Alpini nella Grande Guerra
Parte II di 3
Val di Puartis. “Il comunicato ufficiale del 13 ottobre 1915 illustrava le due giornate di battaglia sulle Alpi Carniche; il comunicato del 15 ne parlava di nuovo rilevandone l’importanza. Il Bollettino del 13 diceva: “In Carnia il giorno 11 e 12 il nemico tentò un attacco del nostro fronte dal Monte Pal Piccolo a est del Passo di Monte Croce Carnico, al Monte Salinchiet sul torrente Pontebbana. Dopo intensa preparazione di fuoco di artiglieria cominciata il giorno 11 e durata tutta la notte successiva e parte del 12, nel pomeriggio di questa giornata l’avversario lanciò colonne di fanteria all’assalto delle nostre posizioni alla testata del torrente Chiarsò. Il baldo contegno delle nostre truppe, l’efficace fuoco di artiglieria, mitragliatrici e fucileria e felici controffensive da noi spinte nei settori laterali dal Pal Grande al Pal Piccolo e dal Monte Pizzul al Monte Salinchiet valsero, dopo lunga lotta, a ricacciare sul cader del giorno l’avversario infliggendogli perdite gravi”. E il Bollettino del 15 dichiarava: “Nuclei nemici rimasti annidati nella zona boschiva del Lodinut, alla testata del torrente Chiarsò sono stati nella giornata del 13 efficacemente battuti dai tiri di artiglieria e di fucileria e fatti segno ad attacchi di nostri drappelli che hanno preso anche alcuni prigionieri. Vale la pena di riprodurre qui fedelmente una lunga, particolareggiata, interessante corrispondenza inviata dalla valle del Chiarsò al Corriere della Sera che pubblicava il 3 novembre:
“Effettivamente importante è stato quivi il successo dei nostri. Gli austriaci padroni dello sperone di montagna che s’incunea alla confluenza del Chiarsò con la Cercevesa, con forze preponderanti, avevano tentato un attacco vasto e violento, che permettesse loro di guadagnare la destra della Cercevesa, la riva sinistra del Chiarsò, per affermarsi quindi sulle pendici dello Zermula e del Dimon. Ma tutti gli assalti del nemico furono rotti; ed esso non solo fu ricacciato su per le pendici di Lodin che aveva tentato di discendere, ma l’importante posizione del Passo di Lodinut, che durante l’attacco del 14 settembre era passata in mano agli austriaci, è tornata in nostro possesso. E questo in particolar modo è il vantaggio delle due giornate di lotta.
“Un mese prima, sulle stesse pendici, per il possesso di questo passo e della vetta del Lodin, s’era svolto uno dei più aspri combattimenti di alta montagna. Gli austriaci avevano attaccato su tutto il fronte di 40 chilometri, con violenza indicibile, con assalti furibondi ripetuti instancabilmente fino a notte. Avevano preparato l’offensiva delle fanterie con un attacco di artiglieria pesante durato tre giorni. Per caratterizzare l’intensità del fuoco nemico in quelle settantadue ore, basti dire che, su un tratto di fronte della lunghezza di 100 metri e della profondità di 50, furono contati 6000 proietti di diversi calibri.
“Ma non fu a Pal Piccolo, né a Pal Grande, né al Pizzo Avostanis che l’azione si spiegò con la maggiore intensità: fu più a oriente, dalla sella pittoresca di Promosio al valico di Val di Puartis. Il nemico, evidentemente informato che su questa parte del settore, per il cambio delle truppe, s’era avuto un provvisorio assottigliamento della cortina difensiva, concentrò il massimo sforzo e portò qui il colpo più violento.
“Alla vigilia, mentre le artiglierie sconvolgevano i reparti nostri ove non più di due compagnie e d’un plotone di soldati difendevano la posizione, era andato ammassando, dietro la cresta della montagna, oltre quattro battaglioni di truppe fresche. Sbrecciate le trincee, i nostri s’erano sparsi a piccoli gruppi sulla montagna, riparandosi dietro gli addentellamenti della roccia. All’alba gli austriaci apparvero improvvisamente su ciglio del Lodin e in masse compatte si precipitarono giù per la china, contro la nostra ridotta avanzata. (Da tenere presente questa informazione: nell’area di battaglia avevamo a difesa di quel tratto di fronte carnico circa tre centinaia di combattenti, mentre gli austriaci, oltre a numerose truppe di rincalzo, fronteggiavano i nostri alpini e bersaglieri con qualcosa da 3 a 4 mila uomini o più: uno squilibrio di proporzioni che decretò la disfatta inevitabile del presidio di Monte Lodin – Val di Puartis.)
