Settembre nella Grande Guerra

In questa breve rassegna percorrerò soltanto in parte la serie di avvenimenti che interessarono, dal 1915 al 1918, il mese di settembre di ogni anno considerato. Per un auspicabile approfondimento degli argomenti si consiglia la lettura dei testi di cui alle immagini qui rappresentate.

1915.

Gli Austriaci avevano effettuato un fortunoso avanzamento spingendo la loro XII brigata da montagna, tra una serie e l’altra di attacchi di sorpresa e aspri scontri a fuoco, lungo la linea di frontiera che collega il Monte Lodìn, la cima Val di Puartis e Melèdis dove erano appostate a difesa tre nostre compagnie di Alpini: la 21a del battaglione Saluzzo, la 223a del battaglione Val Varaita (2° regg. Alpini) e l’8a del 35° battaglione 10° bisBersaglieri. Con tale diversione strategica le armi austriache avrebbero avuto buon agio nel controllo che, da tale linea, poteva essere esteso su tutta la conca di Paularo. Il 14 settembre le vicende belliche avevano decretato un’inflessione delle nostre forze d’occupazione a ridosso della zona che interessava il “Monte Culet”, la “Stua di Ramaz”, la “Punta Cul di Creta” sullo Zèrmula con estensione alla spianata dello Zèrmula sino alla “Creta Rossa” e alla cima “Avostanis”.

Erano le due e trenta del 14 settembre quando il magg. Amico, comandante del battaglione Val Varaita e a capo del sottosettore Monte Paularo, avuta l’informazione che preannunciava un probabile tentativo di irruzione di lì a poco, si fece premura di avvertire il Comando di settore But-Degano (magg. Generale Antonio Goiran, I brigata Alpina), il Comando del sottosettore Chiarsò (maggiore Luigi Piglione) e l’artiglieria. Sorte contraria anche questa volta volle che le interruzioni sulla linea impedissero l’inoltro del fonogramma al Comando di Settore, tanto che al Comando, di stanza a Piano d’Arta, nella Valle del But, il dispaccio pervenne soltanto alle ore sette, con quattro ore e mezzo di ritardo. E quella era anche l’ora in cui i nostri poveri soldati in linea venivano travolti da un bombardamento d’artiglieria di dimensioni paurose.

Il maggiore Piglione, verso le dieci del 14 settembre, si rese conto che sarebbe stato necessario rinforzare la parte destra dell’area gestita dal capitano Musso, comandante della 21a compagnia del battaglione Saluzzo, nel settore fra Cima Val di Puartis e Passo Meledis.; diramò pertanto alla 1a compagnia del 146° Fanteria l’ordine di portarsi con immediatezza a Stua di Ramaz. Dal capitano Musso venne informato della crescente presenza di contingenti avversari sulle alture prospicienti; deliberò quindi di inviare un plotone della 1a compagnia in rinforzo alla 21a nei pressi di Cima Val di Puartis, disponendo dei rimanenti tre al seguito dei plotoni di destra della 21a compagnia.

Le notizie che pervenivano dai Comandi di sottosettore, dalle ore otto alle dieci e quindici del 14 settembre, non furono ritenute di gravità tale da consigliare la mobilitazione delle riserve. Alle dieci e quindici il Comando del settore But-Degano trasmetteva un successivo fonogramma, al Comando Zona Carnia, in cui si diceva dei colpi e contraccolpi da parte delle artiglierie e venivano segnalate le perdite subite. I sottosettori fornirono dalle loro zone di competenza, dalle dieci e venti alle dodici del 14 settembre, indizi che potevano far sospettare una puntata massiccia delle forze austriache in direzione dell’alto But (il But nasce nei pressi del Passo di Monte Croce Carnico, percorre tutta la Vallata di San Pietro e si getta infine nel Tagliamento).

