Dio da dio, dio da Dio – Parte 1 di 6

Dio da dio, dio da Dio

Parte I di 6

Se temporeggiassi poco poco sul titolo che ho apposto a questa serie di mie riflessioni, mi sentirei spinto a illustrarne il significato immergendomi in pensieri razionali fra i più profondi e forse improbabili. Ma tale anelito a definire subito ciò che avrei dovuto dire rischierebbe, con fortissima probabilità, di portarmi fuori strada prima ancora di averne imboccato la direzione giusta. Ecco, allora, a propormi di compiere tutto un lungo giro per arrivare alla conclusione attesa.

Incomincio da Dio ossia, meglio, dalla parola “Dio”. Ne facciamo un uso estremo, in ogni contesto in cui si parli di Dio, con facilità, con disinvoltura, come peraltro sto facendo io stesso al momento, ma persino con una supposta conoscenza ravvicinata che del suo nome fa quasi qualcosa di conosciuto da sempre, di confidente fidato. Lo si implora, lo si benedice, lo si adora, lo si bestemmia e lo si maledice a seconda delle circostanze. Una parola che è un vero e proprio bersaglio da tiro a segno, che si presta a qualsiasi uso ne vogliamo fare; in fin dei conti, si tratta sempre solo di una parola.

Ma se andiamo al suo corrispettivo, la sostanza vivente, allora le cose assumono aspetti molto differenti. Per chi coltiva una fede incrollabile, Dio diventa qualcosa di superiore ai massimi livelli, talmente forte e potente da rimanere custodito entro confini inviolabili. Diciamo, se rientriamo in contesto di fede, che Egli c’è, ma non siamo in grado di portarne le prove. Resta dunque tutto nella nostra forza di immaginazione e, in questo senso, ci sono coloro che sostengono non essere l’uomo stato creato da Dio, ma l’inverso, e cioè che sia stato l’uomo a creare Dio. Perché?

Perché ne aveva bisogno, perché doveva accompagnare le proprie sofferenze e i propri timori a un’illusione capace di illuminare i suoi passi e di preservarlo dall’inciampare e dal rovinare a terra. Soluzione molto comoda e assai spesso efficace per combattere e superare il mal de vivre. Le religioni di tutto il mondo navigano sull’enfasi accordata a questa illusione e lo dimostrano ricorrendo alla creazione di immagini, spesso artisticamente ammirevoli, della figura di un Creatore supremo, posto sempre nell’alto dei Cieli. Immagini che i non credenti qualificano come ridicole caricature, proiezioni di una mente che non regge sulle proprie colonne e che, pertanto, si costruisce una protesi ultra-umana tanto illusoria quanto effimera.

Ho iniziato, poco fa, facendo uso della parola “sostanza”: se n’è è parlato tanto nelle diatribe sviluppate in contesti ecclesiastici, a iniziare dal Concilio di Nicea del 325, là dove l’imperatore Costantino impose la formula “della stessa sostanza del Padre” per indicare la seconda Persona della SS. Trinità. Ma intanto dovremmo definire il vero significato della parola “sostanza” nel contesto preso in esame. Noi conosciamo a mala pena le sostanze fisiche e organiche di cui sono composte le cose, a muovere dall’osservazione del nostro organismo, sino alla composizione dei corpi celesti più lontani da noi nello spazio inesplorato.

Se vogliamo pensare a Dio come entità spirituale, giacché non ne possediamo la minima percezione sensoriale, allora di quale sostanza potremmo mai immaginarci sia composto? Ho usato io pure questo termine, ben sapendo che nel mondo dello spirituale, mi parrebbe poter arguire, non esistono sostanze, così come le intendiamo quaggiù sulla nostra casa cosmica. E, allora, che senso ha parlare di sostanza? Non è possibile argomentare attorno a un soggetto che non siamo neppure capaci di definire nella sua specificità.

Se penso all’esistenza di un Dio, per prima cosa mi astengo dal volerlo invocare con quel nome, perché nome non ha e, se effettivamente esiste, siamo allora di fronte a una natura e forma che travalicano le nostre possibilità conoscitive. Lo possiamo solo immaginare ed è così che ogni individuo, ogni nucleo tribale, ogni religione ne dipingono i tratti a seconda della propria fantasia creativa.

