Ludwig Wittgenstein. Un pensatore d’eccezione

Leggevo, giorni addietro, un compendio di memorie attinenti al filosofo Ludwig Wittgenstein e mi accorsi di sentirmi attratto irresistibilmente dalla profondità di pensiero e dalla originalità scaturita dalle sue speculazioni filosofiche. Ecco che cosa mi viene in mente di scrivere al proposito.

Mi piace qui parlare di lui, non voglio dire perché mi assomiglia un po’ o perché io stesso potrei assomigliare un po’ a lui, sarei troppo presuntuoso, ma per il fatto che mi sento fortemente incuriosito dal suo carattere, dal suo operato, dal suo pensiero, dalle sue speculazioni filosofiche, dalla sua personale visione del mondo e dall’insieme delle sue aspirazioni, con tutte le differenze che, ovviamente, scopro fra l’essere suo e il mio nell’atto del valutare e giudicare il reale.

Wittgenstein era nato a Vienna nel 1889 e morì a Cambridge nel 1951. Proveniva da una famiglia molto facoltosa, ma nonostante le opportunità che gli si presentarono scelse di vivere in solitudine per un periodo di tempo, negli anni 1913-1914 in qualche luogo ameno della Norvegia. La Grande Guerra, tuttavia, reclamava le sue vite e le sue vittime e anche Wittgenstein lasciò il proprio isolamento per partecipare al conflitto armato. Fu insignito di Medaglia d’Argento per azioni di valore sul Fronte orientale. Trasferito sul Fronte italiano nel giugno 1918, all’epoca della Battaglia del Solstizio, fu proposto per la medaglia d’Oro per comportamento eccezionalmente coraggioso, per la calma e per il sangue freddo dimostrati. Guadagnato inizialmente il grado di caporale, portava i fregi di Tenente quando cadde in prigionia alla conclusione del conflitto, il 3 novembre 1918: dal campo di prigionia di Cassino riuscì a spedire al filosofo Bertrand Russel il proprio “Trattato logico filosofico”. Di Wittgenstein, oltre al  Tractatus logico philosophicus uscito nel 1922, sono da ricordare le Ricerche logiche del 1953, le Osservazioni sui fondamenti della matematica del 1956 e le Lezioni e conversazioni sull’estetica, la psicologia e la fede religiosa del 1966.

In seguito all’avvenuta liberazione si dedicò all’insegnamento in sperdute scuole elementari di montagna. Insegnò anche filosofia a Cambridge. Raggiunse il termine della propria esistenza conservando fino all’ultimo una eccezionale lucidità di pensiero e il proprio straordinario spirito anticonformistico.

Quali le peculiarità del pensiero di Wittgenstein?

Il suo pensiero va inquadrato nella corrente filosofica del Neo-empirismo o Positivismo logico. La filosofia, sosteneva il pensatore, è una battaglia mossa contro l’incantamento della nostra intelligenza operato per mezzo del linguaggio. Per Wittgenstein la filosofia, mediante l’analisi delle regole implicite nei vari giochi linguistici praticati in concreto dagli uomini, riesce a guarirci dalle “malattie linguistiche” e a liberarci dall’assillo dei falsi problemi, uno dei quali si riferisce al carattere tautologico delle proposizioni della matematica e della logica. Per Wittgenstein la scienza è l’unica conoscenza della realtà e, dunque, il compito della filosofia consiste nell’analisi del linguaggio scientifico. La filosofia è attività logica. Gli elementi che riguardano cose esistenti hanno significato solo se sono verificabili empiricamente. Gli elementi della logica e della matematica non concernono cose esistenti, ma sono veri perché costituiscono tautologie.

Fu Wittgenstein a definire la filosofia nei termini di lotta, di sforzo; una battaglia sostenuta giorno dopo giorno per evitare che la nostra intelligenza sia incantata dalle forme ingannevoli del linguaggio. Ed era lui a paragonare il filosofare ai tentativi di aprire una cassaforte, nel momento in cui operiamo numerose e piccole variazioni sul sistema di combinazione, ma otteniamo l’apertura della porta blindata soltanto quando tutto viene a trovarsi nella giusta corrispondenza. È verosimile che la nostra mente vada peregrinando in una serie infinita di tentativi.

La sua posizione di fronte al credo religioso:

Wittgenstein asseriva che tutte le religioni sono splendide, persino quelle professate dalle tribù primitive; soprattutto quelle, aggiungeva, proprio per il loro essere una ricerca di contatto ascetico con il trascendente. Non è di poco conto la critica che Wittgenstein rivolge alla Chiesa cattolica nella sua presunzione di dimostrare l’esistenza di Dio tramite la ragione naturale. I primitivi non si facevano di questi problemi; si inchinavano con stupore e tremore, confidando nell’accoglimento delle loro attese e nell’esorcizzazione delle loro paure. Costringere Dio in un concetto, in una rappresentazione mentale è, per Wittgenstein, l’assurdo degli assurdi. Egli si esprime al riguardo ponendo l’ipotesi di poter pensare a Dio come a un altro essere che ha alcune cose in comune con l’uomo, altre superiori, ma che idealmente e fisicamente si colloca fuori dell’uomo sovrastandolo con la sua potenza infinita. Ebbene, dice il filosofo, se soltanto riuscisse a mettere in piedi una simile rappresentazione, sentirebbe allora l’obbligo morale di sfidarlo, di sfidare Dio stesso. Wittgenstein così si rivolgeva al suo amico Drury: “Assicurati che la religione sia una questione tra te e Dio soli”. Poco oltre, il filosofo preconizzava come sarà la religione del futuro: sarà una religione senza sacerdoti e senza ministri, una religione completamente ascetica.