“Il comandante la posizione intuì subito la gravità della minaccia; e gettatosi sull’apparato telefonico, volle chiedere a valle che gli venissero mandati rinforzi. Ma nella notte, come succede talvolta in alta montagna, il maltempo aveva interrotto il filo, e ogni congiunzione col Comando del settore era spezzata.
“La lotta si presentava disperata: tuttavia i nostri vollero affrontarla: e combatterono per ore e ore, riuscendo anche ad arginare il nemico. E poiché la sua artiglieria non cessava di rovesciare la rovina sui ripari dei nostri, e per resistere bisognava contrattaccare, esausti, affranti dalla fatica che li teneva legati alla loro roccia da molte ore, andarono alla baionetta. L’urto fu terribile: il nemico arretrò un poco, coprì l’aspra vetta di cadaveri. Nella mischia anche i nostri ebbero una grave perdita: il comandante capitano Musso (Muzzo nel testo) cadde crivellato di ferite e cessò di vivere pochi istanti dopo (Mario Musso cadde il 14 settembre 1915, ma morì nel ricovero austriaco di Straniger Alpe il 17). A combattimento finito, il Comando austriaco ne dava comunicazione al nostro e diceva di aver dato al valoroso onorata sepoltura presso la casera alta del Lodin (no, informazione errata, ma bensì in località Straniger Alpe, in territorio austriaco).
“Ridotti a un pugno d’uomini senza comando (in realtà la 21a Compagnia del battaglione “Saluzzo” ricevette l’ordine dal Capitano Mario Musso di ripiegare verso Paularo, mentre il capitano restò, ferito mortalmente, al comando di un ridotto numero di alpini feriti e intrasportabili, a fronteggiare l’avanzata austriaca), esausti, i nostri ripiegarono in buon ordine di alcune centinaia di metri e misero tra loro e il nemico l’ostacolo d’un grande bosco d’abeti – el bosc del muss’ – il bosco dell’asino: dietro a questo, cominciarono a organizzare le nuove posizioni.
“Ma un gruppo, preso di fianco dalle truppe nemiche scendenti dal Col di Puartis, rimase tagliato fuori prima di raggiungere il bosco che, posto a guisa di cuneo tra il canale detto di Cordin e il torrente Cercevesa, li avrebbe posti in salvo. Pareva che per essi non vi fosse via di scampo: buttati a ridotto (sic, leggi: a ridosso) d’un canalone, il nemico avanzava già per catturarli. Il momento era d’una gravità tragica. Ma quel gruppo di eroi preferì il sacrificio della vita a quello della libertà; e, seguendo l’esempio che al Freikofel tre mesi prima aveva dato un altro gruppo d’alpini, si lasciò andar giù per la voragine, da un’altezza di alcune centinaia di metri. La fortuna li assistette: si salvarono in buona parte e, avendo potuto riparare dentro a un bosco d’abeti, furono al coperto dalla fucileria del nemico che, giunto al ciglio del canalone, sparava furibondo dietro a loro.
“La lotta sulle pendici del Lodin, e sulle frane della Creta Rossa, continuò incessante da allora. Non ebbe più la violenza del primo giorno, fu invece per tre settimane una guerriglia implacabile, e, più che altro, una lotta di sentinelle e di esploratori, una battuta di contrabbandieri. Gli austriaci premevano il nostro fronte disteso da Costa Alta alla Creta Rossa; ma erano incapaci di venire avanti. Avevano però potuto portare durante la notte, in posizioni coperte, alcuni cannoni fino al limite del bosco del muss’, di dove aprirono il fuoco su Paularo”.
Dalla zona di guerra Lodin -Val di Puartis spostiamoci più a est, ai limiti sella Slovenia.