A questo punto mi viene da interrogare me stesso, ponendomi la domanda se credo in Dio – lasciamo spazio, per il momento, al chiamarlo così, è forse solo per comodità e per rendere possibile una condivisione generale. – Credere, secondo me, vuol dire essere arrivati, aver tagliato il traguardo di una conoscenza inseguita per una vita; obiettivo raggiunto, in altre parole. E poi? Quale vuoto mi si parerebbe dinanzi! Come le Colonne d’Ercole per i navigatori del XV secolo. Fermarsi su questa corsa che dura tutta un’esistenza terrena avrebbe per me lo stesso sentore di una sorpresa pari a quella di un regalo ricevuto per un onomastico, del quale dopo poco tempo ci si abitua e ci si stanca. Dunque, l’anelito a scoprire altro, oltre il conosciuto. Non per me l’obiettivo conquistato costituisce lo scopo della mia corsa, tanto so che non ci arriverò mai.

Ciò che mi spinge a continuare è la curiosità, per dirla in modo semplice, verso ciò che si troverebbe se mi spingessi ancora avanti sulla via intrapresa, l’attesa del nuovo dunque, del non ancora conosciuto, il raggiungimento del quale mi catapulterebbe su una passerella di lancio per proiettarmi su un nuovo percorso, dispiegatosi a partire dall’ultimo obiettivo raggiunto. È chiaro che una direzione di pensiero come quella appena accennata non avrà mai una meta definitiva, ma soltanto acquisizioni, conoscenze, conquiste parziali, scopo intermedio e trampolino di lancio per ulteriori passi verso una conoscenza via via più organizzata.

D’altra parte, pensiamo alla possibilità che esista una vita ultraterrena. Ciò che va a seguire in queste mie riflessioni, all’ombra delle credenze coltivate dalle religioni, si svolge su un filo direi quasi spirituale, nella speranza forte che ci sia qualcos’altro oltre la morte del corpo. Ma anche qui, raggiunta la felicità eterna, che cosa ci si offrirebbe? Un’immobilità assoluta, la fine del percorso, il premio o il castigo? Non vorrei. Io sono portato a pensare che, se proprio avremo un’esistenza immersa in una dimensione non materiale, come puri spiriti, avremo ancora molta strada da percorrere. L’obiettivo che abbiamo raggiunto sarebbe così soltanto una tappa intermedia, in una susseguente corsa a cercare, a conoscere, a scoprire e a ripartire per nuove avventure intellettive e spirituali. Immagino che le nostre normali pulsioni a conoscere, in vita terrena, subiranno un ulteriore sviluppo, entro una gamma di possibilità mai sperate, in quanto già siamo immersi in un concetto più ampio di eternità, così che nella dimensione a venire non finiremo mai di scoprire; torneremo, forse su argomenti già trattati ma, come succede nello svolgersi di una spirale che rivisita i medesimi luoghi, da un punto di vista sempre diverso e più arricchente, perché anche noi, la nostra mente, la nostra autoconsapevolezza, faremo parte dell’Infinito.

Scaturisce necessariamente, da questa prospettiva, il concetto di infinito, del mai compiuto, ma anche di sforzo per arrivare dove l’universo della conoscenza si apre offrendo ancora una inesauribile possibilità di percorsi che si intrecciano come per intessere una trama alla quale noi, ognuno di noi, potremmo attribuire un significato comprensibile.

In modo simile penso si svolga la mia ricerca di Dio. Ovvia la conclusione che io non abbia fede, un certo tipo di fede per specificare, altrimenti sarei già arrivato a fine corsa e nulla mi resterebbe da dire o da fare.

Dunque, Dio non lo conosco, nessuno può assicurarmi di farmelo conoscere, ma lo cerco, continuamente, con passi sofferti e con momenti di acuta depressione; continuo a cercarlo perché qualcosa nel mio intimo mi dice che è giusta la mia scelta, ed è questo che infonde in me vitalità psichica e affettiva, voglia di vivere per capire, sapendo comunque di avanzare su un terreno impervio, irto di ostacoli da superare con sacrifici. Nessuno di questi tormenti si offre a chi è convinto della propria fede, ma che non pensa essere, la sua, una fede riposta negli uomini che si proclamano ministri e intermediari fra Dio e noi, uomini scaltri e avveduti che, per interesse proprio e di casta, hanno saputo costruire castelli di carta riempiti di chimere e di false promesse.