Ludwig Wittgenstein
Conversazioni e ricordi
Originale 1984 – Neri Pozza Ed., Vicenza 2005
Traduzione di Emanuele Coccia e Vincenzo Mingardi

(Da Pierluigi Romeo di Colloredo, La Battaglia del Solstizio – Piave, Giugno 1918, Associazione culturale Italiana, Genova, Maggio 2008, pag. 125): “Durante i combattimenti (15-6-1918) nel settore inglese si distinse Ludwig Wittgenstein: il filosofo era artigliere e, uscito di pattuglia per raccogliere informazioni, si trovò sotto il fuoco britannico. Wittgenstein riuscì a riportare nella trincea due suoi compagni rimasti feriti e poco dopo, mentre si trovava nella posizione di tiro, una granata italiana mise fuori combattimento il comandante di batteria e tre serventi. Wittgenstein si adoperò per garantire il funzionamento del pezzo, e venne proposto per la medaglia d’oro al merito di guerra”.

 “I pensieri che ora ti sembrano così importanti sembreranno un giorno una borsa di vecchi chiodi arrugginiti che non si possono più utilizzare”. “Comunque vada la tua vita, non smettere di pensare”, quand’anche James Ward fosse solito dire: “Denken ist schwer” (pensare è difficile).

Testimonianze della sorella Hermine (15 anni più anziana di Wittgenstein). In gioventù Ludwig era molto interessato a ogni sorta di tecnologie… riuscì a costruire un piccolo modello di macchina da cucire. Iscritto al Realgymnasium, all’inizio sembrava a tutti una creatura di un altro mondo (dava del lei – Sie – ai propri compagni). Dopo la maturità si iscrisse al Politenico di Berlino. Nel 1912 andò a Cambridge, presso Russel. Poco dopo si trasferì in Norvegia. Nel 1914 tornò in Austria per arruolarsi, ma fu dichiarato inabile per ansia. Fu poi arruolato per un’officina. “Si guadagnò un buon numero di medaglie… rimase ferito”. Prigioniero degli Italiani. “L’ideale per lui sarebbe stato un posto di maestro elementare in una remota scuola di campagna… Non si limitava a insegnare: attraverso le sue domande si sforzava di fare arrivare i ragazzi alla giusta soluzione” (il metodo maieutico di Socrate).

Nel progettare lavori tecnici era meticoloso, gli stava “a cuore ottenere le giuste proporzioni. Ludwig ha una forte personalità, e quando critica qualcosa è sempre sicuro del fatto suo”. Attratto dalla musica (clarinetto), era “poco interessato al proprio aspetto esteriore. Aveva un’aria bizzarra, ma il volto serio e il portamento energico”. In guerra “ciò che lui desiderava era un incarico pericoloso, credo abbia ottenuto il grado di tenente”.

Di indole irrequieta. Dopo la Norvegia tornò a Cambridge, come professore di filosofia al Trinity College. “Ludwig possedeva una acuta mente filosofica, capace di penetrare la sostanza delle cose. Oltre a questo aveva un gran cuore”. “… fin dalla più tenera età soffrì un disagio quasi patologico negli ambienti che non gli risultavano congeniali.” Economicamente decise di rinunciare a ogni proprietà.

Dai ricordi personali di Fania Pascal.