“Scendendo dalla vetta del Monte Nero gli alpini serravano già il nemico sul crestone di Luznica verso lo Sleme… fanti, bersaglieri e alpini erano riusciti ad appollaiarsi sotto la vetta del Mrzli a poche decine di metri da una monumentale trincea – il trincerone – scavata nella roccia. Il 21 ottobre il trincerone era espugnato… reparti nemici erano stati annientati e dispersi, 1184 soldati e 25 ufficiali fatti prigionieri: risultato di una sola giornata di lotta su un fronte non arrivante ai 10 chilometri”.
Il 22 ottobre tra la Val Seisera e la Val Fella di cui la Seisera è tributaria, gli austriaci avevano perso circa due battaglioni e mezzo e i nostri 426 soldati morti. Sul Carso, il 21 e 22, facemmo prigionieri 3218 austriaci di cui 85 ufficiali. “Progrediva l’attacco anche sul Piccolo Javorcek sopra la Conca di Plezzo, a oriente di Plava, sul Podgora, sul Sabotino e sul Mrzli, e di pari passo la lotta sul Monte Cristallo.
Nella zona del Monte Altissimo un nostro reparto dovette sostenere l’urto di un attacco austriaco. Aveva una missione da compiere, quella di attirare l’attenzione degli austriaci per rendere possibile altre mosse in atto sull’Altissimo. Era il mattino del 24 allorché i nostri vennero aggrediti da lanci di shrapnel. Quando stavano per essere sopraffatti, ecco giungere in soccorso colonne di alpini e del Genio che misero in fuga gli assalitori. “La comparsa dei valorosi alpini era stata accolta da grida di gioia dalla colonna dei volontari”. Insieme occuparono le trincee che gli austriaci, assaliti di fronte e di fianco, avevano abbandonato.
Il mattino del 23 gli alpini iniziarono le loro manovre d’approccio per stabilire il punto debole della difesa del Vodil. Contrattaccati, i nostri furono costretti a cedere in parte il terreno conquistato. L’indomani, il 24, il nemico imbaldanzito pronunciava due altri violentissimi attacchi, riprese le posizioni perdute il giorno innanzi, ma invano tentò di abbattersi sulle nostre. Invano anche, il ripetuto tentativo mosso sulla sera: gli italiani tentarono di sloggiarli attaccando alla baionetta, ma la resistenza nemica, rifattasi sicura, apparve infrangibile. La notte tra il 25 e il 26 il nemico tentò di sorprenderci con un nuovo violento attacco, ma fu ricacciato e volto in fuga. Il 27 però si ottenne qualche progresso, e vennero espugnate forti trincee che avrebbero spianato la via al decisivo attacco al Monte Vodil, che, il mattino del 28, rimessosi il tempo, venne infatti ripreso con grande vigore. Furono, il 28 e 29 ottobre, le due giornate eroiche di Monte Vodil, una battaglia d’alta montagna che durò 40 ore; qui, furono compagnie di alpini che andarono all’assalto delle posizioni nemiche. Un primo ramo del trincerone austriaco fu invaso e occupato, mentre dalla parte di Tominski agli austriaci giungevano rinforzi. Allorché gli alpini si scuotevano dalla sorpresa, si manifestò subitanea una manovra avvolgente. Il mattino del 29 si organizzò e s’iniziò il nuovo attacco nostro. Alla baionetta gli alpini rimossero ogni ostacolo, sconvolsero e travolsero la linea di difesa, inchiodarono sulle mitragliatrici i serventi. E l’ala destra del trincerone fu conquistata, senza colpo ferire. Gli alpini occupavano il centro della grande trincea. Il trincerone occupato sul Mrzli e sul Vodil fu il più formidabile e il più moderno che la nostra avanzata avesse trovato sino a quel momento lungo tutto il fronte: furono contati un migliaio e mezzo di cadaveri nemici.
A muovere dal 1° dicembre 1915, in Valle di Ledro un reparto di alpini conquistava il costone ripido e roccioso a nordest di Prè (di Ledro). Dopo averlo scalato con l’aiuto di corde, scacciandone i nuclei nemici che l’occupavano, i nostri valorosi alpini erano riusciti a impadronirsi di un importante gradino, facente parte del contrafforte sud-orientale della Cima d’Oro. La Rocchetta, la Cima d’Oro, il Parì, erano monti fortificati, per il prolungamento a occidente delle difese di Riva. Si combatteva anche a nordovest di Roncegno in Valsugana.
