiglie più abbienti si spostavano in campagna con i loro parenti per il controllo del raccolto. L’attività didattica, di conseguenza, veniva rallentata e perdeva di contenuti, con danno economico per il maestro (Moncalieri, 1347: da due soldi per alunno in estate a 10-16 soldi in inverno, al mese. – Costi di sussistenza, dal consiglio comunale cuneese del 1416-1417: un soldo per 100 grammi di pane; un soldo e quattro denari per una libbra di carne – poco più di 300 grammi – ; due soldi e tre denari per una libbra di olio).

La scuola, tuttavia, continuava a funzionare, seppure a ritmo ridotto, anche in estate, se il comune di Torino nell’estate 1462 concesse un modesto finanziamento al maestro, ossia un pergolato di fronde dove tenere la scuola all’aperto.

Non può quindi stupire che gli insegnanti spesso cercassero di premunirsi contro queste defezioni che incidevano sul loro guadagno. Talvolta venne loro concesso di inserire nei patti contrattuali la clausola secondo la quale anche gli scolari che interrompevano la frequenza dovessero pagare al maestro la retta per l’intero anno scolastico.

Le ‘ferie’ coincidevano con il periodo delle messi e della vendemmia. Il maestro non poteva allontanarsi che per periodi molto brevi (24 ore) e con autorizzazione di un rappresentante del comune, con l’eccezione dei piccoli centri rurali che richiedevano la manovalanza minorile (Revello, 1462: un mese di vacanza al maestro). In genere al maestro venne imposta una residenza fissae continuata per tutta la durata del contratto. Calamità naturali ed epidemie potevano consigliare l’allontanamento del maestro di tre o quattro miglia dall’abitato (Barge, 1459), con l’obbligo di continuare a insegnare ai bambini non contagiati.

L’anno scolastico era suddiviso in ‘studia’ (plurale di ‘studium’), cioè periodi ben articolati: trimestri, quadrimestri o anche l’intera durata dell’anno scolastico. Si può forse ritenere che quest’ultima scansione cronologica fosse richiesta dal maestro per il motivo che gli scolari pagavano le tasse a rate, per i singoli ‘studia’ e non per tutto l’anno.

Se la fine della regolare e continua frequenza scolastica coincideva di massima con la Pentecoste (inizio della mietitura), l’apertura era quasi ovunque nel giorno di San Michele (29 settembre), raramente San Luca (18 ottobre).

Capitolo VI.  I “profitti” del maestro

  1. Il salario pubblico.

La professione dell’insegnante, impegnativa ma oscura, non era certo gratificante e non poteva promuovere entusiasmo e assiduità di impegno. I maestri dovevano affrontare dure e precarie condizioni di vita; erano, nella maggior parte dei casi, nullatenenti, privi non solo del superfluo, ma spesso anche del necessario, senza reali prospettive di miglioramento di carriera e di ‘status’.

Per le comunità urbane e rurali la presenza e il relativo salario del maestro, per quanto onerosi, venivano considerati altrettanto indispensabili che quelli del medico. L’attività di entrambi, del resto, venne concettualizzata in modo assai simile.

Le condizioni economiche e gli atteggiamenti psicologici dei maestri nel Piemonte tardomedioevale offrono un significativo strumento indicatore per la rappresentazione della società in cui questi si trovano ad agire, della tempra o della debolezza delle singole organizzazioni comunali, della mutevole varietà delle loro situazioni politico-finanziarie. Le condizioni economiche dei maestri mettono inoltre a disposizione un elemento indispensabile per comprendere in quale misura proprio la precarietà e l’esiguità della loro remunerazione concorressero ad accentuare la scarsa qualificazione e l’estrema mobilità della categoria; nel compenso infatti si combinavano, di volta in volta in modo diverso, la somma pattuita con la comunità, la tassa di frequenza dovuta dagli studenti locali e le rette dovute dai ‘forenses’ che erano lasciate alla discrezione del docente.