In seguito all’irruzione sulla Colletta quota 1850 a oriente del Monte Lodin e a occidente della Cima Val di Puartis il reparto austriaco era riuscito a sfondare e a occupare le posizioni della 223a compagnia del battaglione Val Varaita, area in cui piazzava quattro mitragliatrici per imperversare ulteriormente sui nostri in ripiegamento. Era rimasta, sola, la 21a compagnia del battaglione Saluzzo che si impose con disperata determinazione per un’ora e mezzo circa contro i poderosi tentativi di avanzata delle truppe austriache provenienti dalla regione Segnale – Meledis Alta. Ne era venuto che la 223a compagnia del Val Varaita e il reparto di Bersaglieri che stavano a presidio della selletta (m 1850) tra la Cima Val di Puartis e il Lodin erano stati costretti a ritirarsi, ormai ridotti in condizioni men che precarie. La 21a del batt. Saluzzo aveva subìto perdite gravissime tra gli ufficiali, era riuscita a opporre una resistenza di eccezionale vigore, ma dopo il cedimento di Cima Val di Puartis e in seguito all’impeto insostenibile mosso da forze soverchianti su tre lati non aveva potuto fare altro che retrocedere.

Verso le sei e trenta il sottotenente Bruno Antonio Quintavalle (Cavalleggeri di Roma) veniva raggiunto da un fonogramma con il quale il capitano Arnò (8a compagnia, XXXV battaglione di Milizia Mobile, 10° reggimento Bersaglieri Bis) annunciava che sul Lodin era caduto, ferito a morte, un tenente dei bersaglieri e quattro Alpini erano stati feriti. Il capitano soggiungeva, ancora, che gli effetti dell’infernale bombardamento erano stati disastrosi e tutto avrebbe lasciato prevedere che, di fronte allo scatenarsi di un attacco in forze, sarebbe stato molto arduo mantenere le posizioni occupate. L’aggressione dell’artiglieria era stata così violenta, intensa e continuativa che verso le ore undici del 14 settembre tutte le nostre trincee erano ridotte a “un ammasso di rovine”. Erano state “sfondate dalle artiglierie, piene di gas asfissianti… falciate al di sopra dalle mitragliatrici che si trovavano in basso e tiravano mentre i loro attaccanti, al sicuro, salivano la china”.

Avuto dall’Alpino Cassini un fucile, il Quintavalle, non potendo fare altro, insieme a lui fece fuoco per circa un’ora contro le squadre avversarie che palmo palmo stavano guadagnando terreno.

Da quell’insellatura poté avvedersi della presenza di uniformi austriache sul crinale del Monte Lodin. Certo erano gli attaccanti che avevano preso a guadagnare la dorsale nord-est e che erano riusciti a impossessarsi delle nostre postazioni sulla sommità del monte.

Il 15 settembre il Comando della 21a compagnia del battaglione Saluzzo, dopo il sacrificio estremo del Capitano Musso, era stato affidato al capitano Giovanni Re il quale, durante la sosta presso Maina della Schialute (Paularo), faceva il punto della situazione informandone il Comando di battaglione: fra i superstiti della 21a molti avevano patito distorsioni ai piedi e, in qualche caso, alle ginocchia. Scarpe e corredo in estremo disordine, smarrimento di cappelli, coperte, mantelline. Tutti armati, tuttavia; chi aveva perso il fucile nel ripiegare ebbe facilità a raccattarne uno fra gli altri abbandonati sul campo di battaglia.

(da Mario Bruno, La Grande Guerra. Zona Carnia – Cukla Rombon – Monte Nero, IBN Editore, Roma 2015)

1916

In Conca di Plezzo, 16 Settembre 1916, ore 8,15. Dopo breve azione delle nostre artiglierie tre compagnie del battaglione Saluzzo balzarono all’attacco della linea austriaca dei Pini Mughi a quota 1582. Arrestati dal fuoco terribile delle artiglierie e delle numerosissime mitragliatrici che infuriavano dalle trincee intatte, gli Alpini resistettero sino all’imbrunire, quando infine giunse l’ordine di ripiegamento.

Il 16 settembre 1916 sarebbe dovuto passare alla storia come il giorno che, in seguito all’attacco al Rombon, annoverò il maggior numero di caduti cuneesi nel volgere dell’intero grande Conflitto mondiale.