Per gli austriaci diventava sempre più impraticabile l’ambizione di occupare l’Altipiano dei Sette Comuni per riuscire ad avere il sopravvento sulla nostra difesa di Valsugana. Nella giornata dell’8 giugno gli austriaci, ricevuti nuovi e rilevanti rinforzi, rinnovarono gli attacchi nella zona a est di Asiago e del Campo Mulo. I nostri valorosissimi alpini e le nostre solide fanterie respinsero più volte le colonne nemiche, attaccandole alla baionetta. Si può dire che dall’8 giugno era veramente cominciata da parte degli italiani una reale offensiva e gli austriaci, meglio che ad attaccare, dovevano pensare ormai a difendersi.
Il 26 in Vallarsa le nostre truppe superavano i forti trinceramenti del Matassone e di Anghenesie (sic! – Anghebeni?) e completavano la conquista del Menerle. “Furono conquistati Posina, Arsiero, la linea di Punta Corbin, Tresché, Conca, Fondi, Cesuna a sudovest di Asiago, e a nordest la Valle di Nos, Monte Fiarra, Monte Taverle, Spitz Keserle e Cima delle Saette. All’ala destra i valorosi alpini nostri espugnarono, dopo accanito combattimento, Cima della Caldiera e Cima della Campanella”.
Nel bacino dell’alto Astico, verso l’altipiano di Tonezza, che era il nido delle artiglierie austriache, il 5 luglio i nostri si erano spinti quasi sulla linea principale sulla quale gli austriaci avevano predisposto la propria difesa. Fra i giorni 8 e 9 luglio “I nostri alpini si infiltravano più profondamente nel massiccio che culmina nella Cima Dodici con l’espugnazione di trinceramenti a nord di Monte Chiesa e con la conquista del Passo dell’Agnella”. Questo massiccio di Cima Dodici era uno dei baluardi della difesa dell’alta Val d’Assa, a monte della confluenza con l’Astico, punto critico perché ogni progresso che si fosse potuto compiere sul versante destro della Valsugana sarebbe dipeso dai successi conseguiti su questa enorme muraglia rocciosa che digradava verso la Valsugana. Fu il critico militare inglese, col. Repington, a dichiarare che la stupenda guerra di montagna portata dalle truppe alpine italiane era al massimo grado di perfezione. Secondo i calcoli formulati da Repington, contro gli italiani erano state schierate 4 Armate austriache con numerosi corpi d’Armata alpini (austriaci) per un totale di un milione di armati di cui 600 mila baionette. Di tali Armate, quelle di Koevess e di Dankl operavano nel Trentino; il XIV corpo d’Armata di Innsbruk e il corpo alpino di Voralberg in Cadore; la 10a Armata di von Rohr in Carnia; la 5a Armata di Boroevic con altre divisioni da Tolmino al mare. Si trattava di quasi 500 battaglioni austriaci pronti alla battaglia.
Diceva ancora Repington: “Gli italiani possiedono negli alpini una forza senza rivali per la lotta su alta montagna. Sono soldati che sanno combattere da soli; sono il fiore dell’esercito. Nonostante il mutato carattere di questa guerra che ha introdotto l’artiglieria pesante in alta montagna, gli alpini hanno ben meritato la loro fama avendo raggiunto incredibili risultati”. E ancora tesseva lodi nei confronti del Genio italiano: “Sono veramente meravigliose queste strade di montagna fatte dagli italiani per trasportare sulle cime le artiglierie. Rendono possibile l’impossibile… È davvero tutto meraviglioso e perfetto. Gli italiani sono anche abilissimi costruttori di trincee che fanno assai artisticamente. Bisogna confessare che i soldati italiani hanno portato l’arte della guerra in montagna a un grado di perfezione che non era stato mai prima raggiunto”.
Concludeva Repington: “Gli alpini sono davvero mirabili creature e la guerra che conducono è asprissima”.
Nei giorni attorno al 9 luglio 1916 i nostri alpini avevano sostenuto un’aspra guerra in zona Tofane, verso O-N-O di Cortina d’Ampezzo, contro i cacciatori e i Landesschützen tirolesi.
La Prima Tofana era difesa da una compagnia con tre mitragliatrici, che il 9 luglio i nostri alpini circondarono e costrinsero alla resa.