Nel volgere il pensiero a quel Dio che non mi parla, mi ritrovo sulla stessa direzione di Baruch Spinoza e del grande contemporaneo Antonino Zichichi. Per Spinoza Dio e Natura si identificano confluendo in una unità strettamente significativa; allora questo Creatore nascosto lo possiamo trovare sia nel microcosmo, nella teoresi delle particelle sub-atomiche e quantiche sia negli spazi interminabili abitati da galassie giganti e da fucine di formazione stellare tuttora in mostruoso fermento.

Non un Dio, dunque, con l’aspetto di una persona, di un vecchio maschio per l’appunto, collocato su nuvole e in clamoroso atteggiamento di potere. Non uno come noi, vuoi anche immensamente più grande e forte, dotato di ogni prerogativa di magnificenza. Credo, ma non vorrei sdrucciolare nell’usare questo termine; allora dirò che penso di poter immaginare di poter credere che l’Entità di cui vado fantasticando sia dappertutto e sia una cosa sola con l’opera scaturita dalla sua Volontà.

Anzi, visto che ci sono ricaduto, ed è un concetto che mi sta molto a cuore, vorrei richiamare qui quell’immagine di Volontà nel senso inteso da Artur Schopenhauer, non così lontana da non essere vista come un attributo fondamentale o come una cosa sola e unica con quel Dio al quale vado cercando di avvicinarmi, sebbene da una distanza infinita di spazio e di elaborazione mentale.

Zichichi, poi, mi illumina del suo pensiero affine per molti versi sia a Spinoza sia a Giordano Bruno, ma egli va oltre, proponendo un semplice quanto basilare sillogismo: noi ammiriamo il Creato per la sua grandezza, per la sua organizzazione, per la sua regolarità e attendibilità e non possiamo rifiutare l’idea che tutto ciò sia racchiuso fra le righe di un progetto e delle sue regole così precise e puntuali nel volgere degli eventi, sia nel micro sia nel macrocosmo. E, allora, se esiste un progetto, ci sarà un progettatore.

Fin qui, quanto ci consente la nostra capacità di deduzione logica. Ma c’è di più: questo gran architetto pensa, ha pensato di formulare un piano fedele a determinate leggi, e questo grande impianto testimonia sia di una mente viva e pensante sia di un’intenzione coltivata da questa mente e indirizzata a uno scopo. Questa deduzione entra a far parte della mia elucubrazione, nonostante non ci sia dato conoscere l’inconoscibile per via dei nostri limiti di comprensione e data la grandezza dell’argomento da affrontare. A ogni modo, riprendo il concetto relativo al programmatore, basandomi sulla convinzione che tutto quel che c’è e che riusciamo a osservare non sia apparso per puro caso. Il Caso, di per sé, va a pescare all’interno del Caos e ne trae qualche configurazione senza che vi si scorga un ordine e una finalità. Non è così per l’Universo creato, per gli Universi creati.

Sto pensando a una forma di Intelligenza dalle infinite vedute, distesa su tutto l’esistente, in un tutt’uno, che a noi lascia la facoltà di porci un mare di domande, ma, per aver ristretto le nostre facoltà inquisitive – e chissà per quale motivo – ci lascia quasi sempre con un interrogativo in sospeso.

Ora noi, questo Dio, spirituale e invisibile, non possiamo conoscerlo e ci accontentiamo della speranza e dell’attesa. Se vogliamo attribuire dignità di attenzione alla Bibbia dell’Antico Testamento troviamo che Dio si fece vedere, forse sotto forma di fuoco, di nube, di colomba, ma da pochissimi fra i profeti, vedi ad esempio Mosè con le tavole della Legge. Per tutti gli altri, come istruisce la Bibbia veterotestamentaria, vedere Dio sarebbe stato l’equivalente dell’incontrare la morte istantanea sul posto.