Nel tardo medioevo, periodo in cui si era ormai affermato il principio del guadagno, del profitto, in pieno contrasto con la gratuità della scuola ecclesiastica anche per i laici, i maestri soffrirono di una cronica, patologica insoddisfazione per il contesto della propria esistenza. Infatti l’insegnamento era un lavoro svolto a favore della collettività e ci si aspetterebbe che fosse remunerativo. Ma il non ricevere un adeguato compenso per il proprio lavoro significava, nella società pan-lavorista e produttivistica dell’ultimo medioevo, essere considerato un individuo inutile e deprezzato.

Un guadagno scarso costringeva non solo a trascorrere la vita sul filo della precarietà, ma soprattutto a rimanere un individuo senza credito, privo di ogni libertà di iniziativa personale. Inoltre i maestri, nomadi per necessità di lavoro, erano inevitabilmente collocati ai margini nella gerarchia della società in cui operavano, necessari ma pur sempre stranieri. Per la maggior parte dei maestri, comunque, provenienti in genere dagli strati medio-bassi della società, un incarico nella scuola comune era il segno di una pur modesta ascesa sociale.

L’attenzione sempre più sollecita al settore dell’istruzione da parte delle autorità comunali si concretizzò nella trasformazione della scuola laica da privata a pubblica e comportò quindi nuovi oneri finanziari per la collettività. Le autorità comunali si impegnarono in linea di massima soltanto a sopperire alle spese per l’affitto dell’abitazione-scuola-convitto, mentre per la sussistenza il maestro avrebbe dovuto contare sulle rette degli scolari. Si deve inoltre tenere ben presente che, almeno per tutto il Trecento, il comune per lo più non pagava alcun salario al maestro; soltanto alla fine del secolo XIV le autorità municipali, oltre a pagare l’affitto, iniziarono a concedere uno stipendio a rate semestrali o trimestrali o a Natale e Pasqua. I profitti dei maestri, in ogni modo, non furono mai lauti; forse migliori dovevano essere le condizioni degli insegnanti di latino e di abaco rispetto a quelli del primo livello, in quanto percepivano rette più alte da una popolazione più abbiente. Qualche volta i maestri disponevano di modesti possedimenti terrieri che spesso coltivavano personalmente.

Altra prova della scarsa considerazione in cui essi erano generalmente tenuti sta nel fatto che non riuscirono mai a imparentarsi con famiglie benestanti.

  1. Le rette degli scolari.

Nel secolo XV molti comuni concessero ai maestri il diritto di cittadinanza. Questa concessione apriva una buona prospettiva di continuità di lavoro e sottintendeva un impegno implicito al rinnovamento del contratto da parte dei gestori della cosa pubblica. Tuttavia tali privilegi vengono solitamente concessi soltanto a professionisti capaci: maestri, ma anche medici, artigiani specializzati e mercanti che venivano considerati indispensabili alla collettività. In fatti in tutti i comuni i residenti acquistavano precisi diritti alla protezione da parte delle autorità locali e venivano ammessi alla fruizione dei pubblici servizi. In alcuni comuni (Vercelli) già nel duecento non sembra venisse fatta una distinzione tra ‘habitator’ (residente) e ‘civis’ (cittadino).

In Piemonte, dove lo sviluppo imprenditoriale vero e proprio ebbe una più tardiva affermazione rispetto a centri come Genova e Venezia, i maestri di base vennero retribuiti, salvo rare eccezioni, con un salario misto (Ivrea, 1421) tra stipendio pubblico e rette degli studenti.

Le rette pagate dagli scolari variavano a seconda del livello di istruzione. Erano tuttavia connesse con criteri di profitto scolastico legati unicamente al giudizio del maestro. Le tappe dei percorsi individuali erano lasciate all’arbitrio dell’insegnante la cui totale discrezionalità di giudizio portava senza dubbio ad una selezione semplicistica, ma anche a possibili promozioni immeritate per accontentare i genitori degli allevi e per ottenere un aumento della tassa di frequenza con l’innalzamento del livello di frequenza scolastica.

I parenti degli scolari dovevano essere abbastanza disinteressati della concreta attività psicopedagogica svolta nella scuola. Spesso le famiglie ne erano addirittura volutamente tenute all’oscuro. Al contrario avveniva per i precettori privati i quali, pena il licenziamento, dovevano dimostrare di possedere reali capacità di comunicazione e le dovute conoscenze, sottomettendosi a precisi controllo da parte delle famiglie.