In Val d’Adige l’11 luglio gli austriaci attaccavano per riprendersi le posizioni di Zugna Torta, respinto dai nostri. Gli Alpenjäger avevano fatto del Castelletto un vero forte che teneva sotto tiro la strada delle Dolomiti da Falzarego a Cortina impedendo agli italiani di portare rifornimenti al Col dei Bos dove transitava una mulattiera a collegamento della strada delle Dolomiti con il Vallone di Travenanzes. Il problema fu risolto nella notte sul 12 facendo saltare il Castelletto con una poderosa mina, così fu aperta la strada per la Val di Travenanzes e si rese sicura la strada delle Dolomiti. Erano stati gli alpini a scalare le ripide pareti del torrione e a difenderne la posizione conquistata; dispersero altre forze nemiche trincerate, facendo un bottino di 86 prigionieri, due cannoni e due mitragliatrici.
Il 24-26 luglio le nostre truppe presero possesso del Monte Cimone, già terrore della Val d’Astico, sul fronte del Posina-Astico, mentre gli alpini spingevano verso i 2000 metri in direzione del Monte Campigoletti. Il Monte Cimone era importante perché dava la possibilità di battere la zona di Tonezza, di creare collegamenti con l’Astico, con Rio Freddo, con Posina e perché rinsaldava le nostre posizioni di Punta Corbin e del pianoro del Coston con il monte Seluggio. “In Valle Astico, di capitale importanza fu l’espugnazione del Monte Cimone, caposaldo della difesa nemica in quella zona. Tra il corso dell’Astico, il Posina e il Vallone di Rio Freddo si erge ad altitudine superiore ai 1000 metri l’Altipiano di Tonezza di cui il Monte Cimone rappresenta il vertice meridionale. I fianchi dell’altipiano dirupano con pareti ripide e rocciose, alte da 500 a 800 metri sul fondo delle valli che li delimitano e sono superabili per pochi aspri sentieri. Le operazioni per la conquista del monte consistettero in un attacco frontale, movente dalle balze di Monte Caviojo e in un duplice aggiramento lungo le direttrici del Rio Freddo e dell’Astico. L’attacco frontale condotto con grande valore e tenacia dal battaglione alpini Valle Leogra e da reparti della brigata Novara, riusciva il mattino del 24 luglio, dopo trenta ore di accanito combattimento, a espugnare la fortissima vetta del monte. Successivi violenti contrattacchi nemici, di cui particolarmente intenso quello lanciato la sera del 31 luglio, furono costantemente respinti dai nostri, che inflissero all’avversario gravissime perdite”.
Il Bollettino del 29 agosto, emanato dal Comando Supremo, rendeva nota la lotta accanita ingaggiata dai nostri alpini per la conquista del Monte Cauriol a 2495 metri, con la cattura di una trentina di austriaci insieme a un ufficiale. Il Cauriol era un importante punto d’appoggio e consentiva di installare un efficace osservatorio per il dominio sulla strada delle Dolomiti in direzione di Predazzo, Moena, Passo del Pordoi, Livinallongo e per il dominio della via di Valle Travignolo, punti importanti dai quali passavano i rifornimenti per le linee austriache.
Il 30 agosto il Comando Supremo italiano comunicava: “Alla testata del Rio Felizon (Boite) reparti di fanteria e alpini con brillante attacco espugnarono forti trinceramenti nemici sulle pendici nordovest di Punta del Forame e in fondo valle” catturando 117 austriaci dei quali tre ufficiali.
Dalle Relazioni del Comando Supremo italiano per i mesi di giugno-luglio-agosto 1916.
“Nella giornata del 16 giugno 1916 l’offensiva veniva risolutamente iniziata all’ala destra della nostra linea sull’Altipiano di Asiago. Ivi il gruppo alpino al comando del ten. col. Stringa, composto di reparti dei battaglioni Saccarello, Monviso, Valmaira, Argentera, Cenischia, Morbegno, Bassano e Sette Comuni, assaliva ed espugnava le forti posizioni nemiche di Malga Fossetta e di Monte Magari, prendendo più di 300 prigionieri, una batteria da montagna su 6 pezzi, 12 mitragliatrici, armi varie e munizioni. Il giorno 18 gli stessi alpini, coadiuvati da reparti del 32° Fanteria, conquistavano la Cima di Isidoro, sull’orlo settentrionale dell’Altipiano, e prendevano al nemico altri 300 prigionieri e alcune mitragliatrici”.