Ora noi abbiamo messo da parte queste belle fiabe, ma non cessiamo di tormentarci, nell’intimo delle nostre incertezze, all’idea di una domanda assillante: “Ma tu, Chi sei?” che ci lascia senza risposta per quanto pervicace sia la nostra insistenza. C’è chi sostiene esserci la possibilità di superare questo ostacolo e di girare la domanda a CHI ha creato Dio, perché, se vogliamo continuare a dissertare su questo ritmo, diciamo pure che noi siamo avvezzi a vedere il tutto con le categorie di spazio-tempo-causalità e, allora, la stessa domanda si replicherebbe senza esaurirsi, per una regressione all’infinito. Ora io penso che l’Entità che immaginiamo all’origine del tutto sia sempre esistita, non abbia pertanto avuto un inizio né avrà una fine; c’è, esiste in sé e per sé, e non ha alcuna origine pregressa: è, questo, un concetto inspiegabile nella logica di cui siamo prigionieri, come lo è la parola “infinito”. Che cosa significa essere sempre stato? Non aver avuto un inizio? E, oltre questa Entità, che cosa c’è? Il Nulla? Che cos’è il Nulla? Che cos’è l’Infinito? Impossibile a categorizzarsi nell’ambito delle nostre rappresentazioni mentali. Anzi, più si cerca di addentrarvisi, più si percepisce il rischio di andare fuori di testa. Ancora fede, allora, dove il nostro raziocinio più non arriva, ma fede in una sconosciuta non-logica, una fede ancora tutta da costruire.

Quest’ultimo passo della mia argomentazione mi conduce a riflettere un altro po’ sul rapporto che noi possiamo avere con Dio, ammesso che Egli esista nella forma universalmente estesa e connaturato alla Natura, da come poco sopra mi sono espresso. Lo preghiamo e questo è il nostro modo di metterci in contatto con Lui.

Secondo il mio povero punto di vista è possibile rivolgere preghiere all’Entità suprema inglobante l’Universo intero, ma rifuggo dalla consuetudine del riformulare vocalmente a catena versi coniati nei secoli della Storia della Chiesa cattolica e tramandati fino a noi attraverso una catechesi dai ritmi martellanti. Per conto mio pregare ha il corrispettivo psicologico e affettivo di cercare Dio nei miei pensieri, di rivolgermi a Lui per qualche comprovato motivo che mi spinge a tanto. Egli è Potenza infinita, perciò siamo autorizzati a chiedergli qualsiasi cosa che sia giusta e degna di considerazione. Ma non è tanto il chiedere ad avere importanza. Dio conosce ciò di cui abbiamo bisogno e ha collocato i nostri giorni nel novero di un’esistenza alla quale ha concesso benessere e sofferenza, facilità di percorso e ostacoli nell’incedere, coraggio di procedere e disperazione. Fa parte dei suoi progetti, inutile che ce ne domandiamo il perché. Sarebbe assurdo pensare di poter arrivare a modificare i suoi piani con le nostre implorazioni, tanto più nella pretesa di poter leggere nella sua mente.

Allora il pregare assume una connotazione differente. Così come, nella vita terrena di ogni giorno, allorché incontriamo un amico o un parente affezionato, lo accogliamo con simpatia, dimostrandogli il piacere e l’entusiasmo che proviamo per la sua prossimità e, volendo, gli raccontiamo un po’ della nostra vita; così similmente ci rivolgiamo al Creatore per testimoniargli il nostro affetto, la nostra riconoscenza per le opere meravigliose che vengono dalla sua Volontà, e gli raccontiamo qualcosa di noi, soprattutto i nostri crucci, le nostre preoccupazioni, le nostre ansie, le nostre paure. Siamo convinti che Egli sappia tutto di noi, da sempre, ma gli ripetiamo queste cose come per un trasporto affettivo, come dire che sentiamo intimamente di aver bisogno della sua presenza, della sua attenzione nei riguardi nostri e delle persone che ci stanno a cuore, ma anche per dirgli a nostra volta che anche noi siamo coscientemente presenti al suo cospetto e in Lui riconosciamo la maestosità degli effettivi fenomeni naturali.

Immagine di Copertina tratta da ALDV.

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