Talvolta, durante il secolo XV, nei piccoli centri rurali venne concesso al maestro anche il permesso di richiedere doni in natura, come una pagnotta alla settimana da ogni alunno o legna per il riscaldamento. In altri casi il maestro poteva anche usufruire dell’introito dovuto per le ‘norme’ le pene pecuniarie versate dagli scolari indisciplinati più grandicelli, spesso in sostituzione delle pene corporali (Moncalieri, 1445). Sono, in ogni caso, introiti che soltanto apparentemente possono apparire di modesta entità (arrotondavano sensibilmente lo stipendio).

Dall’esame di molti contratti sembra di poter dedurre che il maestro acconsentisse con minore difficoltà ad un salario pubblico modesto quando questo era misto. Il maestro, infatti, voleva conoscere il numero dei suoi futuri scolari per fare il conto delle rette che avrebbe incassato.

Il timore della precarietà delle tasse scolastiche dovute dagli allievi doveva essere abbastanza assillante; molti motivi in fatti potevano causare l’allontanamento degli scolari: la severità eccessiva, i difetti o la salute malferma del docente, ma anche carestie, avversità climatiche, disoccupazione del padre, spostamenti di residenza, manovalanza infantile.

  1. Vizi privati e pubblici: le more di pagamento.

Il corpo insegnante nei comuni pedemontani, come altrove, non solo era pagato male, ma anche con notevole ritardo dagli scolari e dal comune. Le misure delle autorità municipali, in caso di inadempienza delle famiglie, si fanno sempre più severe. Nel 1340, a Moncalieri, il consiglio comunale richiese al castellano sabaudo di costringere gli scolari a versare le loro rette puntualmente. Nel 1342, a Moncalieri, gli scolari morosi avrebbero dovuto essere costretti al pagamento dal castellano stesso, con minaccia del pignoramento dei beni; nel 1347 il maestro ottenne non soltanto la riconferma della facoltà di confiscare come pegni i beni degli allievi morosi, ma anche pretendere, in tribunale, quanto dovutogli. Altra autorizzazione concessa ai maestri insoddisfatti dei loro crediti era quella della requisizione dei beni di proprietà degli scolari, anche solo per un breve ritardo nel versamento (Moncalieri, 1445).

Queste misure di garanzia a favore del maestro presentavano evidenti difficoltà di reale attuazione, specie se il docente si fosse trovato di fronte a genitori violenti e rissosi.

Lo stesso comune, a sua volta, era cronicamente in ritardo nel versamento del salario concordato. L’inosservanza era conseguente alle difficoltà di bilancio, perennemente in deficit. Le proteste del corpo insegnante andavano per lo più a vuoto, con ritardi anche di 6-7 anni. La causa dell’inadempienza da parte dei comuni non era tuttavia una deplorevole incuria nel cercare i fondi: ne fa fede la richiesta del consiglio comunale di Pinerolo nel 1431 di un prestito, destinato a pagare il salario del maestro, a tutti i cittadini iscritti a catasto.

Sono attestati anche casi di salario pubblico parzialmente in natura, specialmente nelle annate di difficoltà o di carestia, che si ripeterono con una certa ciclicità in Piemonte nei secoli XIV e XV (si pagava in granaglie, grano, legna da ardere, affitto, arredi, vestiti, beni immobili). Questi compensi in natura sono un segno assai significativo dell’importanza e della persistenza di sistemi economici ‘primitivi’, persino nei centri dove l’economia monetaria si era precocemente affermata.

  1. I privilegi dei maestri.

I maestri, quasi come risarcimento per la modestia e per i ritardi del pagamento dei loro stipendi e, insieme, come stimolo per un continuo e attento impegno, godevano spesso di facilitazioni o privilegi (immunità, esenzioni personali e fiscali). Essi usufruivano inoltre frequentemente di esenzioni dal pagamento del dazio di entrata per le derrate di consumo, specialmente per i generi considerati di prima necessità (i grani e il vino). Tali privilegi, talvolta, venivano estesi agli scolari forestieri, anche al fine di promuoverne l’afflusso.

Immagine di Copertina tratta da Sanoma.

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