(da Mario Bruno, Il Battaglione Saluzzo, 2013)

La settima Battaglia (dal 14 al 17 settembre 1916) iniziò con una indiscussa superiorità italiana in armamenti e potenza di fuoco. Da notare, in questa particolare fase, il ritorno in scena del Monte Rombòn, saldamente tenuto dagli Austriaci, punto di contrasto ai tentativi italiani di rendersi padroni della Conca di Plezzo. Fu incaricato pertanto il IV corpo d’Armata (generale Cavaciocchi) dell’attacco decisivo al Rombòn dove era appostato il 4° reggimento bosniaco con due batterie, sistemato tutt’intorno alla vetta. Poco sotto questa, a circa 2.100 metri di quota, si prolungava una serie di triceramenti dove facevano buona guardia cinque compagnie del reggimento e dove si accomunavano soldati croati, musulmani e serbi. Gli Italiani puntarono all’attacco contro il Rombòn il 16 settembre

(da Mario Bruno, La Grande Guerra. Accadde 100 anni fa, IBN Editore, Roma 2019)

1917

Il 5 settembre 1917 il battaglione Saluzzo, per ordine del IV corpo d’Armata, si trasferì al Medio Stol partendo da Caporetto alle 22 per raggiungere la meta assegnata alle 3 notturne. Il corpo d’Armata disponeva ancora che il reparto zappatori del battaglione Saluzzo passasse, con il rispettivo ufficiale, alle dipendenze del Comando della 2a Armata per essere impiegato nella esecuzione di lavori difensivi

(da Mario Bruno, Il Battaglione Saluzzo, 2013)

Campagna di Macedonia. La brigata Sicilia tornò in linea il 5 settembre 1917 nel settore Jeratok – quota 1050, andando a sostituire la brigata Ivrea sino al 4 novembre, data in cui ottenne il cambio dalla Cagliari.

Il 3 settembre il I battaglione del 62° mantenne la 1a e la 3a compagnia, le sezioni mitragliatrici e lanciatorpedini dislocate nel vallone detto del “sostentamento”; la 2a e la 4a compagnia con il 1° reparto zappatori, appostate nel vallone della “sordità” a nord di Paralovo, si trasferirono nella notte a quota 1050.

Il 7, venerdì, solito scambio di fucilate e lancio di qualche bomba a mano fra vedette, ma nessuna perdita da parte nostra. L’artiglieria nemica da 77 verso le ore nove diresse quattro granate a tergo del I battaglione del 62° Fanteria. Alle diciassette i medi e piccoli calibri avversari battevano con una quarantina di colpi il rovescio della quota 1050 e le postazioni delle bombarde, producendo lievi danni ai camminamenti. Sopraggiunse intanto la notte di domenica 9, quando il nemico tentò disturbare i nostri lavoratori ai reticolati con qualche raffica di mitragliatrici e lanci di bombe a mano; si ebbero un sergente e un soldato del 61° fanteria feriti da scheggia di granata a mano. Nella notte un vasto incendio si sviluppò sulle pendici meridionali del Piton Brulé; nessun danno alle persone. Vennero distrutti circa duecento metri di filo telefonico che subito furono ripristinati. L’artiglieria nemica diresse verso le sette diciotto colpi a granata sulle posizioni del I battaglione del 62°. Nella giornata del lunedì 10 qualche colpo di artiglieria nemica di medio calibro si riversò sulle “roccette”, ma non si registrarono perdite né danni. Il 62° Fanteria fu fatto segno a lanci di bombe a mano che avevano lo scopo di disturbare nostri lavoratori, senza che ne provenisse perdita alcuna. I bravi Fanti del 62° risposero energicamente dalle trincee. Verso le otto e trenta, otto granate nemiche da 77 piombarono sul rovescio del Piton dell’albero isolato.