“Le sue opinioni su pressoché ogni argomento erano assolute, non lasciavano spazio a discussioni. La sua passione e competenza per quanto riguardava strumenti, oggetti materiali e ogni genere di attività pratiche era davvero singolare; per queste cose dimostrava tutta la pazienza e la tolleranza che non riusciva ad avere con gli esseri umani. Se ne criticavano anche la rudezza e l’insensibilità verso il prossimo. Piccolo di statura ma con una profonda energia interiore; ben proporzionato; sguardo acuto, da uccello in volo. Trovava difficile rimanere seduto e immobile, sembrava sempre sul punto di scappar via da un momento all’altro. La sua espressione, per quanto innocente, aveva qualcosa di severo e intransigente, verso gli altri ma anche verso se stesso… divenne famoso per la sua dichiarazione: “la filosofia è una battaglia contro l’incantamento della nostra intelligenza per mezzo del linguaggio”. La sua vita era resa difficile da un’eccessiva sensibilità. Wittgenstein era il più elusivo degli uomini, e i suoi spostamenti rimanevano avvolti in un velo di mistero. Era sempre Wittgenstein a imporre le modalità della relazione che si poteva instaurare con lui. Gran parte della sua vita rimarrà per sempre ignota anche agli amici più cari. Non esisteva persona al mondo come Wittgenstein in grado di aprire la mente, di farla uscire dai percorsi abituali, di costringerla a riflettere su questioni mai prese in considerazione. Aveva un carattere esigente e intollerante oltre misura, al di là di ogni logica. Lo esasperava il modo in cui parlavano le persone. Aveva una calligrafia meravigliosamente energica, scriveva su fogli a righe staccati da un quaderno scolastico. Wittgenstein aveva una grande capacità di ferire, la sua capacità di scoprire i punti deboli di un altro essere umano e di colpirlo duramente. Anche se nel giudicare il carattere altrui era acuto e libero da ogni ipocrisia, applicava agli altri lo stesso severo metro di giudizio che riservava a sé. Non rifiutava mai un aiuto concreto. Se invece soffrivi di ansia e insicurezza, era un uomo pericoloso. Non dimostrava comprensione per i problemi comuni, i suoi rimedi erano troppo drastici, chirurgici. Non gli piacevano le donne intellettuali. A Wittgenstein non piacevano le donne impegnate in qualche attività pubblica, il suo atteggiamento con le persone variava enormemente. Non aveva senso dell’umorismo. “È difficile immaginare qualcuno meno inibito, e più incline all’ira e alla rabbia improvvisa. Il suo carattere era forgiato con uno stampo impossibile da modificare. Era in perenne fuga dall’ambiente in cui era nato. I suoi allievi dovevano possedere un’innocenza infantile e un cervello di prim’ordine. Wittgenstein era soprattutto un uomo in cerca di salvezza spirituale.

Dai ricordi di F.R. Leavis, professore di Inglese a Cambridge.

“Wittgenstein era un animo tormentato, era per natura intensamente introspettivo, la fredda arroganza era un tratto importante della sua personalità. Era costantemente infelice, soffriva di agorafobia e di una profonda insicurezza”. Confidò a Leavis: “Quando sono impegnato in un lavoro ho sempre paura di morire prima di portarlo a termine. Le discussioni di Wittgenstein erano condotte e sviluppate da lui soltanto. La meraviglia e l’arricchimento per chi ascoltava le lezioni di Wittgenstein derivavano dalla possibilità di assistere allo sforzo spontaneo e prolungato di un genio intellettuale che si scontrava con problemi da lui stesso posti.

Rievocazione di Wittgenstein di John King.

“C’è una bellissima parola in sanscrito per il termine “amico”, suhrid, che tradotta liberamente significa “chi fa del bene a un altro senza un motivo particolare”. “Wittgenstein era a suo modo umile, pur essendo cosciente delle proprie doti straordinarie”.

Conversazioni con Wittgenstein di M. O’C Drury

“Wittgenstein sapeva di avere un talento eccezionale per la discussione filosofica. La vanità intellettuale era qualcosa che Wittgenstein detestava: “La vanità è la forza più spaventosa del mondo, la fonte dei mali peggiori”. Per tutta la vita Wittgenstein fu convinto che non riusciva a farsi capire. Disse Wittgenstein: “Forse solo tra cento anni la gente vorrà davvero ciò che sto scrivendo. Non sono religioso, ma non posso impedirmi di vedere ogni problema da un punto di vista religioso. La mia terza e ultima difficoltà: chi ascolta è incapace di vedere la via per cui è condotto e la meta a cui conduce. La difficoltà in filosofia è di non dire più di quanto si sappia. Di una cosa sono certo, che non siamo qui per divertirci. Il massimo di ciò che un essere umano può fare per un altro è di infondere in lui turbamento e inquietudine. In forza della dialettica qualitativa che separa le differenti sfere l’una dall’altra, eccellere nella sfera religiosa costituisce un passo indietro. È curioso che proprio parlando di qualcosa si possa provare che non si sta parlando di quella cosa; perché sembrerebbe che lo si possa provare solo non parlandone”. “Discutere con Wittgenstein richiedeva non solo una notevole alacrità di mente e di linguaggio, ma anche un certo ostinato coraggio. È solo il tentativo di scrivere le tue idee che permette loro di svilupparsi. La religione del futuro sarà senza preti e senza ministri, dovrà essere estremamente ascetica. Il cristianesimo non si riduce a dire tante preghiere, solo se cerchi di essere di aiuto agli altri alla fine troverai la via che ti condurrà a Dio”.

I nazisti al potere in Germania

Wittgenstein: “Pensa solo che cosa significa che il governo di un paese è in mano a un gruppo di malviventi. Gli anni bui stanno tornando”. Drury: “Pensi che Hitler sia sincero in ciò che dice nei suoi discorsi?”. Wittgenstein: “Un ballerino è sincero?”.

Immagine di Copertina tratta da TheParisReview.

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