Il 21 agosto 1916 una nostra colonna avanzata in direzione di Cima Cece, conquistava l’importante altura di quota 2354. La notte del 23, con violento attacco di sorpresa, il nemico riusciva a riprendere la posizione, ma un nostro successivo contrattacco lo ricacciava definitivamente. Intanto, più a sudovest, reparti di alpini dei battaglioni Feltre e Monte Rosa, sostenuti da una batteria da montagna, iniziarono l’attacco della cresta montuosa alla testata del torrente Vanoi (Cismon-Brenta) e riuscivano la sera del 27 agosto a espugnare l’alta cima del Cauriol.
Nella giornata del 3 settembre il nemico sferrava due violenti attacchi. I valorosi alpini del battaglione Valle Brenta, arrestato ogni volta con il fuoco l’impeto degli assalti, irrompevano infine dalle trincee e alla baionetta disperdevano l’avversario infliggendogli gravissime perdite. Tra il 22 e il 25 agosto nostri reparti di fanteria e di alpini conquistarono forti posizioni sulle pendici della Tofana Terza e nel Vallone di Travenanzes.
Il Bollettino ufficiale italiano segnalava che il 2 settembre 1916 i nostri alpini si erano espressi in un brillante combattimento con l’avversario sulle pendici settentrionali del Cauriol, causandogli gravi perdite che ammontarono a oltre 100 austriaci uccisi e 34 tratti in prigionia. Il 7 settembre, “Nella zona della Tofana con assalto di sorpresa favorito dalla nebbia i nostri insuperabili alpini espugnavano un forte trinceramento nemico sulle pendici della Tofana Prima, nel Vallone di Travenanzes”.
Una brillante azione di guerra di montagna si svolgeva il 28 agosto a più di 2000 metri nell’aspra zona montuosa fra la testata del Vanoi e la Valle di Fiemme (Avisio). Una splendida manovra, che aveva ivi condotto i nostri alpini alla conquista della Cima Cauriol. Il versante meridionale delle Alpi di Fiemme è difficilissimo e boscoso sino all’altitudine da 1600 a 1800 metri. Indi uno spalto erboso segue la roccia a picco: in essa si aprono canaloni a fortissima pendenza che sarebbero stati considerati impraticabili, prima di questa guerra. Invece per codeste lacerazioni della montagna si inerpicarono i nostri bravi alpini, piantando successivamente sempre più in alto nelle rocce i ferri che servono da gradini per la scalata alle vette.
Il battaglione Monte Rosa, inerpicatosi con sforzi indicibili per le pareti verticali a nordest del Cauriol, riuscì a portarsi sino a una distanza da 70 a 100 metri dai trinceramenti nemici. Di là si gettò alla baionetta sulle posizioni nemiche; tre volte obbligato a ripiegare dal violento fuoco dell’avversario, ritornò con costanza e rinnovato impeto all’assalto, riuscendo a espugnare la contesa posizione.
Dalla seconda metà di luglio al 25 settembre le nostre truppe avevano espugnato una serie di importanti posizioni in questa formidabile barriera, come i Passi di Rolle e di Colbricon, il Monte Cauriol e altre posizioni che consentivano loro l’approccio a importanti vette, come quella del Gardinal. La conquista della Cima Gardinal accresceva dunque il valore del possesso di Cima Cauriol; allargava e completava questa nostra posizione.
Il valore che rivestiva questa graduale occupazione del baluardo roccioso stava nel fatto che esso domina la strada delle Dolomiti che l’Austria costruì per unire con arroccamento rotabile il fronte tridentino e quello del Cadore. “Con la Cima Cauriol i nostri avevano una finestra sulla Valle dell’Avisio; con la conquista della Cima Gardinal venivano ad avere una balconata: era una porta per i nostri alpini”.
Il 1° ottobre “Nel Vallone di Travenanzes (alto Boite) i nostri alpini assalirono e scacciarono nuclei nemici trincerati sulle pendici sudest del Lagazuoi e del Pizzo di Fanis. Il Bollettino ufficiale italiano annunciava, il 3 ottobre 1916, un nuovo successo nella regione delle Dolomiti. Altri successi alla testata della Valle Cismon e di Travignolo assicurarono ai nostri il possesso dei Passi di Rolle e di Colbricon, con la conquista dei massicci della Cavallazza e del Colbricon.