La domenica 16 ancora qualche fucilata scambiata tra vedette durante la notte; nessuna perdita nostra. Verso le ore nove circa una batteria di bombarde nemiche esplose una decina di colpi presso le nostre posizioni sulla quota e un’altra lanciò tre bombe di medio calibro sulle nostre posizioni del Piton Rocheux. Dalle ore undici alle dodici in due riprese l’artiglieria nemica da 77 sparò sedici granate sulle posizioni del II battaglione del 62° Fanteria; si ebbero due soldati feriti non gravi e un terzo leggermente ustionato nel lanciare un razzo.

La domenica 16 ancora qualche fucilata scambiata tra vedette durante la notte; nessuna perdita nostra. Verso le ore nove circa una batteria di bombarde nemiche esplose una decina di colpi presso le nostre posizioni sulla quota e un’altra lanciò tre bombe di medio calibro sulle nostre posizioni del Piton Rocheux. Dalle ore undici alle dodici in due riprese l’artiglieria nemica da 77 sparò sedici granate sulle posizioni del II battaglione del 62° Fanteria; si ebbero due soldati feriti non gravi, un terzo rimase leggermente ustionato nel lanciare un razzo.

La 35a divisione ricevette l’ordine, erano le ore quattordici del 23 settembre, di muovere in direzione di Kruscevo con il compito di contrastare la ritirata del nemico verso Kicevo e Uskub. Fu in questa sequenza di azioni che la brigata Sicilia, il giorno seguente, trovandosi ad avanzare sulla via di Zapolciani (Topolciani?), si vide per un momento sbarrato il passo sui dossi di Novo Selani da una pronta reazione dell’artiglieria bulgara. Il giorno 25 si portò sui colli di Godivla a nord-est di Kruscevo, dove, nella località di Bucin sul fiume Cerna presso Vodjani, la sua ala sinistra venne impegnata in uno scontro assai cruento.

(da Mario Bruno, La Grande Guerra. Dai Balcani a Vittorio Veneto, IBN Editore, Roma 2014)

1918

Le ultime fasi della Campagna macedone si consumarono rapidamente a partire dalla metà di settembre del 1918 sino alla fine del mese. L’azione decisiva aveva avuto inizio il 14 settembre alle otto del mattino con tiri efficacissimi di distruzione sulle linee avversarie. Furono le fanterie francesi a scattare per prime la mattina del 15 alle cinque e trenta per buttarsi sulle difese nemiche di Dobropolje e del Sokol. Dopo aspri scontri gli Alleati entrarono in possesso dell’intero sistema fortificato di Sokol-Dobropolje-Kravitza-Vetrenik.

Sopraggiunse il giorno 29 e la dura lotta contro un avversario ancora forte di efficaci artiglierie, mitragliatrici e posizionato in siti dominanti si fece incredibilmente dura, tanto da richiedere il sacrificio di altri cinquecento nostri combattenti. La brigata Sicilia era intanto riuscita a mettere in fuga l’avversario dai monti Stramol e Baba e ad avanzare verso Plasnitza. La battaglia divampò ancora nella località di Sop e di Karaul Kruska con l’obiettivo, per noi, di aggirare le formazioni nemiche e tagliare loro la ritirata.

La Campagna di Macedonia avrà una conclusione positiva per gli Alleati che, già a metà settembre, con una forza di 650.000 uomini, erano passati all’offensiva contro le forze austro-tedesco-bulgare costringendo i Bulgari alla firma dell’armistizio che fu siglato il 29 settembre 1918. Con questa Campagna fu determinato il crollo della Bulgaria la quale non apparve più nel contesto combattivo degli Imperi Centrali.

In Patria si combatteva aspramente per far prevalere il senso di unità e amore del territorio natìo, preparando quell’atto finale che porterà i nostri Combattenti a gettarsi in atti di puro eroismo per la salvezza dell’Italia. In duelli aerei venivano abbattuti, il primo di settembre 1918, sei velivoli avversari mentre un altro, colpito dal fuoco delle nostre artiglierie, cadeva a picco nei pressi di Noventa del Piave, quattro o cinque chilometri a nordovest di San Donà.

(da Mario Bruno, La Grande Guerra. Dai Balcani a Vittorio Veneto, IBN Editore, Roma 2014)

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