Con la nuova operazione del 2 ottobre gli italiani conquistarono anche la seconda cima del Colbricon, a sudovest della precedente, dalla quale il nemico poteva contrastare ogni ulteriore avanzata dei nostri verso il fondo di Valle Travignolo. In Valle San Pellegrino (Avisio) un brillante attacco dei nostri alpini valse la conquista di un forte trinceramento e di baraccamenti nemici sulle pendici della Cima Costabella. Prendemmo 102 prigionieri, una mitragliatrice, ricco bottino di armi e munizioni… La nostra offensiva nell’aspra zona montagnosa fra l’Avisio e il Vanoi-Cismon segnò un nuovo brillante successo. Alla testata del Vanoi i nostri alpini il 6 ottobre 1916 espugnarono l’importante vetta di quota 2456 nel massiccio di Busa Alta. Siamo a nordest di Borgo Valsugana e a sudest del Cauriol (catena del Lagorai). È indicata con il nome di Busa Alta l’alta muraglia rocciosa diretta verso nordest nella direzione del Cauriol (2491 metri) e del Gardinal (2454 metri). Verso le ore 9 del 6 ottobre “nuclei di alpini si slanciavano alla baionetta sulle trincee avversarie” di Busa Alta. I valorosi alpini del battaglione Monte Arvenis si slanciavano in un successivo assalto impegnando violenta zuffa corpo a corpo con i Landesschützen, che, protrattasi per circa un’ora, si concluse “con la quasi completa distruzione del presidio nemico”. Caddero nelle nostre mani 25 prigionieri dei quali tre ufficiali, un cannoncino lanciabombe e abbondante bottino di armi e munizioni. Nei burroni di Busa Alta furono ancora sepolti oltre un centinaio di cadaveri nemici.
Gli austriaci sferrarono una decina di attacchi per riprendere la quota 2456 di Busa Alta, ma il mattino dell’8 ottobre gli alpini si lanciarono al contrattacco respingendo gli attaccanti.
Il 12 ottobre il Comando Supremo riferiva: “Alla testata del Vanoi la sera del 10, dopo intensa preparazione delle artiglierie, l’avversario lanciò quattro successivi attacchi di crescente violenza contro le nostre nuove posizioni di Busa Alta. Bersaglieri e alpini, gareggiando in valore, ruppero ogni volta l’impeto del nemico, indi lo contrattaccarono alla baionetta, mettendolo in fuga e prendendogli 37 prigionieri.
Sul Pasubio. Sino dal 9 ottobre, dopo la vittoriosa offensiva nella zona di Cosmagnon, alcuni gruppi di alpini erano riusciti ad aggrapparsi all’orlo meridionale del Dente del Pasubio. Per gli austriaci il Dente era uno dei capisaldi della difesa della zona. Il Pasubio per gli austriaci era la grande porta che avrebbero dovuto forzare per discendere sulle pianure italiane. Con l’Alpe di Cosmagnon in loro possesso, essi potevano dominare tutto il movimento della Vallarsa nel tratto di strada che va da Valle delle Prigioni fino oltre Chiesa. In quattro giorni di combattimento tutta l’Alpe di Cosmagnon dalla Lora al Sogi è stata nostra. In alcuni punti le trincee nostre e quelle austriache quasi si toccavano. Per quattro giorni, fino al 17, fu quiete. Avevamo preso anche 600 prigionieri, un cannone di medio calibro, uno da montagna e una batteria da campagna. La lotta riprese il 17 per la conquista del Dente. “La mischia terribile durò tutta la giornata”, ma per un terribile bombardamento austriaco i nostri dovettero lasciare il Dente. Il 19 la lotta riprese furiosa, e così il giorno successivo. Intervenne infine una forte nevicata a fermare l’azione.
Il Comando Supremo comunicava il 21 ottobre: “Sulle falde orientali del Grande Lagazuoi (Vallone di Travenanzes-Boite) infuriando la tormenta i nostri alpini circuirono una forte posizione nemica, indi con violenta lotta alla baionetta se ne impadronirono. Il presidio nemico restò quasi completamente distrutto, 18 superstiti furono presi prigionieri insieme ad abbondante bottino di armi, munizioni e materiali vari.
Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

